sábado, febrero 24, 2007

WILLIAM SHAKESPEARE:PERICLE,PRINCIPE DI TIRO


WILLIAM SHAKESPEARE









PERICLE, PRINCIPE DI TIRO

Dramma romanzesco in 5 atti










Traduzione e note di Goffredo Raponi











Titolo originale: “PERICLES, PRINCE OF TYRE”

NOTA INTRODUTTIVA


La ricerca della genesi di questo lavoro e il problema della sua attribuzione a Shakespeare sono tra le cose più complicate e discusse del teatro shakespeariano. Vale la pena di riferirne brevemente per aiutare ad una migliore lettura del testo.
“Pericle, principe di Tiro” è annoverato dai critici fra i cosiddetti “romances”, o drammi romanzeschi dell’ultimo periodo di produzione teatrale di Shakespeare (1608-1613).( ) Esso figura iscritto allo “Stationers’ Register”( ) alla data del 20 maggio 1608 su richiesta di uno degli editori più prestigiosi di Londra, Edward Blunt, il quale però non lo diede mai alle stampe; probabilmente si prestò graziosamente a chiederne la registrazione a suo nome perché richiestone a sua volta dagli attori della “Compagnia del re” (“The King’s Men”) della quale faceva parte lo stesso Shakespeare; risulta infatti che un dramma dello stesso titolo fu rappresentato dai “King’s Men” al teatro “Globe” nel giugno successivo.
La registrazione doveva servire ad evitare che qualche altro editore lo pubblicasse a sua volta; ma la pubblicazione abusiva ci fu egualmente; perché avendo il lavoro incontrato grande successo di pubblico alla lettura, un’edizione pirata uscì sotto forma di un romanzo che apparve lo stesso anno 1608 a firma di George Wilkins e con il titolo: “Le penose avventure di Pericle”, e il sottotitolo: “La vera storia del dramma di Pericle, principe di Tiro, come è stata ultimamente presentata dall’illustre e antico poeta John Gower” (“The True History of the awful Adventures of Pericles, prince of Tyre, as it was lately presented by the worthy and ancient Poet John Gower)”. John Gower, un poeta inglese vissuto alla fine del 1300 – contemporaneo, cioè del grande Geoffrey Chaucer – aveva infatti per primo fatto conoscere agli inglesi questa storia nel suo poema “Confessio Amantis”, in cui si narrano, come confessioni di un grande amatore dei suoi peccati contro l’amore, un centinaio di storie avventurose tra le quali quella di Apollonio, principe di Tiro.
L’anno seguente, con i teatri londinesi chiusi per ordine di Giacomo I, il lavoro apparve stampato in formato in-quarto al nome di William Shakespeare, per i tipi dell’editore Henri Gosson; ma in un testo così disuguale, così visibilmente corrotto, pieno di frasi incomprensibili, abborracciate fuor d’ogni regola grammaticale, con passi in versi stampati come prosa e viceversa, da dare l’esatta impressione di essere stato buttato giù a memoria da qualche attore. Questo in-quarto fu ristampato più volte in seguito; ma nell’in-folio del 1623, che è la prima raccolta a stampa di tutti i lavori di Shakespeare, curata, sette anni dopo la sua morte, dai colleghi attori, amici e co-azionisti della Compagnia dei “King’s Men” John Heminge e Henri Cordell, il titolo non figura: segno che i due sapevano di non poterlo attribuire a Shakespeare.
Così il lavoro è stato escluso dal canone dei teatro shakespeariano da tutti i curatori successivi, fino a giungere a Nicholas Rowe, che invece lo ammise nella sua monumentale raccolta in 7 volumi del teatro di Shakespeare (1709-10); lo stesso fece più tardi (1778-90) il Malone.( )
George Wilkins era anch’egli scrittore di teatro, autore, tra l’altro, di una commedia popolare dal titolo: “Le miserie di un matrimonio forzato” (“The Miseries of Enforced Marriage”), che risulta essere stato recitato dalla stessa compagnia dei “King’s Men” al “Globe”.
La vicenda cantata da Gower nella sua “Confessio Amantis” è tratta da uno dei pochi esemplari a noi pervenuti della romanzistica greco-latina “Historia Apollonii regis Tyri”. Una prima versione inglese di questo romanzo risulta essere apparsa a Londra nel sec. IX; ma fu il Gower a riprenderla e, nel suo verseggiare fluido e di stile famigliare, renderla popolare; e gli inglesi se ne dovevano tanto appassionare, che nel 1570 un Lawrence Twine ne fece la trama di un romanzo “The Pattern of Parsifal Adventures”, che sarà la fonte del romanzo del Wilkins e una delle principali del dramma di Shakespeare.( ) Anche il poeta sir Philip Sydney (1554-1586) s’ispirerà alla vicenda in una delle sue composizioni poetiche della raccolta “Arcadia”
Il romanzo, è un’opera d’autore ignoto, scritta in latino – ma da alcuni ritenuta un rifacimento o addirittura una traduzione da un originale greco - ( ) risalente forse al III sec. d.C., e la cui trama è un intrico di incredibili avventure, tutte però intese e condotte a lieto fine.
Antioco, fondatore e re di Antiochia, convive coniugalmente con la bellissima figlia (della quale non si fa mai il nome) e, per mantenere nascosta l’incestuosa relazione e impedire, nello stesso tempo, che qualche pretendente gli sottragga la fanciulla amata, promana una legge secondo cui chiunque aspiri alla mano della principessa debba prima risolvere un enigma, sotto la minaccia che, se non riesca, abbia mozzo il capo, e questo infisso sugli spalti delle porte della città.
Apollonio, giovane principe della città di Tiro, definito “ricchissimo e di vasta e profonda cultura”, attratto dalla fama della meravigliosa bellezza della fanciulla, giunge per mare ad Antiochia e, fidando nel suo ingegno e nella sua cultura, s’arrischia alla prova. L’enigma è così enunciato dallo stesso Antioco:
“Mi trasporta un delitto;
“mi cibo delle carni di mia madre;
“cerco un fratello mio, figlio di mia madre, marito di mia moglie
“e non lo trovo”.
Apollonio si prende alcun tempo per riflettere, poi va da Antioco e dice: “Eccoti la soluzione. Dicesti: “Mi trasporta un delitto” e non mentisti; basta che tu guardi te stesso. Aggiungesti: “Mi cibo delle carni di mia madre”, e nemmeno in questo mentisti: guarda tua figlia”. Antioco capisce che il giovane ha trovato la soluzione, ma fissando su Apollonio gli occhi infiammati d’ira: “Sei ben lontano – gli dice – o giovane, dalla soluzione; anzi, sei del tutto fuori strada: non una sola parola giusta hai detto. Meriteresti perciò che ti facessi mozzare il capo; ma preferisco concederti trenta giorni di tempo. Ripensaci bene; e se, quando tornerai, mi porterai la soluzione esatta, mia figlia sarà tua moglie; in caso contrario, farai esperienza della durezza delle mie leggi”.

Apollonio, turbato e sconvolto, lascia così Antiochia in tutta fretta, torna in patria e di là, credendosi sempre perseguitato dal potente Antioco per aver egli rivelato il suo segreto (una voce gli ripete dentro che il rinvio concessogli non è che un rinvio alla morte), subito riparte segretamente da Tiro per far perdere la sue tracce. Giunge a Tarso. La città è oppressa dalla carestia. Apollonio s’improvvisa mercante e rifornisce di grano gli abitanti affamati. Poi, dopo alcuni mesi, decide di riprendere il mare e di far rotta verso Pentapoli, per trovare là rifugio. Il popolo di Tarso l’accompagna alla nave con grandi onori. Durante il viaggio in mare lo sorprende una tempesta che lo priva della nave e dei compagni e lo getta sulle coste della Libia, presso Cirene. Quivi lo soccorre un pescatore. Per suggerimento di questi Apollonio si reca in città in cerca di aiuto. Càpita così nel “Ginnasio”, la pubblica palestra di città, dove si mette a gareggiare con gli altri giovani e si fa apprezzare dal re per la bravura atletica e per la garbatezza dei modi, tanto da meritare un invito a cena alla reggia. Qui conosce la figlia del re, che di lui s’innamora e che vorrà diventare sua sposa.

Alcuni mesi dopo le nozze, quando la principessa sta per avere un figlio, Apollonio viene a sapere che il re Antioco e sua figlia sono morti colpiti da un fulmine e che pertanto il regno di Antiochia gli appartiene. Chiede alla moglie di lasciarlo partire per andare a prendere possesso del regno, ma quella lo vuol seguire e s’imbarca felice insieme a lui; ma, durante la navigazione, nel dare alla luce una bimba, la giovane madre cade, per sopraggiunte complicazioni,( ) in uno stato di morte apparente; per cui, creduta morta, è rinchiusa in una cassa e calata in mare. Le onde portano il macabro natante alla deriva sulla spiaggia di Efeso; qui, per opera di un medico del posto, la apparente defunta vien fatta tornare a vivere e si ritira come sacerdotessa nel tempio di Artemide.

Intanto Apollonio, disperato per la perdita della moglie, rinuncia al regno di Antiochia e approda di nuovo a Tarso, dove lascia la neonata, cui dà il nome di Tarsia, in custodia a una coppia di coniugi, Stranguillone e Dionisiade; e, fatto voto di non più tagliarsi né barba né capelli né unghie finché la bimba sia cresciuta e si sia sposata, si rimette in mare per tornare a Tiro.

Trascorsi 15 anni, Apollonio torna a Tarso, ma non trova sua figlia. I due coniugi, ai quali l’aveva affidata, gli fanno credere che sia morta di malaria; in verità era accaduto che Dionisiade, gelosa di Tarsia che era cresciuta troppo più bella e graziosa di sua figlia, aveva dato incarico ad un suo intendente di sopprimerla. Senonché, mentre costui, dopo aver condotto la fanciulla in un luogo remoto, sta per vibrarle il colpo mortale, sopravvengono dei corsari, che gli sottraggono la fanciulla. Questa è tradotta dagli stessi corsari a Mitilene, e qui venduta a un lenone che la chiude nel suo postribolo con la speranza di trarne buoni guadagni. Ma Tarsia, non che prostituirsi, riesce ugualmente, mantenendosi casta, a far quattrini, per contentare il turpe uomo, con l’intrattenere i clienti raccontando loro le sue sventure; tra questi clienti è addirittura il principe della città, Atenagora, che, mosso a compassione, si fa suo protettore, le fa grandi regali, la raccomanda all’uomo che l’ha in custodia, la fa cantare e suonare la lira in pubblico, “e fu tanto l’entusiasmo del popolo e a tal punto salì la simpatia per lei dell’intera città, che uomini e donne ogni giorno le portavano un’infinità di doni”.
.
Apollonio, partito da Tarso sconsolato, torna sulla nave, si butta sul pavimento e dà ai suoi uomini quest’ordine: “Buttatemi in fondo alla nave; voglio morire fra le onde”; scende sottocoperta e comanda che si levi l’ancora verso l’alto mare. Ma il mare, dopo alcuni giorni di navigazione, torna in tempesta e sbatte la nave davanti a Mitilene. Quivi si celebravano i festeggiamenti in onore di Poseidone. Apollonio vuole che i suoi uomini partecipino alle feste (“sono già abbastanza puniti per il solo fatto di avere avuto in sorte un padrone così sventurato”) e permette che allestiscano un festino a bordo. Mentre stanno mangiando, Atenagora, che si trova a passeggiare lungo la marina, osservando il gran numero d’imbarcazioni alla fonda, nota la nave di Apollonio “che fra tutte spiccava per bellezza di forma e ricchezza d’attrezzatura”, ne fa le lodi ad alta voce e i marinai, che lo odono, lo invitano a salire a bordo. Così ha modo di conoscere Apollonio il quale, invece di festeggiare con gli altri, se ne sta solo sottocoperta, al buio e in mezzo alla sporcizia, a struggersi nel suo dolore. Il nome di Apollonio gli ricorda che anche Tarsia gli aveva raccontato di avere un padre di nome Apollonio; allora gli viene l’idea di domandare a chiamare Tarsia, per toglierlo – chissà – da quello stato di abbattimento,
Tarsia viene sulla nave e s’adopera a sollevare e distrarre Apollonio, proponendogli una serie di indovinelli. Attraverso di questi avviene così il riconoscimento padre/figlia, e il nodo della favola si scioglie: Atenagora sposa Tarsia e diviene re di Tiro, mentre Apollonio riserva per sé il regno di Antiochia. Quindi, fatta vendetta del lenone di Mitilene, per suggerimento di un “angelus” che gli appare in sogno, si reca ad Efeso, dove ritrova la moglie, sacerdotessa di Artemide. Sulla via del ritorno ad Antiochia fa scalo a Tarso per infliggere la meritata punizione ai due coniugi scellerati Stanguillione e Dionisiade e, giunto a Cirene, premia degnamente il pescatore che l’aveva raccolto naufrago e gli aveva fatto dono di metà del suo mantello.
Da allora, Apollonio condurrà una vita serena e felice fra le cure del governo e le gioie della famiglia.

* * *

Questo è il materiale che Shakespeare ha davanti a sé nell’accingersi a scrivere il “Pericle”. Cambia il nome di qualche personaggio, dispone gli eventi nella successione scenica, da poeta del teatro ch’egli è, e, pur rispettando la fonte e senza intervenire a mutare la complessa successione dei fatti, la ordina a suo modo, l’amalgama nella sua fantasia, dà una sua fisionomia ai personaggi, con un gioco di sentimenti inteso a meglio sottolineare la terribilità stessa della vicenda; il tutto con parole e cose volute da lui, e in una atmosfera voluta da lui, non più in quella che può esser suggerita dalla favola, e traduce la favola nella commedia come meccanismo dove la parola si fonde col gesto.
Da qui nasce la poesia di cui sono pervasi molti passi dell’opera: quella del “coup de foudre” onde la figlia del re di Cirene s’innamora del giovane naufrago; quella della dolce quanto volitiva castità di Marina, che muove il cuore del governatore di Cirene al racconto della scellerata istoria di lei; quella del dialogo della stessa Marina con lo sconsolato Pericle, che trae questo dallo stato di comatosa prostrazione al sommo della gioia di padre che ritrova la figlia creduta morta. Il tutto in una atmosfera di tragedia greco-rinascimentale, con il poeta John Gower in funzione di coro, e le pantomime elisabettiane a sottolinearne la consuetudine teatrale dell’epoca.
Al fondo di tutto, il poeta, senza dirlo, lascia che noi intravediamo l’ombra della giustizia divina e umana, del trionfo del bene sul male, del buono e dell’onesto sul villain, del castigo degli empi e dei malvagi. E risolve così la commedia: con una morale che non è l’aggressiva morale dei collitorti puritani – che Shakespeare combatte – ma una moralità intrinseca all’equilibrio della realtà, della realtà offesa che si vendica.
È l’ultima tappa di Shakespeare uomo e drammaturgo: il ristabilirsi della legge, l’equilibrio di una normalità che si ricompone, il riaffiorare di quelle necessità elementari dell’uomo che riconduce a una fondamentale fiducia nell’umanità.
Questo è il “Pericle”, e per questo deve dirsi un dramma essenzialmente shakespeariano, anche se in un testo corrotto e rifatto da altri; tanto shakespeariano da far dire ad autorevoli critici( ) che se il lavoro originale fosse sopravvissuto integro, l’opera avrebbe ben potuto altamente gareggiare in pregio letterario con “Il racconto d’inverno” e la stessa “Tempesta”.

NOTE PRELIMINARI


1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello dell’edizione dell’opera completa di Shakespeare curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare – “The Complete Works”, Collins, London & Glasgow, 1960, pagg. XXXII-1274) con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della più recente edizione dell’“Oxford Shakespeare” curata da G. Welles & G. Taylor per la Clarendon Press, New York, U.S.A., 1988-94, pagg. XLIX-1274; quest’ultima comprende anche “I due nobili cugini” (“The Two Noble Kinsmen”) che manca nell’Alexander.
2) Alcune didascalie (“stage instructions”) sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa per la migliore comprensione dell’azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente ordinata ed intesa, il traduttore essendo convinto della irrappresentabilità del teatro di Shakespeare sulle moderne ribalte.( ) Si è conservata comunque la rituale indicazione “Entra”/“Entrano” (“Enter”) e “Esce”/“Escono” (“Exit”/“Exeunt”) avvertendo peraltro che non sempre essa indica entrata/uscita di personaggi, potendosi dare che questi si trovino già sulla scena all’apertura o vi rimangano alla chiusura della stessa.

3) Il metro è l’endecasillabo sciolto intercalato da settenari, secondo che l’abbia richiesto al traduttore lo scorrere della verseggiatura. Altro metro si è usato per citazioni, proverbi, canzoni, ecc., quando, in accordo col testo, sia stato richiesto uno stacco di stile.

4) Trattandosi della Grecia antica, la forma del “tu” è sembrata d’obbligo in italiano, ad onta del dialogante alternarsi del “you” e del “thou” del testo inglese.

5) Il traduttore riconosce di essersi avvalso di traduzioni precedenti dalle quali ha preso in prestito, oltre all’interpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti, di tutto dando opportuno credito in nota.

PERSONAGGI


Il POETA JOHN GOWER, in veste di Presentatore

ANTIOCO, re di Antiochia
Sua FIGLIA

TALIARDO, perfido nobile di Antiochia

PERICLE, principe di Tiro
MARINA, sua figlia

ELICANO nobili consiglieri di Pericle
ESCANE

CLEONE, governatore di Tarso
DIONISA, sua moglie

LEONINO, servo di Dionisa e sicario

SIMONIDE, re di Pentapoli

TAISA, sua figlia

Tre PESCATORI, suoi sudditi

Un Maestro di cerimonie alla sua corte

LICORIDE, nutrice di Taisa

CERIMONE, medico di Efeso

FILEMONE, suo servo

LISIMACO, governatore di Mitilene

Una Mezzana, tenitrice di bordello
Un Lenone
BULT, suo servitore

DIANA, dea della castità virginale

Nobili - Dame - Cavalieri - Paggi - Marinai - Pirati - Pescatori - Messaggeri



SCENA: in vari Paesi del Vicino Oriente

ATTO PRIMO



SCENA I - Antiochia, davanti al palazzo di re Antioco.


Entra JOHN GOWER( )

GOWER - Per ricantare un canto
nell’antico cantato, il vecchio Gower
per voi dalle sue ceneri è rinato
riprendendo le umane infermità,( )
a deliziar con esso occhi ed orecchi
d’uomini e donne della vostra età;
un canto che s’udì spesso cantare
cento e cent’anni fa
in pubblico alle feste e alle fiere,( )
in tempi di digiuni e di preghiere,
e dame e cavalieri, ai tempi loro,
ne trassero dell’animo ristoro
a leggerlo a cantarlo; ché vantaggio
fu sempre all’uomo ciò che è buono e saggio.( )
Et bonum quo antiquius eo melius.( )
Se voi, creature in questi tempi nate,
le mie rime accettate,
e può recarvi ancora gradimento
d’un uomo antico il canto,
io qui ritroverò con la mia vita
tutta la mia poetica loquela
per narrarvi la storia da me udita,
nel tempo d’un bruciare di candela.( )
Ordunque, questa è Antiochia, la città
della Siria più bella e più perfetta,
dal grande Antioco costruita e eletta
a residenza della sua maestà.
Vi racconto di lui e dei suoi amori
quel che tramandano i miei autori.
Questo re s’era preso una regina
che gli morì, lasciandogli bambina
una figlia di sì gentil sembiante
e gaia e viva, da sembrar che quante
ha il cielo grazie in lei profuso avesse;
e il padre, preso d’esse,
fu per la figlia sì d’amor digesto
da condurla all’incesto.
Empia figlia, più empio genitore:
sedurre la sua stessa carne al male
è peccato fra tutti capitale.
Quel rapporto, una volta cominciato,
finì con l’abitudine
a non più ritenersi turpitudine.
La fama della grande venustà
della peccaminosa principessa
fece accorrere là principi veri
arsi dal desiderio del diletto
d’averla loro compagna di letto
e di nuziali amorosi piaceri.
Ma il padre, a scongiurare un tale evento,
e serbar la fanciulla a suo talento
rese con una legge manifesto
onde chiunque avesse a lui richiesto
di sposare sua figlia,
dovesse prima sciogliere un enigma,
e, se fallisse, dovesse morire.
Così per la mancata sua conquista
parecchi di costoro ebbero morte
come lo attesta la macabra vista
di quelle teste infisse sulle porte.( )
Quel che deve seguire
siano i vostri occhi ora a giudicare.
Io lascio la mia favola
a chi meglio di me sa presentarvela.( )

(Esce)



SCENA II - Antiochia, una stanza nella reggia


Entrano ANTIOCO e il principe PERICLE
con gente del seguito

ANTIOCO - Hai tu, giovane Principe di Tiro,
presa piena contezza del pericolo
dell’impresa con cui vuoi cimentarti?

PERICLE - Sì, pienamente, Antioco;
e con animo fatto audace e intrepido
dalle udite magnifiche sue lodi
considero la morte
rischio che valga ben d’essere corso
per una tale impresa.

ANTIOCO - Musica! Sia condotta nostra figlia
innanzi a noi, abbigliata da sposa,
pronta all’amplesso dello stesso Giove!

(Musica)( )

Al suo concepimento, e per il tempo
che Lucina regnò sulla sua madre( )
questo dono le prodigò Natura:
che ad allietar la sua presenza al mondo
i pianeti sedessero a concilio
a tesser ciascuno su di lei
le proprie più squisite perfezioni.

