sábado, febrero 24, 2007

WILLIAM SHAKESPEARE"CORIOLANO"(IN ITALIANO)


WILLIAM SHAKESPEARE





CORIOLANO

Tragedia in 5 atti









Traduzione e note di Goffredo Raponi











Titolo originale: “THE TRAGEDY OF CORIOLANUS”


NOTE PRELIMINARI





1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello del prof. Peter Alexander (William Shakespeare - “The complete Works”, Collins., London & Glasgow, 1960), con qualche variante suggerita da altri testi, specialmente quello prodotto dal Furnivall per la “Early English Text Society”, l’“Arden Shakespeare” e l’ultima edizione dell’“Oxford Shakespeare” curata da G. Taylor e G. Wells per la “Claredon Press”, New York (USA), 1994.

2) Alcune didascalie sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa, per la migliore comprensione dell’azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente intesa.

3) All’inizio di ciascuna scena i personaggi sono introdotti con il rituale “Entra” o “Entrano”, che ripete l’“Enter” del testo; giova avvertire però che tale dizione non implica che i personaggi debbano “entrare” in scena al levarsi del sipario; è spesso possibile che essi vi si trovino già, in un qualunque atteggiamento. La reciproca vale per le dizioni “Exit” - “Exeunt”, “Esce”, “Escono”.

4) Il metro è l’endecasillabo sciolto, intercalato da settenari, come l’abbia richiesto al traduttore lo scorrere della verseggiatura.

5) Trattandosi della Roma di Coriolano, la forma del “tu” (i Romani non ne conoscevano altra) è sembrata imperativa, ad onta del dialogante alternarsi dello “you” e del “thou” dell’inglese.

6) La divisione in atti e scene, com’è noto, non si trova nell’in-folio; essa è stata elaborata, spesso anche con l’elenco dei personaggi, da vari curatori nel tempo, a cominciare da Nicolas Rowe (1700). Li si riproduce come figurano nella citata edizione dell’Alexander.

CORIOLANO

Nota introduttiva




Plutarco, dalle cui “Vite parallele” Shakespeare trae essenzialmente la trama della sua tragedia, associa Coriolano con Alcibiade, come esempio di due grandi condottieri e uomini politici venuti in contrasto con la loro patria e scesi contro di essa in guerra alla testa di eserciti nemici. I due sono contemporanei: Alcibiade vive nell’Atene di Pericle (V sec. a.C.), già matura repubblica demo-aristocratica; Coriolano nella giovane immatura repubblica di una Roma che si è appena liberata della tirannia dei re etruschi.
Ma il parallelismo tra i due è per contrasto; perché Alcibiade cerca, contro l’aristocrazia di cui è parte (è il nipote di Pericle), e che gli dà l’ostracismo, il favore del popolo(1); Coriolano, all’opposto, nel suo orgoglio di aristocratico rozzo e impolitico, disprezza la massa plebea ed è da questa prima eletto poi privato del consolato e bandito da Roma.
L’orgoglio di Coriolano e il suo conflitto con l’intima nobiltà dell’uomo è il “leitmotiv” del dramma shakespeariano; ad esso fa da sfondo una Roma la cui politica interna è caratterizzata dalle lotte di classe fra patrizi e plebei, quella esterna dalle prime guerre di espansione. I nemici più vicini sono i Volsci, che abitano le terre del sud del Lazio, comprese le città di Anzio e Corioli.
La superbia è il peggiore dei vizi, il massimo dei peccati capitali della dottrina cristiana; tradotta nella persona di un eroe della Roma pagana essa acquista la dimensione di un vizio legato ad una virtù: nobiltà e onore. Le parole “nobility” e “honour”, come osserva il Melchiori(2), con i loro derivati nominali e verbali ricorrono ben 137 volte nel testo della tragedia.
Questo conflitto, come una fatale condanna, nega a Coriolano la capacità di convivere con gli oppositori, l’inclinazione al possibilismo che è la massima dote del politico, e sarà, nel mondo politico nel quale egli si muove, la sua tragica fine.
Il linguaggio di Coriolano, a differenza di quello raffinato e colto di Alcibiade, è sempre rude, quasi urlato, di rissa; e ad accentuarne la rudezza Shakespeare crea, in contrapposto, di sua fantasia, il personaggio di Menenio Agrippa, un modello di scaltrezza politica - questo sì - simile ad Alcibiade, che parla studiando l’avversario(3), per saggiarne i punti deboli e, prima assecondandolo poi demolendolo, averne ragione.
Ma Coriolano non è solo questo. All’intolleranza faziosa egli aggiunge l’incostanza del carattere, l’ignoranza di sé. Questo lo porta ad ingannarsi non solo sulla realtà politica che lo circonda, ma sulla sua stessa immagine; si trova così, quasi senza volerlo, sottomesso alla volontà della madre, Volumnia. Questa è la figura di matrona romana nelle cui parole par quasi di sentire un’eco ante litteram del Machiavelli: “Chi diventa principe col favore dei grandi deve anzitutto guadagnarsi il favore del popolo, farsi “gran simulatore e dissimulatore”.
Coriolano, a differenza di Alcibiade, è il contrario di tutto questo.

PERSONAGGI



CAIO MARCIO, detto poi “Coriolano”

TITO LARZIO
COMINIO, generali romani nella guerra contro i Volsci

MENENIO AGRIPPA, amico di Coriolano

SICINIO VELUTO
GIUNIO BRUTO, tribuni della plebe


IL PICCOLO MARCIO, figliolo di Coriolano

Un araldo romano

NICANOR, romano al servizio dei Volsci

TULLO AUFIDIO, generale dei Volsci

Un luogotenente di Aufidio

ADRIANO, volsco

Un cittadino di Anzio

Due sentinelle volsche

VOLUMNIA, madre di Coriolano

VIRGINIA, sposa di Coriolano

VALERIA, amica di Virginia

Una dama di compagnia di Virginia

Senatori romani e volsci

Patrizi, edili, littori, soldati, cittadini, messaggeri

Servi di Aufidio ed altri dei vari seguiti

Cospiratori del partito di Aufidio


SCENA: parte a Roma e nei dintorni di Roma;
parte a Corioli e dintorni; parte ad Anzio.
ATTO PRIMO



SCENA I - Roma, una strada

Entra un gruppo di POPOLANI in rivolta, con mazze, randelli e altri ordigni

PRIMO CITTADINO - (Agli altri)
Prima d’andare avanti, m’ascoltate!

TUTTI - Parla, parla.

PRIMO CITT. - Decisi allora: morti,
piuttosto che affamati!

TUTTI - Decisi sì!
- Decisi!

PRIMO CITT. - Primo: ciascuno sa che Caio Marcio
è il principale nemico del popolo.

TUTTI – È Caio Marcio! Lo sappiamo tutti.

PRIMO CITT. - Uccidiamolo, allora,
e avremo il grano al prezzo nostro! Chiaro?

TUTTI - Chiaro. Basta parole. Andiamo ai fatti!

SECONDO CITT. - Una parola, buoni cittadini.

PRIMO CITT. - “Buoni” dillo ai patrizi!
Noi per loro non siamo che gentaccia!
Il sovrappiù che avanza a lorsignori
già ci procurerebbe alcun sollievo;
quello che avanza dalla loro tavola,
dico, che fosse appena digeribile;
potremmo almeno farci l’illusione
che ci aiutino per umanità;
ma pensano che già costiamo troppo(4).
La macilenza che ci affligge tutti,
a specchio della nostra povertà,
è per loro un inventario ad uomo
per esibire la loro abbondanza.
La nostra sofferenza è il lor guadagno.
Vendichiamoci con le nostre picche
prima che diventiamo dei rastrelli,(5)
ché se parlo così,
sanno gli dèi ch’è per fame di pane,
e non punto per sete di vendetta!

SECONDO CITT. - E vorresti che noi si procedesse
prima di tutti contro Caio Marcio?

PRIMO CITT. - Contro di lui per primo;
è un vero cane, quello, per il popolo.

SECONDO CITT. - Hai ben considerato, tuttavia,
quali servigi egli ha reso alla patria?

PRIMO CITT. - Certamente, e sarei anche contento
di dargliene pubblicamente merito;
ma di ciò lui si paga da se stesso
con la sua boria.

SECONDO CITT. - Via, non dirne male.

PRIMO CITT. - Io ti dico che tutto che di buono
ha fatto è stato per un solo fine;
anche se a certe tenere animucce
può piacere di dire che l’ha fatto
pel suo paese, in verità l’ha fatto
per piacere a sua madre, ed anche, in parte,
per soddisfare la propria ambizione,
ché ce n’ha tanta per quanto ha coraggio.

SECONDO CITT. - Tu gli addebiti a colpa
qualcosa contro cui lui non può niente,
perché fa parte della sua natura.
Non puoi dire però che sia corrotto.

PRIMO CITT. - Questo no, ma di accuse su di lui
ne posso partorire a volontà(6).
Di difetti ce n’ha di sopravanzo,
da stancare ad enumerarli tutti!

(Clamori all’interno)
Ma che son queste grida?...
L’altra parte della città è in rivolta,
e noi ce ne restiamo qui a cianciare?
Al Campidoglio, tutti!

TUTTI - Andiamo!
Andiamo!

PRIMO CITT. - Un momento! Chi è che viene qui?

Entra MENENIO AGRIPPA

SECONDO CITT. - Il buon Menenio Agrippa, un galantuomo,
uno che sempre volle bene al popolo.

PRIMO CITT. - Una persona onesta.
Fossero tutti gli altri come lui!

MENENIO - Ehi, cittadini, che intendete fare,
dove volete andare,
così armati di mazze e di randelli?

PRIMO CITT. - Il motivo lo sa bene il Senato.
È da due settimane
che sanno quello che vogliamo fare.
Ora glielo mostriamo con i fatti.
Loro dicono che noi postulanti
abbiamo il fiato forte: ora sapranno
che abbiamo forti pure mani e braccia(7).

MENENIO - Evvia, signori, buoni amici miei,
onesti miei concittadini, diamine!,
volete rovinarvi?

PRIMO CITT. - Rovinati
già siamo, amico; più non è possibile.

MENENIO - Ed io vi dico invece, brava gente,
che i patrizi si curano di voi
col più caritatevole riguardo.
Quanto a quel che vi manca,
ciò che soffrite in questa carestia,
alzare contro lo Stato romano
le vostre mazze, è come alzarle in aria
con l’intenzione di colpire il cielo:
esso seguiterà per la sua strada,
spezzando mille, diecimila ostacoli
più forti che non possa mai sembrare
quello di questa vostra opposizione.
Quanto alla carestia, sono gli dèi
che l’han voluta, non punto i patrizi,
e davanti agli dèi sono i ginocchi,
non le braccia, che possono soccorrervi.
Ahimè, che voi vi fate trascinare
dalla disgrazia dove altri malanni
v’aspettano, a calunniar così
e maledir come nemici gli uomini
che reggono il timone dello Stato
e di voi son pensosi, come padri.

PRIMO CITT. - Di noi pensosi, quelli? Figuriamoci!
Mai se ne son curati fino ad oggi.
Ecco, ci lasciano morir di fame,
e i magazzini son pieni di grano;
sfornano editti per punir l’usura
e favoriscon solo gli strozzini;
abrogano ogni giorno sane leggi
promulgate a suo tempo contro i ricchi
ed ogni giorno sfornano decreti
sempre più duri per impastoiare
ed affamare la povera gente.
Se non saran le guerre,
saranno loro a sterminarci tutti.
Ecco qual è l’amore che ci portano.

MENENIO - Dovete ammettere che a dir così
siete mostruosamente in malafede,
o si dovrà accusarvi di follia.
Vi voglio raccontare una storiella
su misura(8). L’avrete già sentita,
ma poiché ben s’adatta al mio proposito,
m’avventuro a ridurla un po’ più trita.

PRIMO CITT. - Beh, sentiamola un po’. Ma non pensare
di far sparire con un raccontino
il nostro obbrobrio. Dilla, se ti piace.

MENENIO - Successe un tempo che tutte le membra
del corpo si levarono in rivolta
contro lo stomaco, così accusandolo:
restarsene esso solo, in mezzo al corpo,
a ingozzarsi di cibo tutto il tempo
come un gorgo, infingardo ed inattivo,
senza divider mai con l’altre parti
il lavoro comune, mentre quelle
eran continuamente ad esso intente,
ad udire, a pensare, a impartir ordini,
a camminare, a percepir coi sensi,
sì che aiutandosi l’una con l’altra,
provvedevano insieme agli appetiti
e ai bisogni comuni a tutto il corpo.
Lo stomaco rispose...

PRIMO CITT. - Beh, sentiamo,
quale fu la risposta dello stomaco?

MENENIO - Stavo appunto per dirtelo. Lo stomaco,
mostrando loro un certo sorrisetto
che non gli venne affatto dai polmoni(9)
ma proprio qui, così...(10) perché, vedete,
se posso farlo parlare, lo stomaco,
posso ben farlo egualmente sorridere,
provocatoriamente replicò
alle parti che s’eran ribellate
invidiose ch’ei solo ricevesse,
esattamente come adesso voi
che criticate i nostri senatori
perché non sono quali siete voi.

PRIMO CITT. - La risposta del tuo stomaco... Beh?
La testa, sede di regal diadema,
l’occhio, vigil guardiano,
il cuore, consigliere,
il braccio, nostro difensore armato,
la gamba, nostro caval di battaglia,
la lingua, nostro araldo trombettiere,
con tutte l’altre nostre munizioni
e piccoli ausiliari di difesa
di questa nostra fabbrica,
se questi, tutti insieme...

MENENIO - Ebbene, che?...
(Tra sé)
Parola mia, costui si parla addosso(11)!
(Forte)
Ebbene, allora? Avanti, su, che cosa?

PRIMO CITT. - ... dovessero venir prevaricati
dal cormorano stomaco(12),
ch’è la fogna del corpo(13)...

MENENIO - Ebbene allora?

PRIMO CITT. - Allora, insomma, se questi che ho detto
si lamentavano, che mai rispondere
poteva il ventre?

MENENIO - Te lo dico io,
se mi concedi un poco di pazienza,
anche se, come vedo, ce n’hai poca.

PRIMO CITT. - Eh, quanto la fai lunga!

MENENIO - Stammi bene a sentire, buon amico...
Dunque lo stomaco, con gran sussiego,
pesando le parole, in tutta calma,
al contrario dei suoi accusatori,
dice: “Miei cari consociati, è vero
ch’io ricevo per primo tutto il cibo
da cui traete voi sostentamento;
ma è giusto e logico che sia così(14)
dal momento ch’io sono il magazzino
e l’officina di lavorazione
di tutto il corpo. E se ci riflettete,
io lo rimando poi regolarmente,
pei canali del sangue,
fino al palazzo della corte, al cuore,
al suo trono, il cervello,
e, attraverso i tortuosi labirinti
e le diverse stanze di servizio
della persona, i più robusti muscoli,
e le più capillari delle vene
ricevono da me regolarmente
la naturale dose d’alimento
onde ciascuno trae la propria vita.
Ed anche se voi tutti presi insieme...”
- attenti, amici, adesso, attenti bene,
a ciò che dice il ventre...

PRIMO CITT. - Sì, ma sbrigati.

MENENIO - “... anche se non potete, lì per lì,
vedere ciò che fornisco a ciascuno,
cionondimeno alla resa dei conti
il mio bilancio è a posto,
perché tutti ricevono da me
il fior fiore di tutto,
laddove a me non resta che la crusca”.
Beh, che ne dite?

PRIMO CITT. - Una risposta l’era,
questa; ma come può adattarsi a noi?

MENENIO - Fate conto che siano i senatori
di Roma questo stomaco, e voialtri
le membra ammutinate.
Perché considerate in generale
le lor delibere e le lor premure,
digerite a dovere entro di voi
quanto concerne il pubblico benessere,
e troverete che dei benefici
che tutti riceviamo dallo Stato
non ce n’è che non vengano da loro,
e nessuno da voi.

(Al Primo Cittadino)
Beh, che ne pensi,
tu che sei, come mi sembri, l’alluce
del piede di codesto assembramento?

PRIMO CITT. - Io, alluce? Perché?

MENENIO - Perché sei tra i più bassi, i più schifosi,
i più morti di fame
di codesta saggissima rivolta,
e vai avanti a tutti, tu, cagnaccio
che sei del peggior sangue quanto a correre,
e ti dài arie da caporione
sol per trarne vantaggio personale!
Impugnateli pure i vostri arnesi,
i nodosi randelli ed i batacchi:
Roma ed i sorci della sua cloaca
stan per darsi battaglia,
chi sa quale dei due avrà la peggio(15)!

Entra CAIO MARCIO

MENENIO - Salute a te, nobile Marcio.

MARCIO - Grazie!
(Al popolo)
Che vi succede, torpida canaglia,
che a furia di grattarvi notte e giorno
la scabbia della vostra ostinazione
siete ridotti a una putrida rogna?

PRIMO CITT. - Sempre buone parole da te, Marcio!

MARCIO - Buone parole, ad uno come te,
chiunque le dicesse,
sarebbe un basso e immondo adulatore.
Che volete, cagnacci,
cui non va bene né pace, né guerra,
perché l’una vi fa tanti conigli(16),
l’altra vi fa sfrontati e tracotanti?
E a fidarsi di voi,
non che scoprir che siete dei leoni,
ci si accorge che siete solo lepri,
oche, invece di volpi.
No, si può far meno fiducia in voi
che in un tizzone acceso in mezzo al ghiaccio,
che in un granello di grandine al sole.
Siete capaci d’innalzare al cielo
chi è punito per qualche sua magagna,
e insieme maledire la giustizia
che l’ha punito. Chi merita onore,
non può che meritare l’odio vostro;
le vostre simpatie per questo o quello
son come l’appetito di un malato
che va desiderando soprattutto
ciò che può solo peggiorargli il male.
Chi dipendesse dal vostro favore
è come se nuotasse avendo ai piedi
pinne di piombo, o avesse l’illusione
di segare una quercia con dei giunchi.
Fidare in voi?... Impiccatevi!
Voi mutate gabbana ogni minuto.
Siete pronti a dir nobile
chi poco prima coprivate d’odio,
e vile chi era prima il vostro eroe.
E adesso che v’ha preso,
d’andare urlando per le vie di Roma
contro il Senato che, grazie agli dèi,
riesce ancora a mantenervi a freno(17),
se no vi sbranereste l’un con l’altro?

(A Menenio)
Che van cercando?

MENENIO - Grano, al loro prezzo,
perché sostengono che la città
n’è ben fornita.

MARCIO - Alla forca! “Sostengono”!...
Siedono tutto il tempo accanto al fuoco,
e pretendono di sapere loro
tutto quel che succede in Campidoglio(18):
chi può andare più in alto, chi ci sta
con buone prospettive, chi declina;
parteggiano or per uno or per un altro,
s’inventano alleanze immaginarie,
innalzano alle stelle una fazione
e sotto le lor scarpe rattoppate
calpestano chi non va loro a genio.
Dicono che c’è grano in abbondanza!
Se i nobili mettessero da parte
per una volta la loro pietà
e lasciassero a me d’usar la spada,
ne farei un tal mucchio, fatti a pezzi,
di migliaia di questi miserabili
alto quanto gittar può la mia lancia(19).