Entra la FIGLIA di Antioco

PERICLE - Ecco, guardatela com’ella incede,
abbigliata come la Primavera,
sue suddite le Grazie,
sovrani i suoi pensieri d’ogni cosa
dona lustro alle creature umane!
Il suo volto, il messale delle laudi,
dove nient’altro leggere è possibile
che squisiti piaceri,( ) quasiché
ne sia stato da sempre cancellato
il dolore, né docile compagna
le sia mai stata l’ira risentita.
O dèi, che avete fatto di me un uomo,
e reggete l’impero dell’amore,
che avete acceso in me il desiderio
di gustar di quell’albero celeste
il frutto al prezzo di mia stessa vita,
s’io del vostro voler son figlio e servo,
siatemi voi d’aiuto, ad abbracciare
questa felicità senza confini.( )

ANTIOCO - Principe Pericle…

PERICLE - Che al grande Antioco
vorrebbe essere figlio…

ANTIOCO - … innanzi a te
sta questa Esperide dai pomi d’oro,( )
ma assai pericolosi da toccare,
perché draghi mortali
la guardano ad incuterti terrore.
Il fascino celeste del suo viso
ti trascina, lo so, desideroso,
ad ammirar l’immenso suo splendore;
ma solo il merito può conquistartela;
perché se mai il tuo occhio
pretendesse d’avvicinarsi a lei,
senza provar d’averla meritata,
tu morirai.( ) Quei principi lassù,( )
un tempo tutti come te famosi,
attratti come te dalla sua fama,
come te fatti arditi
dalla voglia di lei, vedi, ti dicono,
con le lor lingue mute
e con le loro pallide sembianze
com’è ch’essi si trovano lassù,
sotto le stelle come tanti martiri
caduti nella guerra di Cupido;
e t’avvertono, con le smorte guance,
di desistere dall’avventurarti
nella rete mortale alla cui insidia
nessuno seppe finora sfuggire.

PERICLE - Antioco, ti ringrazio dell’avviso:
d’aver voluto così ricordare
alla fragile mia umanità
di qual mortale essenza essa sia fatta,
col mostrarmi quell’orrido spettacolo,
e disporre così questo mio corpo
(come devi aver fatto già con loro)
all’avventura che deve affrontare:
perché sempre il pensiero della morte
dev’essere per l’uomo il grande specchio
che l’ammonisce che la vita è un soffio
ed è errore fidare nel domani.( )
Farò dunque qui stesso testamento,
come un infermo che, sazio del mondo,
guarda già al cielo, e se pur con dolore,
più non s’aggrappa alle terrene gioie
come sempre faceva nel passato.
Lascio a te dunque ed a tutti gli onesti,
come ogni principe dovrebbe fare,
l’eredità d’una pace serena;
lascio le mie ricchezze alla mia terra
da dove son venuto;
(Indica la Principessa)
e lascio a te la fiamma del mio amore
immacolato e puro.
Così, pronto alla vita ed alla morte,
per la via della vita o della morte,
aspetto, Antioco, il durissimo colpo.

ANTIOCO - Bene, poiché disdegni il mio consiglio,
leggi l’enigma; ma se, dopo letto,
non me ne saprai dar la soluzione,
ricordati che, come è decretato,
sanguinerai a morte col tuo corpo,
come questi che vedi avanti a te.

FIGLIA - Fra tutti quelli ch’han fin qui tentato
possa tu dimostrarti fortunato!
Fra tutti quelli ch’han fin qui tentato,
io a te auguro un benigno fato!( )

PERICLE - Come fiero campione scendo in lizza,
da nessun altro pensiero guidato
se non da fede e coraggio dettato.

(Legge)

L’ENIGMA

“Vipera non son io, eppur mi pasco
“della carne materna da cui nasco;
“un marito ho cercato,
“e in un padre quel vincolo ho trovato.
“Egli m’è padre, figlio, sposo e amante,
“io gli son madre, sposa e figlia infante.
“Come siam tanti, eppur di due non più
“se vuoi vivere, devi dirlo tu”.

(Tra sé)
Che amara medicina, in questa coda!( )
O voi, potenze, che dotate il cielo
d’infinite pupille
per discernere quel che fanno gli uomini,
perché non occludete lor la vista,
se è vero questo che qui veggo scritto,
e solo a leggerlo mi spallidisce?…

(Alla Principessa, prendendole la mano)
O tu, bellissimo specchio di luce,
io t’ho amato, ed ancora lo potrei,
se codesto tuo splendido scrignetto( )
non fosse riempito di sozzura.
Ma il pensiero ormai mi si ribella;
ché non v’è uomo di coscienza retta
che sia disposto a bussare a una porta
sapendo che lì dentro c’è il peccato.
Tu rassomigli a un’armoniosa viola
le cui corde - i tuoi sensi - se toccate
da chi suoni una musica legittima,( )
trarrebbero giù il cielo ad ascoltarla;
ma toccate così, innanzi tempo,( )
danno una musica così stonata
da poterci danzar solo l’inferno.

ANTIOCO - (Allontanandolo dalla Principessa)
Principe Pericle, per la tua vita,
non la toccare; nella nostra legge
questo è un articolo pericoloso
come il resto. Il tuo tempo è già scaduto:
o dài la soluzione dell’enigma,
o t’aspetta la tua condanna a morte.

PERICLE - Grande re, son pochi quelli
cui gradisce sentir per altrui bocca
i peccati ch’essi amano commettere;
e dirti il tuo sarebbe ora per me
redarguire la tua intimità.
Chi si trovasse a possedere un libro
nel quale fosse scritta ed annotata
ogni azione compiuta dai monarchi
farebbe bene, per sua sicurezza,
a tenerselo chiuso sotto chiave;
perché il vizio, se viene rivelato,
è come il vento quando spira a vortice
che ti soffia la polvere negli occhi
per sfogar la sua furia di diffondersi;
con questo risultato, tuttavia,
che una volta la raffica passata,
gli occhi, per quanto offesi, vedon chiaro,
quanto basta per evitare l’urto
del buffo che vorrebbe ancor ferirli.
La cieca talpa innalza contro il cielo
aguzzi cumuletti di terriccio
come per protestare contro l’uomo
che calpesta la terra,
e in far così la povera bestiola
trova la morte.( ) I re son dèi in terra,
e il lor volere è legge anche nel vizio.
Chi, sapendo che Giove agisce male,
oserà affermarlo e divulgarlo?
Ti basti di saperlo solo tu:
meglio per tutti è tener soffocata
una cosa che quanto più si sa
tanto più turpe e perversa diventa.
Tutti hanno caro il grembo che nutrì
la lor prima esistenza; la mia lingua
si tenga perciò cara la mia testa.( );

ANTIOCO - (A parte)
Cielo, l’avessi in mano la tua testa!
Egli ha scoperto il senso dell’enigma…
Ma fingerò di non aver capito.( )
(Forte)
Bene, giovane principe di Tiro,
seppure, a termini del nostro editto,
noi potremmo, a rigore, cancellare
i giorni che ti restano di vita,
giacché non hai risolto il nostro enigma,
la speranza di aver da un sì bell’albero
una progenie bella come te,
c’intona l’animo diversamente.( )
Ti concediamo ancor quaranta giorni:
entro il qual termine se il nostro enigma
sarà svelato, la nostra clemenza
ti dice già quanto saremo lieti
di poterti chiamare nostro figlio.
Ti sarà riservato nel frattempo
un trattamento quale si conviene
alla tua dignità e al nostro onore.

(Escono tutti, tranne Pericle)

PERICLE - Come la cortesia cortigianesca
s’illude di saper coprir la colpa!
E la sua è soltanto ipocrisia
che di bontà ha solo l’apparenza!
Fosse vero che ho falsamente inteso
quello che ho bene inteso!
Sarebbe stata per me la certezza
che tu non sei perverso
fino al punto di degradarti l’anima
con l’immonda vergogna dell’incesto,
per il quale sei padre e sposo insieme
nell’illecito amplesso( ) con tua figlia:
piaceri che s’addicono a un marito,
sicuramente non ad un padre.
Ella, da parte sua,
si pasce della carne di sua madre( )
sporcando il letto che fu già di lei:
entrambi simili a due serpenti
che cibandosi dei più dolci fiori,
ne trasformano il nettare in veleno.
Antiochia, addio, perciò; saggezza avverte
che chi non è capace di arrossire
per azioni più nere della notte,
farà certo ricorso ad ogni mezzo
per impedir che vengano alla luce.
E un delitto, si sa, ne porta un altro:
l’assassinio è parente alla lussuria
come il fumo alla fiamma. Del peccato
veleno e tradimento son le braccia,
ed insieme altresì sono gli scudi
con i quali coprir la sua vergogna.
E dunque ad evitar che la mia vita
sia falciata per conservar voi due
chiari e puliti agli occhi della gente,
non mi rimane che scampar fuggendo
ai pericoli che prevedo e temo.

(Esce)

Rientra ANTIOCO

ANTIOCO - Egli ha scoperto il senso dell’enigma,
perciò vogliamo avere la sua testa.
Non può più restar vivo e andare intorno
a strombazzar la mia vergogna al mondo,
a proclamar che Antioco
s’è macchiato d’un sì turpe peccato.
Questo principe ha da morire, e subito,
perché soltanto con la sua caduta
può mantenersi indenne l’onor mio.
(Chiamando)
Ohi, di là!

Entra TALIARDO

TALIARDO - Ha chiamato il mio signore?

ANTIOCO - Taliardo, tu fai parte dei miei intimi,
la mia mente confida al tuo segreto
ogni mio intimo proponimento
e per la tua provata fedeltà
ti faremo avanzar nella carriera.
Ecco, Taliardo, qui c’è del veleno
e qui c’è del denaro.
Il Principe di Tiro ci sta in odio,
e tu lo devi togliere di mezzo.
Non chiedermi il motivo, questo è un ordine.
Devi dirmi soltanto: “È cosa fatta”.

TALIARDO - È cosa fatta, sire.

ANTIOCO - E ciò mi basta!

Entra un MESSO di corsa, tanto trafelato
che fa fatica a parlare

Rinfrancati col farti uscire il fiato
e dimmi perché vieni sì affannato.

MESSO - Sire, il principe Pericle è scappato!

ANTIOCO - Taliardo, se vuoi vivere,
inseguilo di volo, e, come freccia
che, scoccata da un magistrale arciere
vola per l’aere dritta al suo bersaglio,
non tornare da me
se non per annunciarmi morto Pericle.

TALIARDO - Sol che mi venga a tiro,( ) mio signore,
io non lo mancherò. Addio, signore.

ANTIOCO - Addio, caro Taliardo.

(Esce Taliardo)

Fino a che Pericle non sarà morto,
sento che il cuore mio nessun soccorso
può prestare alla mente.

(Esce)



SCENA III - Il palazzo di Pericle a Tiro


Entra PERICLE con nobili del seguito

PERICLE - Nessuno c’importuni, per favore.

(Escono i nobili)

Perché questo incalzare di pensieri
questa malinconia,
triste compagna dallo sguardo spento,
dev'essere mio ospite si' assiduo,
senza più darmi un’ora di riposo
né nel lucente cammino del giorno
né nel quieto silenzio della notte,
che pure seppellisce ogni afflizione?
Qui una corte di piaceri alletta
i miei occhi, ed i miei occhi li sfuggono;
qui è lontano il pericolo
che mi faceva paura in Antiochia,
e il suo braccio non è abbastanza lungo
per venirmi a colpire fino qui.
E tuttavia né l’arte del piacere
riesce ad allegrarmi nello spirito,
né la distanza mi rinfranca l’animo.
Perché è così: i disturbi della mente
che prima nascon solo dal terrore( )
trovano poi lor vita e nutrimento
nell’ansiosa ricerca d’un rimedio;( )
e ciò che prima era solo paura
di quel che avrebbe potuto succedere
si sviluppa nell’ossessiva attesa
del suo succedere. Così è per me.
Il grande Antioco - a confronto del quale
troppo piccolo io sono per combatterlo,
perch’egli è così grande
da poter porre in atto la sua voglia -,
per quanti giuramenti io possa fargli
di tacere, non crederà giammai
al mio silenzio; né potrà giovarmi
ch’io giuri d’onorarlo,
se nutre sempre dentro sé il sospetto
ch’io possa smascherarlo ad ogni istante.
Impedirà perciò con ogni mezzo
che si risappia ciò che, se saputo,
lo farebbe arrossire di vergogna:
invaderà il mio regno a mano armata
e con la tracotante ostentazione
del suo massiccio apparecchio di guerra
spaventerà talmente la mia gente
che le mie truppe saranno sconfitte
prima di opporgli alcuna resistenza;
e così avverrà per colpa mia
che i miei sudditi sian da lui puniti
senza avergli recato alcuna offesa.
È appunto l’ansia per la loro sorte,
non il timore per la mia persona
(questa non è che la cima dell’albero
posta a difesa di quelle radici
ond’essi traggono la loro vita)
a far sì ch’io mi senta, tutt’insieme,
languire il corpo e penare la mente.
E così mi castigo da me stesso
prima che possa castigarmi lui.

Entra ELICANO con altri nobili

1° NOBILE - Gioia e conforto nel tuo sacro petto!

2° NOBILE - E sia con te la pace ed il conforto
per tutto il tempo che starai lontano.

ELICANO - Basta, basta con questi “pace e gioia”!
E lasciate parlare l’esperienza.
Inganna il suo sovrano
chi lo adula; perché l’adulazione
è come il mantice che manda fiato
sul male e lo alimenta; e l’adulato
è come la scintilla a cui quel soffio
reca calore e vampa. Meglio a un re
s’addice dai suoi sudditi il rimprovero,
quando sia riverente e misurato,
ché i re son uomini e possono errare.

(A Pericle)
Ti adula, principe, il Signor Lusinga,( )
quando ti viene a proclamare “Pace!”;
ei muove guerra contro la tua vita.
Io, per mio conto, principe, perdonami,
o bastonami, se così ti piace,
dinanzi a te non mi sento di scendere
più in giù del mio ginocchio.

(S’inginocchia)

PERICLE - (Agli altri nobili)
Lasciateci qui soli, per favore;
e andate intanto al porto
a controllare quanto vien sbarcato
e caricato, poi tornate qui.

(Escono i nobili meno Elicano)

Elicano, il tuo dire m’ha turbato.
Che vedi dunque tu sopra il mio volto?

ELICANO - Un piglio irato, mio temuto principe.

PERICLE - Se davvero tu scorgi un tale dardo
sull’aggrottata fronte del tuo principe,
come osa la tua lingua
dir cose che la muovano alla collera?

ELICANO - Mio signore, non osano le piante,
ergere la lor chioma verso il cielo
da cui pur traggono il lor nutrimento?

PERICLE - Tu sai che posso toglierti la vita.

ELICANO - Mi sono io stesso affilata la scure:
a te non resta che vibrare il colpo.

PERICLE - Alzati, su, ti prego, siedi qui.

(Elicano si alza)

Tu non sei fatto per le smancerie.
E io di ciò non ho che a ringraziarti.
Volesse il cielo concedere ai re
che il loro orecchio ascolti solamente
chi sa tener celate le lor colpe!
Ma tu che sei mio degno consigliere
e suddito fedele del tuo principe,
che per la tua saggezza fai tuo suddito,
consigliami: che cosa devo fare?

ELICANO - Sopportar con pazienza le afflizioni
che tu stesso t’imponi, mio signore.

PERICLE - Tu mi parli, Elicano, come un medico
che mi prescriva una certa pozione
ch’egli stesso ha paura d’ingerire.
Allora ascolta: partii per Antiochia,
dove, lo sai, a rischio della vita,( )
cercai l’acquisto d’una donna splendida
che mi potesse dar tal discendenza
da rivelarsi di sostegno al principe
e di soddisfazione ai suoi soggetti.
Mi si offrì agli occhi un volto luminoso
al di là d’ogni umana meraviglia;
ma il resto (te lo dico in un orecchio)
nero, come può essere l’incesto.
Come di primo intuito lo scopersi,
il suo peccaminoso genitore
invece di reagire con violenza
sembrò volermi blandir con dolcezza.
Ma tu sai bene che quando i tiranni
fan mostra di volerti carezzare,
è il momento d’averne più paura.
E tanto crebbe in me tale paura,
da indurmi ad involarmi da quei luoghi
sotto il manto d’una guardinga notte
che si mostrò mia brava protettrice.
Ora che sono qui, la mente mia
rimugina su quanto m’è accaduto,
e su ciò che potrebbe conseguirne.
Ch’egli fosse un tiranno lo sapevo,
e quella dei tiranni è tal paura
che non si placa, ma cresce col tempo.
E s’egli mai dovesse sospettare,
come certo non mancherà di fare,
ch’io riveli, sia pure solo all’aria,
quanto sangue di quanti degni principi
fu versato a proteggere il segreto
dell’immondo connubio del suo letto,
riempirà d’armati questa terra,
col pretesto ch’io l’abbia calunniato;
e allora, tutti i miei, per colpa mia
(se pur così m’è lecito chiamarla),
dovran subire l’urto della guerra
che non distingue colpa da innocenza.
E questa mia premura per voi tutti,
compreso te, che adesso mi rimproveri…

ELICANO - Ahimè, signore…

PERICLE - … m’ha strappato il sonno
dagli occhi, l’incarnato dalle guance,
e m’assillan la mente mille dubbi
su come io possa stornar la tempesta
prima ch’essa ci si scateni addosso;
e, poiché nutro ben poche speranze
di poter alleviar loro tal pena,
ho pensato sia carità di principe
sentirne solo in me tutto il soffrire.

ELICANO - Bene, Sire, poiché me lo domandi,
ti dirò francamente quel che penso.
Tu temi Antioco, e, giustamente, credo,
temi il tiranno che, in aperta guerra,
o per mano di qualche suo sicario
ha intenzione di toglierti la vita.
Perciò non farai male, mio signore,
a metterti per alcun tempo in viaggio,
finché si plachi in lui l’ira furiosa,
o le Parche gli tronchino lo stame.( )
Lascia ad altri la cura del governo;
se sarà data a me,
non serve con maggiore fedeltà
il giorno la sua luce all’universo
di quella ch’io porrò a servire te.

PERICLE - Sulla tua fedeltà non ho alcun dubbio,
Elicano; ma poni che in mia assenza
egli attenti alla mia sovranità…

ELICANO - Allora mischieremo tutti il sangue
a questa nostra terra,
da cui trasse ciascun natali e vita.

PERICLE - Allora, Tiro, io volgo via da te
lo sguardo per far vela verso Tarso,
dove, Elicano, aspetterò tue lettere,
dalle quali deciderò il da farsi.
Affido a te la cura dei miei sudditi
che sempre ho avuta ed ho, e del lor bene,
e so che tu saprai ben mantenerla
con saggio polso. Per la tua lealtà,
la tua parola m’è più che bastante,
e perciò non ti chiedo un giuramento:
chi non si periti d’infranger l’una,
spezzerà facilmente l’una e l’altro;
ma ciascuno di noi, nella sua sfera,( )
vive con così schietta lealtà,
che il trascorrer del tempo
mai smentirà in me questa certezza:
che in te rifulge un suddito leale,
e in me un vero principe.

(Escono)



SCENA IV - Tiro, anticamera nel palazzo del principe Pericle


Entra TALIARDO

TALIARDO - Qui, dunque, è Tiro, e questa è la sua corte.
E qui dovrei sopprimere il suo principe;
se non lo faccio, sono più che certo,
al mio ritorno, d’essere impiccato.
Un bel rischio!… Capisco quanto saggio
e dotato di buon discernimento
fosse colui che, quando gli fu chiesto
quale grazia volesse dal suo re,
rispose che suo solo desiderio
era di non conoscerne i segreti.( )
Capisco quanto avesse egli ragione
a rispondere quello che ha risposto;
perché se un re dà l’ordine a qualcuno
di delinquere, quello deve farlo,
per via della giurata fedeltà.
Zitto!… Arrivano i nobili di Tiro.

Entrano ELICANO, ESCANE e altri nobili. Taliardo si fa da parte non visto.

ELICANO - Cari colleghi, nobili di Tiro,
sulla partenza del nostro sovrano
non serve che facciate altre domande:
l’avermi delegato i suoi di poteri,
con tanto di sigillo dello stato,
dice da sé ch’egli s’è messo in viaggio.

TALIARDO - (A parte)
Come! Partito il re?…

ELICANO - Se poi volete saperne di più
sul perché ei si sia allontanato
senza una cerimonia di commiato,( )
vi posso dare qualche chiarimento.
Quando è stato in Antiochia…

TALIARDO - (c.s.)
In Antiochia?… Sentiamo…

ELICANO - … Antioco, il re,
ebbe con lui, o almeno egli ritenne,
non so per qual motivo, a dispiacersi;
ed egli allora, preso dal timore
d’esser caduto in errore od in colpa,
per dimostrare il suo rincrescimento
ha voluto punirsi da se stesso,
assoggettandosi spontaneamente
alle difficoltà d’uomo di mare,
che ad ogni istante si ritrova in bilico
tra la vita e la morte.

TALIARDO - (c.s.)
Bene, bene! Se così stan le cose,
m’accorgo che per ora, anche a volerlo,
non rischierò d’andare sulla forca!
E, visto che se n’è fuggito in mare,
che tocchi ai mari far questo piacere
al re; scampato a morte in terraferma,
andrà di certo ad incontrarla in mare.
Ora mi faccio avanti a questa gente.

(Viene avanti)

Salute e pace ai nobili di Tiro!

ELICANO - Benvenuto tra noi, nobil Taliardo.
Dalla parte di Antioco?

TALIARDO - Esattamente;
con un messaggio per il vostro principe;
ma ho saputo, già all’atto di sbarcare,
ch’egli s’è messo in mare
per lidi ignoti; sicché il mio messaggio
dovrà tornarsene donde è venuto.

ELICANO - Non abbiamo ragione
di chiederti di farcelo conoscere,
visto ch’era diretto al nostro re
e non a noi. Ma, prima che tu parta,
in segno di amicizia per Antioco,
desideriamo festeggiarti a Tiro.

(Escono)



SCENA V - Tarso. La casa del governatore Cleone


Entrano CLEONE, DIONISA e seguito

CLEONE - Dionisa, mia cara,
concediamoci un attimo di tregua
dal pensare ai presenti nostri affanni
e col racconto delle pene altrui
vediamo di dimenticar le nostre.( )

DIONISA - Oh, questo è come soffiare sul fuoco
con la speranza di riuscire a spegnerlo.
Chi s’adopra a sterrare una collina
intenzionato a ridurne l’altezza,
non fa che demolire una montagna
per innalzarne un’altra ancor più alta.
Così è di tutte queste nostre pene,
afflitto mio signore; non ci resta
che rassegnarci d’acconciarci ad esse
e mirarle con gli occhi del dolore;
perché le pene sono come gli alberi:
se crescono, e cerchiamo di sfrondarle,
si leveranno ancor più rigogliose.