MENENIO - Non c’è bisogno. Quelli che son qui
son già quasi convinti tutti quanti(20);
perché se pur son largamente privi
d’ogni criterio di moderatezza,
sono pure abbondantemente vili.
Dimmi piuttosto tu,
che cosa dice il resto della mandria(21).

MARCIO - Si son dissolti. Che crepino tutti!
Dicevan d’aver fame, e davan fiato
sospirando a sentenze come queste:
“La fame fa crepare anche le mura”;
“Pure i cani han diritto di mangiare”;
“Gli dèi non hanno dato il grano agli uomini
soltanto per i ricchi”... ed altre simili.
E con questi cascami di saggezza
esalavano il loro malcontento;
finché han trovato chi gli ha dato retta
ed ha esaudito una lor petizione...
una richiesta assurda,
da spezzare il più generoso cuore(22),
e spegnere sul volto del potere
ogni baldanza. E quelli tutti a urlare,
gettando i loro cappellacci in aria,
come se li volessero appiccare
ai corni della luna.

MENENIO - E che cos’è ch’è stato lor concesso?

MARCIO - Cinque tribuni, di lor propria scelta,
a difesa della plebea saggezza.
Uno dei cinque è Giunio Bruto, un altro
è Sicinio Voluto... e non so più(23).
Ma, sangue degli dèi, se stesse a me,
questa canaglia, prima di spuntarla
doveva scoperchiare tutta Roma!
Questi col tempo prenderan la mano
sul potere legittimo, e pian pian
accamperanno sempre altre pretese
come pretesto ad una insurrezione.

MENENIO - Certo, la cosa è sconcertante assai.

MARCIO - (Alla folla)
A casa, a casa, avanti, spazzatura!

Entra di corsa un MESSAGGERO

MESSAGGERO - Caio Marcio dov’è?

MARCIO - Qui. Che succede?

MESSAGGERO - Marcio, è giunta notizia
che i Volsci sono in armi.

MARCIO - Ne ho piacere.
Potremo sbarazzarci finalmente
di tanto nostro ammuffito superfluo(24).
Ma ecco i nostri più nobili anziani.

Entrano COMINIO, TITO LARZIO, con altri SENATORI, poi GIUNIO BRUTO e SICINIO VOLUTO

PRIMO SENATORE - Marcio, quel che ci hai detto ultimamente
è confermato: i Volsci sono in armi.

MARCIO - Ed hanno a capitano Tullo Aufidio,
uno che vi darà filo da torcere.
Peccherò, ma m’invidio il suo valore,
e se fossi altro da quello che sono,
vorrei essere lui, e nessun altro.

COMINIO - Vi siete già scontrati faccia a faccia.

MARCIO - Se la metà del mondo
si scontrasse con l’altra, e Tullo Aufidio
si venisse a trovar dalla mia parte,
io cambierei di fronte
per guerreggiar con lui solo. È un leone
a cui m’inorgoglisce dar la caccia(25).

PRIMO SENAT. - E allora, degno Marcio,
unisciti a Cominio in questa guerra.

COMINIO - Me l’hai promesso, Marcio.

MARCIO - E lo mantengo.
E mi vedrai ancora, Tito Larzio,
volteggiare la lama in faccia a Aufidio.
Che hai? Ti vedo alquanto titubante.
Ti tiri fuori?

LARZIO - No, Marcio, che dici?
Appoggiato magari a una stampella
e brandendo quell’altra come un’arma,
piuttosto che mancare a quest’impresa.

MENENIO - Eh, buon sangue romano...

PRIMO SENAT. - Allora tutti insieme in Campidoglio,
dove so che si trovano ad attenderci
i più degni ed illustri nostri amici.

LARZIO - (A Cominio)
Tu avanti a tutti.
(A Marcio)
E tu dopo di lui.
Noi seguiremo. A voi la precedenza.

COMINIO - (Prendendo sottobraccio Marcio e avviandosi)
Nobile Marcio!
(Alla folla)
A casa, via, sparite!

MARCIO - Ma no, lascia che vengano anche loro.
I Volsci han molto grano.
Portiamoli da loro, questi sorci,
a rosicchiare i lor granai, perbacco!
Ribelli rispettabili,
il valor vostro ha buone prospettive.
Seguiteci, vi prego.

(I popolani si disperdono)
(Gli altri escono tutti, meno SICINIO e BRUTO)

SICINIO - S’è visto mai un uomo più arrogante
di questo Marcio?

BRUTO - Non ce n’è l’uguale.

SICINIO - Quando ci elessero tribuni...

BRUTO - Già,
notasti pure tu le labbra, gli occhi(26)?

SICINIO - No, notai solo le sue insolenze.

BRUTO - Oh, quanto a quelle, se perde le staffe
non esita ad insolentir gli dèi.

SICINIO - O a schernire la vereconda luna(27).

BRUTO - Se questa guerra se lo divorasse!
È diventato troppo strafottente,
per essere altrettanto valoroso.

SICINIO - Uno con un carattere così,
se il successo gli fa montar la testa,
arriverà a sdegnare la sua ombra
e pestarla coi piedi a mezzogiorno.
Mi sorprende perciò che tanta boria
giunga a piegarsi tanto docilmente
da farsi comandare da Cominio.

BRUTO - La fama, cui palesemente aspira,
e che già gli ha concesso i suoi favori,
non c’è mezzo migliore per serbarla
intatta ed anche accrescerla
che operare in un posto dopo il primo;
così quando le cose vanno male,
sarà colpa del comandante in capo,
abbia pur egli fatto tutto il meglio
ch’è possibile a un uomo; ed a quel punto
gl’immancabili stupidi censori
si daranno a gridar di Caio Marcio:
“Ah, se l’avesse comandata lui
quest’impresa!”.

SICINIO - Se invece vanno bene,
la voce della pubblica opinione,
ch’è già così favorevole a Marcio,
defrauderà Cominio d’ogni merito.

BRUTO - E così la metà di tutti i meriti
che spettano a Cominio andranno a Marcio,
senza che questo li abbia meritati.

SICINIO - Ma muoviamoci. Andiamo un po’ a sentire
che cosa si decide per la guerra
e come intende lui, col suo carattere,
avventurarsi in questa impresa.

BRUTO - Andiamo.

(Escono)


SCENA II - Corioli, il Senato

Entra TULLO AUFIDIO con alcuni SENATORI

PRIMO SENATORE - Così, tu pensi, Aufidio,
che quei di Roma siano a conoscenza
dei nostri piani e delle nostre mosse?

AUFIDIO - E voi non lo pensate?
Ci fu mai decisione in questo Stato
ch’abbia potuto mandarsi ad effetto
prima che Roma se ne impadronisse?
Ho notizie di là abbastanza fresche,
meno di quattro giorni, che mi dicono...
Credo d’aver con me il dispaccio... Eccolo
(Legge)
“Hanno ammassato un poderoso esercito,
“ma non si sa per qual destinazione,
“se ad est oppure ad ovest...
“Nella città la carestia è grande,
“e nel popolo c’è molto fermento.
“Si dice che Cominio insieme a Marcio,
“il vecchio tuo nemico, odiato a Roma
“più che da te, e insieme a Tito Larzio,
“un romano di altissimo valore,
“saranno i comandanti designati
“di quest’azione, dovunque diretta.
“Molto probabilmente
“essa è contro di voi. State in allarme”.

PRIMO SENAT. - La nostra armata è in campo.
Eravamo sicuri che da Roma
ci sarebbe venuta la risposta(28)...

AUFIDIO - ... a giudicar non certo una follia
creder che i vostri piani di battaglia
avessero a tenersi sotto chiave
finché non fosse proprio necessario
ch’essi si rivelassero da soli(29);
invece, a quanto pare, erano noti
a Roma sin da quando si covavano.
Questa brutta scoperta
c’impone adesso d’abbassar la mira,
ch’era di prendere molte città
prima almeno che Roma
sapesse ch’eravamo scesi in guerra.

SECONDO SENAT. - Nobile Aufidio, assumi tu il comando,
raggiungi le tue truppe,
e lascia a noi di difender Corioli.
Se s’accampasser qui davanti a noi,
porta su le tue forze per cacciarli.
Ma penso ch’essi, lo vedrai tu stesso,
non si preparano contro di noi.

AUFIDIO - Ah, su ciò non illuderti.
Le mie notizie son di fonte certa.
Dirò di più, già alcuni scaglioni
del loro esercito stanno marciando,
e soltanto per questa direzione.
Mi congedo, signori.
Se Marcio ed io dovessimo incontrarci,
ci siamo già giurati di combattere
fin che un non soccomba.

TUTTI - Il ciel t’assista!

AUFIDIO - E protegga le vostre signorie.

PRIMO SENAT. - Addio!

SECONDO SENAT. - Addio!

TUTTI - Addio!

(Escono tutti, i Senatori da una parte, Aufidio dall’altra)


SCENA III - Roma, la casa di Caio Marcio

VOLUMNIA e VIRGINIA siedono intente a cucire

VOLUMNIA - Canta, figlia, ti prego,
o almeno mostrati un po’ meno triste!
Se Marcio invece d’essere mio figlio
fosse mio sposo, sarei più felice
di saperlo lontano a farsi onore,
che averlo a letto a gustarne gli amplessi,
per quanto amore egli potesse effondere.
Quand’era ancora un tenero fanciullo,
e l’unico rampollo del mio ventre,
e la sua fascinosa giovinezza
gli attirava gli sguardi della gente;
quando una madre, neppure se un re
l’avesse scongiurata un giorno intero,
se lo sarebbe fatto allontanare
dalla vista nemmeno per un’ora,
io, presaga da allora della gloria
cui uno come lui era votato
(ché se brama d’onor non lo animasse,
sarebbe stato nulla più che un quadro
da restare appiccato alla parete),
ero felice di lasciarlo andare
in cerca di pericolo,
dovunque egli potesse incontrar fama.
E lo mandai ad una cruda guerra,
dalla quale però fece ritorno
col capo cinto di foglie di quercia(30).
Ti dico, figlia, che di tanta gioia
non sussultai sentendo il primo annuncio
che avevo partorito un figlio maschio,
quanta fu a veder la prima volta
qual uomo vero egli s’era mostrato.

VIRGINIA - E se fosse caduto in quell’impresa,
madre, che avreste fatto?

VOLUMNIA - Avrei serbato al posto di mio figlio
la gloria del suo nome,
e in essa avrei ritrovato mio figlio.
Senti quel che ti dico, cuore in mano:
avessi pur dodici figli maschi,
tutti egualmente amati,
e nessuno di loro meno caro
del tuo e mio buon Marcio,
preferirei vederne morir undici
nobilmente, in difesa della patria,
che saperne uno solo
dissipare la vita nei piaceri,
lontano dalle fatiche di guerra.

Entra un’ANCELLA

ANCELLA - Padrona, è qui la nobile Valeria,
per farti visita.

VIRGINIA - Madre, ti supplico,
dammi licenza, vorrei ritirarmi.

VOLUMNIA - Niente affatto, non devi.
Mi par già di sentire qui, vicino,
il rullo dei tamburi del tuo sposo,
e di vederlo che trascina in terra,
presolo pei capelli, quell’Aufidio,
ed i Volsci fuggire innanzi a lui
come bambini alla vista dell’orso(31)...
E vederlo che pesta i piedi a terra,
così, e gridare: “Avanti, voi, vigliacchi!
Figli della paura, e non di Roma(32)!”
e asciugarsi la fronte insanguinata
con una mano inguantata di ferro,
ed avanzar pel campo di battaglia
simile a un mietitore
che s’imponga di mieter tutto il campo
per non perder la paga giornaliera.

VIRGINIA - La fronte insanguinata?... Oh, Giove, no!

VOLUMNIA - Via, sciocca! Il sangue s’addice ad un uomo
meglio dell’oro sopra il suo trofeo(33).
I seni d’Ecuba giovane sposa
che allattavano Ettore bambino
non erano più belli
della fronte di lui quando, sprezzante,
schizzava sangue per le greche spade.

(All’ancella)
Va’, di’ a Valeria che siamo qui pronte
a darle il benvenuto in casa nostra.

(Esce l’ancella)

VIRGINIA - Proteggano gli dèi il mio signore
dal terribile Aufidio.

VOLUMNIA - Sarà lui,
che schiaccerà del fero Aufidio il capo
col suo ginocchio e il collo col suo piede.

Rientra l’Ancella con VALERIA e un servo di questa

VALERIA - Buongiorno a voi, mie donne!

VOLUMNIA - Cara amica!

VIRGINIA - Son lieta di vederti.

VALERIA - Come state?
Brave massaie, vedo. Un bel lavoro:
che ricamate?... E il bimbo come sta?

VIRGINIA - Sta bene, buona amica, ti ringrazio.

VOLUMNIA - Preferirebbe stare tutto il giorno
a veder spade ed udire tamburi,
piuttosto che star dietro al suo maestro.

VALERIA - Parola mia, il figlio di suo padre!
Un frugoletto stupendo, davvero.
Vi dirò, sono stata ad osservarlo
mercoledì scorso per una mezz’ora:
che piglio risoluto! A un certo punto
l’ho visto correr dietro a una farfalla
dalle alucce dorate; l’acchiappò,
poi la lasciò andar libera di nuovo,
e lui di nuovo dietro,
ruzzolando su e giù, e rialzandosi,
finché riesce ad acchiapparla ancora;
e là, o l’avesse urtato il ruzzolone,
o che cos’altro, la serra tra i denti,
così, e la sbrana. E come l’ha ridotta,
non vi dico.

VOLUMNIA - Gli scatti di suo padre!

VALERIA – È così, vero, un bimbetto di razza.

VIRGINIA - Un monello, mia cara.

VALERIA - Via, mettete da parte quel ricamo.
Vo’ farvi fare, questo pomeriggio
con me la parte di massaie oziose.

VIRGINIA - No, mi dispiace, non mi va uscire.

VALERIA - Non vuoi uscire?

VOLUMNIA - Uscirà, uscirà!

VIRGINIA - Davvero, no, perdonami, Valeria,
ma ho deciso di non varcar quell’uscio
finché non sia tornato il mio signore
dalla guerra.

VALERIA - Ma via, è irragionevole.
che tu t’imponga un simile confino.
Su, devi pur deciderti a far visita
a quell’amica che sta per sgravarsi.

VIRGINIA - Le faccio voti d’un felice parto
e le sto accanto con le mie preghiere;
ma visitarla, adesso, no, non posso.

VOLUMNIA - Perché?

VIRGINIA - Non per sottrarmi ad un fastidio,
e tanto meno per poca affezione.

VALERIA - Vuoi farti proprio una nuova Penelope.
Dicon però che tutta quella lana
ch’ella filò nell’assenza di Ulisse
non servì che a riempir di tarme Itaca.
Eh, vorrei tanto che questa tua tela
fosse sensibile come il tuo dito,
così potresti, almeno per pietà,
smettere di bucarla con quell’ago!
Su, devi uscir con noi.

VIRGINIA - No, cara amica,
perdonami, ma io non uscirò.

VALERIA - Senti, se vieni, sulla mia parola,
ti fornirò eccellenti notizie
di tuo marito.

VIRGINIA - Ah, mia buona amica,
è troppo presto ancora per averne.

VALERIA - T’assicuro, non scherzo.
Ne abbiamo ricevute ieri sera.

VIRGINIA - Parli sul serio?

VALERIA - In sacra verità.
Ne ho sentito parlare un senatore.
Son queste: i Volsci sono scesi in campo,
contro di loro è partito Cominio
con una parte delle nostre forze.
Con l’altra tuo marito e Tito Larzio
sono accampati davanti a Corioli,
la loro capitale.
Son sicuri di prenderla,
e concludere presto la campagna.
La notizia è sicura, sul mio onore.
E dunque avanti, non farti pregare,
vieni con noi.

VIRGINIA - Ti chiedo ancora scusa,
mia cara. Un’altra volta,
tutto quello che vuoi, te lo prometto.

VOLUMNIA - Evvia, lasciala stare!
Con l’umore che adesso si ritrova
non farebbe che rattristar noi pure.

VALERIA - Lo penso anch’io.
(A Virginia)
Allora, arrivederci.
(A Volumnia)
Andiamo, cara amica.
(Volgendosi di nuovo a Virginia)
Evvia, ti prego,
caccia la mutria, vieni via con noi.

VIRGINIA - No, non insistere. Non esco e basta.
V’auguro buon divertimento.

VALERIA - Addio.

(Escono Volumnia e Valeria. Virginia si richina sul ricamo)


SCENA IV - L’accampamento romano davanti a Corioli

Entrano CAIO MARCIO e TITO LARZIO con un seguito di ufficiali e soldati con tamburi e vessilli. Un MESSAGGERO si fa loro incontro.

MARCIO - Arrivano notizie.
Scommetto che si sono già scontrati.

LARZIO - Il mio cavallo contro il tuo che no.

MARCIO - Accettato.

LARZIO - D’accordo, affare fatto.

MARCIO - (Al Messaggero)
Di’, s’è scontrato il nostro generale
col nemico?

MESSAGGERO - Si trovano già in vista
l’un dell’altro, ma scontro ancora niente.

LARZIO - Il tuo cavallo è mio!

MARCIO - Te lo ricompro.

LARZIO - Nient’affatto, né te lo do in regalo.
Te lo do in prestito per cinquant’anni.
(Al Trombettiere)
Appella a parlamento la città.

MARCIO - (Al Messaggero)
Quanto distan da qui i due eserciti?

MESSAGGERO - Un miglio e mezzo circa, non di più.

MARCIO - Allora sentiremo il loro allarme
d’inizio della mischia, ed essi il nostro.
Ora, Marte, ti prego,
facci concludere alla svelta qui(34),
sì che da qui possiamo poi marciare,
con le daghe di sangue ancor fumanti,
in aiuto dei nostri amici in campo.

(Al Trombettiere)
Avanti, la tua squilla.

(Tromba a parlamento. Sugli spalti delle mura di Corioli appaiono due SENATORI con altra gente)

(Ai due Senatori volsci)
Tullo Aufidio è in città?

PRIMO SENATORE - No, né c’è uomo qui che men di lui
vi tema: vale a dir meno che niente.

(Rullo di tamburi in lontananza)
Ecco i nostri tamburi
che chiamano a battaglia i nostri giovani.
E noi, piuttosto che lasciarci chiudere
come in trappola dentro queste mura,
le abbatteremo. Queste nostre porte
che sembrano sbarrate fortemente,
le abbiam fermate appena con dei giunchi.
Si apriranno da sé.

(Frastuono di carica guerresca in lontananza)
Laggiù, sentite?
Aufidio è là; potete immaginarlo
il bel lavoro ch’egli sta facendo
in mezzo al vostro dimezzato esercito(35).

MARCIO - Oh, s’azzuffano!

LARZIO - Questo lor clamore
sia il nostro segnale. Qua le scale!