CLEONE - Chi mai dirà, Dionisa, se ha fame
e non ha di che metter sotto i denti,
chi mai dirà che non vuole mangiare?
Chi può nasconder d’essere affamato,
fino a lasciarsi morire di fame?
E chi alle nostre voci di dolore
può impedire di rintronare l’aria
gridando i nostri affanni,
chi può impedire ai nostri occhi di piangere?
Finché le nostre bocche abbiano fiato,
gridino le lor pene ognor più forte;
sì che se il cielo seguita a dormire
mentre languiscono le sue creature,
possa alfine svegliarsi in loro aiuto
e finalmente recar lor conforto.
Ah, gridiamoli insieme,
invece, tutti questi nostri affanni,
che stiamo sopportando ormai da anni,
e tu, se mai mi venga meno il fiato,
aiutami col pianto.

DIONISA - Lo farò.

CLEONE - Questa Tarso, di cui ho io il governo,
città su cui cadeva l’opulenza
a piene mani, città dove l’oro
si sparpagliava fino per le strade,
e le torri levavansi sì alte( )
da baciare le nuvole,
e gli stranieri, per la meraviglia,
spalancavano gli occhi ad ogni passo;
città ove tutti, gli uomini e le donne,
si mostravano in giro per le strade
così impettiti e così ben vestiti,
quasi a farsi dell’uno all’altro specchio
per agghindarsi meglio;
ed eran le lor mense tanto colme
più di delizie che di nutrimenti,
da rallegrar la vista,
e la miseria v’era in tal dispregio,
e tanta la fierezza del benessere,
che la parola “aiuto”
venne odiosa perfino a pronunciarla…

DIONISA - Oh, quanto vero questo!

CLEONE - … ma guarda a che può mai condurre il cielo
con certi cambiamenti di fortuna!
Queste bocche cui prima, a soddisfarle,
non già per fame, ma sol per piacere,
non bastavan la terra, il mare, l’aria,
pur fornendo in gran copia i loro frutti,
ora, simili a case in abbandono,
s’insudiciano e muoiono d’inedia,
perché non fanno più le lor funzioni.
Quei palati, che ancor due estati fa,
esigevano sempre nuovi piatti
inventati a delizia del lor gusto,
oggi si riterrebbero felici
d’aver per loro anche un tozzo di pane,
e lo van mendicando. Quelle madri,
che pur di rimpinzare i lor marmocchi
non trovavano mai cibo bastante
né troppo raffinato, ora son pronte
a nutrirsi esse stesse delle carni
di quei piccoli cari tanto amati.
E sì affilato è il dente della fame,
da arrivare che tra marito e moglie
si tiri a sorte a chi debba morire
per prolungare la vita dell’altro.( )
E qui si vede un gentiluomo in pianto,
là una dama; qui molti sono i morti,
ma quelli che li vedono morire
non hanno ormai nemmeno più la forza
di dar loro una qualche sepoltura.
È vero o no?

DIONISA - Ne son testimonianza
le nostre guance e i nostri occhi infossati.

CLEONE - Oh, ascoltino queste nostre lacrime
quelle città che così largamente
assaporan la coppa della grascia,
e godon della sua prosperità
gozzovigliando in superflui bagordi.
La miseria di questa nostra Tarso
potrebbe ben domani esser la loro.

Entra un NOBILE, trafelato

NOBILE - Dov’è il Governatore?

CLEONE - È qui. Parla, di’ subito
quali altre pene vieni ad annunciarci
in tanta fretta, ché siam ben lontani
dall’aspettarci un qualsiasi conforto.

NOBILE - È in vista, al largo della nostra costa,
una flotta maestosa che dirige
visibilmente verso i nostri lidi.

CLEONE - Me l’aspettavo. Non v’è mai disgrazia
cui non ne segua un’altra,
quasi a raccoglierne l’eredità.
E quelle nostre non fanno eccezione.
Questa è qualche nazione a noi vicina,
che, profittando del nostro sfacelo,
avrà inzeppato di uomini armati
il ventre delle sue più grosse navi,
per abbatterci, noi che siamo già
senza gloria, infelici come siamo.

NOBILE - Non credo sia da paventare tanto;
ché, dai bianchi stendardi dispiegati,
è da pensar che ci portino pace,
e vengano da noi non da nemici
ma da soccorritori.

CLEONE - Fantasie!
Parli come uno che ignora il bel detto:
colui che ti dimostra il più bel riso
sta per recarti il più feroce inganno.
Ma ci portino pure quel che vogliono!
Tanto oramai che abbiamo più da perdere?
Più a terra di così, non si può scendere,
ed abbiamo già un piede nella fossa.
Va’, manda a dire al loro comandante
che siamo qui in attesa per sapere
perché viene, e da dove, e ciò che vuole.

NOBILE - Bene, vado, signore.

(Esce)

CLEONE - Benvenuta è la pace, se per pace
egli viene; se viene per la guerra,
non siamo in condizione di resistergli.

Entra PERICLE col suo seguito

PERICLE - Signor Governatore,
(ché tale abbiamo appreso che tu sei),
le nostre navi e i nostri molti armati
non siano alla tua vista sbalordita
come un sinistro segnale di fuoco.
A Tiro abbiamo avuto la notizia
dei vostri mali, e per le vostre strade
ora abbiam visto la desolazione.
Non veniamo ad aggiungere dolore
al vostro pianto, ma a lenirne il peso.
Questi nostri vascelli
che voi potreste forse riguardare
come altrettanti cavalli di Troia
rimpinzati di vene sanguinarie
pronte ad irrompere fuori e distruggervi,
sono, al contrario, stivati di grano
per il pane di cui avete urgenza,
e per ridar la vita a chi tra voi
era sul punto di morir di fame.

TUTTI - Che gli dèi della Grecia vi proteggano!
Li pregheremo in ginocchio per voi.

(Si inginocchiano tutti)

PERICLE - No, no, alzatevi, vi prego, alzatevi,
non veniamo a cercare riverenze,
ma solo amore e asilo per noi stessi,
per i nostri vascelli e i nostri uomini.

CLEONE - Se c’è uno solo qui, che non sia pronto
ad accettar queste vostre richieste,
o vi risponda con ingratitudine,
sia pure solamente col pensiero,
foss’egli nostra moglie, nostro figlio,
o noi stessi, che piova su di lui
maledizione dal cielo e dagli uomini!
Fin quando ciò non sia - e spero mai -
la tua persona sia la benvenuta
in mezzo a noi, nella nostra città.

PERICLE - E noi gradiamo questo benvenuto;
e vi chiediamo intanto di ospitarci,
finché le nostre stelle, or corrucciate,
non tornino a sorriderci.

(Escono)


ATTO SECONDO



Entra Gower( )

GOWER - Avete dunque visto un re potente
trascinare la figlia consenziente
all’incesto;( ) ed un re, di lui migliore,
gran gentiluomo e amabile signore,
che si mostrerà degno di rispetto
sia nell’agire che in ogni suo detto.
Statevi adesso quieti,( ) ad ascoltare
com’ei traversi le sue prove amare.
Vi mostrerò che chi in affanno regna
e delle sue sventure non si lagna,
perde una pietra, acquista una montagna.
Il personaggio di cui qui è questione,
e al quale va la mia benedizione,
a Tarso vive ancor da tutti amato,
al pari d’un oracolo ascoltato,( )
e dove, a perpetuarne la memoria,
erigono una statua in sua gloria.
Ma di lui stanno per portar le scene
agli occhi vostri le dolenti pene,
sì che a me più parlare non conviene.

(Esce)

PANTOMIMA

Entra, da un lato, PERICLE, discorrendo con CLEONE, ciascuno dei due con il proprio seguito; dal lato opposto un GENTILUOMO che porge un messaggio a Pericle. Questi porge lo scritto a Cleone, dà una ricompensa al gentiluomo, e lo arma cavaliere. Quindi escono tutti, Pericle da una parte, Cleone dall’altra.

Rientra GOWER, in funzione di coro, per spiegare il significato della pantomima

GOWER - Ora il buon Elicano,
rimasto a Tiro non per sugger miele,
come un fuco, dalle fatiche altrui,
ma per oprare ad estirpare il male
e tener vivo il bene,
adempiendo al volere del suo sire
di quanto accade là gli manda a dire:
Taliardo accorso, in subdolo disegno,
per togliergli la vita insieme al regno;
a Tarso più non convenir restare
per Pericle, ed in patria ritornare.
Sì che questi, seguendo tal consiglio,
del mare affronta ancora il gran periglio.
Ed ecco, il vento già le vele ha rotto,
di sopra il tuono e gli abissi di sotto
fan del povero legno tal sconquasso,
ch’esso è ben presto fracassato e casso.
E il poveretto, che tutto ha perduto,
di costa in costa dai flutti è sbattuto,
uomini e cose il mare gli ha inghiottito,
e nessun altro, tranne lui, scampato;
finché Fortuna, stanca di vessarlo,
lo getta sulla riva, a confortarlo.
Ed eccolo che viene. Quanto al resto,
non a Gower - vogliate perdonarlo -
appartiene di dirvelo, ma al testo.

(Esce)



SCENA I - Pentapoli. Una spiaggia


Entra PERICLE, tutto inzuppato

PERICLE - L’ira vostra placate, irate stelle!
Voi, vento, pioggia e tuono, ricordate
che vile ammasso di materia è l’uomo,
e a voi non può che cedere e piegarsi;
ed io, che tale sono, vi obbedisco.
Gettato, ahimè, dal mare sugli scogli,
trascinato dall’una all’altra costa,
altro moto di vita non mi resta
che per pensare all’imminente morte.
Ma basti, a gloria del vostro potere,
l’aver privato d’ogni sua fortuna
un principe, che, essendo qui scagliato
fuor dell’umida vostra equorea tomba,
altro non chiede che morire in pace.

Entrano tre PESCATORI

1° PESCATORE - (Al 3° Pescatore)
Via, via, tu, giubba rattoppata, muoviti!

2° PESCATORE - E va’ a prender le reti. Su, alla svelta!

1° PESCATORE - Beh, ci senti, bragaccia rattoppata?

3° PESCATORE - Dicevi a me, capoccia? Che ti serve?

1° PESCATORE - Che badi a darti da fare, e alla svelta!
O vengo a muoverti io con le brutte!

3° PESCATORE - Ripensavo, capoccia, in fede mia,
a quei poveri cristi naufragati
sotto i nostri occhi, appena poco fa.

1° PESCATORE - Eh, sì, poveri diavoli! Che pena
sentir le loro grida di soccorso,
quando - maledizione! - appena appena
si riusciva a soccorrer noi stessi!

3° PESCATORE - Eh, però, capo, io l’avevo detto,
quando ho visto saltar quella focena
fuor del pelo dell’acqua e far capriole!
Quegli animali sono, a quanto dicono,
metà pesce e metà carne animale.
Accidentacci a quando sono nati!
Non c’è una volta che si faccian vivi,
e ch’io non rischio di finire a mollo!
Mi domando, capoccia, come i pesci
possono fare a vivere nel mare.

1° PESCATORE - Beh, come gli uomini qui, sulla terra:
i più grossi si mangiano i più piccoli.
A nient’altro saprei paragonare
meglio che a una balena un ricco avaro;
quella, tra mille scherzi e tuffi e salti,
si spinge avanti a sé mille pescetti
e poi se li divora in un boccone.
E di balene della stessa specie
ho sentito parlare, sulla terra,
che non la smettono più d’ingozzarsi
finché non abbiano mandato giù
nel grosso ventre un’intera parrocchia:
chiesa, campane, campanile e tutto.

PERICLE - (A parte)
Perfetto! Un paragone ineccepibile!

3° PESCATORE - Però, capo, quando è successo questo,
se fossi stato io il sagrestano,
sarei rimasto in cima al campanile.

2° PESCATORE - Ah, sì? Perché?

3° PESCATORE - Perché stando lassù,
quello avrebbe ingoiato pure me;
e, com’io fossi entrato nel suo ventre,
mi sarei messo a fare un tal fracasso
con le campane, che quello, alla fine,
avrebbe rigettato dalla bocca
campane, chiesa, campanile e tutto.
Magari la pensasse come me
anche il buon re Simonide!…

PERICLE - (c.s.)
Simonide?…

3° PESCATORE - Purgheremmo il paese da quei fuchi
che van rubando alle api tutto il miele.

PERICLE - (c.s.)
Con quanto senno questi pescatori
san ricavare le miserie umane
dagli squamosi sudditi del mare,
e dedurre, da quel liquido impero,
tutto quello che gli uomini quaggiù
possono giudicar buono o cattivo!

(Si fa avanti e si mostra ai Pescatori)

Sia pace a voi ed al vostro lavoro,
onesti pescatori!

2° PESCATORE - “Onesti”, hai detto?
Brav’uomo, che cos’è questa parola?
S’è un qualche giorno che sta bene a te,
portalo pure via dal calendario,
perché nessuno verrà a reclamarlo.( )

PERICLE - Quello che voi avete avanti agli occhi
è qualcosa che il mare ha vomitato
sopra le vostre spiagge…

2° PESCATORE - Che fottuto sbornione è stato il mare,
a rigettarti sulla nostra strada…

PERICLE - … uno col quale il vento ed i marosi
hanno giocato a palla,
in quell’immenso lor campo di gioco;
uno che chiede la vostra pietà,
anche se non è uso a mendicare.

1° PESCATORE - Davvero, amico, non sai mendicare?
In Grecia, qui da noi, ce n’è di quelli
che buscano più loro a mendicare
che noi a buttar sangue a lavorare.

2° PESCATORE - Sarai capace almeno di pescare?

PERICLE - In verità, non l’ho mai praticato.

2° PESCATORE - Allora, amico, creperai di fame,
sicuramente. Qui non becchi nulla,
se non saprai pescartelo da te.( )

PERICLE - Io non so più quello che sono stato,
ma a ricordarmi quel che sono adesso
me l’insegna il bisogno in cui mi trovo:
un pover’uomo rattratto dal freddo,
col sangue che si gela nelle vene,
cui non resta di vita più di tanto
che basti appena a scaldargli la lingua
per consentirgli di chiedervi aiuto.
Se voi mi rifiutate questo aiuto,
io morirò; e quando sarò morto,
datemi almeno umana sepoltura,
perché son uomo anch’io.

1° PESCATORE - Morire, hai detto? Gli dèi non lo vogliano!
Ho qui un giaccone. Bùttatelo addosso,
ti scalderà… Su, animo, bel tomo!
Ora verrai a casa insieme a noi,
e avremo carne nei giorni di festa,
e pesce per i giorni di digiuno,
in più qualche budino con frittelle.
E sarai benvenuto in mezzo a noi.

PERICLE - Grazie, signore.

2° PESCATORE - Amico, senti un po’:
hai detto che non sai accattonare?

PERICLE - No. Mi bastava chieder per favore,
per ottenere quello che volevo.

2° PESCATORE - Chiedere per favore!
Mi metto a fare anch’io il chieditore,( )
allora, per avere quel che voglio,
così scampo dall’essere frustato.

PERICLE - Perché, da voi chi chiede l’elemosina
è frustato?

2° PESCATORE - Non tutti, amico, no;
perché se tutti i nostri mendicanti
venissero frustati, io per me
non cercherei migliore occupazione
che fare il frustatore di mestiere.
Capoccia, vado a tirar su la rete.

(Escono il 2° e 3° Pescatore)

PERICLE - Com’è connaturato al lor lavoro
questo schietto umorismo!…

1° PESCATORE - Senti, amico, lo sai dove ti trovi?

PERICLE - Non proprio.

1° PESCATORE - Allora te lo dico io:
questa regione si chiama Pentapoli,
e Simonide il Buono è il nostro re.

PERICLE - “Il Buono”… Lo chiamate voi così?

1° PESCATORE - Sì, e questo appellativo se lo merita,
per il suo buon governo e per la pace
che sa ben mantenere nel paese.

PERICLE - Dev’essere un monarca fortunato,
per meritarsi il nome di “Re Buono”
dai suoi sudditi, per il buon governo.
Quanto è distante da qui la sua reggia?

1° PESCATORE - Eh, una mezza giornata di cammino.
Ti dirò pure ch’ha una bella figlia,
che domani festeggia il compleanno;
e son venuti qui, per l’occasione,
principi e cavalieri da ogni parte,
a torneare e giostrare per lei.

PERICLE - Se le fortune mie fossero adesso
all’altezza dei desideri miei,
vorrei essere anch’io uno di loro.

1° PESCATORE - Le cose, amico, vanno come vanno;
e quello ch’è impossibile ottenere
lo si può legalmente negoziare.( )

Rientrano il 2° e il 3° Pescatore traendo una rete

2° PESCATORE - Capoccia, aiuto, aiuto! Qui c’è un pesce
ch’è rimasto impigliato nella rete,
come il diritto d’un povero diavolo
caduto nelle maglie della legge.
E non c’è verso di tirarlo fuori…
Ah, che gli prenda un colpo, ce l’ho fatta!
È una vecchia armatura arrugginita.

PERICLE - Un’armatura? Fatela vedere…
Grazie, Fortuna, dopo tante croci
mi dài qualcosa che mi risolleva!
Anche se questa era già cosa mia,
in quanto parte dell’eredità
legata a me da mio padre in sua morte,
con questa stretta raccomandazione:
“Pericle mio, conservala con te,
perch’essa troppe volte è stata scudo
tra me stesso e la morte”;
e poi, indicandomi questo bracciale:
“Serbalo - disse - un giorno m’ha salvato;
ed in egual pericolo di vita
- dal quale ti proteggano gli dèi -
esso potrà salvare pure te”.
Sicché io l’ho tenuta con amore
dovunque andassi, tanto m’era cara,
finché la furia del selvaggio mare,
che non risparmia niente, se la prese,
ed ecco, ora, placata, me la rende.
Ed io ve ne ringrazio: il mio naufragio
non sarà stato più per me un tormento,
se qui riottengo, con questa armatura,
il nobile retaggio di mio padre.

1° PESCATORE - E adesso, amico, che intenzioni avresti?

PERICLE - Chiedervi, buoni amici,
di riaver per me quest’armatura,
perch’essa ha fatto da scudo ad un re:
la riconosco qui, da questo segno.
Egli mi amava assai teneramente,
ed io per amor suo vorrei riaverla;
e poi vi chiedo di guidarmi a corte
dal vostro re, dove, con questa indosso,
io gli possa apparire un cavaliere.
E se la mia fortuna oggi sì scarsa,
avrà tempi migliori, vi prometto
che ben saprò come ricompensarvi
per questa vostra generosità;
fino ad allora vi rimango in debito.

1° PESCATORE - Ah, vuoi giostrare per la principessa?

PERICLE - Voglio mostrare il mio valore in campo.

1° PESCATORE - Ebbene, allora prendila,
e che gli dèi te ne portino bene.

2° PESCATORE - Sì, però, amico, sta’ bene a sentire:
ricordati che siamo stati noi
a ritagliarti codesto indumento
dalle costure ruvide dell’acque:( )
ci dovranno pur essere, per noi,
certi condogliamenti,( )
sì, dico, insomma, certi benefici.
Spero, se tutto ti va pel suo verso,
che ti ricorderai donde è venuta.

PERICLE - Certo che lo ricorderò, credetemi.
È grazie al vostro generoso aiuto
ch’io mi ritrovo vestito d’acciaio,
e, a dispetto del rapinoso mare,
questo gioiello( ) è saldo ora al mio braccio.
(Rivolto al bracciale)
Con quello che tu vali
io monterò in sella ad un corsiero
che farà deliziare col suo passo
chiunque gioirà a vederlo incedere.
Solo mi manca, amico, una gualdrappa.

2° PESCATORE - Ci penserò io stesso a provvedertela:
ti faccio ritagliare a tua gualdrappa
il mio miglior mantello,
e alla corte ti guiderò io stesso.

PERICLE - Allora sia l’onore la mia meta.
Questo è un giorno nel quale o mi rialzo,
oppure aggiungo disgrazia a disgrazia.

(Escono)



SCENA II - Pentapoli. Una pubblica strada o un luogo aperto che conduce alla lizza, da un lato della quale un padiglione destinato ad accogliere il Re, la Principessa, i Nobili e il resto.


Entrano SIMONIDE, TAISA, Nobili e persone del seguito

SIMONIDE - Son pronti i cavalieri pel torneo?

1° NOBILE - Pronti. Aspettano solo il tuo arrivo
per la presentazione, mio signore.

SIMONIDE - Bene, avvertiteli che siamo qui,
e che la principessa nostra figlia,
in onore del cui anniversario
si tien questo torneo, è qui seduta
come la figlia della dea Bellezza,
che Natura ha creato perché gli uomini
potessero ammirarla estasiati.

TAISA - Ti compiaci, regal mio genitore,
d’esprimer su di me sì alte lodi,
forse perch’io ne merito assai meno.

SIMONIDE - Nient’affatto: dev’essere così!
Perché i principi sono un tal modello
fatto dal cielo a somiglianza sua,
e così come perdono i gioielli
la loro luce se tenuti male,
così perdono i principi la fama,
se non esposti al pubblico riguardo.( )
Ed ora a te l’onore, figlia mia,
d’interpretare i motti nobiliari
sulle imprese dei vari cavalieri.

TAISA - Ne farò, Sire, un impegno d’onore.

Entra un Cavaliere, passa oltre, mentre il suo scudiero presenta lo scudo alla Principessa

SIMONIDE - Chi è costui che si presenta primo ?

TAISA - Un cavaliere di Sparta, signore,
e l’impresa che reca sullo scudo
è un nero etiope, e punta il dito al sole,
con questo motto: “Lux tua, vita mihi”.

SIMONIDE - Già: t’ama chi da te riceve vita.

Passa il secondo Cavaliere

Chi è il secondo?