(Soldati volsci escono improvvisamente dalle mura)

MARCIO - Non ci temono, questi, anzi, vedete,
ci fanno addirittura una sortita!
Avanti allora, scudi avanti al cuore,
e col cuore più saldo degli scudi,
all’assalto, mio valoroso Tito!
Costoro mostrano d’averci a spregio
più di quanto potessimo pensare;
e ciò mi fa sudare dalla rabbia!
All’assalto, all’assalto, miei soldati!
Il primo che indietreggia,
lo prenderò per un soldato volsco,
e gli farò assaggiare la mia spada!

(Allarme di battaglia. I Romani sono respinti sulle loro posizioni)

(Marcio esce combattendo, poi rientra, infuriato, gridando)

Ah, vergogna di Roma! Branco di...
Vi s’attacchino addosso tutti i mali
più pestilenti d’Africa! Carogne!
Vi ricoprano pustole e bubboni,
sì che ancor prima di guardarvi in faccia
vi possiate infettar l’un con l’altro
a un miglio di distanza controvento!
Anime d’oca dentro umane forme!
Come avete potuto indietreggiare
davanti a un’accozzaglia di straccioni
che perfino le scimmie
sarebbero capaci di sconfiggere?
Per Plutone e l’inferno
siete feriti tutti nella schiena,
con le facce slavate per la fuga
e la paura che vi fa tremare!
Pensate a riscattarvi, scellerati!
Ricacciateli indietro, o, per il cielo,
mollo il nemico e vi combatto contro!
V’ho avvertiti. Tenete duro! Avanti!
E li ricacceremo alle lor tane,
in braccio alle lor mogli,
così com’essi ci hanno ricacciati
alle nostre trincee. Su, dietro a noi!

(Altra carica. Questa volta i Romani hanno la meglio, i Volsci sono volti in fuga, e Marcio li insegue da solo fino alle porte della città)

Ecco, le porte adesso sono aperte.
Dimostratevi buoni inseguitori.
A chi insegue le apre la Fortuna,
le porte, non a chi se la dà a gambe!
Guardate me, e fate come me.
(Entra da solo in Corioli)

PRIMO SOLDATO - (Arrestandosi cogli altri davanti alla porta ancora aperta)
È prodezza da folle, io non lo seguo.

SECONDO SOLD. - E io nemmeno.

(Improvvisamente la porta si chiude)
Toh, guardalo là!
L’han chiuso dentro.

TUTTI – È in trappola, sicuro!

Entra TITO LARZIO

LARZIO - Che succede di Marcio?

TUTTI - Ucciso, generale, non c’è dubbio.

PRIMO SOLDATO - Stava inseguendo quelli che fuggivano,
è entrato insieme a loro, e quelli, subito,
gli hanno richiuso la porta alle spalle.
È solo, contro tutta la città.

LARZIO - Oh, nobile collega!
Tu che sensibilmente(36) in audacia
superi l’insensibile tua spada,
e resisti, se pur essa si piega!
Tu sei perduto, Marcio!
Un diamante della più pura luce(37)
e dello stesso peso del tuo corpo
non sarebbe gioiello più prezioso!
Tu eri, come nessun altro a Roma,
il soldato voluto da Catone(38),
fiero e tremendo non solo a colpire,
ma cui bastava solo un truce sguardo
e un grido della tua voce di tuono,
per incuter tal tremito al nemico,
come se tutto il mondo fosse preso
subitamente da tremor febbrile.

Entra MARCIO, sanguinante, inseguito da soldati volsci(39)

PRIMO SOLDATO - Oh, generale, guarda, guarda là!
Ma quello è Marcio! Corriamo a salvarlo,
o qui si muore tutti insieme a lui!

(Zuffa. I Romani sopraffanno i Volsci ed entrano tutti in Corioli)


SCENA V - Corioli, una strada

Entrano alcuni legionari romani recando in mano delle spoglie di guerra

PRIMO SOLDATO - (Mostrando un oggetto d’argento)
Io questa roba me la porto a Roma.

SECONDO SOLD. - E io con quest’altra.

TERZO SOLDATO - (Gettando via il proprio bottino)
Accidentaccio!...
Questo l’avevo preso per argento!

(In lontananza, il fragore di cariche che continuano)

Entra CAIO MARCIO, sanguinante, con TITO LARZIO e un trombettiere. Al vederli, i soldati con le spoglie di guerra escono. Marcio si ferma a seguirli con lo sguardo.

MARCIO - Eccoli là, questi eroi da strapazzo!
L’onore di soldato(40) per costoro
non vale più d’una dracma crepata(41).
Ferri vecchi, cuscini, cucchiaiacci,
giaccacce lise che perfino il boia
seppellirebbe con chi le portava(42),
saccheggian tutto, questi manigoldi,
tutto imballano, per portarlo a casa,
prima ancora che cessi la battaglia!
Che crepassero tutti!... Senti, senti
che chiasso leva di là il generale(43)!
A lui adesso! Là c’è un uomo, Aufidio,
ch’io odio sovra ogni altra cosa al mondo,
e sta facendo strage di Romani!
Perciò, trattieniti, mio prode Tito,
quanti soldati credi che ti servano
per tener la città; io, nel frattempo,
con quelli che hanno l’animo di farlo,
accorro a dare man forte a Cominio.

LARZIO - Ma tu sanguini, mio nobile Marcio.
Già troppo dura prova hai sostenuto,
per combattere ancora.

MARCIO - Niente lodi.
Quel che ho fatto non m’ha manco scaldato.
Perdere un po’ di sangue, col mio fisico,
fa più bene che male.
Voglio apparir così davanti a Aufidio,
e battermi con lui.

LARZIO - Possa allora la bella dea Fortuna
innamorarsi di te follemente,
e con la forza dei suoi incantesimi
sviar da te le spade dei nemici,
ed il Successo diventar tuo paggio.

MARCIO - E a te non meno sia il Successo amico
di quanto l’è a coloro cui Fortuna
decide di portare in alto. Addio.

(Esce)

LARZIO - Nobile Marcio!
(Al trombettiere)
Va’, recati al Foro
e chiama con la tromba a parlamento
tutti i notabili della città:
che s’adunino in piazza,
per conoscere i nostri intendimenti.

(Escono)


SCENA VI - Il campo di Cominio

Entra COMINIO alla testa di soldati romani in ritirata

COMINIO - Alt, riprendete fiato, miei soldati!
Vi siete ben battuti!
Ne siamo usciti fuori da Romani,
senza resistere spavaldamente,
senza vigliaccamente ritirarci.
Ci attaccheranno ancora, son sicuro.
Mentre ci scontravamo,
di quando in quando, portate dal vento,
si sentivan le cariche dei nostri
dall’altra parte. Che gli dèi di Roma
li vogliano guidare alla vittoria,
come speriamo vogliano con noi,
così che al fine entrambi i nostri eserciti,
incontrandosi col sorriso in fronte,
possano offrirvi, o dèi,
i sacrifici di ringraziamento!

Entra un MESSAGGERO

Che nuove porti?

MESSAGGERO - Quelli di Corioli,
han fatto all’imprevisto una sortita
e hanno dato battaglia a Larzio e Marcio.
Ho visto io stesso i nostri
che venivano ricacciati indietro
nelle loro trincee; e son partito.

COMINIO - Sarà come tu dici,
ma non mi pare sia proprio così.
Da quanto tempo sei venuto via?

MESSAGGERO - Da più di un’ora.

COMINIO - Ma da qui a Corioli
non c’è nemmeno un miglio di distanza,
e da poco si sono uditi qui
i lor tamburi. Come hai tu potuto
metterci un’ora a percorrere un miglio,
e recar così tardi il tuo messaggio?

MESSAGGERO - Sulle mie tracce alcune spie dei Volsci
m’hanno dato la caccia, e m’ha costretto
a fare un giro di tre o quattro miglia,
per evitarle; se no, generale,
t’avrei recato già mezz’ora fa
il mio messaggio.

Entra MARCIO dal fondo

Ma chi è laggiù,
che par come se l’abbian scorticato?
O dèi! Dalla figura sembra Marcio!
L’ho visto già altre volte in quello stato.

MARCIO - (Da lontano)
Arrivo troppo tardi?

COMINIO – È la sua voce.
Saprei distinguerla da altre mille,
meglio di quanto non sappia il pastore
il fragore di un tuono da un tamburo(44).

MARCIO - (Avvicinandosi)
Arrivo troppo tardi?

COMINIO - Sì, se quel sangue che t’ammanta tutto,
è sangue tuo, e non sangue nemico(45).

MARCIO - Ah, lascia ch’io ti abbracci
forte, Cominio, e con la stessa gioia
con la quale abbracciai la mia ragazza
al declinar del giorno delle nozze,
quando ardenti bruciavano le fiaccole
a farmi luce sulla via del talamo!

COMINIO - Fior di tutti i guerrieri! E Tito Larzio,
che mi dici di lui?

MARCIO - Ch’è tutto preso
ad emanar decreti di giustizia,
chi condannando a morte, chi all’esilio,
di chi accettando il prezzo del riscatto,
con chi indulgente, con chi rigoroso;
tiene Corioli, nel nome di Roma,
al guinzaglio, come un levriero docile
da lasciar libero come si voglia.

COMINIO - (Volgendosi intorno)
Dov’è quel miserabile
che poc’anzi è venuto ad annunciarmi
che il nemico v’aveva ricacciati
nelle vostre trincee?... Dov’è? Chiamatelo!

MARCIO - Lascialo stare. T’ha informato bene.
A parte i nobili, la bassa forza
- peste li colga! E gli han dato i tribuni! -
son fuggiti, come da gatto sorcio,
davanti a scalcagnati più di loro.

COMINIO - E come avete fatto a prevalere?

MARCIO - C’è tempo per spiegartelo? Non credo.
Ma il nemico dov’è? Siete rimasti,
a quanto pare, padroni del campo.
Se no, perché cessaste di combattere?

COMINIO - Finora, Marcio, abbiamo combattuto
in una posizione di svantaggio,
e ci siam ritirati di proposito,
per poi rifarci e vincerli.

MARCIO - Sai com’hanno schierato il loro esercito?
E dove han messo gli uomini migliori?

COMINIO - Da quel che m’è dato indovinare,
in prima linea son quelli di Anzio,
che sono i combattenti più affidabili,
e li comanda Aufidio,
il vero cuore delle lor speranze.

MARCIO - Ti supplico, Cominio,
per le battaglie combattute insieme,
per il sangue che insieme abbiam versato,
pei giuramenti che ci siam fatti,
fa’ in modo ch’io mi trovi faccia a faccia
con Aufidio e con tutti i suoi Anziati,
e non tardare ad attaccar battaglia;
affrontiamoli subito, riempiamo
di frecce l’aria, e di spade brandite.

COMINIO - Sarebbe meglio, penso, nel tuo stato,
ch’io ti faccia condurre ad un bel bagno
e spalmarti d’unguenti le ferite;
ma non saprò giammai negarti nulla.
Scegli tu stesso gli uomini
più adatti a secondarti nell’azione.

MARCIO - Saranno solo quelli
che mi diranno d’esservi disposti.
(Forte, ai soldati)
Se c’è qualcuno qui
- e sarebbe peccato dubitarlo -
cui piaccia questa tinta ond’io, vedete,
sono imbrattato dalla testa ai piedi;
se c’è qualcuno che ha meno paura
di rischiare la vita che il suo nome,
che pensa che una morte valorosa
vale più d’una vita senza onore;
e che la patria val più che se stesso,
egli solo, o quant’altri in mezzo a voi
si trovino a pensarla come lui,
levino in alto il lor gladio, così,
per dir che sono pronti a seguir Marcio.

(Tutti, con un grido, agitano in alto i gladii; alcuni sollevano Marcio sulle loro braccia, altri lanciano in aria i berretti)

Di me solo, di me fate una spada(46)!
Se queste vostre manifestazioni
non son soltanto mostra,
quale di voi non vale quattro Volsci?
Non c’è nessuno che non sia capace
d’opporre al grande Aufidio
uno scudo robusto come il suo.
Io vi ringrazio tutti, ma tra voi
debbo scegliere solo un certo numero.
Gli altri daranno prova in altra impresa,
quando se ne presenti l’occasione.
Ora vi piaccia di sfilarmi innanzi
in bell’ordine, sì ch’io possa scegliere
subito quelli più adatti a seguirmi.

COMINIO - In marcia, miei soldati!
Date prova d’avere quel coraggio
che avete sì altamente proclamato,
e ciascuno dividerà con noi
la sua parte di rischi e di bottino.

(Escono marciando)


SCENA VII - Davanti alle porte di Corioli

TITO LARZIO con un tamburino, un trombettiere e una guida è sul punto di partire per recare aiuto a Cominio e Caio Marcio; con lui è anche un LUOGOTENENTE con altri soldati

LARZIO - (Al Luogotenente)
Dunque, le porte siano ben guardate.
Attenetevi agli ordini impartiti.
Se lo richiederò,
mandate subito quelle centurie(47)
in nostro aiuto. Il resto basterà
a tenere per poco la città;
per poco, sì, ché se perdiamo in campo,
la città non potremo più tenerla.

LUOGOTENENTE - Va bene, generale, sarà fatto(48).

LARZIO - Muoviamo, dunque, e chiudete le porte
dietro di noi.

(Alla Guida)
Andiamo, battistrada,
scortaci fino al campo dei Romani.

(Escono)


SCENA VIII - Il campo di battaglia. Allarme d’assalto

Entrano da parti opposte, AUFIDIO e MARCIO

MARCIO - Con te e con nessun altro
voglio battermi, ché ti porto un odio
quale nemmeno al peggiore spergiuro.

AUFIDIO - Siamo pari. Non c’è serpente in Africa
ch’io aborrisca più della tua fama
e della tua rivalità. Difenditi(49)!

MARCIO - Il primo che fa un solo passo indietro
muoia schiavo dell’altro,
e poi gli dèi lo dannino in eterno.

AUFIDIO - Se mi vedi fuggire,
urlami dietro, Marcio, come un cane
corre abbaiando dietro ad una lepre.

MARCIO - Tullo, da meno di tre ore, io,
da solo ho combattuto contro tutti
dentro le mura della tua Corioli,
facendo tutto quello che ho voluto.
Lo vedi questo sangue
di cui sono imbrattato? Non è mio.
Chiama a raccolta tutte le tue forze,
adesso, se vuoi farne tu vendetta.

AUFIDIO - Fossi tu pure l’Ettore di Troia
che della tua altezzosa progenie
fu la frusta(50), stavolta non mi scappi.

(Si battono. Soldati volsci accorrono in aiuto ad Aufidio, ma Marcio li ricaccia tutti indietro)

(Ai suoi soldati)
Gente zelante, ma non valorosa,
con questo vostro maledetto aiuto
m’avete sol coperto di vergogna!

(Escono)


SCENA IX - Il campo romano

Squilli di tromba come segnali di carica. Trambusto e cozzo d’armi all’interno. Poi, segnale di ritirata(51)

Entra da una parte COMINIO con l’esercito romano; dall’altra MARCIO con un braccio al collo

COMINIO - Marcio, foss’io a raccontare a te
quel che t’ho visto fare oggi in battaglia,
tu stesso non mi presteresti fede.
Ma lo riferirò
dove saranno a udirlo senatori
che mesceranno lacrime a sospiri
ad ascoltarlo: dove grandi nobili
ascolteranno, prima spallucciando
tra loro increduli, infine ammirati;
dove matrone, dapprima atterrite,
poi trepidanti d’intimo piacere,
vorranno udirmi raccontare ancora;
dove gli ottusi, stupidi tribuni,
che insieme alla lor plebe puzzolente
t’hanno in odio, dovranno a malincuore
pur esclamare: “Sien grazie agli dèi
che Roma ha un tal soldato!”.
Senza dire che tu, ad un tal banchetto
sei venuto per dare solo un morso,
avendo già mangiato a sazietà(52).

Entra TITO LARZIO con l’esercito, di ritorno dall’aver inseguito i Volsci in rotta

LARZIO - (A Cominio, indicando Marcio)
Generale, il cavallo di battaglia
è lui, noi siamo la sua bardatura.
Lo avessi visto!...

MARCIO - Evvia, basta, ti prego!
Anche mia madre, che pure ha il diritto
di vantar con orgoglio il proprio sangue,
se si mette ad elogiarmi, mi fa male.
Ho fatto ciò che avete fatto tutti,
cioè quanto ho potuto, come voi
animato da un solo sentimento,
l’amor della mia patria.
Chiunque abbia operato con nient’altro
che con la propria buona volontà,
ha fatto esattamente come me.

COMINIO - Non sarai tu la tomba dei tuoi meriti(53).
Roma deve sapere quanto vali.
Tener nascoste al mondo le tue gesta,
sarebbe compiere un trafugamento
peggior d’un furto; ammantar di silenzio
qualcosa che quand’anche proclamata
sui vertici più alti dell’elogio
apparirebbe ancor ben più modesta
della realtà, non è minor delitto
d’una calunnia. Perciò ti scongiuro:
per quello che tu sei,
e non in premio di quello ch’hai fatto,
ascoltami davanti al nostro esercito.

MARCIO - Le ferite ch’ho addosso
mi dolgono a sentirsi ricordare.

COMINIO - Potrebbero, se non le ricordassimo,
esulcerate dall’ingratitudine,
curarsi da se stesse con la morte.
Di tutti quei cavalli
- e ne abbiam catturati d’assai buoni
ed in gran numero - e del bottino
conquistato sul campo ed in città,
noi ti assegniamo la decima parte,
che potrai scegliere liberamente
prima che sia spartito tutto il resto.

MARCIO - No, generale, grazie,
ma non potrei convincere il mio cuore
ad accettare un dono sottobanco(54)
per pagar la mia spada. Lo rifiuto,
e reclamo per me semplicemente
la parte che hanno avuto tutti gli altri
ch’hanno partecipato alla battaglia.

(Lunga fanfara(55). Tutti gridano: “Marcio!”, lanciando in aria i berretti e le lance. Cominio e Larzio restano a capo scoperto)

Questi strumenti che voi profanate(56)
non risuonino più così a sproposito!
Quando tamburi e trombe
son ridotti, sul campo di battaglia,
a strumenti per adulare, allora
si riempian le corti e le città
di genti dalle facce false e ipocrite.
Quando l’acciaio si fa così morbido
come la seta addosso al parassita,
s’elevi questo a simbolo di guerra(57)!
Basta, basta, vi dico!
Sol perch’io non mi son lavato il naso
che sanguinava, sol ch’abbia abbattuto
qualche misero scarto di natura
- ciò che molti altri han fatto come me
senza la minima nota di elogio -
ecco che voi mi portate alle stelle
con iperboliche acclamazioni,
come s’io fossi un uomo
che tenesse a vedere la pochezza
ch’ei sa di essere alimentata
dalle lodi con salsa di menzogne.

COMINIO - Tu sei troppo modesto,
e più spietato contro la tua fama
che grato a noi che te la tributiamo
con tutto il cuore. Con tua buona pace,
però, se sei irritato con te stesso,
ti metteremo le manette ai polsi
come ad uno deciso a farsi male,
così potremo ragionare insieme
senza incorrere in chi sa quali rischi(58).
Perciò sia proclamato a tutto il mondo,
come a noi tutti qui, che Caio Marcio
di questa guerra è il vero vincitore(59),
ed io per questa sua benemerenza
gli faccio dono del mio bel corsiero,
animale famoso in tutto il campo,
e della relativa bardatura.
E d’ora in poi per quanto egli ha compiuto
di valoroso davanti a Corioli,
con unanime applauso ed un sol grido,
si chiami Caio Marcio “Coriolano”.
(A Coriolano(60) )
Di questo titolo sii sempre degno!

TUTTI - (Con applausi e suon di trombe e tamburi)
Sia gloria a Caio Marcio Coriolano!

CORIOLANO - Ora vado a lavarmi, e sul mio viso
poi che l’avrò pulito, osserverete
se me l’avrete fatto o no arrossire.
Comunque vi ringrazio.
(A Cominio)
Intendo cavalcare il tuo destriero,
ed il bel soprannome che m’hai dato
porterò sempre, e nel modo più degno,
in cima al mio cimiero.

COMINIO - Ora torni ciascuno alla sua tenda:
io, nella mia, prima di riposare,
scriverò a Roma del nostro successo.
Tu, però, Tito Larzio,
è necessario che torni a Corioli,
e mandi a Roma i loro più autorevoli,
coi quali, per il bene loro e nostro,
si possa negoziare.

LARZIO - Lo farò.

CORIOLANO - Gli dèi cominciano a prendermi a gioco:
ho appena rifiutato d’accettare
doni degni d’un principe,
ed eccomi costretto a mendicare
qualcosa dal mio comandante in capo.

COMINIO - Già concessa, è tua. Di che si tratta?

CORIOLANO - Io, a Corioli, più d’una volta
fui ospite di un certo pover’uomo
che mi si dimostrò molto cortese.
L’ho visto adesso qui, tra i prigionieri,
che mi gridava aiuto; in quell’istante
però m’è apparso innanzi agli occhi Aufidio,
e l’ira ha sopraffatto la pietà.
Ecco, ti chiedo di lasciare libero
quel mio buon ospite.

COMINIO - E bene hai chiesto!
Fosse pur l’assassino di mio figlio,
libero se n’andrebbe, come l’aria.
(A Larzio)
Rilàsciaglielo, Tito.

LARZIO - Il nome, Marcio?

CORIOLANO - Per gli dèi, me lo son dimenticato!
Sono stanco, ho la mente affaticata(61)...
Non avreste del vino?

COMINIO - Alla mia tenda, Marcio, andiamo, vieni.
Il sangue sulla faccia ti si secca.
Pensiamo intanto a questo, adesso. Vieni.

(Escono)


SCENA X - Il campo dei Volsci

Fanfara di cornette. Entra AUFIDIO tutto coperto di sangue, con dei soldati

AUFIDIO - La città è presa.

PRIMO SOLDATO - Ce la renderanno
a buone condizioni.

AUFIDIO - Condizioni!... Romano vorrei essere,
ché da volsco non sono più me stesso!
Condizioni!... Che buone condizioni
può portare una resa a discrezione
alla parte ch’è alla mercé dell’altra?
O Marcio, ho combattuto cinque volte
con te, e cinque volte tu m’hai vinto;
e faresti altrettanto, son sicuro,
c’incontrassimo pure tante volte
quante ogni giorno ci sediamo a mensa.
Ma, pel cielo e la terra!,
se accadrà ch’io mi trovi un’altra volta
faccia a faccia con lui, o io o lui!
Il mio spirito di rivalità
ha perduto ogni scrupolo d’onore;
ché, se prima pensavo di schiacciarlo
ad armi pari, spada contro spada,
ora, sia l’ira a darmelo o l’astuzia,
non più, qualsiasi mezzo sarà buono
a spacciarlo.

PRIMO SOLDATO – È il diavolo in persona.

AUFIDIO - Più ardito, anche, se pur meno furbo.
Il mio valore è come avvelenato
solo a soffrire d’essere oscurato
per colpa sua; e per causa di lui
sarà costretto a fuggir da se stesso(62).
Non ci sarà né sonno né santuario(63),
sia nudo o infermo, non ci sarà tempio
né Campidoglio, non sacre preghiere
né cerimonia d’offerta agli dèi,
- tutti freni al furore scatenato -
ad arginare l’odio mio per Marcio
in forza del lor marcio privilegio
e dell’usanza che ancor li sostiene.
Dovunque me lo trovi innanzi agli occhi,
foss’anche a casa mia, pure là,
l’avesse pur mio fratello in custodia,
contro ogni legge d’ospitalità,
laverò la mia mano inferocita
nel suo cuore... Tu ora va’ in città(64),
informati in che modo è presidiata
e chi son quelli ch’essi hanno prescelto
per inviarli a Roma come ostaggi.

PRIMO SOLDATO - Tu non ti muovi(65)?

AUFIDIO - Sì, sono aspettato
al bosco dei cipressi. Là, ti prego
(è a sud della città, dopo i mulini)
fammi sapere come stan le cose,
ch’io possa regolarmi
su quale corso muovere i miei passi.

PRIMO SOLDATO - E così sarà fatto, comandante.

(Escono)



ATTO SECONDO



SCENA I - Roma, una piazza

Entrano MENENIO e i tribuni SICINIO e BRUTO, incontrandosi

MENENIO - L’augure dice che per questa sera
avremo novità.

BRUTO - Buone o cattive?

MENENIO - Non certo tali da piacere al popolo,
che non vuol bene a Marcio.

SICINIO - Natura insegna pure agli animali
a conoscere chi è loro amico.

MENENIO - Già, guarda, infatti: a chi vuol bene il lupo?

SICINIO - All’agnello.

MENENIO - Sì, appunto: per sbranarselo;
come vorrebbero fare con Marcio
gli affamati plebei.

BRUTO - Quello è un agnello
però che bela come un orso.

MENENIO - Un orso,
che vive tuttavia come un agnello.
Beh, voi siete due uomini maturi,
ditemi solo questo.

I DUE TRIBUNI - Ossia, che cosa?

MENENIO - Che vizi possono imputarsi a Marcio,
che voi due non abbiate in abbondanza(66)?

BRUTO - Nessuno gliene manca; anzi, di tutti,
si può dir che possieda ampia provvista.

SICINIO - Specialmente di boria.

BRUTO - E di alterigia come nessun altro.

MENENIO - Ah, questo sì che è buffo!
Lo sapete voi due come vi giudicano
in città... Sì, qui, dico, in mezzo a noi
della fila di destra(67)? Lo sapete?

I DUE TRIBUNI - Ebbene, come siamo giudicati?

MENENIO - Voi che parlate tanto d’alterigia...
se ve lo dico non andrete in collera?

I DUE TRIBUNI - Bene, allora?...

MENENIO - Del resto, poco male,
tanto si sa che a voi basta un’inezia
per farvi uscire dai gangheri(68)... Ma sì,
lasciate pur andar la briglia sciolta
sul collo ai vostri permalosi umori,
e andate in collera quanto vi pare,
se ci provate gusto!... Proprio voi,
accusar d’alterigia Caio Marcio?

BRUTO - Non siamo i soli.

MENENIO - Ah, questo lo so bene!
Da soli voi sapete far ben poco;
ed è perché son tanti ad aiutarvi
che riuscite a fare anche quel poco:
troppo infantili sono i vostri mezzi
perché riusciate a far molto da soli.
E venite a parlare d’alterigia!
Ah, poteste rivolger gli occhi in dentro,
nei meandri dei vostri cervicali
e fare un bell’esame di coscienza!
Magari lo poteste!

BRUTO - Ebbene, allora?

MENENIO - Allora scoprireste un’accoppiata
di magistrati scialbi, senza meriti,
e tuttavia boriosi, prepotenti,
lunatici, bizzosi, e insomma stolidi,
come non ce n’è a Roma nessun altro.

SICINIO - Va’ là, Menenio, che anche tu sei noto...

MENENIO - Sì, lo so, sono noto
per essere un patrizio un poco estroso,
al quale piace un buon bicchier di vino(69)
non annacquato nell’acqua del Tevere;
uno di cui si dice che ha il difetto
di dar ragione al primo che reclama;
uno che prende fuoco facilmente;
uno che bazzica più volentieri
il nero deretano della notte
che non la chiara fronte del mattino.
Io quel che ho dentro ce l’ho sulla bocca
e la malizia m’esce via col fiato.
Se mi trovo con due politici
(che non posso dir certo due Licurghi(70) )
come voi, e volete darmi a bere
qualcosa ch’è sgradito al mio palato,
fo boccacce. Non posso certo dire
che le signorie vostre han detto bene
una cosa, se in ogni vostra sillaba
io trovo tutto un concentrato d’asino(71).
E se sopporto con rassegnazione
chi mi dice che siete uomini seri
e rispettabili, dico ch’è un bugiardo
chiunque dica che le vostre facce.
son facce oneste. E ammesso che voi due
riusciate a legger questo sulla mappa
del microcosmo della mia persona,
ne segue forse che possiate dire
di conoscermi bene? E se pur fosse,
qual difetto riescono a discernere
le vostre miopi facoltà visive
in questa mia natura?

BRUTO - Via, Menenio,
pensiamo di conoscerti abbastanza!

MENENIO - No, voi non conoscete né Menenio,
né voi stessi, né niente! Siete solo
ambiziosi di scappellate e inchini
dalla parte di misere canaglie.
Siete capaci di buttare ai cani
il tempo d’una intera mattinata
ad ascoltare la banale bega
tra un’ortolana(72) e un venditor di zaffi,
per rinviare poi ad altra udienza
quella controversiuccia da tre soldi.
E se, mentre sedete ad ascoltare
in una lite l’una e l’altra parte(73),
v’accade d’esser colti dalla strizza
d’andar di corpo, fate mille smorfie,
da somigliare a delle marionette,
innalzate bandiera rosso-sangue(74)
contro chiunque non voglia aspettare(75),
e, bofonchiando in cerca d’un pitale,
lasciate lì la causa nel bel mezzo,
a sanguinar più imbrogliata di prima(76);
col risultato che la conclusione
che sarete riusciti ad apportare
alla vertenza sarà stata in tutto
l’aver chiamato entrambi i litiganti
“farabutti”. Che bella coppia, siete!

BRUTO - E tu? Va’ là che tu sei meglio noto
come un brillante pigliaingiro a tavola
che come un altrettanto indispensabile
occupante d’un seggio in Campidoglio(77)!

MENENIO - Perfino i nostri bravi sacerdoti
devono diventar delle linguacce
se son costretti ad aver a che fare
con tipi della vostra bassa tacca(78).
Quel che sapete dire di più acconcio
non vale l’agitarsi che nel dirlo
fanno le vostre barbe; quelle barbe
che non meritan fine più onorata
che d’andare a servir da imbottitura
al cuscino di qualche tappezziere
o d’esser chiuse dentro a un basto d’asino(79).
E tuttavia dovete andar dicendo
a destra e a manca che Marcio è superbo;
lui, che a stimarlo poco,
val più di tutti i vostri antecessori
presi insieme, da Deucalione in giù(80);
anche se casualmente, tra coloro,
ci sia stato qualcuno, tra i migliori,
col mestiere di boia ereditario.
Ma buona sera alle eccellenze vostre;
ché a star ancora a discuter con voi,
mandriani del plebeo bestiale armento,
c’è rischio d’infettarsi le cervella.

Fa per allontanarsi, quando vede arrivare VOLUMNIA, VIRGINIA e VALERIA. Bruto e Sicinio si fanno da parte mentre Menenio va loro incontro

Oh, le mie belle e nobili matrone!
Non sarebbe più nobile la Luna,
se mai fosse terrena creatura.
Dov’è che indirizzate in tanta fretta
i vostri passi?

VOLUMNIA - Nobile Menenio,
sta per giungere qui mio figlio Marcio.
Lasciaci andare, per Giove e Giunone!

MENENIO - Ah, Marcio torna a casa?

VOLUMNIA - Sì, Menenio,
e accompagnato dal più vivo applauso,
e dai migliori auspici.

MENENIO - (Gettando in aria il berretto in segno di gioia)
Oh allora, Giove,
prenditi il mio berretto, e ti ringrazio!
Dunque, Marcio ritorna?

VIRGINIA E VALERIA - Sì, Menenio.

VOLUMNIA - Guarda, ho qui una sua lettera;
un’altra l’ha il Senato, una sua moglie;
e ce n’è un’altra, credo, anche per te,
a casa tua.

MENENIO - Per me? Una sua lettera?...
Uh, uh, stanotte, per tutti gli dèi,
mi metto a far ballar tutta la casa!

VIRGINIA - Proprio così, una lettera per te.
L’ho vista con i miei occhi.

MENENIO - Una sua lettera!
Mi regala sette anni di salute!
Per sette anni farò boccacce al medico!
A fronte d’una tale medicina,
la ricetta più eccelsa di Galeno(81)
è uno specifico da ciarlatano(82)!
Peggio d’un beverone da cavallo!
Non è mica ferito?... Perché sempre
tornò a casa ferito le altre volte.

VIRGINIA - Oh, no, no, no, no, no!

VOLUMNIA - Ferito, sì,
ed io di ciò rendo grazie agli dèi.

MENENIO - Anch’io, se non lo sia di troppo grave...
Le ferite stan bene
a chi si porta la vittoria in tasca.

VOLUMNIA - Lui se la porta in fronte, la vittoria,
ed è la terza volta che mi torna
col capo cinto di foglie di quercia!

MENENIO - E Aufidio? L’ha sistemato a dovere?

VOLUMNIA - Secondo quanto scrive Tito Larzio,
si son scontrati, ma quello è scappato.

MENENIO - E per fortuna sua, gliel’assicuro!
Ché se fosse rimasto, io, al suo posto,
non mi sarei voluto “aufidizzare”
per tutto l’oro che sta custodito
dentro le casseforti di Corioli.
Il Senato è informato?

VOLUMNIA - (A Virginia e Valeria)
Andiamo, donne.

VALERIA - Oh, sì, di lui si dicon meraviglie.

MENENIO - Meraviglie! Ma certo! E tutte vere(83),
garantito!

VIRGINIA - Così voglion gli dèi!

VOLUMNIA - Che siano vere? Toh, sentite questa!

MENENIO - Che siano vere, son pronto a giurarlo.
Dov’è ferito?...

(S’interrompe vedendo avvicinarsi i due Tribuni)
Vostre signorie,
che Dio(84) le salvi, Marcio sta tornando,
ed ha ancor più ragioni, questa volta,
d’esser superbo.
(Alle due donne)
Dov’è ch’è ferito?

VOLUMNIA - Alla spalla ed al braccio, qui, a sinistra.
Ce ne saran di belle cicatrici
da scodellare al popolo
quando concorrerà per la sua carica!
Sette ne ha ricevute per il corpo
nel cacciare Tarquinio(85).

MENENIO - Un’altra al collo,
altre due alla coscia, e fanno nove,
ch’io conosca.

VOLUMNIA - Ne aveva venticinque
quando è iniziata questa spedizione.

MENENIO - Sicché con queste fanno ventisette:
e ogni tacca la tomba d’un nemico.

(Uno squillo di tromba, poi fanfara da dentro, con clamori di popolo)

Ecco le trombe.

VOLUMNIA - Sono i suoi araldi.
Egli si porta innanzi a sé i clamori,
dietro si lascia lacrime.
Nel suo possente braccio sta di stanza
il tenebroso spirito, la Morte.
Esso avanza con lui, con lui colpisce,
e gli uomini periscono(86).

Fanfara. Entrano, in pompa, COMINIO e TITO LARZIO, in mezzo a loro CORIOLANO cinto il capo di foglie di quercia, indi ufficiali, soldati e un ARALDO

ARALDO - Sappia Roma che Marcio ha combattuto,
lui solo, tra le mura di Corioli,
dove s’è guadagnato, con la gloria,
un nome: Coriolano, che va aggiunto,
quale segno d’onore, d’ora in poi,
a quello suo. Sii benvenuto a Roma,
illustre Caio Marcio Coriolano!

TUTTI - Benvenuto, illustre Coriolano!

CORIOLANO - Basta! M’offende l’anima. Vi prego!

COMINIO - Guarda, Marcio, tua madre.

CORIOLANO - Oh, tu, lo so,
hai pregato gli dèi pel mio successo.

(S’inginocchia)

VOLUMNIA - No, mio bravo soldato, alzati, su!
Marcio mio nobile, mio degno Caio...
ora che t’hanno dato un soprannome
in onore delle tue grandi gesta,
come debbo chiamarti... Coriolano?
Mah, oh!, ecco tua moglie!

CORIOLANO - (A Virginia)
Mio grazioso silenzio(87), ti saluto!
Piangi a vedermi tornar vittorioso,
perché? Avresti atteso, per sorridere,
ch’io ti fossi tornato in una bara?
Occhi, mia cara, come questi tuoi
hanno a Corioli le madri e le vedove
rimaste senza i lor figli e mariti.

MENENIO - E ora t’incoronino gli dèi!

CORIOLANO - Anche tu qui, Menenio(88)?
(A Valeria)
Oh, mia gentile signora, perdonami(89).

VOLUMNIA - Non so dove voltarmi...
(A Cominio)
Generale,
ben tornato anche a te... ed a voi tutti!

MENENIO - Bentornati, sì, centomila volte!
Mi vien da piangere, mi vien da ridere,
son triste e allegro insieme.
(A Coriolano)
Bentornato!
Un cancro(90) morda il cuore alla radice
a chi non è contento di vederti!
Siete tre uomini che tutta Roma
dovrebbe amare; e invece, guarda un po’(91),
abbiamo in casa dei meli selvatici
che non si vogliono far innestare
al vostro gusto. Ma, a loro dispetto,
bentornati guerrieri! Noi l’ortica
chiamiamo ortica, e chiamiamo sciocchezza
l’errore degli sciocchi.

COMINIO - Sempre giusto, Menenio.

CORIOLANO - Sempre, sempre.

ARALDO - (Alla folla)
Largo, largo!

CORIOLANO - (A Volumnia e Virginia, prendendole per mano)
La tua mano, e la tua.
Prima di ritirarmi in casa nostra(92),
debbo rendere omaggio ai senatori(93)
dai quali insieme col loro saluto
ho ricevuto anche nuovi onori.

VOLUMNIA - Sarò vissuta fino a veder oggi
realizzati i desideri miei
ed avverate le mie fantasie.
Manca solo una cosa,
ma non dubito che la nostra Roma
te la concederà.

CORIOLANO - Ricordati, però, mia buona madre,
che tuo figlio preferirà comunque
d’essere loro servo a modo suo,
piuttosto che padrone a modo loro.

COMINIO - Avanti, al Campidoglio!