TAISA - Un principe macedone,
e l’impresa che reca sullo scudo
è un cavaliere armato nel momento
d’esser conquistato da una dama;
e il motto, scritto in idioma spagnolo,
dice: “Più por dolzura che por fuerza”.( )

Passa il terzo Cavaliere

SIMONIDE - E il terzo?

TAISA - Il terzo proviene da Antiochia
e l’impresa che reca sullo scudo
è una ghirlanda di cavalleria,( )
col motto: “Me provexit pompae apex”.( )

Passa il quarto Cavaliere

SIMONIDE - Che reca nella sua impresa il quarto?

TAISA - Una fiaccola accesa capovolta
col motto: “Qui me aluit, me extinguit”.( )

SIMONIDE - Il che significa che la bellezza
ha il potere di spegnere o infiammare
a suo talento e forza e volontà.

Passa il quinto Cavaliere

TAISA - Il quinto ha come impresa sullo scudo
una mano che spunta dalle nuvole
sostenendo dell’oro ch’è saggiato
dalla pietra di paragone,( ) e il motto
che reca dice: “Sic spectanda fides”.( )

Passa il sesto Cavaliere, che è Pericle

SIMONIDE - E questo sesto ed ultimo
chi è, che con sì nobil cortesia
presenta la sua impresa sullo scudo?

TAISA - Uno straniero sembra, all’apparenza;
e quello che presenta come impresa
è ramo secco, solo verde in cima.
“In hac spe vivo” si legge nel motto.

SIMONIDE - Una bella morale: vuole intendere
di sperare che dal reietto stato
in cui ora si trova, grazie a te,
ritornino a fiorir le sue fortune.

1° NOBILE - Dovrebbe intendere alcunché di meglio
di quanto possa dire in suo favore
l’aspetto con il quale si presenta:
perché in quel suo arrugginito arnese
si direbbe che sia piuttosto avvezzo
a maneggiar la frusta( ) che la lancia.

2° NOBILE - Dev’essere senz’altro uno straniero,
per presentarsi ad un torneo d’onore
equipaggiato in quello strano modo.

SIMONIDE - Non si può giudicare dall’aspetto
la consistenza interiore d’un uomo.

(I sei Cavalieri traversano la scena)

Ma fermi: i cavalieri entrano in lizza.
Ritiriamoci sotto il padiglione.

(Grandi acclamazioni e grida di: “Evviva
il cavaliere povero!”)( )



SCENA III - Pentapoli. La grande sala dei ricevimenti della reggia. È allestito un banchetto.


Entrano SIMONIDE, TAISA, PERICLE, Dame, Nobili, Cavalieri di ritorno dal torneo, il Maestro delle cerimonie e persone del seguito.

SIMONIDE - Cavalieri! Considero superfluo
dirvi che siete tutti benvenuti.
E apporre, quasi a mo’ di frontespizio
al libro delle vostre imprese, un plauso
al valor vostro nel mestier dell’armi,
sarebbe più che vi possiate attendere,
o che a voi si convenga,
ché il valore si loda da se stesso
nel suo stesso mostrarsi.
Disponetevi adesso all’allegria,
come s’addice a un allegro convito.
Voi siete principi e miei convitati.

TAISA - (A Pericle)
A te, però, mio cavaliere ed ospite,
io offro questo serto di vittoria,
e così t’incorono come re
di questo giorno di felicità.

PERICLE - Più fortuna che merito, signora.

SIMONIDE - Di’ come vuoi; ma la giornata è tua.
E qui nessuno, spero, ne è geloso.
Ogni arte, nel foggiare i propri artisti,
procede sempre con questo criterio:
alcuni ne fa buoni, altri eccellenti.
E tu ne sei l’allievo più compiuto.
E adesso su, regina della festa
- perché tale tu sei, figliola mia -,
vieni a sederti qui.
Mastro Cerimoniere, tutti gli altri
si dispongan secondo il loro rango.

CAVALIERI - Il buon Simonide molto ci onora.

SIMONIDE - Siete voi che allegrate i nostri giorni
con la vostra presenza;
l’onore noi lo teniamo ben caro,
e chi odia l’onore odia gli dèi.

CERIMONIERE - (A Pericle)
Cavaliere, il tuo posto è quello là.

(Gli indica il posto vicino a Taisa)

PERICLE - Altri forse ce n’è di me più degno.

1° CAVALIERE - Non fare complimenti, cavaliere;
ché qui ti trovi in mezzo a gentiluomini
che né col cuore giammai né cogli occhi
hanno invidiato i grandi
come non hanno disprezzato gli umili.

PERICLE - Siete tutti cortesi cavalieri.

SIMONIDE - Siedi qui, cavaliere, siedi qui.

(Pericle si siede direttamente di fronte a Simonide e a Taisa. I convitati cominciano a mangiare. Pericle resta muto senza toccare cibo).

(A parte)
Per Giove, re dei miei pensieri, è strano!
Tutte queste golose squisitezze
non mi tentano, penso solo a lui.( )

TAISA - (A parte)
Per Giunone, regina delle nozze,
è strano!… Tutto mi sembra insapore
quello che mangio, sol desiderando
come mio cibo lui….

(Al padre)
Certo, è un valoroso cavaliere…

SIMONIDE - Bah, solo un signorotto di campagna,
e non mi pare che abbia fatto meglio
di quanto han fatto gli altri cavalieri.( )
Ha spezzato una lancia o due, non più.
Perciò lasciamo andare.

TAISA - (A parte)
A me sembra un diamante in mezzo a vetri.

PERICLE - (A parte)
Questo re è il ritratto di mio padre,
mi ricorda la sua gloria d’un tempo,
quando aveva, seduti intorno al trono,
i suoi principi, come tante stelle,
a riverirlo, e lui in mezzo: il sole!
Né v’era astro minore che, a guardarlo,
non inchinasse la propria corona
dinnanzi alla di lui supremazia;
mentr’io, suo figlio, non son che una lucciola,
che brilla sol nel buio della notte,
per poi sparire al primo far del giorno.
Da ciò vedo che il Tempo è il re degli uomini,
che li fa nascere e li fa morire
a suo talento,( ) concedendo loro
ciò ch’esso vuole, non ciò ch’essi chiedono.

SIMONIDE - Bene, siete contenti, cavalieri?

CAVALIERI - Chi potrebbe non esserlo, Simonide,
alla presenza della Tua Maestà?

SIMONIDE - Ecco una coppa colma fino all’orlo:
che ciascuno di voi, che nutre amore,
voglia appoggiarci il labbro
alla salute della donna amata.( )
Io brindo alla salute di voi tutti.

CAVALIERI - Grazie, Maestà.

SIMONIDE - Però, aspettate un po’!
Quel cavaliere se ne sta laggiù( )
con un’aria un po’ troppo malinconica,
come se l’accoglienza a questa corte
non sia stata all’altezza del suo merito.
Non l’hai notato, Taisa?

TAISA - Sì, ma che posso farci, padre mio?

SIMONIDE - Figliola, senti: i principi, quaggiù,
devono comportarsi nella vita
come gli dèi lassù, che, generosi,
dispensano i lor doni a chi li onora;
e quelli che così non si comportano
somigliano a quei grossi calabroni
che volano facendo un gran ronzio,
ma se li uccidi, resti sbalordito.( )
Se vuoi fare perciò a quel cavaliere
più gradito il suo ingresso in mezzo a noi,
qua, digli che beviamo in onor suo
questa coppa di vino.

TAISA - Padre mio,
ahimè, mi pare non s’addica a me
mostrarmi così ardita
davanti a un cavaliere forestiero.
Potrebbe non gradirlo: spesso gli uomini
scambiano per un atto d’impudenza
la cortesia che viene da una donna.

SIMONIDE - Sciocchezze! Avanti, fa’ come ti dico,
se non vuoi dispiacermi.

TAISA - (A parte)
Per gli dèi!
Non mi poteva far più gran piacere!

SIMONIDE - E digli inoltre che vogliam conoscere
donde viene, il suo nome, il suo casato.

TAISA - (A Pericle)
Signore, il Re, mio padre,
ha fatto un brindisi alla tua salute…

PERICLE - Lo ringrazio.

TAISA - … augurandosi che a te
abbia a tornare altrettanto buon sangue.

PERICLE - Ringrazio lui e te di questo augurio
e lo ricambio a lui di tutto cuore.

TAISA - Inoltre vuol sapere donde vieni,
ed il tuo nome con il tuo casato.

PERICLE - Vengo da Tiro, Pericle è il mio nome,
gentiluomo di nobile casata,
educato nelle arti e nelle armi.( )
Nell’andare pel mondo, alla ventura,
fui privato, dal ribollente mare,
di navi e d’equipaggi, e rigettato,
naufrago, sopra questa vostra sponda.

TAISA - (Al padre)
Ti ringrazia dell’ospitalità;
si chiama Pericle; viene da Tiro,
è un gentiluomo. Una tempesta in mare
l’ha privato di navi e di equipaggi,
e l’ha gettato sulle nostre sponde.

SIMONIDE - Oh, per gli dèi, compiango la sua sorte,
e vo’ scrollarlo dalla sua tristezza.

(A tutti)
Orvia, signori, su, non indugiamo
in frivolezze, consumando un tempo
che potremmo impiegare in altri svaghi.
Una danza guerresca, per esempio,
s’intonerebbe molto egregiamente
alle armature onde siete vestiti.
E non accetto scuse, come a dire
che il rintronar dell’armi è troppo cruda
musica per l’orecchio delle dame;
perché gli uomini in armi( )
sono ad esse graditi
non men ne che nudi dentro i loro letti.

(I cavalieri intrecciano una danza guerresca)

Così volevo: ben chiesto, e ben fatto!

(A Pericle)
Cavaliere, c’è qui una gentildonna
che vuole anch’essa sgranchirsi le gambe;
e so che voi, cavalieri di Tiro,
siete maestri a far prillar le dame,
e avete delle danze sopraffine.

PERICLE - Sì, signore, è così, per chi le pratica.

SIMONIDE - Oh, ma questo significa smentire
la fama della vostra cortesia!

(Danzano insieme cavalieri e dame)

Basta, basta! Scioglietevi! Scioglietevi!
Grazie a tutti, signori. Tutti bravi!

(A Pericle)
E tu meglio degli altri…
Paggi e torce,
accompagnate questi cavalieri
ai loro rispettivi alloggiamenti.

(A Pericle)
Per quello tuo, abbiam già disposto
che sia vicino al nostro, cavaliere.

PERICLE - Com’è tuo beneplacito, Maestà.

SIMONIDE - Principi, l’ora è tarda
per trattenersi a parlare d’amore,
anche se so che a questo voi mirate;
ma vada ognuno adesso al suo riposo;
domani faccia ciascuno il suo meglio
per avere successo in questo gioco.

(Escono)



SCENA IV – Tiro, stanza in casa del Governatore


Entrano ELICANO e ESCANE

ELICANO - No, Escane, làsciatelo dir da me:
Antioco era colpevole d’incesto.( )
Per questo soprattutto gli alti numi
non intendendo rimandar più a lungo
la condanna che avevano già in serbo
per quell’odiosa colpa capitale,
proprio mentre era al culmine superbo
della sua gloria, e, a fianco di sua figlia,
si trovava seduto su di un cocchio
d’inestimabile valore, quando
una folgore venne giù dal cielo
che fece raggricciare i loro corpi,
rendendoli talmente disgustosi
e puzzolenti, che tutti quegli occhi
che prima della loro distruzione
li avevano adorati,
disdegnavano ora di dar mano
a seppellirli.

ESCANE - Molto strano, invero.

ELICANO - E conforme a giustizia, tuttavia;
ché per grande che fosse questo re,
tutta la sua grandezza non bastò
a sbarrare quel fulmine dal cielo,
a castigare il suo peccato.

ESCANE - È vero.

Entrano tre SIGNORI

1° SIGNORE - Ecco, non c’è altr’uomo fuor che lui
(Indica Elicano)
ch’egli( ) riceva in udienza privata.

2° SIGNORE - È un’offesa che non può seguitare
senza nostra decisa rimostranza!

3° SIGNORE - E maledetto chi non è con noi!

1° SIGNORE - E allora, via, seguitemi.

(A Elicano)
Elicano, signore, una parola.

ELICANO - A me? Ben volentieri, miei signori!
Felice giorno a tutti.

1° SIGNORE - Sappi che in tutti noi l’irritazione
è giunta al colmo e sta per traboccare.

ELICANO - La vostra irritazione? Per che cosa?
Spero che non abbiate l’intenzione
di fare offesa al vostro amato principe.

1° SIGNORE - Né tu, Elicano, quella di far torto
a te stesso. Se è vero ch’egli vive,
fa’ che si possa almeno salutarlo,
e sapere qual terra è rallegrata
attualmente dal suo regal respiro.
S’è ancora in questo mondo,
vedremo di scovarlo dove sta;
e se riposa in pace in una tomba,
lo troveremo là, dov’è sepolto.
Insomma, s’egli vive, ci governi,
se è morto, ci sia dato almeno il modo
di piangerne la perdita,
e procedere a libere elezioni.( )

2° SIGNORE - E poiché la sua morte, a nostro avviso,
è la cosa che appare più probabile,
e dunque questo regno è senza un capo,
e perciò destinato alla rovina
come un bell’edificio senza tetto,
noi tutti, alla tua nobile persona,
che meglio sa governare e regnare,
ci dichiariamo sudditi obbedienti
come a nostro sovrano.

TUTTI - A lungo viva il nobile Elicano!

ELICANO - No, amici, se volete bene a Pericle,
ritirate da me questi suffragi,
adoperatevi a più nobil causa.
Se consentissi al vostro desiderio,
sarebbe come fare un salto in mare,
dove un solo minuto di benessere
si può pagare con ore d’angoscia.
Mi sia permesso scongiurarvi, amici,
di pazientare ancor dodici mesi
per questa assenza del vostro sovrano;
qualora allo spirar di questo termine
egli non fosse ritornato in patria,
vi prometto che m’indurrò a portare
con tutta la pazienza dei miei anni
il giogo che volete adesso impormi.
Se poi non posso proprio conquistarvi
a quest’atto d’amore,
andate pure alla di lui ricerca,
voi nobili, da nobili suoi sudditi,
mettete pure in opera, a cercarlo,
l’avventurosa vostra abilità.
Vorrà dire che se lo troverete
e lo convincerete a ritornare,
siederete di nuovo intorno a lui
come diamanti intorno alla corona.

1° SIGNORE - Stolto chi non si arrende alla saggezza;
e poiché Elicano ce l’ingiunge,
noi ci mettiamo in viaggio,
a tentar di riuscire nell’impresa.

ELICANO - Ora mostrate di volermi bene,
com’io a voi. Teniamoci uniti.( )
Quando la nobiltà è così compatta,
la sanità d’un regno è garantita.

(Escono)



SCENA V - Pentapoli. Una stanza nella reggia


Entra SIMONIDE, da una parte, leggendo una lettera; i Cavalieri gli vengono incontro dall’altra

1° CAVALIERE - Una buona mattina al buon Simonide.

SIMONIDE - Cavalieri, da parte di mia figlia
v’informo ch’ella, per dodici mesi,
non intende pensare ad accasarsi.
Il motivo lo sa soltanto lei,
ed io non ho alcun mezzo per strapparglielo.

2° CAVALIERE - Potremo almeno ottener di vederla?

SIMONIDE - No, no, nella maniera più assoluta.
S’è rinchiusa così gelosamente
nelle sue stanze, che questo è impossibile.
Da oggi in poi, e per dodici lune,
indosserà la tunica di Diana:( )
l’ha giurato sul casto occhio di Cinzia,
e sul suo stesso onore verginale,
e non lo romperà, sono sicuro.

3° CAVALIERE - Allora noi, sia pure con rammarico,
dobbiamo prendere da voi congedo.

(Escono i Cavalieri)

SIMONIDE - E così sono belli e liquidati.
Vediamo adesso che scrive mia figlia:

(Apre un foglio e legge)
o sposa, dice qui, quel cavaliere
straniero, o giura che non vedrà più
luce del giorno… Bene, mia signora!
La tua scelta s’accorda con la mia.
Questo mi va perfettamente a genio.
Però, com’è decisa la ragazza!
Senza curarsi se a me piaccia o no!
Bah, visto che la cosa mi sta bene,
non sarò certo io a ritardarla…
Ma stiamo zitti. Ecco, arriva lui…
Mi toccherà mostrarmi indifferente.

Entra PERICLE

PERICLE - Salute e gioia a Simonide il buono!

SIMONIDE - Lo stesso a te. Ti debbo render grazie
per la dolce notturna serenata.
Mai s’erano nutrite le mie orecchie
d’armonie così belle, t’assicuro.

PERICLE - Non il mio merito è da lodare,
ma il tuo grazioso gradimento, Sire.

SIMONIDE - No, della musica tu sei maestro.

PERICLE - Il peggiore dei suoi scolari, Sire.

SIMONIDE - Permettimi di farti una domanda,
cavaliere: che pensi di mia figlia?

PERICLE - Ch’è una molto virtuosa principessa.

SIMONIDE - Ed anche bella, no?

PERICLE - Oh, sì, stupenda!
Come un glorioso mattino d’estate.

SIMONIDE - Anche di te mia figlia, cavaliere,
devo dire che pensa tutto il bene,
al punto che ti vuole suo maestro
(di musica). Riflettici un po’ su.

PERICLE - Ma io non sono all’altezza di tanto.

SIMONIDE - Lei non pensa così. Toh, leggi qua,
da’ soltanto una scorsa a questo scritto.

PERICLE - (A parte)
Ma che storia è mai questa? Una sua lettera
per dire al padre ch’ella è innamorata( )
del cavalier di Tiro!
È un tranello del re, una via traversa
per aver la mia vita, son sicuro!( )
Ah, non cercar, grazioso mio signore,
d’intrappolare adesso un gentiluomo
straniero e sventurato come me,
che non ha mai mirato così in alto
da aspirare alla mano di tua figlia,
ma ha fatto tutto sol per onorarla!

SIMONIDE - M’hai stregato la figlia, traditore!

PERICLE - Per gli dèi, non è vero! Mai l’ho offesa,
nemmeno col pensiero, né mai atto
feci per guadagnarmi l’amor suo
e il vostro dispiacere.

SIMONIDE - Tu menti, traditore!

PERICLE - Traditore?…

SIMONIDE - Sì, traditore!

PERICLE - Se non fosse il re,
per gli dèi, a chiamarmi traditore,
gli ricaccerei in gola la menzogna!

SIMONIDE - (A parte)
Oh, per gli dèi, plaudo al suo coraggio!

PERICLE - Le mie azioni, sire,
sono nobili come i miei pensieri
che non sanno di bassa discendenza.
Per procacciarmi onore
io son venuto qui alla tua corte,
non già per far la parte di ribelle
al suo potere; e chi dice altrimenti
questa mia spada è pronta a dimostrargli
ch’è lui, non io, nemico dell’onore.

SIMONIDE - Tu neghi? Ecco mia figlia.
Lei può testimoniare quanto dico.

Entra TAISA

PERICLE - Se sei virtuosa quanto sei leggiadra,
dichiara al tuo incollerito padre
se la mia lingua abbia mai pronunciato
o la mia mano scritto anche una sillaba
che ti volesse profferire amore.

TAISA - Perché, straniero? E se l’avessi fatto,
chi si sarebbe mai sentito offeso
di ciò che avrebbe fatto lieta me?

SIMONIDE - Ehilà, signora, si va per le spicce!

(Tra sé)
Ne son proprio felice, in fondo al cuore!

(Forte)
Ma io ti domerò,
saprò ben io ridurti all’obbedienza!
E tu vorresti, senza il mio consenso,
concedere il tuo amore a un forestiero?

(A parte)
Che poi, per quanto ho potuto capire,
sarebbe - né so credere il contrario -
di lignaggio non inferiore al mio.

(Forte)
Perciò, sentimi bene, mia signora:
o tu starai alla mia volontà,
- e ascoltami anche tu, bel cavaliere:
o tu ti lasci comandar da me,
o io, per Giove, sapete che faccio?…
Vi faccio tutti e due marito e moglie!
Su, avanti, suggellate questo patto,
ragazzi, con le mani e con le labbra!…
Ed or che son congiunte, so ben io,
a distruggere tutti i vostri sogni,
e a maggior pena… il cielo vi dia gioia!
Contenti?…

TAISA - (A Pericle)
Sì, se tu, signore, m’ami.

PERICLE - Come la vita mia ama il mio sangue,
che la vivifica.

SIMONIDE - D’accordo entrambi?

PERICLE e TAISA - Sì, se piace così alla tua maestà.

SIMONIDE - A me piace a tal segno,
che vi voglio veder marito e moglie;
e poi a letto, il più presto possibile!( )

(Escono)


ATTO TERZO



Entra GOWER

GOWER - Il sonno ha spento ormai ogni clamore,
e per tutto il palazzo altro rumore
non s’ode che un russare, appesantito
dal troppo cibo da tutti ingozzato
nella fastosa regale atmosfera
di questo ricco festino nuziale.
Ora il gatto, coi suoi occhi di brace,
s’acquatta avanti alla tana del topo;
e i grilli cantano davanti al forno
la gioia del calore ch’hanno intorno.
Per man la sposa Imene( ) ha accompagnato
al talamo da quella desiato,
dove, perdendo la verginità,
ella un bambino ha concepito già.
Ed ora badi ognun qui convenuto
a riempire con la fantasia
il tempo ch’è finora corso via.
La pantomima, in suo linguaggio muto,
cercherà di mostrarvi l’accaduto;
io, con la voce, per quanto potrò
d’essa l’allegoria vi spiegherò.

PANTOMIMA

Entrano, da un lato, PERICLE e SIMONIDE con seguito. Un messaggero va loro incontro, s’inginocchia e porge a Pericle una lettera. Pericle mostra la lettera a Simonide. I Nobili s’inginocchiano davanti a lui. A questo punto entra TAISA, visibilmente incinta, e con lei la nutrice LICORIDE. Simonide mostra la lettera a sua figlia, la quale dà segni di grande gioia. Poi Taisa e Pericle si congedano da Simonide e partono.