(Trombe. Escono tutti in corteo, meno BRUTO e SICINIO)

BRUTO - Tutte le lingue parlano di lui,
ed anche quelli che han la vista debole
si procurano occhiali per vederlo(94).
La balia, per pettegolar di lui,
lascia il proprio marmocchio a urlare e piangere
fino a venirgli il convulso; la sguattera
s’appunta attorno al suo bisunto collo
la stola più vistosa(95) e per vederlo
s’arrampica sul muro per guardarlo;
gremiti stalli, banchine, finestre;
su i tetti, a cavalcioni sui comignoli
gente d’ogni colore e d’ogni risma,
tutti presi dall’ansia di vederlo.
Persino i flàmini(96) (che raramente
è dato di vedere per la via)
si pigiano affannati tra la calca
per conquistarsi un posto in mezzo a loro.
Le matrone le delicate guance
solitamente protette da un velo,
sulle quali con sfida civettuola
lottano il bianco e il rosa damaschino(97),
espongon oggi al lascivo saccheggio
degli infuocati baci del Dio Sole(98):
un’atmosfera così surreale,
da far pensar che un dio,
per guidarlo, si sia insinuato
furtivo nelle sue facoltà umane,
e gli abbia dato una forma divina.

SICINIO - Io, per me, già lo vedo fatto console.

BRUTO - Allora sì che il nostro tribunato
potrà dormire i suoi sonni beati
per tutto il suo mandato!

SICINIO - Non è uomo
capace di tenersi in quella carica
fino al termine. Finirà col perderla.

BRUTO - Ciò mi conforta.

SICINIO - Puoi restarne certo.
Il popolo, che noi rappresentiamo,
non fosse che per antico rancore,
si scorderà, alla minima occasione,
di queste nuove sue benemerenze;
e l’occasione l’offrirà lui stesso,
cosa ch’io tengo altrettanto per certa
come la sua superbia nell’offrirglielo.

BRUTO - L’ho sentito giurare
che se dovesse candidarsi a console,
mai lo farebbe scendendo nel Foro,
e nemmeno umiliandosi a indossare
la lisa tunica dell’umiltà,
né mostrando le sue ferite al popolo
per mendicarne i puzzolenti voti(99).

SICINIO - Bene.

BRUTO - Son sue parole.
Oh, lui piuttosto vi rinuncerebbe
se lo dovesse chiedere altrimenti
che per espressa richiesta dei nobili
e per unanime loro volere.

SICINIO - Per me, io non desidero di meglio:
si tenga fermo in un tale proposito,
e agisca in conseguenza.

BRUTO – È assai probabile che lo farà.

SICINIO - E sarà allora, come ci auguriamo,
per lui andare a sicura rovina.

BRUTO - Così dev’essere; se no, per noi
sarà la fine del nostro potere.
Perciò sta a noi di ricordare al popolo
l’odio ch’egli nutrì sempre per loro;
spiegar a tutti che, fosse per lui,
avrebbe fatto di ciascun di loro
bestia da soma, ridotto al silenzio
i loro difensori; conculcate
le loro libertà: perché li stima,
quanto alla lor capacità di fare,
inferiori per facoltà d’intendere
ed attitudine di stare al mondo,
ai dromedari usati per la guerra,
a cui si somministrano foraggi
sol perché possano portare il carico,
salvo ad ucciderli a bastonate
quando sotto quel carico stramazzano.

SICINIO - Sì, appunto, questo, come tu lo dici
va ricordato al momento opportuno,
quando la tracotante sua burbanza
toccherà il colmo sì da urtare il popolo
(e l’occasione non potrà mancare
se saremo noi stessi a trascinarvelo,
cosa altrettanto facile
quanto aizzar dei cani contro un gregge);
e sarà questa l’esca che d’un colpo
accenderà le loro vecchie stoppie;
e la loro fiammata
l’oscurerà per sempre.

Entra un MESSAGGERO

BRUTO - (Al Messaggero)
Che c’è adesso?

MESSAGGERO - Vengo a dirvi di andare in Campidoglio.
Sembra che Marcio sarà fatto console.
Ho visto fare ressa, per vederlo,
pure i muti, ed i ciechi per udirlo;
le matrone gettargli i loro guanti
mentre passava, e donne e giovinette
le loro sciarpe, i loro fazzoletti;
i nobili inchinarsi avanti a lui
come davanti alla statua di Giove,
e il popol tutto fare pioggia e tuono
coi lor berretti in aria e i loro strilli...
Cose mai viste!

BRUTO - Andiamo in Campidoglio.
Occhi e orecchi attenti,
e cuore pronto a tutto.

SICINIO - Eccomi, andiamo.

(Escono)


SCENA II - Roma, il Campidoglio

Due USCIERI stanno disponendo i cuscini sui seggi dei senatori

PRIMO USCIERE - Su, su, sbrighiamoci. Son qui che arrivano.
Quanti sono a concorrere per console?

SECONDO USC. - Dicono tre, ma tutti son convinti
che ad ottenerlo sarà Coriolano.

PRIMO USCIERE - Un tipo valoroso, ma superbo
come nessuno; e poi non ama il popolo.

SECONDO USC. - Oh, quanto a questo se ne son ben visti
uomini illustri che te l’han lisciato,
e mai gli sono entrati in simpatia;
così come altri ch’esso ha benvoluto
senza saper perché.
II popolo è così: vuol bene o male
a questo o a quello senza una ragione.
Perciò, dunque, riguardo a Coriolano,
il fatto ch’egli non tenga alcun conto
s’essi l’abbiano in odio o in simpatia
prova solo che li conosce bene,
e glielo lascia intendere ben chiaro
con la sua signorile indifferenza.

PRIMO USCIERE - Mah! Se davvero non gliene importasse
ch’essi l’abbiano o no in lor favore,
dovrebbe mantenersi in equilibrio,
senza far loro né bene né male;
invece va cercando il loro odio
più che non faccian essi a ricambiarglielo,
e non trascura nessuna occasione
perch’essi possano scoprire in lui
apertamente il loro gran nemico.

SECONDO USC. - Ha bene meritato della patria,
e va detto altresì che la sua ascesa
non è stata per facili gradini
come quella di chi, facendo mostra
di sorrisi e premure per il popolo,
è riverito a inchini e scappellate
dallo stesso, senza aver fatto nulla
per meritarsene stima e rispetto.
Ma lui è riuscito così bene
a imprimere nei lor occhi i suoi meriti
e in tutti i loro cuori le sue gesta,
che s’essi non volessero parlarne
e rifiutassero di riconoscerli,
si renderebbero certo colpevoli
di una forma di nera ingratitudine.
Così come il parlar male di lui
sarebbe veramente una malizia
destinata a smentirsi da se stessa,
perché chiunque si trovasse a udirla,
la smentirebbe subito, con sdegno.

PRIMO USCIERE - Insomma, è un uomo di tutto rispetto.
Basta, facciamo luogo. Ecco che arrivano.

Preceduti da squilli di tromba e da littori entrano i SENATORI, i TRIBUNI DELLA PLEBE, poi CORIOLANO, MENENIO, COMINIO. Siedono tutti sui loro scanni, i senatori da una parte, i tribuni dall’altra. Coriolano resta in piedi

MENENIO - Dunque, poiché dei Volsci s’è deciso,
ed altresì di richiamare in patria
Tito Larzio, non resta che decidere
in questa nostra coda di seduta
come ed in che misura compensare
i servigi di chi sì nobilmente
ha combattuto per la propria patria.
Perciò vi piaccia chiedere,
reverendissimi e saggi maggiori(100),
a colui che ha la carica di console
ed è stato alla testa dell’esercito
in questa nostra fortunata impresa,
di farci una succinta esposizione
dell’encomiabile comportamento
di Caio Marcio Coriolano; al quale
siamo qui riuniti per dar merito
e decretare, in riconoscimento,
onori che a tal merito sian pari.

(Coriolano si siede)

PRIMO SENATORE - Bene, a te la parola, buon Cominio.
Non omettere alcun particolare
per il timore d’apparir prolisso;
dicci anzi cose da farci pensare
che sia piuttosto la nostra repubblica
a mancare dei mezzi convenienti
a sdebitarsi, che l’animo nostro
a voler ch’essi sian quanto più alti.

(Ai tribuni)
A voi, capi del popolo,
chiediamo di prestar cortese orecchio,
e di voler, dopo aver ascoltato,
usar la vostra influenza col popolo,
per ottenere ch’esso sia concorde
con quanto sarà qui deliberato.

SICINIO - Siamo qui convocati
per discutere sopra una materia
che trova tutto il nostro gradimento(101);
e siam di tutto cuore favorevoli
ad onorare e innalzare l’uomo
ch’è l’argomento di questa assemblea.

BRUTO - E tanto più favorevoli a farlo
saremo, s’egli si ricorderà
di nutrir per il popolo una stima
un poco più benevola
di quella che ha finora dimostrato.

MENENIO - Questo non c’entra! Non ci azzecca niente!
Avresti fatto meglio a stare zitto!
Volete compiacervi, sì o no,
di ascoltare Cominio?

BRUTO - Volentieri.
Ma il mio avvertimento di poc’anzi
era più pertinente all’argomento
di quanto non sia ora il tuo rabbuffo!

MENENIO - Coriolano vuol bene al vostro popolo;
Ma non puoi obbligarlo fino al punto
di diventar suo compagno di letto.
Parla, degno Cominio, ti ascoltiamo(102).

(Coriolano, a questo punto, s’alza e fa per lasciar la sala)

Ehi, che fai?... Fermo là. Resta al tuo posto!

PRIMO SENATORE - Sì, siedi, Coriolano.
Non dev’esser motivo di vergogna
per te ascoltare tutto ciò ch’hai fatto
di nobile.

CORIOLANO - Le vostre signorie
mi scuseranno, ma preferirei
vedermi riaperte e doloranti
le ferite, che stare ad ascoltare
come le ho ricevute...

BRUTO - Non siano state le parole mie,
voglio sperare, a farti alzar dal seggio.

CORIOLANO - No, se pur siano state le parole
spesso a farmi scappare anche da luoghi
da cui nemmeno dure sciabolate
sarebbero riuscite a trattenermi.
Tu non m’hai adulato, tuttavia,
e le parole tue non m’han ferito.
Quanto però al tuo popolo,
gli voglio bene per quel ch’esso vale...

MENENIO - Ti prego, avanti, siedi.

CORIOLANO - Preferirei restare sotto il sole,
in ozio, a farmi grattare la testa
quando suonasse l’allarme di guerra(103),
che starmene seduto qui, per niente,
ad udir magnificare i miei nonnulla.

(Esce)

MENENIO - (Ai tribuni)
Ecco, capi del popolo,
ditemi adesso voi come un tal uomo
potrebbe mai ridursi ad adulare
il prolifico vostro canagliume
- ché di buoni ce n’è uno su mille -
quando voi stessi l’avete ora visto
pronto a tutto rischiare per l’onore,
piuttosto che prestare un solo orecchio
a sentire esaltare le sue gesta...
Parla, avanti, Cominio.

COMINIO - Mi mancherà la voce. Troppo flebile
è la mia per ridir di Coriolano
le gesta(104). Se il valore militare
è nell’uomo la massima virtù,
che nobilita assai chi la possiede,
l’uomo del quale mi accingo a parlare
non ha chi possa stargli a pari al mondo.
Aveva sedici anni
quando Tarquinio mosse contro Roma,
e combatteva già meglio di tutti;
e il nostro dittatore di quel tempo(105)
che voglio ricordar con ogni lode,
l’osservava, col suo mento d’Amazzone(106),
battersi in armi e ricacciare in fuga
avversari con baffi sulle labbra;
e lo vide piantarsi a gambe larghe
su un Romano caduto, e in quella posa
affrontare ed uccider tre nemici.
Poi si scontrò con lo stesso Tarquinio
e, d’un sol colpo, lo forzò in ginocchio.
Tra i fasti di quel dì, quel giovinetto
che avrebbe ben potuto recitare
una parte di donna sulle scene(107),
si dimostrò il miglior soldato in campo
meritandosi, in degna ricompensa,
una corona di foglie di quercia(108).
Entrato poi dall’età minorile
nella virilità, simile al mare
quando ingrossa, è venuto su crescendo
e in diciassette battaglie, da allora,
ha rubato la palma a ogni altra spada.
Quanto poi a quest’ultima sua gesta,
fuori e dentro le mura di Corioli,
devo dire che non ho parole adatte
a riferirne come si conviene.
Ha fermato i suoi legionari in fuga,
e col suo raro esempio ha volto in gioco
quella ch’era paura nei codardi.
Davanti alla sua prua,
come alghe sotto l’urto d’un vascello
lanciato a tutto vento, obbedienti,
si piegavano gli uomini e cadevano;
la sua spada, come mortal sigillo
lasciava il segno ovunque s’abbattesse,
Era, da capo a piedi, tutto sangue
ogni suo gesto essendo punteggiato
dal grido dei morenti.
Varcò da solo la fatale porta
della città, segnandola così
col crisma d’un destino inesorabile;
poi senza alcun aiuto ne sortì,
e, ricevuto un rapido rinforzo,
piombò sopra Corioli con la forza
d’un fatal pianeta(109). Da quel punto,
tutto era in mano sua, quando, di nuovo,
il lontano clamor della battaglia
ferisce i suoi sempre vigili sensi:
allora il suo coraggio, raddoppiato,
ravviva subito nella sua carne
quel che v’era di stanco e affaticato,
e lì torna sul campo di battaglia,
dove imperversa, fumante di sangue,
sopra i nemici come in una strage
che non dovesse avere mai più fine;
e fino a che non potemmo dir nostro
tutto il terreno e nostra la città,
non si concesse un attimo di tregua,
anche solo per dare alcun sollievo
al respiro affannato.

MENENIO - Degno uomo!

PRIMO SENATORE - Sicuramente degno degli onori
che abbiamo in animo di conferirgli(110).

COMINIO - Ha respinto con sdegno
la parte di bottino a lui spettante
guardando a quegli oggetti di valore
come a vil spazzatura.
Per se stesso desidera di meno
di quello che la stessa povertà
potrebbe dargli, unico compenso
alle sue gesta essendo a lui il compierle;
ed è contento di spendere il tempo
della vita così, a lasciarlo scorrere(111).

MENENIO - Animo nobile! Lo si richiami.

PRIMO SENATORE - (Ad un ufficiale)
Chiamate Coriolano.

UFFICIALE - Sta venendo.

Rientra CORIOLANO

MENENIO - Il Senato altamente si compiace,
Coriolano, di nominarti console.

CORIOLANO - Son suoi la mia vita e i miei servigi.

MENENIO - Rimane solo che tu parli al popolo(112).

CORIOLANO - Vi supplico, vogliate dispensarmi
da quell’usanza. Io, quella tunica,
non me la sento di portarla addosso,
d’espormi in piazza, nudo della mia,
e pregarli di darmi il lor suffragio
solo a cagione delle mie ferite...
Esoneratemi da tutto questo.

SICINIO - Il popolo dovrà pur dir la sua,
né vorrà consentir che si tralasci
un solo punto del cerimoniale.

MENENIO - (A Coriolano)
Non starli a contrastare, ora, ti prego.
Confòrmati all’usanza
nelle forme da questa stabilite,
così come hanno fatto puntualmente
tutti quelli che t’hanno preceduto.

CORIOLANO – È una parte che mi farà arrossire
a recitarla: un “diritto del popolo”
che si farebbe bene ad abolire.

BRUTO - (A parte, a Sicinio)
Hai sentito?

CORIOLANO - ... Sbracarmi avanti a loro
a vantarmi che ho fatto questo e quello,
mettere in mostra le mie cicatrici
ormai indolori, che dovrei nascondere,
come chi se le fosse procurate
solo per guadagnarsi i loro voti...

MENENIO - E via, non farne un caso proprio adesso!
(Ai due tribuni)
Ed ora a voi, tribuni della plebe,
raccomandiamo la nostra delibera
perché la sosteniate presso il popolo;
e al nostro nobile novello console
auguriamo felicità ed onore.

TUTTI - Felicità ed onore a Coriolano!

(Squilli di tromba. Escono tutti nell’ordine in cui sono entrati, tranne i due tribuni)

BRUTO - Ecco, hai sentito con quali intenzioni
vuol trattar con il popolo.

SICINIO - Ho sentito,
e speriamo che il popolo capisca.
Andrà a sollecitare il lor suffragio
con l’aria d’uno che tenga a disdegno
che siano loro a doverglielo dare.

BRUTO - Andiamo, adesso. Bisogna informarli
di quanto è stato qui deliberato.
So che sono nel Foro ad aspettarci.

(Escono)


SCENA III - Roma, il Foro

Entra un gruppo di CITTADINI

PRIMO CITTADINO - Insomma, se ci chiede il nostro voto,
rifiutarglielo certo non possiamo.

SECONDO CITT. - E invece sì; basterà che vogliamo!

TERZO CITTADINO - Il potere di farlo ce l’abbiamo:
ci manca quello di tradurlo in atto.
Perché se mette in mostra le ferite
e ci spiattella tutto quel che ha fatto
ci tocca cedere la nostra lingua
a quelle, e far che parlino per noi.
Così se si presenta avanti a noi
a raccontar le sue nobili gesta,
come facciamo a non significargli
la nostra generosa gratitudine?
L’ingratitudine è cosa mostruosa,
e per il popolo mostrarsi ingrato
vuol dire farsi mostro da se stesso;
e noi tutti, che ne facciamo parte,
passeremo così per tanti mostri.

PRIMO CITTADINO - E ci vuol poco a far ch’essi ci vedano
non meglio di così. Quando insorgemmo
per il grano, non esitò un istante
proprio lui, Coriolano, a definirci
“una plebaglia dalle molte teste”.

TERZO CITTADINO - Oh, quanti ci chiamavano così!
E non perché la testa
fra tutti noi c’è chi la tiene grigia,
chi castana, corvina e chi pelata,
ma son le nostre idee
che sono tutte di color diverso.
Del resto penso anch’io, per parte mia,
che se le idee di ciascuno di noi
dovessero uscir tutte da un sol cranio,
sciamerebbero in ogni direzione,
a est, a ovest, a nord e a sud;
e il solo punto su cui accordarsi
circa la direzione dove andare,
sarebbe di volarsene ciascuna
per tutti i quattro punti cardinali(113).

SECONDO CITT. - Così pensi? Ed in quale direzione
volerebbe la mia, secondo te?

TERZO CITTADINO - Beh, intanto non è facile, alla tua,
di venirsene fuori come l’altre,
chiusa com’è in una zucca di legno;
ma direi che, se uscisse in libertà,
tirerebbe filato verso sud.

SECONDO CITT. - E perché proprio là?

TERZO CITTADINO - Per andare a disfarsi nella nebbia;
dove si scioglierebbe per tre quarti
mischiata con vapori puzzolenti,
mentre la quarta, presa dallo scrupolo,
ritornerebbe a te,
per aiutarti a sceglierti una moglie.

SECONDO CITT. - A te la voglia di sfottere il prossimo
non manca mai. Ma fa’ pure, fa’ pure!

TERZO CITTADINO - Allora, siete tutti risoluti
a dargli il vostro voto?
Anche se, poi, sì o no, non cambia niente.
La maggioranza è quella che decide.
Però se si mostrasse un po’ più incline
al popolo, più degno uomo di lui
non c’è mai stato. Eccolo che viene,
e con la tunica dell’umiltà.

Entra CORIOLANO. Ha indosso la “tunica dell’umiltà”. Con lui è MENENIO

Stiamo a vedere come si comporta...
Ma non restiamo qui tutti ammassati;
avviciniamolo, pochi per volta,
a uno, a due, a tre, dove si ferma...
Deve rivolgere la sua richiesta
a ciascuno di noi, singolarmente:
perché ciascuno di noi ha diritto
di dargli il voto con la propria voce.
Perciò statemi dietro,
vi mostrerò come dovete fare
quando l’avvicinate.

TUTTI - Ti seguiamo.

(Escono tutti)

MENENIO - No, hai torto, mio caro, a far così!
Ma non hai mai saputo
che persone degnissime l’han fatto,
prima di te?

CORIOLANO - Che cosa devo fare?
“Ti prego, cittadino...”. Dannazione!
Non me la sento proprio
di forzare la lingua ad un tal passo!
“Guarda le mie ferite, cittadino,
le ho buscate al servizio della patria,
quando non pochi dei compagni vostri
se la davano a gambe schiamazzando
al primo rullo dei nostri tamburi...”.

MENENIO - O dèi, per carità, poveri noi!
Non devi tirar fuori tutto questo!
Tu non devi far altro che pregarli
che si ricordino di te.

CORIOLANO - Di me...
Loro!... Che s’impiccassero piuttosto!
Di me magari si dimenticassero,
invece, come fanno coi precetti
di virtù che gli predicano i preti!

MENENIO - Tu rischi di mandare tutto all’aria.
Ti lascio adesso. Vedi di parlare
a quella gente in maniera garbata.

CORIOLANO - Sì, chieder loro di lavarsi il viso
e di pulirsi i denti.

(Esce Menenio)
(Entrano il SECONDO e il TERZO CITTADINO)

Eccone appunto un paio.
(Al Terzo Cittadino)
Cittadino,
tu sai il motivo per cui io sto qui.

TERZO CITTADINO - Già. Ma dicci che cosa ti ci porta.

CORIOLANO - I miei meriti.

SECONDO CITT. - I tuoi meriti?

CORIOLANO - Già,
non certo il mio volere personale.

TERZO CITTADINO - Ah, non il tuo volere...

CORIOLANO - Nossignore;
non fu mai voler mio
importunare la povera gente
chiedendo io l’elemosina a loro.

TERZO CITTADINO - Beh, devi pur pensare
che se noi plebe ti diamo qualcosa
speriamo d’ottener qualcosa in cambio.

CORIOLANO - Bene, ditemi allora, per favore,
qual è il prezzo che date al consolato.

SECONDO CITT. - Che tu ce lo richieda gentilmente.

CORIOLANO - E gentilmente, amico,
io ti chiedo di farmelo ottenere.
Ho qui delle ferite da mostrarti,
che puoi vedere, se lo vuoi, in privato.
(All’altro)
Il tuo buon voto, amico. Che mi dici?

TERZO CITTADINO - Che l’avrai, degno Marcio.

CORIOLANO - Affare fatto.
Ecco già due magnifici suffragi
mendicati. Ho intascato l’elemosina.
Statevi bene!

(Volta loro le spalle, come per andarsene)

TERZO CITTADINO - Ma che strano modo!

SECONDO CITT. - Mah, se dovessi darglielo di nuovo,
chissà... Comunque, beh, lasciamo stare.

(Escono i due cittadini)

Entrano il QUARTO e il QUINTO CITTADINO

CORIOLANO - (Andando loro incontro)
Di grazia, amici, se mai s’accordasse
col tono stesso dei vostri suffragi(114)
il fatto ch’io sia nominato console,
eccomi qua vestito
come richiesto dalla consuetudine.

QUARTO CITT. - Hai meritato bene della patria,
ma hai anche non bene meritato.

CORIOLANO - Cos’è, un indovinello?

QUARTO CITT. - Pei suoi nemici sei stato un flagello,
ma per i suoi amici una tortura(115).
Tu, la povera gente, in verità,
non l’hai tenuta mai in simpatia.

CORIOLANO - Tanto più meritevole per questo
dovresti ritenermi, perché “povero”
non sono stato nel volerle bene(116).
Comunque, cittadino, d’ora in poi
l’adulerò il mio grande fratello,
il popolo, per conquistar da lui
maggiore stima: ché questo per loro
vuol dire “esser gentili con il popolo”.
E dal momento che la lor saggezza
preferisce guardare al mio cappello
piuttosto che al mio cuore, d’ora innanzi
li tratterò col più ipocrita inchino
e con la più leccosa scappellata.
Vale a dire che imiterò, brav’uomo,
le smancerie di certi capipopolo,
che elargirò con generosità
a quanti gradiranno di riceverne.
Perciò, vi supplico, fatemi console.

QUINTO CITTADINO - Noi speriamo poterti avere amico;
perciò ti diamo di buon cuore il voto.

QUARTO CITT. - Ti sei buscato un sacco di ferite
per la tua patria...

CORIOLANO - Non suggellerò
col mostrarvele la lor conoscenza,
che del resto già avete.
Farò gran conto dei vostri suffragi,
e così non vi disturberò più(117).

I DUE CITTADINI - Gli dèi ti diano felicità,
te l’auguriamo molto cordialmente.

(Escono i due cittadini)

CORIOLANO - Che dolcezza di voti!...
Meglio morire, crepare di fame
che andare accattonando una mercede
che pur ci spetta, perché meritata.
Ed io dovrei restarmene qui, fermo,
in questa veste da sembrare un lupo,
a questuar dal primo Tizio e Caio
voti dei quali non c’è alcun bisogno?
Dicono che così vuole l’usanza.
Ma se dovessimo in tutte le cose
far quel che vuol l’usanza,
la polvere che copre il tempo andato
mai non sarebbe più spazzata via,
ed ammucchiando errore sopra errore
si formerebbe tale una montagna
di tutti errori, che la verità
sarebbe poi impedita a sovrastarla.
Ah, no! Piuttosto che starmene qui
a recitar la parte del buffone,
che l’alto ufficio e i relativi onori
vadano ad altri, più di me disposto
ad eseguire quel che vuol l’usanza.
Ma son già a mezza strada...
Ho sopportato la prima metà,
farò anche l’altra...(118)

Entrano il SESTO e SETTIMO CITTADINO

Ma ecco altri voti.
(Ai due)
I vostri voti, amici.
Pei vostri voti io ho combattuto.
Pei vostri voti ho vegliato la notte.
Pei vostri voti porto su di me
almeno due dozzine di ferite.
Pei vostri voti ho visto e raccontato(119)
diciotto fatti d’arme.
Pei vostri voti ho fatto tante cose
qual più qual meno, ma tutte importanti.
I vostri voti, sì, per esser console.

SESTO CITTADINO - S’è ben portato, e non gli può mancare
il voto d’ogni cittadino onesto.

SETTIMO CITT. - Sia console, perciò.
Gli diano gli dèi felicità
e faccian ch’egli voglia bene al popolo.

SESTO CITTADINO - E così sia! Che gli dèi ti proteggano,
nobile console!

(Escono)

CORIOLANO - Che fior di voti!

Entrano MENENIO, SICINIO e BRUTO

MENENIO - Sei stato qui per il tempo prescritto,
ed i Tribuni, col voto del popolo,
ora ti conferiscono il potere.
Resta che con le insegne della carica
tu ti presenti subito al Senato.

CORIOLANO - Allora è fatto?

SICINIO - Hai fatto la richiesta
secondo il rito: il popolo ti accetta
ed è già convocato in assemblea
per la ratifica.

CORIOLANO - Dove, al Senato?

SICINIO - Sì, Coriolano, là.

CORIOLANO - Posso togliermi allora questa veste?

SICINIO - Certo.

CORIOLANO - Allora non esito un istante,
così potrò riconoscer me stesso.
Poi andrò al Senato.

MENENIO - T’accompagno.
(Ai due tribuni)
Voi che fate, venite via con noi?

BRUTO - Restiamo qui ad attendere il popolo.

SICINIO - Ci rivediamo dopo.

(Escono Coriolano e Menenio)

Ce l’ha fatta.
È suo, e a giudicar dagli sguardi
ha il cuore in festa.

BRUTO - Ma con quale sdegno
portava indosso quell’umile veste!...
Che facciamo? Lo congediamo il popolo?

(Entrano parecchi CITTADINI)

SICINIO - Ebbene, miei compagni?
Avete dunque preferito lui(120)?

PRIMO CITTADINO - Abbiamo dato a lui il nostro voto.

BRUTO - Voglia il cielo che sappia meritarla
la vostra preferenza.

SECONDO CITT. – È quel che dico.
Perché a mio povero, modesto avviso,
quello mentre ci domandava il voto,
si beffava di noi.

TERZO CITTADINO - E come no!
Ci ha preso pei fondelli a tutto spiano!

PRIMO CITTADINO – È il suo modo di fare; quello. No,
lui non s’è fatto gioco di nessuno.

SECONDO CITT. - Qui non ci sei che tu a dir così,
fra tutti noi. Ci doveva mostrare
i segni delle sue benemerenze:
le ferite buscate per la patria...

SICINIO - Ma l’avrà fatto, spero, son sicuro.

TUTTI - Niente affatto! Nessuno qui le ha viste.

TERZO CITTADINO - Ha detto, sì, che aveva le ferite,
ma che poteva mostrarle in privato;
e col berretto in mano, ecco, così,
agitandolo in aria come a beffa,
“Vorrei - dice - esser console;
“e antica usanza senza i vostri voti
“me l’impedisce. I vostri voti, dunque”.
E quando glieli abbiamo assicurati,
lui: “Vi ringrazio del vostro favore,
“grazie dei vostri carissimi voti.
“Ora che avete espresso i vostri voti,
“con voi non ho più nulla da spartire”.
Non è questa una beffa?

SICINIO - Ma eravate incoscienti a non capirlo?
O, avendolo capito, tanto ingenui
da dargli il voto come dei bambocci?

BRUTO - Eppure v’avevamo ammaestrati
- e avreste ben potuto ricordarglielo -
che quando non aveva alcun potere,
piccolo servitore dello Stato,
vi si mostrò nemico e parlò sempre
contro i vostri diritti e privilegi
di cui godete in seno alla repubblica;
e adesso, giunto che fosse al potere
e a governar lo Stato,
se seguitasse ad essere lo stesso
il nemico giurato dei plebei
i vostri voti potrebbero essere
per tutti voi tante maledizioni.
E ancora questo dovevate dirgli:
che come le sue gesta valorose
gli meritavano una ricompensa
non inferiore a quella cui aspira,
così la sua generosa natura
dovrebbe spingerlo a pensare a voi,
che l’avete votato,
e volgere in affetto il malvolere,
facendolo patrono e amico vostro.

SICINIO - A parlargli così,
come, del resto, vi fu consigliato,
avreste scosso le sue fibre all’intimo
e saggiato il suo animo; e strappato
gli avreste forse una bella promessa,
da vincolarlo alla prima occasione;
oppure, al peggio, avreste esasperato
quel suo caratteraccio insofferente
incapace di assumersi un impegno
che lo leghi a qualsiasi adempimento;
e, fattegli così perder le staffe,
avreste poi potuto trar partito
dalla sua collera, per non eleggerlo.

BRUTO - Ma come avete fatto a non vedere
con che aria palese di disprezzo
vi domandava il voto,
mentre gli abbisognava il vostro appoggio?
E come avete fatto a non pensare
che quel disprezzo vi potrà recare
chi sa quale malanno,
ora ch’egli ha il potere di schiacciarci?
Diamine! Solo corpi e nessun cuore
tutti quanti? E avevate sol la lingua
per sbraitare, come avete fatto,
contro il buonsenso per cacciarlo via?

SICINIO - E dire che altre volte, nel passato,
avete pur rifiutato il consenso
a postulanti in cerca di suffragi;
ed ora regalate come niente
i vostri voti tanto ricercati
ad uno che nemmeno ve li ha chiesti
in buona forma, e per di più schernendovi?

TERZO CITTADINO - Comunque ancora non è confermato(121).
Possiamo sempre revocargli il voto.

SECONDO CITT. - E lo revocheremo! Io, per me,
posso accordare cinquecento voci
su questa nota(122).

PRIMO CITTADINO - Ed io due volte tante.
E tutti i loro amici in sovrappiù.

BRUTO - Presto, allora muovetevi di qui
e andate a dire a questi vostri amici
che hanno scelto per diventare console
uno che torrà loro ogni diritto,
e non darà lor voce
più che a quei cani bastonati apposta
per abbaiare, e a questo mantenuti.

SICINIO - Fateli riunire in assemblea,
e unanimi, su più serio giudizio,
revocate questo inconsulto voto.
Battete sul suo orgoglio
e sull’antico odio che ha per voi;
e non dimenticatevi, per giunta,
con quale aria sprezzante egli indossò
l’umile veste, e si schernì di voi
nell’atto stesso di chiedervi il voto.
Dite loro che è stato il vostro affetto,
memore dei servigi da lui resi,
a non farvi capire, in quel momento,
il suo comportamento provocante,
offensivo per voi, indecoroso,
volutamente da lui conformato
all’odio radicale che vi porta.

BRUTO - Gettate su di noi, vostri Tribuni,
tutta la colpa: che nulla abbiam fatto
- dite - perché non sorgessero ostacoli
alla sua elezione presso il popolo.

SICINIO - E che l’avete eletto
per conformarvi ad un nostro comando
più che per vostra vera convinzione;
che le vostre coscienze, in conseguenza,
preoccupate più di conformarsi
a ciò che ad esse era stato ordinato,
che a ciò che esse avrebbero dovuto,
v’hanno indotto ad esprimere quel voto
contro la vostra propria inclinazione.
Insomma, date a noi tutta la colpa.

BRUTO - Sì, non vi fate scrupolo per noi.
Dite che vi abbiam fatto su di lui,
per istruirvi sulla sua persona,
lunghi discorsi: come, ancora imberbe,
abbia iniziato a servire la patria,
e seguitato a farlo poi negli anni;
da qual nobile stirpe egli discenda,
la nobilissima gente “marciana”(123),
da cui discese pur quell’Anco Marcio
nipote di re Numa,
che regnò a Roma dopo il grande Ostilio;
donde provennero e Publio e Quinto
che con la costruzione di acquedotti
ci addussero la nostra acqua migliore;
e suo grande avo fu quel Censorino,
così meritamente nominato
per esser stato due volte censore,
per voto popolare.

SICINIO - Ed un tal uomo
discendente da sì nobile stirpe
e onusto per di più di tanti meriti
per ricoprire una sì alta carica,
siamo stati noi stessi, noi tribuni,
a segnalarlo alla vostra attenzione;
ma voi, dopo aver bene soppesato
il suo comportamento nel presente
a confronto con quello del passato,
avete tutti in lui riconosciuto
un vostro irriducibile nemico,
e gli avete pertanto revocato
un gradimento dato troppo in fretta.

BRUTO - E non sareste giunti mai a tanto
- battete sempre sopra questo tasto -
se non vi avessimo incitato noi.

TUTTI - Sì, sì, faremo come dite voi.
Ormai qui quasi tutti
si son pentiti della scelta fatta.

(Escono i cittadini)

BRUTO - Ora non c’è che da lasciarli fare.
Meglio rischiare adesso una sommossa,
piuttosto che tirarsi addosso il peggio,
che certamente verrà, se aspettiamo.
Se lui, per questo loro voltafaccia,
si facesse, con quella sua natura,
prendere dalla rabbia, attenti noi
a saper profittar dell’occasione
e trar vantaggio da questa sua collera.

SICINIO - Al Campidoglio. Troviamoci là
prima che vi affluisca tutto il popolo.
Dovrà apparire - come in parte è -
tutta e soltanto loro iniziativa,
cui noi ci siamo solo limitati
a fornire uno sprone dall’esterno.

(Escono)

ATTO TERZO



SCENA I - Roma, una strada

Fanfara. Entrano CORIOLANO, MENENIO, COMINIO, TITO LARZIO e SENATORI

CORIOLANO - (A Larzio)
Tullo Aufidio sicché è riuscito
a rimettere in piedi un nuovo esercito?

LARZIO - Sì, Coriolano, ed è questo il motivo
che ci ha deciso a negoziar l’accordo.

CORIOLANO - I Volsci son lì, dunque, come prima,
pronti a saltarci addosso
appena s’offra loro l’occasione.

COMINIO - Sono sfiancati, Console: è difficile
che rivedremo, noi di nostre età,
garrire ancora i lor vessilli al vento.

CORIOLANO - (A Larzio)
Tu Aufidio l’hai visto?

LARZIO - Venne da me sotto salvacondotto,
solo per dirmi peste e vituperio
contro i Volsci, che avevano ceduto
così vilmente la loro città.
S’è ritirato ad Anzio.

CORIOLANO - T’ha parlato di me?

LARZIO - Sì, Coriolano.

CORIOLANO - In che modo? Che ha detto?

LARZIO - Ha ricordato come si sia spesso
con te scontrato solo, spada a spada;
che per la tua persona nutre un odio
come per nessun altro al mondo; e inoltre
che sarebbe disposto - ha dichiarato -,
ad impegnarsi tutto che possiede,
così, senza speranza di riscatto,
pur di potersi dir tuo vincitore.

CORIOLANO - E vive ad Anzio, adesso?

LARZIO - Ad Anzio, sì.

CORIOLANO - Come vorrei che mi s’offrisse il destro
d’andare là a scovarlo dove sta,
e affrontare il suo odio faccia a faccia!
Ma ben tornato, Larzio.

Entrano i tribuni SICINIO e BRUTO

Ecco, guardate:
questi sono i Tribuni della plebe,
le lingue della sua volgare bocca.
Sento per loro un disprezzo istintivo
perché si bardano d’autorità
contro ogni nobile sopportazione.

SICINIO - (A Coriolano)
Fermo! Non andar oltre!

CORIOLANO - Che vuol dire?

BRUTO - Che è rischioso per te andar oltre. Fèrmati.

CORIOLANO - Che diavolo di voltafaccia è questo!

MENENIO - Che succede?

COMINIO - Non ha forse il consenso
dei nobili e del popolo?

BRUTO - Del popolo, Cominio, proprio no.

CORIOLANO - Son voti di fanciulli
allora quelli ch’essi m’hanno dato?

UN SENATORE - Tribuni, andiamo, fateci passare.
Coriolano deve recarsi al Foro.

BRUTO - Il popolo è in fermento. Non lo vuole.

SICINIO - Fermi, o qui si finisce in un tumulto.

CORIOLANO - Il vostro gregge, eh? E deve dunque
questa gentaglia aver diritto al voto,
se prima te lo danno,
e poi, subito dopo, lo rinnegano?
E voi, che state a fare?
Voi che siete la loro stessa bocca,
perché non governate i loro denti?
O siete stati voi ad aizzarli?

MENENIO - (A Coriolano)
Calma, sta’ calmo!