Per molte aspre contrade,
ora, per tutti gli angoli e le strade,
si cerca Pericle con la pazienza
e con la scrupolosa diligenza
che cavalli, vascelli e grande spesa
possono offrire ad una tale impresa;
finché giunge a Pentapoli, alla corte
- la Fama corre quanto più lontano -( )
da Tiro la notizia della morte
d’Antioco e di sua figlia, e che sovrano
vogliono incoronare là Elicano;
egli rifiuta, ma, nel saggio intento
di placar di sua gente lo scontento,
promette che, se in capo a un anno e un giorno( )
Pericle non dovesse far ritorno,
egli al loro volere ubbidirà
e la regal corona accetterà.
Queste nuove a Pentapoli arrivate,
e per ogni regione diramate
hanno le genti tutte rallegrato,
sì che plaudendo ognun poté gridare:
“Chi mai se lo poteva immaginare:
il nostro erede al trono è anch’egli re!”.
In breve, Pericle, tutto ciò udito,
a ritornare a Tiro ora s’affretta,
e la regina, come amor le detta,
sebbene incinta, con lui vuole andare
(e chi mai la potrebbe contrastare?).
E qui vi faccio grazia dei lamenti
e della piena dei lor sentimenti.
Prende con sé Licoride fedele
la regina, ed al vento dà le vele.
Agile naviga già il loro legno
sul grande di Nettuno equoreo regno;
mezzo flutto( ) la lor chiglia ha solcato,
che all’improvviso di nuovo( ) mutato
è l’umor della sorte: il maestrale
vomita fuori un tale fortunale
che la malcapitata navicella,
sbattuta è in mare come un’anatrella
ora emergendo ed ora scomparendo
tra montagne di schiuma. Alto gemendo
per il terrore, la giovine moglie
è colta, ahimè, d’un tratto dalle doglie.
Quello che segue in questa ria procella
a bordo della nostra navicella
lo vedrete voi stessi. A me non resta
altro da raccontar sulla tempesta;
la scena vi potrà rappresentare
adesso quanto non poteva fare
di quello ch’io v’ho dovuto narrare.
Sta ora al vostro genio immaginare
quest’umile proscenio come il ponte
d’una nave sbattuta in mezzo all’onde
sul quale venga Pericle a parlare.

(Esce)



SCENA I – Mare


Appare PERICLE sulla tolda di una nave

PERICLE - Il dio di questa equorea immensità
raffreni questi flutti incolleriti
che sciacquan cielo e inferno.
E tu, che reggi l’impero dei venti,
così come li hai sciolti dagli abissi,
stringili dentro ritorte di bronzo.( )
Oh, racqueta lo strepito assordante
dei tuoi paurosi tuoni, spegni, Giove,( )
il sulfureo guizzare dei tuoi lampi!…
Licoride! Licoride!… Mi senti?…
La mia regina come sta, Licoride?…
Ah, tempesta che infurî velenosa:
vuoi proprio vomitar tutta te stessa?
Il fischio del nostromo
è un bisbiglio all’orecchio della morte,
da tutti inascoltato… Olà, Licoride!…
Lucina, o tu, divina protettrice
che assisti da amorosa levatrice
le partorienti urlanti nella notte,( )
scenda pietosa la tua deità
su questa traballante nostra nave,
ad alleviar gli spasimi del parto
di questa mia regina…

Entra LICORIDE con un neonato in braccio

Ehi, Licoride!

LICORIDE - Ecco una troppo tenera cosina
per un posto così;
se ne avesse coscienza, morirebbe,
come è probabile sarà di me.
Prendilo tra le braccia, questo pezzo
vivente della tua regina morta.

PERICLE - Come, come, Licoride?

LICORIDE - Pazienza, buon signore, non dar mano
alla tempesta. È questo tutto ciò
che resta vivo della tua regina:( )
una figlietta; per amore suo
sii uomo, e fatti animo.

PERICLE - O dèi!
Perché ci fate prima tanto amare
i vostri buoni doni,
e poi ce li strappate via così?
Noi uomini quaggiù,
quando abbiamo donato qualche cosa,
non siamo usi a rivolerlo indietro;
in ciò siamo di voi più generosi.

LICORIDE - Pazienza, buon signore!
Se non altro per questo nuovo carico.

PERICLE - (Prendendo la neonata dalle braccia di Licoride)
Possa tu almeno vivere serena!
Ché mai nascita fu più tempestosa.
E sia dolce e tranquilla la tua indole!
Ché nel tuo affacciarti a questo mondo
hai avuto il più rude benvenuto
che sia toccato ad un figlio di re.
Possa tu aver sorte felice in seguito.
Sei nata in mezzo al più grande fragore
che fuoco ed aria ed acqua e terra e cielo
scatenati, potessero creare
per annunciar la tua venuta al mondo.
Fin dal primo vagito, tu hai perduto
più di quanto ti possa risarcire
tutto ciò che potrai portarti dietro
da questo viaggio in mare,
e tutto quello che potrai trovare
dopo su questa terra.( )
Volgano intanto su di te gli dèi
pietosi i loro più benigni sguardi!

Entrano tre MARINAI

1° MARINAIO - Come si va, a coraggio, monsignore?
Dio ti protegga!

PERICLE - Il coraggio non manca;
la tempesta non mi fa più paura;
ormai il danno maggiore l’ha fatto.
Ma per l’amore di questa creatura,
questa tenera e fresca navigante,
vorrei che si placasse.

1° MARINAIO - (A un altro marinaio)
Ehi, tu, laggiù!
Molla i cavi di prora!… Le boline!
Non vuoi calmarti, eh?… Proprio non vuoi!…( )
E allora soffia, soffia, vento, e schiatta!

2° MARINAIO - Finché ci resta spazio di manovra,
pur se questi dannati cavalloni
e la loro spumosa nuvolaglia
vanno a baciar la luna, non importa.

1° MARINAIO - Principe, il corpo della tua regina
dev’essere calato sovrabbordo,
e lasciare la nave. Il mare ingrossa,
il vento par che infurî sempre più,
e non la finiranno finché il barco
non venga alleggerito del cadavere.

PERICLE - Sciocchezze! Questa è una superstizione.

1° MARINAIO - Sarà pur così, perdonaci,
ma noi gente di mare l’osserviamo,
e stiamo a queste nostre costumanze.
Consegnaci la salma, per favore:
dev’esser subito calata in mare.

PERICLE - E sia, come volete… Oh, mia regina!
O mia sfortunatissima regina!

LICORIDE - È là che giace distesa, signore.

PERICLE - Che terribile parto è stato il tuo,
o mia adorata! Senza un fil di luce,
senza fuoco, con gli elementi ostili,
del tutto irriguardosi del tuo stato.
E non m’è dato, vedi, manco il tempo
di darti, consacrata, ad una tomba;
ma, chiusa dentro un rozzo cataletto,
dovrò gettarti nel fondo melmoso
dove, per monumento alle tue ossa,
la sfiatante balena e l’acque sorde
incomberanno sempre sul tuo corpo,
poggiato sovra ruvide conchiglie.
Licoride, ti prego, chiedi a Nestore( )
di recarmi gli aromi, e inchiostro e carta,
e il cofanetto con i miei gioielli;
e di’ a Nicandro che mi porti qua
l’astuccio con la fodera di raso.
Deponi la bambina sul cuscino.
Presto! Mentr’io darò alla mia regina,
un religioso addio. Presto, Licoride!

(Esce Licoride)

2° MARINAIO - Signore, abbiamo pronta nella stiva
una cassa già bella e bitumata.

PERICLE - Grazie. Che costa è quella, marinaio ?

1° MARINAIO - Siamo vicini a Tarso.

PERICLE - Da quella parte, gentil marinaio.
Modifica la tua rotta per Tiro.
Quando credi che la potrai raggiungere?

1° MARINAIO - Sul far del giorno, se si calma il vento.

PERICLE - Oh, fa’ rotta per Tarso!
Là potrò stare a Casa da Cleone.
Fino a Tiro la bimba non può reggere.
Là la potrò affidare in buone mani.
Va’, va’, punta su Tarso, marinaio.
Porterò subito la salma qui.

(Escono)



SCENA II - Efeso, stanza in casa di Cerimone


Entra CERIMONE con un SERVO e alcune persone scampate al naufragio

CERIMONE - Ehi, Filemone!

Entra FILEMONE

FILEMONE - Agli ordini, padrone.

CERIMONE - Procura fuoco e roba da mangiare
per questi poveretti… Che nottata!
Che notte turbolenta e tempestosa!

SERVO - Ne ho viste tante, ma una così
non l’ho passata mai in vita mia.

CERIMONE - Il tuo padrone sarà bell’è morto
prima del tuo ritorno; non c’è nulla
che possa essere somministrato
all’uomo e che sia in grado di salvarlo.( )

(A Filemone)
Corri dallo speziale, dàgli questo,
e poi fammi sapere come agisce.

(Escono tutti, tranne Cerimone)

Entrano due GENTILUOMINI

1° GENTILUOMO - Buongiorno a te, Cerimone.

2° GENTILUOMO - Buon giorno.

CERIMONE - Signori, come mai sì presto in giro?

1° GENTILUOMO - Signore mio, le nostre abitazioni
che sono esposte ai venti in faccia al mare,
traballavano tutte, questa notte,
come fosse venuto il terremoto.
Pareva che le loro travature
dovessero schiantarsi ogni momento,
e tutto fosse lì lì per crollare.
Così sorpresi e tutti impauriti,
abbiam dovuto abbandonar la casa.

2° GENTILUOMO - Ed è il motivo per cui siam venuti
a importunarti così di buon’ora,
contrariamente ad ogni nostra usanza.

CERIMONE - Ah, capisco, capisco.

1° GENTILUOMO - Ma mi stupisce molto che anche tu,
che sei così riccamente alloggiato,( )
abbia dovuto scuoterti a quest’ora
di dosso l’aureo sapore del sonno.
È strano come la nostra natura
sia tanto incline ad esporsi ai disagi,
anche quando potrebbe farne a meno.( )

CERIMONE - Sempre ritenni che virtù e sapere
siano doti d’assai maggior valore
che nobiltà e ricchezza:
queste due ultime sono soggette
ad esser sperperate ed offuscate
da eredi scapestrati;
ma delle prime è l’immortalità,
la qualità che fa dell’uomo un dio.
Voi sapete che ho sempre coltivato
la medicina, grazie ai cui segreti,
consultando autorevoli trattati,
e praticando io stesso la sua arte,
son riuscito ad aver dimestichezza,
e a farla avere a colui che m’aiuta,( )
con gli infusi dai prodigiosi effetti
che vivono nel corpo delle piante
e in quello dei metalli e delle pietre.
Sicché posso parlar con piena scienza
dei disturbi prodotti da natura
sull’organismo umano,
e di come operare per curarli,
e trovo in ciò assai più soddisfazione
che affannarmi assetato alla ricerca
di malsicuri onori,
o tenere legato il mio piacere
entro borse di seta,
per far contenti il buffone e la morte.( )

2° GENTILUOMO - Oh, conosciamo, nobile Cerimone,
i tesori d’umana carità
da te per tutta Efeso profusi;
e si contano ormai a centinaia
coloro che si dicon tue creature
perché da te ridonati alla vita;
e non soltanto la tua molta scienza,
e la tua personale dedizione,
ma anche la tua borsa, sempre aperta,
t’han costruito, nobile Cerimone,
sì salda fama, che il passar del tempo
mai più potrà scalfire.

Entrano due o tre SERVI con una cassa

1° SERVO - Oh, tienla sollevata!

CERIMONE - Che cos’è?

1° SERVO - Ecco, signore, il mare poco fa
ha rigettato a riva questa cassa.
Forse il relitto di qualche naufragio.

CERIMONE - Posatela. Vediamo che c’è dentro.

2° GENTILUOMO - Sembra, a vederla, una cassa da morto.

CERIMONE - Sia quel che sia, certo è assai pesante.
Apritela. Forzatene il coperchio,
presto: che se lo stomaco del mare
avesse fatto indigestione d’oro
per venircelo a vomitare addosso,
sarebbe veramente una fortuna!

2° GENTILUOMO - Oh, magari, signore!

CERIMONE - È stata calafata e bitumata
molto bene… L’ha rigettata il mare?

1° SERVO - Mai vista un’onda alta
come quella che l’ha gettata a riva.

CERIMONE - Su, su, apritela, presto… Piano piano,
però: sento un profumo delicato.

2° GENTILUOMO - Sì, delicato.

CERIMONE - E raro. Su il coperchio!

(La cassa viene scoperchiata)

Oh, dèi onnipotenti! E che cos’è?…
Un cadavere!

2° GENTILUOMO - Strano, anzi, stranissimo!

CERIMONE - Avvolto in un sudario da regnante,
tutto intriso di balsami preziosi
e con sacchetti di spezie aromatiche.
C’è pure un rotolo di pergamena,
con una scritta. Apollo dammi tu
la scienza necessaria a decifrarla.( )

(Legge il rotolo di pergamena)

“Questo cartiglio per significare
“a chi dovesse in mano capitare,
“se un giorno l’onda amara
“a terra respingesse questa bara,
“ch’io, Re Pericle, ho perso, in questa sposa,
“la gemma sovra tutte più preziosa.
“Questo tesoro per mercede prenda;
“più alto premio del cielo s’attenda”.

Se vivi ancora, Pericle, il tuo cuore
come ti deve ancora sanguinare!
Questa morte risale tutt’al più
a questa notte.

2° GENTILUOMO - Sì, è assai probabile.

CERIMONE - No, è sicuro. Stanotte. Non prima.
Guardate il viso, com’è ancora fresco.
Hanno avuto una fretta maledetta
quelli che l’hanno scaricata in mare.
Accendetemi un fuoco, qui, al coperto,
e portatemi qui tutti i vasetti
che son di là, nell’armadietto mio.

(Esce un servo)

La morte usurpa a volte alla natura
delle ore; perciò il fuoco della vita
può riaccender gli spiriti sopiti.
Ho saputo d’un tale che in Egitto
era dato per morto da nove ore,
e, grazie a medicine adatte al caso,
fu rianimato e riportato in vita.

Entra un servo con barattoli, panni e fuoco

Ecco, sì, appunto: pannolini e fuoco.
Ora fate intonare qualche musica,
un motivo dolente, disadorno,
come ci viene, coi mezzi che abbiamo.( )

(Qualcuno suona una viola. Poi s’interrompe)

Suonate ancora! Ancora quella viola!
Che fai, testa di ciocco, dormi?… Suona!

(Il violista riprende a suonare)

Signori, prego, via! Datele aria!
Questa regina tornerà a vivere;
la natura le si risveglia dentro;
dalle labbra le spira un soffio caldo,
un alito di vita; il suo letargo
non è durato più di cinque ore.
Guardate come il fiore della vita
comincia a schiudersi di nuovo in lei!

1° GENTILUOMO - Cerimone, i cieli, grazie a te,
accrescono la nostra meraviglia,
e consacran per sempre la tua fama!

CERIMONE - Vive! Vive! Guardate le sue palpebre,
custodie di quel paio di gioielli
che Pericle ha perduto,
cominciano a divider le lor frange
d’oro lucente, e due puri diamanti
ricompaiono a fare ricco il mondo
della lor luce… Vivi, e facci piangere,
dunque, col raccontarci la tua sorte,
creatura bella e di sì raro aspetto!

(Taisa si muove)

TAISA - Oh, Diana, mia patrona, dove sono?
Il mio sposo dov’è? Che mondo è questo?

1° GENTILUOMO - Non è un prodigio?

2° GENTILUOMO - Raro. Straordinario!

CERIMONE - Silenzio, miei cortesi vicinanti.
Vogliate darmi piuttosto una mano
a trasportarla nella stanza accanto;
e fatemi portare ancora panni.
Ora si deve stare molto attenti,
perché un’eventuale ricaduta
sarebbe veramente la sua fine.
Avanti, avanti, e ci guidi Esculapio.( )

(Escono trasportando Taisa)



SCENA III - Tarso, in casa di Cleone


Entrano PERICLE, CLEONE, DIONISA e LICORIDE con in braccio la piccola Marina

PERICLE - Cleone onoratissimo,
devo proprio partire. È necessario.
I miei dodici mesi son passati,
e Tiro vive in una pace instabile.
A te e alla gentile tua consorte
tutta la mia cordiale gratitudine.
Il resto ve lo aggiungano gli dèi.

CLEONE - I colpi che t’infligge la fortuna
e ti feriscono sì mortalmente,
toccano di riverbero anche noi.

DIONISA - Oh, se fosse piaciuto al rio destino
che tu avessi potuto portar qui
la tua dolce regina,
per la felicità degli occhi miei!

PERICLE - Ahimè, noi non possiamo che obbedire
ai superni poteri di lassù.
Potessi io pur ruggire e strepitare
come il mare nel quale ella si giace,
il risultato sarebbe lo stesso.
Affido qui alla vostra carità
la dolce figlioletta mia, Marina
(l’ho chiamata così perché nel mare
è nata), infante nelle vostre mani
lasciandola, e pregandovi cortesi
di allevarla come una principessa,
sì ch’ella possa apprendere da voi
modi connaturali alla sua nascita.

DIONISA - Per questo, non temere, mio signore.
La tua bontà ha sfamato col suo grano
il mio paese, e il popolo per questo
innalza ancor al ciel le sue preghiere
per te; e ciò ridonderà senz’altro
a beneficio della tua figliola;
e s’io mai divenissi tanto ignobile
da trascurarlo, son certa che il popolo
ch’è stato un dì da te beneficato,
saprebbe ricondurmi al mio dovere.
E se avessi bisogno ancor di sprone
per adempiere a questo mio dovere,
mandino sul mio capo il lor castigo
gli dèi, e sopra tutta la mia stirpe,
fino all’ultimo dei miei discendenti.

PERICLE - Ti credo. L’onor tuo, la tua bontà
ne sono un’arra, senza che lo giuri.
E fino a quando non sia andata sposa,
mia signora, per la fulgente Diana,
che noi tutti onoriamo, i miei capelli
vorrò che non conoscano più forbici,
a costo di passare per lunatico.( )
E con questo da te prendo congedo.
Se alleverai con cura questa bimba,
buona signora, mi farai felice.

DIONISA - Ho anch’io una bimba, mio signore,
che non terrò più cara della tua.

PERICLE - Ed io ti rendo per ciò le mie grazie,
signora, e le preghiere.

CLEONE - Ti accompagniamo, principe,
fino alla riva, e là t’affideremo
a Nettuno, ch’è mascherato a quiete,
ed ai più amabili venti del cielo.

PERICLE - Un’offerta che accolgo di gran cuore.
Vieni pure, carissima signora.
Oh, Licoride, no, no, niente lacrime!
Abbi cura della tua padroncina,
sul cui favore ormai dovrai contare
per l’avvenire. Andiamo, mia signora.

(Escono)



SCENA IV - Efeso, in casa di Cerimone


Entrano CERIMONE e TAISA

CERIMONE - Signora, questo foglio era con te,
con alcuni gioielli, nella bara.
Sono tuoi. Riconosci la scrittura?

TAISA - È la calligrafia del mio signore.
Che mi trovassi imbarcata e sul mare
alla vigilia del parto, l’ho chiaro
nel ricordo, ma per i sacri dèi,
se è lì che ho partorito, non lo so.
Ma poiché non potrò più rivedere
il re Pericle, mio signore e sposo,( )
voglio indossar la tunica di Estìa;( )
e ripudiare ogni mondana gioia.

CERIMONE - Se questo, come dici, è il tuo proposito,
signora, c’è da qui poco distante
appunto il tempio consacrato a Diana,
dove potrai restare in buon ritiro
fin che non giunga l’ultima tua ora;( )
e avvantaggiarti, se lo gradirai,
d’una nipote mia che vi si trova.

TAISA - Non posso darti, in cambio, più d’un “grazie”;
ma s’è insignificante il contraccambio,
assai più grande è la mia gratitudine.

(Escono)


ATTO QUARTO



Entra GOWER

GOWER - Immaginate adesso
Pericle alla sua Tiro ritornato,
da tutti festeggiato e reinsediato,
secondo ch’egli avea desiderato.
Ad Efeso lasciamo
la sua regina mesta e addolorata,
dove al culto di Diana s’è votata,
e alla figlia Marina ora volgiamo
la mente, che l’avvicendarsi rapido
del tempo ci farà trovar cresciuta,
da Cleone educata ed istruita
a Tarso; musica e lettere ha appreso,
e tale educazione le ha profuso
le grazie che di lei fan centro e cuore
d’universale ammirato stupore.
Ma il mostro dell’Invidia, che, fatale,
sì spesso meritata lode assale,
in casa di Cleone ha preso stanza
a insidiar di Marina l’esistenza,
usando come subdolo strumento
il pugnale del nero tradimento.
D’una siffatta perversa natura
ha Cleone una figlia, già matura
a maritarsi; Filotene è il nome,
ed il nostro racconto narra come
da Marina ella mai si separasse,
o che questa al telaio trapuntasse
magistralmente tele delicate
con le sue lattee dita affusolate,
o a punta d’ago d’un tessuto l’orlo
s’adoprasse a cucir per rafforzarlo,
o che a cantar soave su un liuto
sedesse, a fare ogni usignolo muto,
o che con compitare assiduo e saggio
rendesse a Diana, sua patrona, omaggio,
di Marina perfetta invidîosa
e di rivaleggiar con lei studiosa;
ma non può nero corvo gareggiare
con ciprigna colomba per candore.
Per Marina è l’unanime tributo
d’elogi, per giustizia a lei dovuto,
non per benevola elargizione;
e ciò muove sì a rabbia Filotene,
che Dionisa, moglie di Cleone,
d’invidia rosa, con mano assassina
prepara l’uccisione di Marina,
pensando che togliendo a lei la vita
possa sua figlia aver vinta partita.
E quasi a secondare il vil progetto
la nutrice Licoride d’un tratto
è mancata, e Dionisa dannata
ha ora in mano, pronto alla stoccata,
lo strumento del gesto divisato.
Ma questo evento non è ancora nato
ed io l’affido al vostro gradimento.
Io non ho fatto che darvi un commento
per trasportare un poco il tempo avanti
sul passo dei miei versi zoppicanti;
cosa che certo non avrei potuto
se non mi fosse venuta in aiuto
lungo la lunga e avventurosa via
la vostra fantasia.
Ma ecco che Dionisa già appare,
insieme con Leonino, suo compare.

(Esce)



SCENA I - Tarso, luogo aperto in riva al mare


Entrano DIONISA e LEONINO

DIONISA - L’hai giurato, ricordalo, Leonino.
Hai giurato di farlo. Basta un colpo,
ed è fatto. E nessuno lo saprà.
Non c’è nessuna operazione al mondo
che potresti sbrigare così presto,
e ricavarne un pari beneficio.
E bada a non lasciar la tua coscienza,
che è tutto fuor che fredda,
scaldarti l’anima con troppi scrupoli;( )
né a far che ti si sciolga tutta dentro
la compassione, roba da donnette,
che nemmeno le donne pregian più.
Ma sii soldato al tuo proponimento.

LEONINO - Lo farò, se lo vuoi. Ma è gran peccato,
perché è una creatura deliziosa.

DIONISA - Tanto più degna, quindi, che gli dèi
se la riprendano lassù con loro.
Ma eccola che viene, tutta in lacrime
per la morte della sua vecchia balia.
Allora, sei deciso?

LEONINO - Son deciso.

Entra MARINA. Reca un cesto di fiori

MARINA - Ah, ruberò alla terra il suo mantello,
per sparger fiori sopra la tua zolla:
i gialli, i blu, le purpuree violette,
i rosei ciclamini, le calendule
staranno stesi come un bel tappeto
sulla tua tomba, nei giorni d’estate.
Oh, me infelice! Misera fanciulla,
in mare nata, in mezzo alla tempesta,
mentre mia madre perdeva la vita,
nel darla a me!… Questo mondo è per me
un incessante violento uragano
che mi sradica dai più cari affetti.

DIONISA - Marina, tutta sola? Come mai?
E mia figlia ? Perché non è con te?
Non consumarti il sangue nell’angoscia:
vedi in me la seconda tua nutrice.
Dio mio, com’è sciupato quel tuo viso,
con questi inutili tuoi piagnistei!
Su, dàlli a me i tuoi fiori,
e va’ a fare due passi con Leonino
lungo la spiaggia; l’aria là è pungente,
e stimola ed affila l’appetito.
Dàlle il braccio, Leonino, e va con lei;
falle fare una bella camminata.

MARINA - No, vi prego, perché dovrei privarvi
del vostro servitore?

DIONISA - Avanti, avanti!
Io voglio bene a tuo padre ed a te,
come se foste della mia famiglia;
e lo aspettiamo qui da un giorno all’altro
con un cuore tutt’altro che straniero.
Quando verrà, e trovasse così smunta
colei che nei discorsi della gente
è chiamata la nostra meraviglia,
si pentirà d’aver tirato il fiato
per così lungo viaggio,
e farà biasimo al mio signore
e a me d’aver mancato d’accudirti
nella miglior maniera. Va’, ti prego:
vedrai come una bella passeggiata
ti potrà ridonar la buona cera,
e quella meraviglia d’incarnato
che si rubava, malandrino, gli occhi
di giovani e di vecchi… Quanto a me,
non hai ragione di preoccuparti:
posso tornarmene a casa da sola.

MARINA - Va bene, andrò, sebbene a malincuore.

DIONISA - Su, su, io so che ciò ti farà bene.
E tu, Leonino, falla passeggiare
e trattienila almeno per mezz’ora.
E non dimenticare quel che ho detto.

LEONINO - Sì, signora, potete star tranquilla.

DIONISA - Addio, dunque, mia cara; ma per poco.
Cammina adagio, senza scalmanarti.
Eh, sei o no affidata alle mie cure?

MARINA - Grazie, signora cara.

(Dionisa esce)

Quello che soffia è vento di ponente?

LEONINO - No, soffia da sud-ovest, è libeccio.

MARINA - Quando son nata io,
il vento era da nord.

LEONINO - Ah, sì, davvero?

MARINA - Ma mio padre non ebbe mai paura,
secondo che racconta la nutrice;( )
gridava ai marinai: “Forza! Forza!”
e tirava con loro le ralinghe
spellandosi le sue mani da re;
e avviticchiato all’albero maestro,
resistette alla furia d’un’ondata
che schiantò quasi il ponte della nave.

LEONINO - E quando è stato, questo?

MARINA - Quando son nata io. Mai più violenti
marosi e vento. Si vide un gabbiere
spazzato via dalla scala di bordo.
“Ah - gli fa uno - che fai, te la squagli?”.
E tutti zuppi a darsi un gran daffare
di qua, di là, saltar da prua a poppa.
Fischia il nostromo, grida il capitano,
aumentando così la confusione.

LEONINO - Su, adesso, bella, di’ le tue preghiere.

MARINA - Perché, che mi vuoi fare?

LEONINO - Dico che se ti occorre un po’ di tempo
per pregare, te lo concedo. Prega.
Ma vedi di non farla troppo lunga,
tanto gli dèi sono fini d’orecchio,
ed io ho giurato di fare alla svelta.

MARINA - Fare che cosa? Mi vorresti uccidere?
Perché?

LEONINO - Per soddisfar la mia padrona.

MARINA - E lei perché mi vuole far uccidere?
In fede mia, per quanto mi ricordi,
non le ho fatto mai male in vita mia,
non le ho rivolto mai male parole.
Né mai ho fatto del male a nessuno.
Credimi, non ho mai ucciso un topo,
non ho mai fatto male ad una mosca.
Se, camminando, involontariamente,
ho calpestato un verme, poi ne ho pianto.
Che offesa posso averle mai recato,
perché la morte mia
le possa procurar qualche vantaggio,
o la mia vita possa minacciarla ?

LEONINO - Mio compito non è di ragionare
su quest’azione, bensì di eseguirla.

MARINA - Ma tu non lo farai!
Per nulla al mondo, spero, lo farai!
Tu hai la faccia buona,
e ciò rivela un animo gentile.
T’ho visto, giorni fa, restar ferito
per separare due che litigavano.
Era un segno che dentro tu sei buono.
Fa’ lo stesso con me;
la tua padrona vuole la mia vita:
fa’ lo stesso con me, mettiti in mezzo,
e salva me, che sono la più debole.

LEONINO - Ho giurato. E non ho tempo da perdere.

Mentre afferra Marina, che resiste, entrano dei PIRATI

1° PIRATA - Fermo, vigliacco!

(S’avventano su Leonino, che fugge)

2° PIRATA - (Impadronendosi di Marina)
Una preda! Una preda!

3° PIRATA - Si fa a mezzo, compagni, si fa a mezzo!
Forza, portiamola subito a bordo!

(Escono trascinando Marina)

Rientra LEONINO

LEONINO - Sono ladroni al servizio di Valdes,( )
il gran pirata. L’hanno catturata.
Meglio. Non c’è speranza che ritorni.
Posso giurar così che la ragazza
è morta e n’ho buttato a mare il corpo.
Però, non si sa mai, meglio aspettare;
forse, chi sa, voglion solo godersela,
senza trarsela a bordo insieme a loro.
E se rimane, loro l’han goduta,
e a me resterà sempre di ammazzarla.

(Esce)



SCENA II - Mitilene. Un bordello.


Entrano il LENONE, la MEZZANA e BULT

LENONE - Bult!

BULT - Padrone?

LENONE - Va’ in piazza del mercato,
in cerca della merce. Mitilene
è piena di gagliardi bellimbusti.
Abbiamo perso già troppi quattrini
per esser troppo a corto di ragazze.

MEZZANA - Eh, sì, mai come adesso
tanto a corto di pensionate qui;
abbiamo quelle tre che, poverette,
più di quello che fanno non lo possono:
son tutte marce a forza di prestarsi
sempre e soltanto loro.

LENONE - Perciò dobbiamo averne delle fresche,
costi quello che costi.
Ci vuol coscienza in qualsiasi commercio,
per far dei buoni affari.

MEZZANA - Dici bene!
Non è tirando su delle bastarde,
come facciamo noi… e, salvo errore,
io ne ho tirate su almeno undici…

BULT - Sì, fino a undici anni,
e poi l’hai tratte nuovamente giù…( )
Ma devo andare a cercarne al mercato?

MEZZANA - E che, se no? La roba che sta qui,
se soffia un po’ di vento vola in pezzi.
Son tutte fradice da far pietà.

LENONE - È vero, e due sono pure malate,
a dirlo per coscienza, e di contagio.
Quel disgraziato della Transilvania
che s’è giaciuto con la piccolina,
è morto.

BULT - Già, se l’è succhiato subito,
e l’ha ridotto a cibo per i vermi.
Be’, vado a fare un giro pel mercato.

(Esce)

LENONE - Avere tre-quattromila zecchini…
Sarebbe già una somma sufficiente
per vivere tranquilli e in santa pace,
e ritirarci da questa schifezza.

MEZZANA - Ritirarci? Perché? Forse è vergogna
seguitare a far soldi anche da vecchi?

LENONE - Eh, non è proprio che con questa merce
ci venga in casa la reputazione,
né che la merce ci ripaghi il rischio.
Perciò se ci riesce, ancora giovani,
d’ammassare un modesto gruzzoletto,
non sarà male chiudere bottega.
Se a questo aggiungi i cattivi rapporti
che ci siamo creati con gli dèi,
dovremmo indurci a più forte ragione
a piantare baracca e burattini.

MEZZANA - Gli dèi! Ma via! Ci sono altri mestieri
che li offendono almeno quanto il nostro.

LENONE - Quanto il nostro? Sì, certo, ed anche più.
Però la nostra è un’offesa maggiore;
perché, vedi, la nostra professione
non è un mestiere, né una vocazione…
Ma ecco Bult che torna. E in compagnia.

Rientra BULT con i PIRATI e MARINA

BULT - (Introducendo i Pirati)
Avanti, avanti, prego, accomodatevi!

(Indicando Marina)
Sicché, signori, voi dite che è vergine?

1° PIRATA - Oh, senz’ombra di dubbio, signor mio.

BULT - (Al Lenone)
Padrone, avrei già combinato io,
riguardo a questo bel pezzo che vedi.
Se ti sta bene, è bene,
se no, ci avrò rimesso la caparra.

MEZZANA - Perché, che qualità ci trovi, Bult?

BULT - Beh, la faccia l’ha bella, parla bene,
e porta indosso vestiti di lusso.
Non le manca nessuna qualità
che possa consigliare di scartarla.

MEZZANA - E il prezzo?

BULT - Mille pezzi, tondi, tondi,
non han voluto farmi un soldo meno.

LENONE - Bene, signori, vogliate seguirmi.
Avrete il vostro denaro all’istante.
Moglie, pensaci tu, portala dentro,
istruiscila su quel che ha da fare,
che poi non abbia ad esser troppo tonta
con i primi clienti.

(Escono il Lenone e i Pirati)

MEZZANA - Prendile intanto i connotati, Bult:
colore dei capelli, carnagione,
età, attestato di verginità,
e poi vattene in giro a proclamare:
“Chi più offre se la farà per primo!”.
Ah, ci fossero gli uomini d’un tempo!
Una verginità così squisita
l’avrebbero pagata a peso d’oro!
Fa’ quello che t’ho detto.

BULT - Vado subito.

(Esce Bult)

MARINA - Oh, mio Dio, perché quel Leonino
s’è mostrato così lento e indeciso!
Colpirmi mi doveva, non parlare!
Oh, perché questi barbari pirati,
non abbastanza barbari,
non m’hanno subito gettata in mare,
e mandata a raggiungere mia madre!

MEZZANA - Che hai da lamentarti, bella mia?

MARINA - D’essere bella.

MEZZANA - Evvia, che in te gli dèi
han fatto egregiamente la lor parte!( )

MARINA - Non li accuso.

MEZZANA - Che ti lamenti, allora?
Ora sei capitata in mano a me,
dove puoi bene aspettarti di vivere.

MARINA - Tanto peggio per me,
per essere sfuggita ad altre mani,
dove ben m’aspettavo di morire.

MEZZANA - Su, su, che qui vivrai nella goduria.

MARINA - No.

MEZZANA - Come no? Sì, invece, dammi retta;
e gustandoti tanti gentiluomini
d’ogni tipo. Potrai così scoprire
la differenza fra le varie pelli.
Che! Ti turi le orecchie?

MARINA - Tu saresti una donna?

MEZZANA - E che devo essere,
a tuo giudizio, se non una donna?

MARINA - Dico una donna onesta,
se no, non si può dire d’esser donna.

MEZZANA - Diamine! Ochetta, datti una svegliata!
Ho idea che avrò con te dei grattacapi.
Eh, sei proprio un virgulto scioccherello,
che saprò io come piegare ammodo.

MARINA - M’assistano gli dèi!

MEZZANA - Eh, se proprio gli dèi vorranno assisterti
lo faranno mandandoti degli uomini,
per sfamarti, nutrirti, confortarti,
per eccitarti. Ma ecco Bult che torna.

Rientra BULT

Allora, l’hai gridata pel mercato?

BULT - Tante volte, quanti ha capelli in testa,
padrona, direi quasi, l’ho gridata.
Ho fatto il suo ritratto con la voce.

MEZZANA - E, dimmi, le reazioni della gente?
Quelle dei giovani in particolare?

BULT - Parola mia, mi stavano a sentire
come se gli leggessi il testamento
del loro padre… C’era uno Spagnolo
che faceva la bava dalla bocca,
ed è andato a ficcarsi dentro il letto
con quella descrizione nel cervello.

MEZZANA - Quello ce lo troviamo qui domani,
col più elegante dei suoi sottogola.

BULT - Macché domani! Stasera! Stasera!
Lo conosci quel cavalier francese
con le cosce sbilenche e rattrappite?

MEZZANA - Chi, quel Monsù Veroles?( )

BULT - Esattamente.
Al mio proclama ha voluto esibirsi
in una piroetta da gagliarda,( )
che però gli è costata un bel lamento:
ha giurato che la vedrà domani.

MEZZANA - Benone. Quello la sua malattia
se l’è portata addosso dalla Francia,
e la vuol rinfrescare qui da noi.
So che verrà a cercare l’ombra nostra
per sciorinar la sua corona al sole.( )

BULT - Così se mai dovessimo ricevere
un viaggiatore da ogni nazione,
lo alloggeremmo sotto quest’insegna.( )

MEZZANA - (A Marina)
Vieni, tesoro, vieni qui un momento:
la fortuna ti sta venendo incontro;
ascolta bene; come prima cosa
devi aver l’aria d’esser timorosa
di far qualcosa che fai volentieri,
e mostrar di non fare nessun conto
del tuo guadagno, specialmente là
dove c’è più da prendere. Capito?
Piangi la vita che ti tocca fare:
susciterai pietà nei tuoi clienti,
e sarà raro che da tal pietà
non abbia a scaturire nel loro animo
una buona opinione sul tuo conto,
e da quella opinione un buon guadagno.

MARINA - Non ti capisco.

BULT - E ficcaglielo in testa!
Padrona, mettila davanti al fatto!
Questi rossori vanno spenti subito
con l’esercizio pratico.

MEZZANA - Hai ragione.
È così che le devono passare,
certe fisime; pure le sposine
se ne van sempre tutte vergognose
verso quello ch’è lor diritto avere.

BULT - Qualcuna sì e qualcuna no, diciamo.
Ma, padrona, se sono stato io
a trattare per quella pollastrella…

MEZZANA - Ho capito: vorresti tu per primo
tagliartene per te un bocconcino,
mentre si trova ancora sullo spiedo.

BULT - Perché, non potrei farlo?…

MEZZANA - Chi potrebbe negartelo, del resto?
Vieni, avvicinati, bellina mia.
Mi piace il taglio di questa tua veste.

BULT - Eh, non potrà cambiarla tanto presto…

MEZZANA - Va’, Bult, e spargi in tutta la città
voce di questa nuova pensionante.( )
E non ci perderai sicuramente
a procurarle molta clientela.( )
Quando Natura fece questo pezzo,
voleva proprio farti un bel regalo.
Perciò va’, di’ che meraviglia è questa
e avrai sicuramente fior di messi
da quanto avrai saputo seminare.

BULT - Sta’ sicura; ché non riesce il tuono
a risvegliare i banchi delle anguille,( )
quanto il mio decantar la sua bellezza
a far fremere tutti i donnaioli.
Già da stasera ne verrà qualcuno.

MEZZANA - (A Marina)
E tu vieni con me, ragazza, seguimi.

MARINA - Se il fuco brucia, se il coltello taglia,
se l’acque degli oceani son profonde,
il nodo della mia verginità
resterà intatto. Aiutami tu, Diana.( )

MEZZANA - Che abbiamo da spartire noi, con Diana?
Ti decidi a venire, sì o no?

(Escono)



SCENA III - Tarso. In casa di Cleone.


Entrano CLEONE e DIONISA

DIONISA - Che sciocco sei! Si può disfare il fatto?( )

CLEONE - Dionisa, né il sole né la luna
videro mai un sì turpe misfatto.

DIONISA - Mi sembri ritornato un bambinello.

CLEONE - Fossi padrone dell’intero mondo,
tutto lo donerei, per quanto è vasto,
pur di disfare questo male fatto:
una vera signora,
per sua propria virtù più che per sangue,
anzi, una principessa, che eguagliava,
a voler compararla con qualcosa,
qualunque altra corona della terra.
Scellerato Leonino!
Che tu hai poi ucciso col veleno!
Se con lo stesso veleno brindato
tu avessi alla sua fine, questo brindisi
sarebbe stata una tale finezza
così bene adattata alla tua faccia!
E che dirai, quando il nobile Pericle
ci chiederà di ridargli la figlia?

DIONISA - Che è morta. Una nutrice non è il Fato.
Allevare non vuol significare
anche serbare in vita.
Morta di notte: gli dirò così.
Chi potrà sconfessarmi?
A meno che non voglia tu atteggiarti
a pietoso innocente,
e, per farti la fama di brav’uomo,
metterti lì a gridare ai quattro venti:
“È morta per un turpe tradimento!”.

CLEONE - E dài, seguita pure! Bene, bene!
Ma fra tutte le infamie della terra,( )
questa è quella che più ripugna al cielo.

DIONISA - E tu mettiti pure tra coloro
che si divertono ad immaginare
che i più piccoli scriccioli di Tarso
voglian tutti volare via di qui
per andare a svelare questo a Pericle.
Mi vergogno a pensare
quanto nobile sia la tua prosapia,
e quanto vile sia l’animo tuo.

CLEONE - Non discende da origini onorate.
chi mostri solamente di approvare
un atto come questo,
pur se non vi abbia prima consentito,

DIONISA - Sarà così, ma, a parte te, Cleone,
nessuno saprà mai com’ella è morta,
ora che anche Leonino è morto.
Lei sdegnava mia figlia;
essa era un ostacolo vivente
al maturare d’ogni sua fortuna.
Non c’era chi guardasse più Filòtene;
tutti avevano gli occhi per Marina,
e nostra figlia era tenuta in spregio
manco fosse una sguattera, ed indegna
perfino di ricevere un “buongiorno”.
Tutto questo mi trafiggeva dentro.
Tu chiami snaturata la mia azione,
perché non ami abbastanza tua figlia;
io trovo invece ch’essa mi gratifica
come un atto di grande tenerezza
compiuto per la mia unica figlia.

CLEONE - Che il cielo ti perdoni!

DIONISA - In quanto a Pericle, che potrà dire?
Abbiamo pianto dietro la sua bara,
e ne portiamo tutti ancora il lutto.
Il suo sepolcro è quasi terminato,
ed un bell’epitaffio
in lucenti caratteri dorati
esprime a lei l’elogio della gente,
ed è un segno della premura nostra,
costruito com’è a nostre spese.

CLEONE - Tu sei come l’arpia,
che nasconde sotto una faccia d’angelo
gli artigli d’aquila con cui ghermisce.

DIONISA - E tu sei come quei superstiziosi
sempre pronti a giurare sugli dèi
che è l’inverno ad uccidere le mosche!
Però so che farai quel che ti dico.

(Escono)



SCENA IV - Tarso. Davanti al monumento sepolcrale di Marina.


Entra GOWER

GOWER - Ora consumeremo in fretta il tempo,
accorciando di mille e mille leghe
il suo percorso, navigando i mari
come su una conchiglia,
facendoci bastar la fantasia,( )
al desiderio di saper di più,
di su e di giù tra una frontiera e l’altra,
tra una regione e l’altra della terra.
Se ci conforti la vostra indulgenza,
pensiamo di non compiere un abuso
se andiamo usando uno stesso linguaggio
sotto i diversi climi
dove le nostre scene sembran viver.
Vogliate solo apprendere da me,
che vengo qui, nei vuoti dell’azione,
a raccontarvene le varie fasi.
Dunque, ancora una volta il nostro Pericle
si trova a traversare il mare infido,
ansioso di rivedere sua figlia,
ch’è l’unica delizia di sua vita.
Viaggia con lui anche il vecchio Elicano,
mentre è rimasto a reggere il governo,
ve lo ricorderete, il vecchio Escane,
che Elicano ha elevato ultimamente
alle più alte cariche di Stato.
Navi veloci e venti generosi
han già portato a Tarso questo re
- fatevi suoi nocchieri col pensiero,
che, così governato, filerà -
per ricondurre a casa la figliola,
ma non la troverà.( )
Stateli ad osservare per un poco
muoversi come polvere, come ombre,
mentr’io concilierò, con la parola,
il vostro orecchio con la vostra vista.( )

PANTOMIMA

Entra PERICLE, da una parte, con tutto il suo seguito; dall’altra entrano CLEONE e DIONISA. – Cleone mostra a Pericle la tomba di Marina, al che Pericle prorompe in lamenti; poi si mette addosso, a mo’ di saio, una tela di sacco, e si allontana, affranto. – Dopo di lui escono Cleone e Dionisa

GOWER - Ecco come la credula fiducia
resta ingannata da false apparenze!
Qui un dolore d’accatto
ha preso il posto del dolore vero;
e l’attristato Pericle,
col cuore divorato dall’ambascia
ed il petto squassato dai singhiozzi,
bagnato il volto da cocenti lacrime,
lascia Tarso e riprende ancora il mare.
Ha giurato di non lavarsi più
né la faccia né radersi i capelli;( )
si getta addosso una tela di sacco
da penitente, e via per mare errando…
recandosi con sé tale tempesta
che scuote a morte il suo vascello umano;( )
ma la domina, e se ne tira fuori.
Vogliate ora ascoltare l’epitaffio
composto per Marina da Dionisa,
e vedetene l’empia falsità:

“Qui giace la più bella tra le belle,
“la più dolce di tutte le fanciulle,
“del re di Tiro era la figlia amata,
“e qui da orrida morte afferrata.
“Si chiamava Marina, e quando nacque
“Teti ne andò superba, e si compiacque,
“sommergendo una parte della terra,
“per quante braccia il suo flutto rinserra;
“e la terra, per non farsi inondare,
“consegnò al cielo la figlia del mare;
“ma Teti, furibonda,
“giura che mai farà arretrare l’onda,
“battendo senza sosta
“spietatamente la silicea costa”.