CORIOLANO - (Ai Senatori)
È tutta una manovra,
una combutta preparata ad arte,
per piegare la volontà dei nobili.
Se li lasciate fare,
rassegnatevi a vivere con gente
incapace così di governare,
come d’esser comunque governata.

BRUTO - Non parlar di combutta.
Il popolo vocifera di rabbia
perché ha capito che l’hai preso in giro;
e perché quando fu distribuito,
ultimamente, a loro il grano gratis,
fosti tu solo ad alzare la voce,
e a coprire d’insulti e vituperi
chiunque fosse dalla loro parte,
tacciandolo di basso opportunista,
adulatore, nemico dei nobili.

CORIOLANO - Ebbene? Questa è cosa risaputa.

BRUTO - Non tutti la sapevano, di loro.

CORIOLANO - E così hai pensato ad informarli.

BRUTO - Informarli, chi, io?

CORIOLANO - Non sei tu il tipo
ben tagliato per simili faccende?

BRUTO - Non meno bene che per far le tue
meglio che possa farle tu.

CORIOLANO - Ma certo!
Perché dovrei io diventare console?
Per tutti i fulmini, datemi il tempo
di diventare un nulla come te,
e fatemi tribuno, tuo collega!

SICINIO - Tu porti ancora addosso
troppo di quello che dispiace al popolo;
se ti preme raggiungere il tuo scopo,
devi chieder la strada, che hai smarrita,
con uno spirito più malleabile,
o non sarai giammai tanto virtuoso
da poter esser console,
e nemmeno da stare accanto a lui
(Indica Bruto)
come tribuno.

MENENIO - Calmi, state calmi!

COMINIO - Il popolo è ingannato, è subornato.
Questo ondeggiare tra il sì e il no
non è degno di Roma, e Coriolano
non merita davvero un’ostruzione
così disonorante posta ad arte
lungo il piano cammino del suo merito.

CORIOLANO - Venirmi adesso a parlare del grano!
Quello che ho detto allora lo ripeto!

MENENIO - Non adesso, però, per carità.

UN SENATORE - No, Marcio, non in tanta eccitazione.

CORIOLANO - Sì, invece, adesso! Sì, per la mia vita!
I miei nobili amici mi perdonino;
ma la fetida, bassa minuzzaglia
voltagabbana s’ha da render conto
ch’io non son uomo che sappia adulare,
si specchi in me, piuttosto, e in ciò che dico.
Lo ripeto: a cercar di assecondarla,
noi non facciamo che dare alimento
alla malerba della ribellione,
dell’insolenza, della sedizione
contro il Senato; per la qual zizzania
noi stessi abbiamo arato, seminato
e consentito che si propagasse
mescolandosi a noi, gente d’onore,
cui non manca virtù né autorità,
salvo quella ceduta a dei pezzenti.

MENENIO - Bene, ora basta.

UN SENATORE - Basta, ti preghiamo.

CORIOLANO - Basta? E perché? Com’io ho sparso sangue
per la mia patria senza aver paura,
così nessuna forza impedirà
ai miei polmoni di coniar parole,
fino a diventar marci,
contro questi pestiferi miasmi
di cui tutti temiamo d’infettarci
avendo tuttavia fatto del tutto
per buscarceli.

BRUTO - Tu parli del popolo
né più e né meno che se fossi un dio,
che sia pronto a punirlo, e non un uomo
affetto dalle stesse debolezze.

SICINIO - Ed è bene che il popolo lo sappia.

MENENIO - Sappia che cosa? Questa sua sfuriata?

CORIOLANO - Sfuriata!... Foss’io calmo,
per Giove!, come il sonno a mezzanotte,
sarei sempre di questa stessa idea!

SICINIO – È un’idea velenosa
che tale deve rimaner dov’è,
senza infettare gli altri intorno a sé.

CORIOLANO - “Deve”!... Sentitelo questo Tritone
dei lattarini(124)! Avete preso nota
di codesto suo “deve” perentorio?

COMINIO – È contro regola, senz’altro.

CORIOLANO - “Deve”!
O buoni ma incautissimi patrizi,
voi, gravi ed imprudenti Senatori,
voi che avete permesso qui a quest’Idra(125)
di scegliersi un suo proprio magistrato
che con questo suo “deve” perentorio,
qual rumoroso corno di quel mostro(126)
non si fa scrupolo di minacciare
d’esser capace di deviare altrove,
entro altra fossa, la vostra corrente,
e di far suo l’attuale suo letto!
Se è vero ch’ei possiede un tal potere,
s’inchini allora a lui la vostra ignavia;
ma se non l’ha, svegliate dal suo sonno
la vostra mite e rischiosa indulgenza.
Se saggezza è in voi, non comportatevi
come volgari sprovveduti sciocchi;
se saggezza non v’è,
fateli pur sedere accanto a voi.
Sarete voi la plebe,
ed essi i senatori; e tali sono,
già ora se, quando le loro voci
son mischiate alle vostre, il loro accento
è il tono che prevale nell’insieme.
Si scelgono il lor proprio magistrato,
e questo è uno che sbatte in faccia
il suo “deve”, quel suo “deve” plebeo,
contro un’assise che nemmen la Grecia
ebbe mai di più seria e veneranda.
Ma, tutto questo, per il sommo Giove!,
riduce i consoli a ben poca cosa!
E mi sanguina il cuore
a pensare che quando due poteri
sono in sella contemporaneamente,
sì che nessun dei due può prevalere,
nel loro vuoto può infilarsi il caos,
e far che si distruggano a vicenda!

COMINIO - Al Foro, dunque, andiamo.

CORIOLANO - Chiunque siano ch’abbian consigliato
di far distribuir gratuitamente
il grano dei depositi statali,
come s’è fatto qualche volta in Grecia...

MENENIO - Via, via, non ne parliamo più.

CORIOLANO - (Seguendo il suo discorso)
(... ma in Grecia
ben più ampi poteri aveva il popolo...),
io dico che costoro, chi essi siano,
hanno nutrito la disobbedienza,
cibato la rovina dello Stato.

BRUTO - E il popolo dovrebbe dare il voto
ad uno che si esprime in questi termini?

CORIOLANO - Al popolo dirò le mie ragioni,
che valgono ben più dei loro voti.
Essi sanno benissimo che il grano
non doveva servir da ricompensa,
essendo noto che per meritarlo
nessun servizio avevano essi reso.
Chiamati per la guerra,
in un momento in cui il cuore stesso
dello Stato correva gran pericolo,
ricusaron perfino di varcare
le porte di città; non si può dire
che sia stato codesto un tal servizio
da meritare loro il grano a ufo.
Né, partiti che furon per la guerra,
hanno parlato poi a lor favore
le sedizioni e gli ammutinamenti
in cui han fatto prova - oh, allora sì! -
di tutto il lor valore di guerrieri.
Così come plausibile motivo
non potevano certamente offrire
per così generosa elargizione
le assurde accuse da loro lanciate
contro il Senato, l’una dopo l’altra.
E adesso? Come questo milleteste
digerirà nel suo multiplo ventre
la cortesia che gli ha fatto il Senato?
Dai fatti si può già pronosticare
quali saranno le loro parole:
“L’abbiamo chiesto, siamo maggioranza,
e ci hanno accontentati, per paura”.
Così noi degradiamo i nostri seggi,
ed offriamo motivo alla marmaglia
di dir che quanto facciamo per loro
lo facciamo soltanto per paura;
il qual ragionamento, con il tempo,
scardinerà le porte del Senato,
e allor v’irromperanno le cornacchie
a dar di becco all’aquile(127).

MENENIO - Via, basta!

BRUTO - Basta ed avanza.

CORIOLANO - No, ce n’è di più!
E sia suggello a quanto sto per dire
tutto quello che al mondo c’è d’umano
e di divino sopra cui giurare.
Questo nostro bicipite potere
dove una delle teste, con ragione,
disdegna l’altra che, senza ragione
insulta, dove nobiltà di nascita
e titoli e saggezza di governo
non possono decidere un bel niente
senza aver ottenuto il “sì” o il “no”
dell’ignoranza di un’intera classe(128),
è costretto per forza a trascurare
i reali interessi dello Stato
per dare spazio a fanfaluche inutili;
talché, sbarrato qualsiasi proposito,
ne vien che nulla è fatto più a proposito.
Perciò vi supplico - se la paura
non ha offuscato in voi ogni saggezza(129) -
voi, cui le fondamenta dello Stato
stan troppo a cuore perché dubitiate
della necessità di migliorarle;
voi che a una vita lunga
preferite una vita dignitosa,
e siete pronti a medicine estreme
per un corpo malato,
destinato altrimenti a morte certa,
strappate via di colpo, di violenza,
questa lingua dal corpo dello Stato(130),
ch’essa non abbia più a leccar quel dolce
ch’è anche il suo veleno!
La vostra indecorosa umiliazione(131)
rende monco ogni sano giudicare,
priva lo Stato di quell’unità
che dovrebb’essere sempre la sua,
rendendolo impotente ad operare,
come vorrebbe, pel bene comune,
per colpa di un tal male, che lo domina.

BRUTO - Ha detto quanto basta(132).

SICINIO - Ha parlato da vero traditore,
e come tale ne dovrà rispondere.

CORIOLANO - Miserabile! La tua stessa bile
ti seppellisca!... Che può fare il popolo
con queste zucche vuote di tribuni?
Finché avranno costoro come guida,
si sentiranno tutti esonerati
dall’obbedire a maggior dignità.
A quella carica li hanno eletti
in un momento di piena rivolta,
quando non la giustizia
ma soltanto la forza era la legge(133).
I tempi son cambiati, per fortuna:
oggi si dica che dev’esser giusto
quello che è giusto, e si getti alle ortiche
il lor potere.

BRUTO - Questo è tradimento!
Flagrante!

SICINIO - Console costui? Giammai!

BRUTO - Gli Edili(134), oh! Venite!

Entra un EDILE
(Indicandogli Coriolano)
Sia arrestato!

SICINIO - (All’Edile)
Va’ e riunisci il popolo in comizio.
(Esce l’edile)
(A Coriolano)
Ed in nome del popolo,
io qui t’arresto come traditore,
sovvertitor di modi e di costumi,
e nemico del popolo romano!
T’ordino di obbedirmi
e di venire subito con me,
a risponder di quanto sei accusato.

CORIOLANO - (Respingendo con forza Sicinio)
Sta’ lontano da me, vecchio caprone!

SENATORI e PATRIZI - Ci facciamo garanti noi per lui.

COMINIO - (A Sicinio, che cerca d’impadronirsi di Coriolano)
Ehi, vecchio, giù le mani.

CORIOLANO - Via, carogna,
o ti sparpaglio l’ossa dai tuoi stracci!

Entrano i due EDILI con una folla di PLEBEI

SICINIO - Aiuto, cittadini!

MENENIO - Cittadini,
più rispetto, dall’una e l’altra parte!

SICINIO - (Indicando alla folla Coriolano)
Ecco colui che intende spodestarvi
d’ogni potere!

BRUTO - Arrestatelo, edili!

PLEBEI - Abbasso!
A morte!

UN SENATORE - L’armi! L’armi! L’armi!

(Zuffa generale attorno a Coriolano)

TUTTI A VICENDA - Senatori!
Patrizi!
Cittadini!
Sicinio!
Bruto!
Coriolano!...

MENENIO - Pace!!!!
Calmatevi un momento!... Che succede?
Non ho più fiato...
Ma qui si va diritti alla rovina!...
Non posso più parlare... Voi, tribuni,
parlate voi al popolo.
(A Coriolano)
Sta’ calmo.
Sicinio, parla tu.

SICINIO - Ascoltatemi, gente mia... Silenzio!

PLEBEI - Udiamo il nostro tribuno. Silenzio!
Fate silenzio!
Parla, parla, parla!

SICINIO - Le vostre libertà sono in pericolo.
Marcio, che avete appena eletto console,
vuol togliervele tutte.

MENENIO - No così!
Ma tu invece di spegnere la fiamma,
l’attizzi!

UN SENATORE - Demolisci la città,
in questo modo, tu la radi al suolo!

SICINIO - Che cos’è la città, se non il popolo?

PLEBEI - Giusto, Sicinio, la città è il popolo!

SICINIO - E noi, per loro unanime consenso,
siamo i loro legali difensori.

PLEBEI - E tali resterete!

MENENIO - Resteranno, sì, certo, resteranno.

COMINIO - Questa è la via per demolirla al suolo,
la città, e tirarne il tetto giù
fino alle fondamenta,
seppellendo tra ammassi di rovine
tutto quello che ancora ci rimane
d’ordinato.

SICINIO - Costui merita morte.

BRUTO - Qui è in gioco la nostra autorità,
o la perdiamo. Ed in nome del popolo,
nella cui potestà noi fummo eletti
a suoi legittimi rappresentanti,
noi dichiariamo qui che Caio Marcio
è meritevole di morte, subito.

SICINIO - (Agli Edili)
Arrestatelo dunque; che aspettate!
Lo si conduca alla Rupe Tarpea,
e che sia di lassù precipitato,
alla sua fine!

BRUTO - Prendetelo, Edili!

PLEBEI - Marcio, arrenditi!

MENENIO - Ancora una parola,
Tribuni, ve ne supplico.

EDILI - (Alla folla)
Silenzio!

MENENIO - (Ai Tribuni)
Siate per una volta
quelli che sempre volete apparire:
sinceri amici della vostra patria;
e procedete con ponderazione
a ciò che invece con tanta violenza,
a quanto vedo, intendete distruggere.

BRUTO - Menenio, questi tuoi gelidi modi,
che sembrano consigli di prudenza
son un veleno pericolosissimo
per un male violento come questo.
(Agli Edili)
Avanti, impadronitevi di lui,
ho detto, e conducetelo alla Rupe!

CORIOLANO - (Sguainando la daga)
No, morirò qui stesso.
Ci sarà pur qualcuno in mezzo a voi
che m’ha visto combattere. Beh, avanti,
venga a provare adesso su di sé
quel che m’ha visto fare.

MENENIO - Via quell’arma!
Tribuni, allontanatevi un momento.

BRUTO - (Agli Edili)
Afferratelo!

MENENIO - Aiuto a Marcio, aiuto!
Nobili, giovani, vecchi, aiutatelo!

PLEBEI - A morte!
A morte!
A morte!

(Mischia. I tribuni, gli edili e i plebei sono respinti ed escono)

MENENIO - (A Coriolano)
Va’, torna a casa, presto! Via da qui.
Altrimenti sarà rovina piena.

UN SENATORE - (A Coriolano)
Parti da qui.

CORIOLANO - Dobbiamo tener duro!
Siamo, amici e nemici, in pari numero.

MENENIO - S’ha da arrivare a questo?

UN SENATORE - Gli dèi non vogliano!
(A Coriolano)
Nobile amico,
ti prego, adesso tornatene a casa;
lascia a noi di curar questa faccenda.

MENENIO - Perché è una piaga che portiamo addosso
tutti quanti, e che tu non puoi curare.
Va’, ti scongiuro.

COMINIO - Vieni via con noi.

CORIOLANO - Come vorrei che fossero costoro
barbari - come sono in realtà,
se pure furono partoriti a Roma -
e non Romani, come non lo sono,
fossero pure stati partoriti
di sotto al portico del Campidoglio!...

MENENIO - Va’, va’, non affidare alla tua lingua
la tua rabbia, per quanto giusta sia.
Lasciamo tempo al tempo(135).

CORIOLANO - (Senza ascoltarlo)
Ne abbatterei quaranta, in campo aperto!

MENENIO - Io pure saprei farne fuori un paio,
tra i lor migliori: i tribuni, ad esempio.

COMINIO - Ma qui la sproporzione è troppo grande,
tra noi e loro, e il coraggio è follia
quando pretende di tenere in piedi
un edificio che sta per crollare(136).
È meglio che tu vada via di qua,
prima che ci ritorni la plebaglia.
La sua furia oramai è come un fiume
cui si sia posto un blocco,
che, straripando fuor da tutti gli argini
entro i quali scorreva normalmente,
travolge e abbatte tutto quel che incontra.

MENENIO - Sì, va’ via, te ne supplico...
Vedrò io se il mio antico spirito
potrà servire a qualcosa di buono
con gente che sì poco ne possiede.
Questo strappo dev’esser rattoppato
con una pezza di qualsiasi tinta.

COMINIO - Sì, Marcio, andiamo via.

(Escono Coriolano e Cominio)

UN PATRIZIO - Quest’uomo ha danneggiato seriamente
le sue fortune di uomo politico.

MENENIO – È che la sua natura è troppo nobile
per conformarsi alle cose del mondo(137).
Mai s’indurrebbe ad adular Nettuno
pel suo tridente, o Giove pel suo tuono.
Ha in bocca quel che ha in cuore: la sua lingua
deve dar fiato a ciò che detta il cuore;
e se s’infuria, non ricorda più
d’avere udito la parola “morte”.

(Rumori da dentro)
Eccoli. Qui l’affare s’ingarbuglia!

UN PATRIZIO - Come vorrei saperli tutti a letto!

MENENIO - Sì, nel letto del Tevere!...
Che diamine, però! Che gli costava
di parlar loro in modo più civile?

Entrano BRUTO e SICINIO con la folla dei plebei

SICINIO - Dove sta quella vipera
cui piacerebbe di vedere Roma
spopolata, per esser tutta lui?

MENENIO - Tribuni...

SICINIO - Giù dalla Rupe Tarpea
merita d’essere precipitato
con la forza di mani inesorabili!
S’è messo contro la legge, e la legge
altro giudizio non dovrà concedergli
che la severa giustizia del popolo,
da lui costantemente disprezzato.

PRIMO CITTADINO - Imparerà così
che i nobili Tribuni son la bocca
del popolo, e noi siamo le sue mani.

PLEBEI - Dovrà impararlo, certo!

MENENIO - (A Sicinio)
Amico, ascolta...

SICINIO - (Alla folla)
Silenzio, olà!

MENENIO - Non gridate “Sterminio!”,
quando invece dovreste limitare
la vostra caccia in modesti confini(138).

SICINIO - Di’ piuttosto, Menenio, la ragione
perché hai favorito la sua fuga.

MENENIO - Sentimi bene: come so a memoria
i meriti del Console,
so dirti ad uno ad uno i suoi difetti.

SICINIO - “Il Console”! Di che console parli?

MENENIO - Di Coriolano, diamine!

SICINIO - Lui, Console!

PLEBEI - No, no, no, no, no, no!

MENENIO - (Alla folla)
Se, con licenza dei Tribuni e vostra,
brava gente, mi si vorrà ascoltare,
mi basta dirvi una parola o due:
ad ascoltarla non vi costerà
più d’una lieve perdita di tempo.

SICINIO - Ebbene parla, ma senza lungaggini,
perché qui siamo tutti ben decisi
a sbarazzarci subito e per sempre
di questo velenoso traditore.
Esiliarlo sarebbe già rischioso
per noi; ma trattenerlo vivo qui,
sarebbe morte certa per noi tutti.
Perciò s’è decretato in assemblea
ch’egli sia messo a morte questa notte.