Nessuna maschera s’addice meglio
alla nera perfidia
della lusinga dolce ed affettata.
Creda ora Pericle morta sua figlia,
e lasciatelo muoversi per ora
in balìa dai capricci della sorte;
nel frattempo la nostra azione scenica
vi mostrerà le angosce di Marina
e il crudo suo supplizio
nel compiere l’immondo suo servizio.
Dunque, adesso, vogliate pazientare,
e a Mitilene pensate di stare.

(Esce)



SCENA V - Mitilene. Strada davanti al bordello


Entrano due GENTILUOMINI

1° GENTILUOMO - Hai mai sentito qualcosa di simile?

2° GENTILUOMO - No mai, né più m’aspetto di sentirne
di simile in un posto come questo,
il giorno che costei sarà partita.

1° GENTILUOMO - Sentirsi far la predica
proprio là dentro! Avresti mai sognato
una simile cosa?

2° GENTILUOMO - No di certo.
Andiamo, andiamo via,
di bordelli non voglio più saperne.
Andrò a sentir cantare le Vestali…

1° GENTILUOMO - Qualunque cosa, pur che sia virtuosa:
da oggi in poi ho lasciato per sempre
il sentiero della fornicazione.( )

(Escono)



SCENA VI - Mitilene. Stanza nel bordello


Entrano il LENONE, la MEZZANA e BULT

LENONE - Darei due volte quel che m’è costata,
perché non fosse mai qui capitata!

MEZZANA - La svergognata!… Quella lì è capace
di raggelare perfino il dio Priapo,( )
e far saltare una generazione.( )
Qui si tratta o di farla sverginare
o di levarcela dai piedi subito.
Al momento di fare il suo dovere
coi clienti, capisci, e fare mostra
del meglio della nostra professione,
mi tira fuori la sua verecondia,
le sue ragioni e le super-ragioni,
le supplichette e gli inginocchiamenti,
da fare un puritano anche del diavolo,
se questo si degnasse di venire
a contrattare un bacio con costei.

BULT - Dovrò per forza sverginarla io,
se no, quella ci fa piazza pulita
di tutti i nostri bravi cavalieri;( )
e ci fa diventare tutti preti
i nostri intrepidi bestemmiatori.

LENONE - Per me, le venga pure il mal francese,
per quella sua maledetta clorosi!( )

MEZZANA - Eh, sì, non c’è altra via per sbarazzarsene
che la via che conduce alla sifilide.
Ecco venire il nobile Lisimaco,
sotto travestimento.

BULT - Avremmo sia signori che pezzenti,
qui, se quella troietta schifiltosa
si decidesse ad aprirsi ai clienti.

Entra LISIMACO, travestito

LISIMACO - Allora, a quanto stanno la dozzina
queste verginità?

MEZZANA - Oh, signoria!
Gli dèi ti benedicano!

BULT - Son lieto di vederti sempre in forma,
onorato signore.

LISIMACO - Lo credo bene; meglio per voi qui,
se i vostri soliti frequentatori
stanno ben saldi sulle loro gambe.
Beh, quale salutare iniquità
potete offrirmi con cui trattenermi
senza dover ricorrere al dottore?

MEZZANA - Una ce ne sarebbe, monsignore,
che se volesse… un pezzo di figliola
quale non s’è mai vista a Mitilene.

LISIMACO - “Se volesse…”… Vuoi dir che non ha voglia
di fare gli atti che si fanno al buio?

MEZZANA - Sai proprio dirlo bene, signoria!

LISIMACO - Va bene. Chiamala. Falla venire.

(Esce il Lenone)

BULT - Per carnagione bianca e sangue rosso,
ti apparirà, illustrissimo, una rosa.
E una rosa sarebbe, portentosa,
se non avesse…

LISIMACO - Che cosa, di grazia?

BULT - Oh, signoria, io so contenermi.

LISIMACO - Questo nobilita sicuramente
la tua reputazione di ruffiano
e conferisce odor di castità
a un certo numero di quelle donne.

MEZZANA - Eccola. Un fiorellino ancora in boccio,
mai còlto ancora, posso garantirtelo.

Entra MARINA accompagnata dal LENONE

Che ne dite, non è una meraviglia?

LISIMACO - Perbacco, è proprio quel che ci vorrebbe
dopo una lunga traversata in mare.
Bene. Questo è per te. Lasciaci soli.

MEZZANA - Con licenza, onorevole signore,
una parola a lei, solo un momento.

LISIMACO - Prego, prego, fa’ pure.

MEZZANA - (A Marina)
Prima cosa, ti voglio far notare
che questa è una persona di riguardo.

MARINA - E per tale confido di conoscerla,
per potermene prender buona nota.

MEZZANA - Seconda cosa: egli è il governatore
di questa terra: persona importante
alla quale io son molto obbligata.

MARINA - Se governa il paese, è naturale
che tu abbia degli obblighi con lui;
quanto onorevoli siano, non so.

MEZZANA - Per l’amore di Dio, bellezza mia,
non vorrai esser carina con lui
senza tante schermaglie verginali?
Ti riempirà d’oro il grembiulino.

MARINA - Quello ch’egli farà con buona grazia
l’accetterò con molta gratitudine.

LISIMACO - Allora, avete fatto?

MEZZANA - Mio signore, dovrete faticare
prima di farla docile al maneggio.( )
Non è ancora del tutto scozzonata.
Andiamo, noi; lasciamoli qui soli
sua signoria e lei. Fa’ quel che devi.( )

(Escono la Mezzana, il Lenone e Bult)

LISIMACO - Allora, vieni qua, dimmi, carina:
da quanto tempo fai questo mestiere?

MARINA - Che mestiere, di grazia, monsignore?

LISIMACO - Beh, non lo nomino per non offenderti.

MARINA - Nominatelo pure, ve ne prego:
non posso offendermi pel mio mestiere.

LISIMACO - Dico, da quando sei in questa vita?

MARINA - Da sempre, ch’io ne possa aver memoria.

LISIMACO - Sicché ti ci sei messa da bambina;
eri allegra donnina già a cinque anni
o a sette, magari?

MARINA - Ancora prima,
signore, se lo sono ancora adesso.

LISIMACO - Ma il fatto di trovarti in questa casa
ti proclama donnina a pagamento.

MARINA - Tu sai che questa casa
è un luogo di quel del genere, e ci vieni?
Sei persona onorevole, ho sentito,
governatore di questa città.

LISIMACO - Ah, t’ha detto chi sono la padrona?

MARINA - La padrona?… Chi è la mia padrona?

LISIMACO - Come chi è!… Ma la tua vivaista,( )
quella che sparge sementi e radici
d’immondo vituperio e malaffare.
Ah, ah! Tu forse avrai sentito dire
ch’io sono una persona di potere,
e così adesso fai la ritrosetta,
nella speranza d’un più serio approccio.
Ma voglio assicurarti, mia carina:
la mia autorità non t’avrà vista,
o t’avrò vista solo per giovarti.
Su, portami in un luogo riservato.
Andiamo, andiamo, su, bellezza mia!

MARINA - Se sei uomo d’onore per natali,
dimostramelo ora; se l’onore
t’è stato invece conferito dopo,
offrimi la conferma del giudizio
di chi te n’ha considerato degno.

LISIMACO - Che significa questo? Che vuoi dire?
Continua, bella, continua, da brava!

MARINA - Per me, che sono vergine illibata,
anche se la più ingrata delle sorti
m’ha messo in questa specie di porcile,
dove ho visto, da quando son venuta,
vendere malattie più a caro prezzo
che la salute… Ah, vogliano gli dèi
liberarmi da questo luogo tristo,
mutandomi magari in un uccello
sia pur esso il più picciol moscerino
che voli libero nell’aria pura.

LISIMACO - Mai mi sarei creduto, in fede mia,
che tu sapessi parlar così bene,
né mai l’avrei sognato!
Fossi pur uno capitato qui
con animo perverso e depravato,
il tuo parlare m’avrebbe mutato.( )
Tieni. A te. Questo è oro.
Va’ pure per la tua strada pulita,
e che gli dèi te ne diano la forza.

MARINA - E preservino voi, gli dèi benigni.

LISIMACO - In quanto a me, vorrei fossi convinta
che son venuto senza gravi intenti;
ché perfino le porte e le finestre
mi puzzano di marcio in questa casa.
Addio. Tu sei modello di virtù,
ed io mi son davvero persuaso
che sei stata educata nobilmente.
Tieni, qui c’è dell’altro oro per te.
E sia dannato, e muoia come un ladro
chi vuol rubarti questa tua purezza!
Se mai mi rifarò vivo con te,
sarà sicuramente pel tuo bene.

Entra BULT

BULT - Signoria, prego, per me niente mancia?

LISIMACO - Fuori dai piedi, dannato ruffiano!
Non fosse questa vergine a sorreggerla,
questa casa sprofonderebbe a terra,
e vi spiaccicherebbe tutti. Via!

(Esce Lisimaco)

BULT - (A Marina)
Che significa questo? Che è successo?
Con te dovremo proprio cambiar musica!
Se la tua schifiltosa castità,
che non vale nemmeno un caffelatte( )
nel più cencioso paese del mondo,
deve mandare a carte quarantotto
tutta la casa, giuro sugli dèi
che mi faccio castrare come un cane!
Muoviti, avanti!

MARINA - Dove vuoi portarmi?

BULT - Debbo estirparti la verginità
o sarà il boia a farti un tal servizio.( )
Muoviti, avanti ho detto!
Qui, di buoni clienti andati via
non s’ha da sentir più nemmen l’odore.
Muoviti, avanti!

Entrano il LENONE e la MEZZANA

MEZZANA - Che succede qui?

BULT - Di male in peggio, signora padrona.
Costei ha appena finito di fare
una predica al nobile Lisimaco.

MEZZANA - Oh, brutta svergognata!

BULT - Sta rendendo la nostra professione
uno schifo alla faccia degli dèi!

MEZZANA - E allora, per la vergine, alla forca,
una volta per sempre!

BULT - Il nobiluomo si dev’essere messo
a far con lei la persona per bene,
e lei te l’ha mandato via di casa
gelato come una palla di neve,
che recitava pure le preghiere.

MEZZANA - Su, Bult, portala via! Facci il tuo comodo,
vedi tu di squarciarle a tuo talento
il cristallo della verginità,
e rendila nel resto malleabile.

BULT - Foss’ella un orticello
ancora più spinoso che non sia,
saprò ararlo a dovere.

MARINA - Udite, o dèi!

MEZZANA - Fa’ gli scongiuri! Via, portala via!
Non fosse mai venuta in questa casa!
Alla forca, perdio!
È nata per mandarci alla rovina!
Non vuol seguir la via delle altre, lei!
Eccoti sistemata, per la vergine,
mio piattino di castità, condito
con rosmarino e alloro! Va’ con Bult!

(Escono il Ruffiano e la Mezzana)

BULT - Animo, adesso, su, vieni con me.

MARINA - Dove mi vuoi portare?

BULT - A prendermi da te quel tal gioiello
che tieni così caro.

MARINA - Dimmi prima una cosa, ti scongiuro,

BULT - Avanti, parla, dimmi la tua cosa.

MARINA - Che cosa augureresti al tuo nemico?

BULT - Di diventare come il mio padrone,
o piuttosto come la mia padrona.

MARINA - E tuttavia nessuno di quei due
sta male come te,
dal momento che loro ti sovrastano,
e tu devi ubbidire ai lor comandi.
Tu tieni un posto che nemmeno il diavolo
più tormentato di tutto l’inferno
sarebbe pronto a scambiare col suo
per non rischiare la reputazione.
Tu sei il guardaporta maledetto
addetto a fare entrare ogni canaglia
che venga qui a cercar la sua baldracca,
esposto a prenderti schiaffoni in faccia
da qualunque villano incollerito;
costretto a mandar giù come tuo cibo
il vomitare di polmoni infetti.

BULT - E che cosa vorresti che facessi?
Che andassi in guerra? È questo che vorresti?
Dove uno può servire per sett’anni
magari rimettendoci una gamba
e non avere infine manco i soldi
per acquistarsene una di legno?

MARINA - Qualunque cosa, all’infuori di questa:
va’ magari a vuotare dalla merda
vecchi vasi da notte, oppure chiaviche;
saranno sempre mestieri migliori
di questo tuo; perché questo che fai,
un babbuino, se avesse la parola,
lo riterrebbe indegno del suo nome.
Gli dèi mi salvino da questo luogo!
Tieni, qui c’è dell’oro per te. Prendilo.
Se proprio il tuo padrone è intenzionato
a tirare da me qualche profitto,
digli ch’io so cantare, ricamare,
so cucire, danzare ed altre cose
di cui non voglio nemmeno vantarmi;
e son pronta a insegnarlo, tutto questo.
E son sicura che in questa città,
popolosa com’è, ci siano allievi
pronti a seguire i miei insegnamenti.

BULT - Bene, vedrò che posso far per te.
Se potrò sistemarti, lo farò.

MARINA - Sì, ma tra donne oneste.

BULT - Non ne conosco molte, in verità;
ma dal momento che chi t’ha acquistata
sono stati il padrone e la padrona,
ci vorrà sempre il loro beneplacito.
Perciò riferirò la tua proposta,
e son sicuro che consentiranno.
Farò quello che posso. Ora va’ pure.

(Escono)


ATTO QUINTO



Entra GOWER

GOWER - Così Marina scampa al lupanare
e trova asilo in una casa onesta.
Così prosegue a dir la nostra storia.
Canta divinamente,
danza come una dea, su motivi
creati da lei stessa e sì ammirati
da far restare muti e stupefatti
i più severi sapienti del luogo;( )
riproduce con l’arte del suo ago
ogni forma della natura: uccelli,
germogli, ramoscelli, bacche, fiori,
rose sorelle a quelle naturali;
con un filo di lana crea ciliegie
color vermiglio, gemelle alle vere;
sicché non le difettano le allieve,
tutte figlie di nobili famiglie,
che riversan su lei ricchi compensi.
Ella riversa tutto il suo guadagno
alla turpe mezzana.
Ma lasciamola qui, per il momento,
e al padre suo volgiamo ancor la mente
là dove lo lasciammo: in alto mare.
Là lo perdemmo di vista, e di là,
spinto dai venti egli è arrivato qui,
dove vive sua figlia, a Mitilene.
Immaginatelo pertanto all’ancora
davanti a questa costa,
sulla sua nave ancorata alquanto al largo.
Qui tutta la città è in gran subbuglio
per la festa in onore di Nettuno;( )
dalla riva Lisimaco
ha avvistato la nostra nave tiria,
all’àncora coi pennoni abbrunati
e dalla ricca e bella attrezzatura;
e a bordo della sua imbarcazione
subito si dirige incontro ad essa.
Ora ancora una volta, per favore,
date occhi al vostro bell’immaginare
e pensate che questo palcoscenico
sia la nave dell’attristato Pericle,
dove tutto che avviene nell’azione,
e, se possibile, ancora di più,
vi sarà manifesto. Onde, di grazia,
rimanete seduti ad ascoltare.
(Esce)



SCENA I - A bordo della nave di Pericle, al largo della costa di Mitilene. - Sul ponte di coperta, un baldacchino nascosto da una cortina. - Si alza la cortina, e si scorge Pericle che giace a letto. Una imbarcazione è attraccata a fianco della nave tiria.


Due MARINAI, uno della nave tiria, l’altro dell’imbarcazione attraccata, si parlano dai rispettivi natanti.

MARINAIO DI TIRO - (Dalla nave al marinaio di Mitilene)
Se fosse qui il nobile Elicano
potrebbe soddisfar la tua richiesta.

Entra ELICANO

Oh, eccolo. Signore, c’è qui un barco
da Mitilene, e a bordo c’è Lisimaco,
il lor governatore,
che chiede di poter salire a bordo.
Che intendi fare?

ELICANO - Sia com’egli vuole.
Chiama in coperta qualche gentiluomo.

MARINAIO DI TIRO - (Chiamando)
Ehi, signori! Vi vuole il mio signore!

Entrano due o tre GENTILUOMINI

1° GENTILUOMO - Il nobile Elicano ci ha chiamati?

ELICANO - Signori, c’è qualcuno di riguardo
che chiede di poter salire a bordo.
Vogliate accoglierlo cortesemente.

(Escono i Gentiluomini, scendendo a bordo della barca di Lisimaco con due marinai. Subito dopo appare, da quella stessa parte, LISIMACO, accompagnato dai due Gentiluomini e dai due marinai)

MARINAIO DI TIRO - (A Lisimaco, indicando Elicano)
Ecco, signore, questa è la persona
che può fornirti una risposta acconcia
a tutto quel che tu vorrai sapere.

LISIMACO - Salute, venerabile signore.
Che gli dèi ti preservino.

ELICANO - Anche a te,
da farti viver oltre la mia età,
e morire come auguro a me stesso.

LISIMACO - È un bell’augurio!( ) Stavo sulla riva,
a onorare i trionfi di Nettuno,
e ho visto all’àncora davanti a noi
questa splendida nave;
e son venuto qui di sottobordo
per sapere da dove provenite.

ELICANO - Prima di tutto, qual è la tua carica?

LISIMACO - Sono il governatore
dell’isola che vedi qui davanti.

ELICANO - La nostra nave è di Tiro, signore,
e a bordo c’è il suo re:
un uomo che in questi ultimi tre mesi
non ha fatto parola con nessuno
né toccato altro cibo se non quello
bastante a prolungargli, con la vita,
il gran dolore che gli rode l’anima.

LISIMACO - A che è dovuto questo turbamento?

ELICANO - Sarebbe troppo lungo raccontarlo,
ma la maggior ambascia gli deriva
dall’aver perso una figlia adorata
e una moglie.

LISIMACO - È possibile vederlo?

ELICANO - Sì, ma lo troverai affatto inutile:
perché non vuol parlare con nessuno.

LISIMACO - Non importa; acconsenti tuttavia
ad esaudir questo mio desiderio.

Elicano tira la cortina del baldacchino e scopre Pericle a letto

ELICANO - Ecco, quest’uomo che tu vedi qui,
è stato una magnifica persona
fino al tragico disastroso evento
che in una notte sciagurata e trista
lo doveva ridurre in questo stato.

LISIMACO - (A Pericle)
Sire, salute! Gli dèi ti preservino!
Salve, regal signore!

ELICANO - È tutto inutile. Non ti risponde.

UN NOBILE - (Del seguito di Lisimaco, a Lisimaco)
Sto pensando Signore,
che abbiamo a Mitilene una fanciulla
che scommetto, sarebbe ben capace
di cavare da lui qualche parola.

LISIMACO - Mi pare ben pensato! Senza dubbio,
anche senza bisogno di parlare,
ma solo con le sue dolci armonie
e l’altre sue squisite qualità
potrebbe farlo uscir dal suo torpore
e aprire un varco nei suoi sordi sensi
mezzo ostruiti. Ella si trova appunto,
insieme alle sue compagne,
bella e felice come nessun’altra,
all’ombra di quell’angolo boscoso
che si stende sul fianco, là, dell’isola.

(Sussurra qualcosa all’orecchio di uno del seguito, che subito scende nella barca e si allontana)

ELICANO - E sarà, anche questo, tutto inutile;
ma non vogliamo tralasciare nulla
cui possa darsi il nome di rimedio.
E giacché abbiamo tanto profittato
della tua cortesia, governatore,
ti vogliamo pregare, in cambio d’oro,
di provvederci una scorta di viveri:
non che ne siamo del tutto sprovvisti,
ma di quelli che abbiamo nella stiva
siamo stuccati, son fatti stantii.

LISIMACO - Oh, signore, una cortesia del genere
se noi ve la negassimo, gli dèi
nella loro giustizia, manderebbero
un bruco nel germoglio d’ogni pianta,
a castigar così la nostra terra.
Però consentimi ancora una volta
di pregarti di più ampie notizie
sull’ambascia che affligge il vostro re.

ELICANO - Ebbene, siedi, nobile Lisimaco,
e ti racconto tutto…
Ma, come vedo, ne vengo impedito…

Rientra, dalla barca di Lisimaco, il GENTILUOMO con MARINA e una sua compagna

LISIMACO - Oh, ecco, infatti appunto la fanciulla
che ho mandato a chiamare…
Benvenuta, bellissima!…
Guardatela, non è ella incantevole?

ELICANO - È una splendida dama.

LISIMACO - E una che, s’io fossi ben sicuro
che discende da nobile progenie,
non potrei augurarmi miglior scelta,
e riterrei mio raro privilegio
poter sposare una donna così.

(A Marina)
Bella, tu che sei tutta la bontà
che si può maritar con la bellezza,
aspettati anche qui,
dove si trova sofferente un re,
se il tuo felice e squisito talento
può solo indurlo a muovere le labbra
e a darti una risposta, qual che sia,
aspettati, ripeto, anche stavolta,
per questa tua sacrale medicina
il compenso che puoi desiderare.

MARINA - Signore, avrò ricorso, a risanarlo,
alle massime mie capacità
a patto che non sia permesso ad altri
fuori di me e della mia compagna
di venirgli vicino.

LISIMACO - Andiamo, su, lasciamola con lui,
e che gli dèi le diano buon successo.

(Tutti si allontanano)

Marina canta

LISIMACO - (Facendosi avanti)
Ti è parso che sentisse la tua musica?

MARINA - Macché, non ci ha degnate d’uno sguardo.

LISIMACO - (Ritirandosi di nuovo)
Ecco, gli si avvicina per parlargli.

MARINA - (Avvicinandosi al baldacchino)
Salute, mio signore!… Signor mio…
Dammi ascolto, signore…

PERICLE - (Scotendosi)
Uuuuhm!… Aaah!

MARINA - Io sono, mio signore, una fanciulla
che non ha mai sollecitato sguardi,
anche se tutti hanno guardato a me
come ad una cometa…
Colei ch’ora ti parla, monsignore,
può dir d’aver sopportato un dolore
che potrebbe eguagliare quello tuo
se l’uno e l’altro fossero pesati
sulla giusta bilancia.
Se maligna m’è stata la Fortuna,
la discendenza mia è da antenati
che potevano ben stare alla pari
coi più potenti re di questa terra.
Ma il tempo ha scardinato il mio casato
e m’ha ridotto in schiavitù del mondo
e delle più maligne avversità.

(Tra sé)
Mi vien voglia d’abbandonar l’impresa
ma c’è qualcosa dentro
che sento che mi fa avvampare in volto
e mi sussurra all’orecchio: “Rimani,
“non andartene prima ch’egli parli”.

PERICLE - “… la Fortuna maligna…”… “il suo casato…”
“… un buon casato…” da eguagliare il mio…
Non hai detto così?… Eh?… Che dicevi?

MARINA - Dicevo, mio signore,
che se tu conoscessi il mio casato,
non saresti sì ostico con me.

PERICLE - Lo credo… Ma non volger gli occhi altrove.
Guardami: tu somigli tutta ad una…
Di dove sei? Di qui? Di questi liti?

MARINA - Né di questi né d’altri,
seppure sono stata partorita
come ogni mortale,
e non sono altra da quella che appaio.

PERICLE - Ho il cuore gonfio, gravido d’angoscia
e debbo liberarmene col pianto.

(Tra sé)
La mia sposa diletta somigliava
tanto a questa fanciulla; e come lei
sarebbe stata ora la mia figlia:
la fronte ampia della mia regina,
precisa identica la sua statura,
eretta e flessuosa come un giunco;
la voce, con quel suo timbro d’argento;
gli occhi, gli stessi, come due gioielli
incastonati con egual ricchezza;
l’inceder di Giunone; il suo parlare
che fa languir d’avidità di sé
l’orecchio ch’essa nutre, e che più parla,
più accende la fame…

(Forte)
Dove vivi?

MARINA - Dove non sono che una forestiera.
Dal ponte,( ) qui, si può vedere il posto.

PERICLE - Dove fosti allevata? E come hai fatto
ad acquistarti tante belle doti,
che sai rendere ancora più preziose
col fatto stesso che vivono in te?

MARINA - Se dovessi narrare la mia storia,
ti sembrerebbe tutta una bugia,
da spregiar nel momento che vien detta.

PERICLE - Parla, invece, ti prego, parla ancora.
Da te non può venire falsità,
perché tu appari come la Giustizia,
altrettanto serena, e, come Pallade,( )
sembri la reggia della Verità.
Ti crederò, e costringerò i miei sensi
ad aggiungere fede al tuo racconto
anche nei punti che, apparentemente,
mi potranno sembrare inverosimili;
perché tu rassomigli stranamente
a una persona che m’era assai cara.
Da che famiglia vieni?…
Non m’hai detto, poc’anzi,
nel momento che t’ho da me respinta -
è stato al punto che mi sono accorto
della presenza tua accanto a me -,
che provieni da nobil discendenza?

MARINA - Così ho detto, sì, infatti.

PERICLE - E dunque parlami del tuo casato.
Dicevi, come credo aver udito,
ch’eri stata sbalzata dalla sorte
da un’ingiustizia a un’altra, senza sosta,
e che pensavi che le tue sventure
potrebbero eguagliarsi con le mie,
a raccontarcele tutte, tra noi.

MARINA - Sì, questo ho detto, o qualcosa di simile:
nulla di più di quanto il mio ricordo
mi garantiva che fosse avvenuto.

PERICLE - Raccontamela, dunque, la tua storia.
E se alla fine le tue sofferenze
potranno risultare essere state
la millesima parte delle mie,
allora tra noi due l’uomo sei tu,
e tutto quello ch’io avrò sofferto
saranno sofferenze da ragazza.
M’accorgo, tuttavia, mentre ti guardo,
ch’hai l’aspetto della Rassegnazione
mentre contempla le tombe dei re,
e disarma col riso la sventura.
Dimmi: chi erano i tuoi genitori?
E come li hai perduti?
Qual è il tuo nome, gentile fanciulla?

MARINA - Il mio nome è Marina, monsignore.

PERICLE - Oh, oh! Che beffa della sorte è questa?…
Qual dio sdegnato t’ha mandata qui,
per far ridere il mondo alle mie spalle?

MARINA - Calma, signore, o io la smetto qui.

PERICLE - Sì, sì, resterò calmo;
ma non puoi saper quale sussulto
m’hai provocato a chiamarti Marina.

MARINA - Questo nome mi fu imposto da uno
che aveva del potere ed era re,
mio padre.

PERICLE - Come! Tu, figlia di re?
E Marina di nome?…

MARINA - Mio signore,
“Ti crederò” - m’hai detto poco fa;
ma se quello che m’esce dalla bocca
deve così turbare la tua pace,
mi fermo qui.

PERICLE - Ma sei di carne e sangue?
Hai un polso che batte?
Non sarai una fata delle favole?
Avanti, parla! Di’: dove sei nata?
E come mai t’han chiamato Marina?

MARINA - Marina perché nata in mezzo al mare.

PERICLE - In mezzo al mare!… E chi era tua madre?

MARINA - Mia madre era la figlia d’un sovrano,
morta al momento di darmi alla luce,
come spesso mi raccontava in lacrime
Licoride, la mia buona nutrice.

PERICLE - Oh, aspetta, aspetta un attimo!…

(Tra sé)
Questo è davvero il sogno più fantastico
che mai l’ottuso sonno abbia mandato
per beffa ad uno sciocco malinconico!
Mia figlia non può essere. È sepolta!

(Forte)
Bene, dov’è che sei stata allevata?
Ora starò a sentire la tua storia
fino in fondo: non t’interrompo più.

MARINA - M’accorgo che ti fai gioco di me.
Credimi: è meglio ch’io la smetta qui.

PERICLE - Ti crederò fino all’ultima sillaba,
qualunque cosa tu possa contarmi.
Ma permettimi ancora una domanda:
come sei arrivata in questi luoghi?
E dove sei cresciuta?

MARINA - Il re mio padre mi lasciò a Tarso,
fin che non venne il giorno
che il feroce Cleone con sua moglie,
una dannata maledetta strega,
cercarono di farmi assassinare,
per le mani di un loro prezzolato;
questi aveva snudata già la spada,
quando venne una ciurma di pirati
che mi strapparono dalle sue mani
e mi portarono qui a Mitilene.
Ma, signore, perché tante domande?( )
Perché piangi?… Mi credi una bugiarda?
No, in fede mia, signore, è tutto vero!
Io son la figlia di Pericle, il re,
se il buon re Pericle sta ancora in vita.

PERICLE - (Chiama)
Oh, Elicano?

ELICANO - (Venendo avanti)
Chiamaste, signore?

PERICLE - Elicano, tu sei un consigliere
nobile, serio, estremamente saggio
come hai mostrato in ogni circostanza.
Dimmi, se puoi, chi è questa fanciulla,
o a chi può somigliare,
per strapparmi le lacrime così.

ELICANO - Non lo so. Ma c’è qui il governatore
di Mitilene, Sire, che m’ha detto
tutto il bene possibile di lei.

LISIMACO - Del suo casato mai volle parlare;
ed ogni volta che le si chiedeva,
restava muta e si scioglieva in lacrime.

PERICLE - Elicano, onorato amico mio,
dammi una botta, fammi una ferita,
fa’ insomma qualche cosa su di me
che mi procuri un dolore immediato,
o questo mare di felicità
che si sta rovesciando su di me
travolgerà la mia riva mortale,
l’affogherà in un gorgo di dolcezza!

(A Marina)
Oh, vieni qui, tu che ridai la vita
a colui che la vita un dì t’ha dato;
tu in mare partorita,
sepolta a Tarso, e in mare ritrovata!
Elicano, prosternati in ginocchio,
e con voce che eguagli per fragore
il minaccioso tuono,
ringrazia i sacri numi!
Questa è Marina!…

(A Marina)
Il nome di tua madre
voglio sapere adesso: solo questo;
perché la verità non trova mai
sufficiente conferma, anche se il dubbio
si trova ormai totalmente dissolto.

MARINA - Prima, di grazia, dimmi chi sei tu.

PERICLE - Sono Pericle, principe di Tiro.
E tu, a tua volta, adesso dimmi il nome
della regina mia, sepolta in mare,
così come, nel resto che m’hai detto,
sei stata d’una divina esattezza,
e tu sarai per Pericle tuo padre
l’erede del suo regno e nuova vita.

MARINA - Per dimostrarti d’essere tua figlia,
non ho che a dirti il nome di mia madre?
Era Taisa il suo nome, ed è finita
nell’attimo in cui io ho cominciato.

PERICLE - Che tu sia benedetta! Alzati, figlia!
Datemi nuove vesti… È lei, è lei,
Elicano! Essa è mia figlia! Non è morta
a Tarso, come m’hanno fatto credere,
per ordine del barbaro Cleone!
Ti racconterò tutto su di lei,
e allora tu, in ginocchio,
apprenderai che è la tua principessa
in tutta la pienezza del diritto.

(Indicando Lisimaco)
E lui chi è?

ELICANO - Questi è il governatore
di Mitilene, che avendo saputo
del tuo stato di torbida tristezza,
è venuto a trovarti.

PERICLE - Ti abbraccio!… Datemi i miei vestiti
Ho un aspetto selvaggio.( )
Benedite la mia bambina, o cieli!

(S’ode della musica)
Oh, che musica è questa? La sentite?…
Marina mia, racconta ad Elicano
tutto, punto per punto, dal principio,
perch’egli sembra ancora titubante
a creder che tu sia proprio mia figlia.
Ma che musica è questa?…

ELICANO - Non sento nulla, mio signore.

PERICLE - Nulla?…
La musica delle celesti sfere!
Ascoltala anche tu, Marina mia.

LISIMACO - Convien non contraddirlo: assecondiamolo.

PERICLE - Rarissime armonie! Non le sentite?

LISIMACO - Musica, sì, signore, anch’io la sento.

PERICLE - È la musica più paradisiaca.
Mi sento pizzicato ad ascoltarla,
mentre mi grava gli occhi un gran torpore.
Fatemi riposare.

(Si assopisce)

LISIMACO - Mettiamogli un cuscino sotto il capo.
Ecco, così. Lasciamolo così.
Bene, amici, se quel che ho visto e udito
risponde a quanto giustamente credo,
il ricordo di voi mi resterà.

(Escono tutti)

IL SOGNO DI PERICLE

DIANA appare a Pericle in sogno

DIANA - “In Efeso è il mio tempio:
“affrettati laggiù e sul mio altare.
“celebra un sacrificio.
“Quando tutte le mie sacerdotesse
“si saran radunate intorno a te,
“rivelerai davanti a tutto il popolo
“come perdesti la tua sposa in mare.
“Per suscitar compianto alle tue croci
“e a quelle di tua figlia,
“parla come se fossi un ciarlatano,( )
“sì da dar loro una vivente immagine.
“O adempirai a quanto t’ho ordinato,
“o vivrai la tua vita nel dolore.
“Ma fallo, e per il mio arco d’argento,
“svegliati adesso, e racconta il tuo sogno”.

PERICLE - (Svegliandosi)
Diana celeste, dea color d’argento,
ti obbedirò. Elicano!

ELICANO - Mio signore?

PERICLE - M’ero proposto di tornare a Tarso
a castigare il barbaro Cleone,
ma devo prima compiere un dovere.
Volgi le nostre gonfie vele ad Efeso,
ti dirò poi perché.

(A Lisimaco)
Governatore,
ci permetti di riapprovvigionarci
di più fresche provviste nel tuo porto,
pagando in oro quanto ci bisogna
al nostro viaggio?

LISIMACO - Ma con tutto il cuore,
signore, e appena a terra,
anch’io avrei da farti una richiesta.

PERICLE - È sin d’ora accordata,
fosse pur quella di darti il permesso
di corteggiar mia figlia,
ché, a quanto sembra, ti sei comportato
in maniera assai nobile con lei.

LISIMACO - Bene. A terra, signore. Dammi il braccio.

PERICLE - Vieni, Marina mia, vieni anche tu.

(Escono)



SCENA II - Efeso. Davanti al tempio di Diana


Entra GOWER

GOWER - Nella nostra clessidra
è quasi tutta scorsa ormai in sabbia;
ancora un altro poco,
e poi su tutto scenderà il silenzio.
Concedetemi un ultimo favore
e m’assista la vostra cortesia:
sforzatevi d’immaginare al vivo
le parate, le feste, gli spettacoli,
i canti giullareschi per le strade,
l’allegria, la chiassosa confusione
organizzati dal governatore
a Mitilene, in onore di Pericle.
Tale fu di Lisimaco il successo,
che di sposar Marina ebbe concesso;
non prima tuttavia che il re compiuto
avesse il rito da Diana voluto
ad Efeso, dov’egli ora fa rotta.
A voi di consumare tutto intero
questo lasso di tempo col pensiero.
Si stipano le navi in tutta fretta
e i desideri son così adempiuti
esattamente com’eran voluti.
Ora d’Efeso voi vedrete il tempio,
e il nostro re con tutto il suo corteggio.
Come sì presto qui egli giunto sia
è lasciato alla vostra fantasia.

(Esce)



SCENA III - Efeso. L’interno del tempio di Diana


TAISA sta presso l’altare nei paramenti di sacerdotessa; ai suoi lati un numero di vergini. - CERIMONE assiste insieme con altri cittadini di Efeso

Entra PERICLE col suo seguito; poi LISIMACO, ELICANO, MARINA e una DAMA

PERICLE - Salve, Diana! Ad adempiere al tuo giusto
comandamento, io dichiaro qui
esser io quello stesso re di Tiro,
che costretto a lasciare il suo paese
per tema della vita,
sposò a Pentapoli la bella Taisa.
In mare, ella morì
di parto, ma diè al mondo una bambina,
Marina nominata; ed ella, o dea
dell'argentea tua veste e ancor vestita..( )
A Tarso da Cleone fu allevata,
che, giunta ch’ella fu a quattordici anni,
cercò d’averla morta assassinata.
Ma il favor delle sue benigne stelle
la portò a Mitilene, nel cui mare
trovandosi ancorata la mia nave,
la buona sorte l’ha condotta a bordo
con noi, e qui al racconto che mi fé
sul filo del suo limpido ricordo,
si fece riconoscere da me
come mia figlia.

TAISA - La voce!… L’aspetto!…
Tu sei… tu sei… O Pericle regale!

(Sviene)

PERICLE - Che intende mai la gran sacerdotessa?
Oh! Ella muore!… Aiuto, aiuto, gente!

CERIMONE - Mio nobile signore,
se tu davanti all’altare di Diana
hai detto il vero, allora essa è tua moglie.

PERICLE - No, veneranda apparizione, no,
mia moglie io l’ho gettata, morta, in mare,
con queste stesse braccia.

CERIMONE - Davanti a questa costa, ci scommetto,

PERICLE - Infatti, sì…

CERIMONE - Badate alla signora…
Oh, è solo sopraffatta dalla gioia.
All’alba di una notte tempestosa
questa signora è stata rigettata
su questa spiaggia. Io stesso aprii la bara,
e v’erano con lei ricchi gioielli;
io stesso poi l’ho richiamata in vita,
e l’ho condotta in questo sacro luogo.

PERICLE - Posso dare uno sguardo a quei gioielli?

CERIMONE - Ti saranno portati in casa mia,
dov’io t’invito, nobile signore.
Ecco, guardala: Taisa è rinvenuta.

TAISA - Oh, ch’io lo veda, ch’io lo veda ancora!…
S’egli proprio non è niente di mio,
questo mio sacro ufficio
non presterà alcun licenzioso orecchio
ai miei sensi, ma li terrà frenati,
anche contro la gioia dei miei occhi.
Non sei tu Pericle, signore mio?
Tu parli con l’identico suo accento,
ed hai lo stesso identico suo aspetto.
Non hai tu nominato una tempesta,
una morte, una nascita?

PERICLE - La voce!…
Questa è la voce sua, di Taisa morta!

TAISA - E son io quella! Sì, Taisa son io,
creduta morta e sepolta nel mare!

PERICLE - Diana immortale!

TAISA - Oh! Adesso ti ravviso!
Quando tra molte lacrime noi due
partimmo da Pentapoli, mio padre,
il re, ti mise al dito quell’anello.( )

PERICLE - È quello, infatti, è quello!… O santi dèi!
tanta vostra larghezza di letizia
mi fa apparir giocosi passatempi
tutte le mie trascorse traversie.
E ben farete, o dèi onnipotenti,
se al primo tocco di quelle sue labbra
io mi dissolva e scompaia per sempre!
Vieni, mia Taisa, e in queste mie braccia
sii tu sepolta una seconda volta!

(L’abbraccia)

MARINA - Sento il cuore balzarmi via dal petto
per saltare nel seno di mia madre.

(S’inginocchia)

PERICLE - Guarda chi s’inginocchia qui, ai tuoi piedi:
carne della tua carne. Questo è il peso,
Taisa, che tu portavi in grembo in mare,
e si chiama Marina:
questo nome perché sul mare è nata.

TAISA - Sii benedetta, e mia!

ELICANO - Signora, ti saluto mia regina!

TAISA - Chi sei? Non ti conosco.

PERICLE - Se ti ricordi, mi sentisti dire
d’aver lasciato, nel fuggir da Tiro,
un anziano reggente al posto mio.
Non ti ricordi come lo chiamavo?
Lo nominavo spesso.

TAISA - Ah, sì, Elicano!

PERICLE - Ancora una conferma!…
È lui quell’uomo. Abbraccialo, mia Taisa.
Ora sono impaziente di sentire
dalla tua bocca come ti trovarono,
e come si riuscì a rianimarti,
e a chi, oltre agli dèi, rendere grazie
per un miracolo sì portentoso.

TAISA - Al nobile Cerimone, mio caro:
questi è l’uomo di cui si son serviti
gli dèi per dimostrare il lor potere.
Egli potrà spiegarti l’accaduto
dal principio alla fine, tutto quanto.

PERICLE - (A Cerimone)
Venerando signore,
mai ministro mortale i sacri numi
potranno avere che meglio di te
possa rassomigliare uno di loro.
Vuoi dunque tu degnarti di spiegarci
come questa regina, ch’era morta,
ha potuto rinascere alla vita?

CERIMONE - Lo farò volentieri, mio signore.
Non prima, tuttavia che tu gradisca,
ti prego, di venire a casa mia,
dove desidero ti sia mostrato
tutto quello che è stato rinvenuto
insieme a lei, e che ti sia spiegato
com’ella fu allocata in questo tempio.
Non sarà omesso nulla d’importante.

PERICLE - (Abbracciandolo)
Che tu sia in eterno benedetta,
per la tua apparizione, o casta Diana!
E in pegno della mia riconoscenza,
io t’offrirò notturni sacrifici.

(Presentando Lisimaco a Taisa)
Questo principe, Taisa,
promesso sposo di Marina nostra,
la condurrà a Pentapoli sua sposa.
E adesso è veramente giunta l’ora
ch’io mi faccia tagliare a miglior foggia
questo lungo pelume sul mio capo,
che mi dà l’aria d’un uomo selvatico;
e questa barba che, in quattordici anni,
mai non conobbe forbici o rasoi,
la farò diventar sette bellezze
per onorare il tuo giorno di nozze.

TAISA - Il nobile Cerimone, signore,
ha ricevuto nuove da Pentapoli,
annuncianti la morte di mio padre.

PERICLE - Ne faccia il cielo una lucente stella!
Peraltro, mia regina, è là, a Pentapoli
che noi celebreremo le lor nozze,
e sarà là, in quel regno, che noi due
trascorreremo i giorni che ci restano.
A Tiro regneranno nostro genero
con la sua sposa, questa nostra figlia.

(A Cerimone)
Ed ora, nobilissimo Cerimone,
siamo impazienti di udire da te,
in casa tua, il resto della storia.
Facci strada, signore. Andiamo tutti.

(Escono)


EPILOGO



Entra GOWER

GOWER - In Antioco e sua moglie avete udito
come sia stato dagli dèi punito
il mostruoso lascivo lor peccato.
In Pericle ed in Taisa sua consorte
e nella loro figlia, dalla morte
scampate, avete visto preservare
le lor vite dai colpi della sorte;
e alla fine, dal cielo confortate,
da una serena gioia coronate.
In Elicano la sincerità
avete conosciuto, e la lealtà.
In Cerimone aveste conoscenza
del merito che ha sempre avuto stanza
nella retta coscienza,
la carità guidata dalla scienza.
Quanto a Cleone e l’infame sua sposa
quando fu divulgata la notizia
della loro nequizia,
l’offesa a Pericle da lor recata
accese di furore una vampata,
e nel loro palazzo incenerito
fu l’uno e l’altra dal popolo irato.
Volle così con giusta speditezza
il cielo castigar la nefandezza
d’un delitto dai due architettato
anche se non del tutto consumato.
E noi, qui, con l’usata confidenza
nella vostra benevola indulgenza,
v’auguriamo ogni bene nella vita.
La commedia è finita.



FINE

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