MENENIO - Ahimè, non vogliano gli dèi benigni
che la nostra famosa, illustre Roma,
la cui riconoscenza verso i figli
che d’essa han meritato è registrata
nel grande libro dello stesso Giove,
divori, come madre snaturata,
le proprie creature!

SICINIO - È un cancro che dev’essere estirpato!

MENENIO - No, Sicinio, se mai è solo un arto,
malato, ma è la morte ad amputarlo;
curarlo, è facile. Che male ha fatto
egli, a Roma, per esser messo a morte?
Il sangue che ha perduto
a imperversare sui nostri nemici
- e posso dire ch’è assai più di un’oncia
di quello che gli scorre nelle vene -
l’ha ben versato per il suo paese;
che ora, ad opera della sua patria
debba perdere quello che gli resta,
sarebbe una vergogna per noi tutti,
chi lo facesse e chi lo permettesse,
una macchia che porteremmo addosso
per sempre, fino alla fine del mondo.

SICINIO - Questo vuol dir mistificare i fatti!

BRUTO - Semplicemente il contrario del vero.
Tutte le volte ch’egli ha dato prova
di amare il suo paese,
il suo paese l’ha ben onorato.

SICINIO - Se un piede va in cancrena,
non s’esita davvero ad amputarlo
per i servizi resi in precedenza(139).

BRUTO - Basta con le parole.

(Agli Edili)
Ricercatelo a casa, ed arrestatelo,
ché la sua infezione è contagiosa,
e può diffondersi tra l’altra gente.

MENENIO - Ancora una parola! Una parola!...
Questo vostro furore piè-di-tigre(140)
quando vedrà qual danno avrà prodotto
tanta precipitosa avventatezza,
vorrà legarsi dei pesi di piombo
ai calcagni, ma sarà troppo tardi!
Processatelo per le vie legali,
se volete evitar che le fazioni
si scatenino, perché è molto amato,
e che alla grande Roma tocchi in sorte
d’essere messa a sacco dai Romani.

BRUTO - Se così fosse...

SICINIO - Ma che vieni a dirci!
Non abbiam forse avuto un primo assaggio
del suo rispetto per l’autorità?
Non ha forse percosso i nostri Edili?
Aggredito noi stessi?... Andiamo, via!

MENENIO - Considerate questo che vi dico:
egli è uno cresciuto tra le guerre
da quando seppe impugnare una spada,
e non ha avuto mai chi gli insegnasse
ad usare un linguaggio raffinato.
Mischia farina e crusca, tutto insieme,
senza badarci. Datemi licenza
d’andar da lui, ed io ve lo conduco,
parola mia, dove potrà rispondere
in piena calma ed in forma legale,
ad assoluto suo rischio e pericolo.

PRIMO SENATORE – È questo il modo, nobili Tribuni,
di trattare la cosa umanamente;
l’altro sarebbe via troppo cruenta,
e di sbocco imprevisto e imprevedibile.

SICINIO - Ebbene, allora, nobile Menenio,
sii tu il rappresentante della plebe.

(Alla folla)
Mastri, giù l’armi.

BRUTO - Ma senza disperdervi.

SICINIO - E radunatevi di nuovo al Foro.

(A Menenio)
Ti aspetteremo là;
e se torni senza condurre Marcio,
procederemo come stabilito.

MENENIO - Ve lo conduco.
(Ai Senatori)
Mi sia consentito
di chiedere la vostra compagnia.
Dovrà venire, o ne seguirà il peggio.

PRIMO SENATORE - Sì, vi prego, rechiamoci da lui.

(Escono tutti)


SCENA II - Roma, in casa di Coriolano

Entra CORIOLANO con alcuni PATRIZI

CORIOLANO - Mi facciano crollare il mondo addosso(141),
mi minaccino morte sulla ruota(142),
o trascinato da cavalli bradi,
o accatastino l’una sopra l’altra
sulla Rupe Tarpea dieci colline,
sì che non sia più manifesto agli occhi
il fondo stesso di quel precipizio,
io con loro, sarò sempre così!

PRIMO PATRIZIO - E ciò ti rende di tanto più nobile.

CORIOLANO - Quello che mi stupisce è che mia madre
non approvi più questa mia condotta,
lei che ha sempre chiamato quella gente
servitoracci imbottiti di lana(143),
cose fatte per essere comprate
e rivendute poi per quattro soldi(144)
o per mostrar nelle loro assemblee
zucche pelate, bocche spalancate,
ferme inchiodate lì, in ammirazione,
se solamente alcuno del mio rango
si levasse a parlar di pace o guerra.

Entra VOLUMNIA

Di te parlavo appunto:
perché vuoi ch’io mi mostri più tenero?
Dovrei tradir la mia vera natura?
Dimmi piuttosto che ad agir così
non faccio che mostrarmi quel che sono.

VOLUMNIA - Ah, figliolo, figliolo, tu, il potere
avrei voluto l’avessi indossato(145)
prima di consumarlo, come hai fatto...

CORIOLANO - Lascia andare.

VOLUMNIA - ... e restare pur te stesso
senza sforzarti tanto di ostentarlo.
E ti saresti posto meno ostacoli
ai tuoi fini, se non li avessi esposti
così scopertamente agli occhi loro
prima ch’essi perdessero il potere
di frapporti essi stessi degli ostacoli.

CORIOLANO - Vadano tutti quanti ad impiccarsi!

VOLUMNIA - Ah, per me, vadano a bruciarsi vivi!

Entra MENENIO, coi SENATORI

MENENIO - Troppo rude sei stato, su, un po’ troppo!
Ora devi ripresentarti a loro,
e rimediare.

PRIMO SENATORE – È l’unico rimedio,
o la città si spacca e va in rovina.

VOLUMNIA - Segui il loro consiglio, te ne prego.
Ho un cuore anch’io poco incline alla resa
simile al tuo, ma ho pure un cervello
che sa sfruttare a suo pro l’ira altrui.

MENENIO - Ben detto, nobilissima matrona!
Anch’io piuttosto che vederlo prono
ad umiliarsi innanzi a questo gregge,
se non fosse che il corso degli eventi
lo rende necessario come un farmaco
per la salute dell’intero Stato,
indosserei la mia vecchia armatura,
con tutto che ne regga appena il peso.

CORIOLANO - Che devo fare?

MENENIO - Tornar dai Tribuni.

CORIOLANO - Va bene, e poi?

MENENIO - Far finta di pentirti
di tutto ciò che hai detto.

CORIOLANO - Innanzi a loro?
Non lo faccio nemmeno con gli dèi,
devo farlo con loro?

VOLUMNIA - Figlio mio(146),
sei troppo altero, troppo distaccato,
pur se questo non può mai dirsi troppo
per un nobile; salvo che a parlare
non siano le esigenze del momento.
T’ho udito dire sovente che in guerra
onore e astuzia crescon di conserta,
da amici inseparabili. È così?
Spiegami allora che cosa han da perdere
i due dal seguitare quest’accordo
anche in tempo di pace.

CORIOLANO - Che discorsi!

MENENIO - Una domanda pertinente, invece!

VOLUMNIA - Se in guerra tu consideri onorevole
sembrar quello che non sei, e fai di questo
il mezzo per raggiungere i tuoi fini,
perché dovrebbe questa tua politica
perdere d’efficacia e di valore,
accoppiandosi in pace, come in guerra,
all’onore, se d’ambedue le cose
si presenti l’egual necessità?

CORIOLANO - Perché insisti su questo?

VOLUMNIA - Perché è questo
per te il momento di parlare al popolo,
non seguendo la tua ispirazione(147),
o quello che ti suggerisca il cuore,
ma con parole mandate a memoria
sulla lingua, se pur solo bastarde
e sillabate senza alcun rapporto
con quella verità che hai nel petto.
Ebbene, non c’è nulla in tutto questo
che ti possa recare disonore;
non più che conquistare una città
col mezzo di gentili paroline,
in un momento in cui ogni altro mezzo
t’avrebbe esposto ai colpi di fortuna
o al rischio di far correr molto sangue.
Io non avrei alcuna esitazione
a nasconder la mia vera natura,
se mi fosse richiesto dall’onore
essendo in gioco la mia stessa sorte,
o quella degli amici. Ebbene, figlio,
in tal frangente adesso ci troviamo
io, tua moglie, tuo figlio, i senatori,
i nobili; e tu stimi che sia meglio
mostrare a questa turba di pagliacci
come sei bravo a far la faccia dura,
invece di sprecare una moina
per guadagnarti le lor simpatie
e per salvare ciò che, senza questo,
può andar perduto.

MENENIO - Nobile matrona(148)!
(A Coriolano)
Vieni dunque con noi,
e parla loro con parole acconce.
Potrai così non soltanto salvare
quel che oggi è in pericolo,
ma rimediare alle passate perdite.

VOLUMNIA - Sì, figlio mio, ti prego, ti scongiuro,
va’ da loro con il cappello in mano(149),
e, tesolo così, con largo gesto
- perché così devi fare con loro -
le tue ginocchia sfiorando le pietre
- in certe cose il gesto è più eloquente
delle parole, ché degli ignoranti
son più istruiti gli occhi che le orecchie -
ed abbassando e rialzando il capo
come a correggere, con questo gesto,
l’altero cuore, divenuto docile
per l’occasione come mora sfatta
che si stacca dal rovo al primo tocco,
di’ loro che tu sei il lor soldato,
e che, cresciuto in mezzo alle battaglie,
non hai quel tanto di buone maniere
che - lo confesserai - sarebbe giusto
per te di usare e per loro di esigere
nel momento in cui chiedi il loro voto;
ma che, d’ora in avanti, a giuramento,
modellerai te stesso a lor talento,
per quanto sarà in te e in tuo potere.

MENENIO - Una volta che avrai fatto così,
esattamente come lei ti dice,
ebbene, i loro cuori saran tuoi:
perché quelli, se uno glielo chiede,
sono altrettanto facili al perdono
che a sbraitare per cose da nulla.

VOLUMNIA - Ti prego, va’ e riesci a dominarti;
anche se so che con un tuo nemico
preferiresti magari inseguirlo
fin dentro una voragine di fuoco
piuttosto che adularlo in un salotto.

Entra COMINIO

Ecco Cominio.

COMINIO - Sono stato al Foro;
bisognerà davvero, Coriolano,
che tu ci vada bene accompagnato,
e che sappi difenderti con calma,
o non andarci affatto. È tutto furia.

MENENIO - Basta parlare con un po’ di garbo.

COMINIO - Sì, basterà, se saprà contenersi.

VOLUMNIA - Si deve contenere, e lo farà.
Ti prego, dimmi che sei pronto a farlo,
e vacci.

CORIOLANO - Debbo andare a mostrar loro
la mia zucca scoperta(150)?
Dare con vile lingua una smentita
al mio nobile cuore, e comandargli
di sopportarla?... Bene, lo farò.
Sebbene, si trattasse sol di perdere
questo pugno di fango, per mio conto
questa forma che porta nome Marcio
la potrebbero macinare in polvere
e disperderla al vento... Andiamo al Foro!
Però la parte che m’avete imposta
non saprò mai rappresentarla al vivo.

COMINIO - Via, via, te la suggeriremo noi.

VOLUMNIA - Figlio caro, ti prego, hai sempre detto
che le mie lodi furono le prime
a far di te un soldato, e questa volta
per meritarle recita una parte
mai fatta prima.

CORIOLANO - Bene, devo farlo.
Natura mia, abbandonami,
e di me s’impossessi ora lo spirito
d’una puttana! La voce di guerra
che si fondeva con il mio tamburo
si tramuti nell’esile falsetto
da sottile cannuccia dell’eunuco
e da vocina della verginella
che culla i bimbi con la ninna-nanna!
Sulle mie guance restino accampati
i ghignosi sorrisi dei furfanti,
le lacrimucce dello scolaretto
m’inondino gli specchi della vista;
tra le mie labbra venga ad agitarsi
una lingua d’abbietto mendicante,
ed i ginocchi che nell’armatura
si piegavano solo sulla staffa,
si flettan come quelli del pitocco
ch’abbia pur mo’ buscato l’elemosina!
Non lo farò, non voglio tralignare
dal rimanere fedele a me stesso(151),
e col comportamento del mio corpo
indurmi ad insegnare alla mia anima
una bassezza non più cancellabile.

VOLUMNIA - Fa’ come credi. Sento più vergogna
io a pregare te, che tu non senta
a pregar loro. Vada tutto a male!
E lascia che tua madre abbia a soffrire
del tuo orgoglio, più di quanto tema
per questa tua rischiosa ostinazione;
perch’io so farmi beffa quanto te
della morte. Ma fa’ a tuo talento.
Il tuo coraggio è mio: tu l’hai succhiato
da me. Ma la superbia è solo tua.

CORIOLANO - Non inquietarti, madre, te ne prego.
Vado al Foro. Non farmi più rimbrotti.
Farò sfoggio di ciarlataneria
per conquistar le loro simpatie,
riuscirò a scroccare i loro cuori,
e mi vedrai tornare a casa amato
da tutte le romane mestieranze.
Guarda, sto andando. Saluta mia moglie.
Tornerò console, o d’ora in poi
non fidarti di quanto saprà fare
la mia lingua nell’arte di adulare.

VOLUMNIA - Fa’ come vuoi. Addio.

(Esce)

COMINIO - I Tribuni t’aspettano. Muoviamoci.
Preparati a rispondere con calma,
ché quelli, a quanto sento, hanno approntato
contro di te accuse assai più gravi
di quelle che già porti sulle spalle.

CORIOLANO - “Con calma”, sì, è la parola d’ordine.
Andiamo pure. Risponderò loro
come mi detta il cuore,:
per quante accuse vorranno inventarsi.

MENENIO - Sì, ma garbatamente.

CORIOLANO - E come no!
Garbatamente, sì, garbatamente!

(Escono)


SCENA III - Roma, il Foro

Entrano BRUTO e SICINIO

BRUTO - Su questo punto attacchiamolo a fondo:
che la sua mira è il potere assoluto.
Se qui ci sfugge, dobbiamo incalzarlo
sul suo comportamento ostile al popolo,
e sul bottino tolto a quelli di Anzio,
che non è stato mai distribuito.

Entra un EDILE

Allora, viene?

EDILE – È qui che sta arrivando.

BRUTO - Chi l’accompagna?

EDILE - Il solito Menenio
e i patrizi che l’han sempre appoggiato.

SICINIO - Hai la lista completa
dei voti che gli abbiamo procurato,
suddivisi per singoli comizi?

EDILE - L’ho qui con me, completa.

SICINIO - Per tribù(152)?

EDILE - Sì.

SICINIO - Convochiamo allora in assemblea
la plebe, subito. E quando udranno
da me queste parole: “Così sia,
per il diritto e il potere del popolo”,
o si tratti di condannarlo a morte,
o a pagare un’ammenda, o all’esilio,
s’io grido: “Ammenda!”, ripetano: “Ammenda!”,
se grido: “Morte!”, ripetano: “Morte!”,
riaffermando con questa procedura
l’antico privilegio ed il potere
di giudicare nella giusta causa.

EDILE - Li informerò di queste tue istruzioni.

BRUTO - E che non cessino più di gridare,
ma reclamino, con maggior clamore
la pronta ed immediata esecuzione
di quanto sarà stato sentenziato.

EDILE - Perfettamente.

SICINIO - E vengano in gran numero,
e siano tutti pronti all’imbeccata
che noi daremo loro al punto giusto.

BRUTO - Va’, provvedi che tutto ciò sia fatto.

(Esce l’Edile)

(A Sicinio)
Portalo subito a perder la calma.
È uso a vincere e s’avvampa subito
se contraddetto: una volta scaldato,
non ha più freni alla moderazione,
spiattella tutto ciò che tiene in petto;
ed è a quel punto che ci porge il destro
di farsi rompere l’osso del collo.

Entrano CORIOLANO, MENENIO, COMINIO, con senatori e patrizi

SICINIO - Bene, arriva.

MENENIO - (Piano, a Coriolano)
Mi raccomando, calma.

CORIOLANO - Sì, calma, calma, come uno stalliere
che per i quattro soldi della paga
sopporta d’essere chiamato “bestia”!
(Forte)
Vogliano sempre i venerandi dèi
serbar sicura Roma e provvedere
che agli alti seggi della sua giustizia
seggan uomini degni!
Vogliano seminar tra noi l’amore,
affollar di pacifici cortei
i nostri templi, e non d’interne lotte
le nostre strade.

PRIMO SENATORE - Amèn.

MENENIO - Nobile augurio.

Rientra l’EDILE con la folla dei plebei

SICINIO - Venite pure avanti, cittadini.

EDILE - Ascoltate i Tribuni. Olà, silenzio!

CORIOLANO - Prima ascoltate me.

I DUE TRIBUNI - Va bene, parla.
(Alla folla)
Silenzio, voi, laggiù!

CORIOLANO - Ci saranno altre accuse aggiunte a queste,
oppure tutto si decide qui?

SICINIO - Io ti chiedo se intendi sottostare
a quel che il popolo andrà a votare,
riconoscere i suoi rappresentanti,
se accetterai di scontare la pena
prevista dalla legge per le colpe
che saranno a tuo carico provate.

CORIOLANO - Accetto.

MENENIO - Lo sentite, cittadini?
Ecco, dice che è pronto ad accettare!
A voi di valutare giustamente
tutti i servizi da lui resi in guerra;
considerate pure le ferite
che porta numerose sul suo corpo,
come tombe in un santo cimitero.

CORIOLANO - Solo graffi di spine,
cicatrici da ridere, nient’altro.

MENENIO - Considerate poi che nell’esprimersi,
se non parla come uno di città,
dovete in lui vedere il soldato.
Non prendete l’asprezza del suo dire
per malagrazia nei riguardi vostri,
ma, come dico, lo dovete prendere
come il parlare proprio d’un soldato
e non già d’uno che vi vuole male.

COMINIO - Bene, basta così.

CORIOLANO - Per qual motivo,
dopo che sono stato eletto console
con voto unanime,
devo sentirmi leso nell’onore
a tal punto, che, dopo appena un’ora,
volete ritrattare il vostro voto?

SICINIO - Rispondi a noi, piuttosto.

CORIOLANO - Già, tocca a me rispondere. Di’ pure.

SICINIO - Noi t’accusiamo d’aver macchinato
con l’intento di spazzar via da Roma
tutte le cariche costituite,
e di puntare, per traverse vie,
al potere assoluto: onde tu sei
traditore del popolo romano.

CORIOLANO - Che! Traditore, io?

MENENIO - No, no, sta’ calmo.
Ricorda la promessa...

CORIOLANO - Questo popolo,
che se lo inghiotta il più profondo inferno!
Io, traditore! Insolente tribuno!
Avessi tu stampata nei tuoi occhi
la morte ventimila volte, e in mano
ne avessi tu milioni, e ancora il doppio
su quella tua linguaccia di bugiardo,
ti griderò: “Tu menti!”
con quella stessa mia voce dell’animo
altrettanto spontanea come quella
con cui prego gli dèi:

SICINIO - (Alla folla)
Lo senti, popolo?

PLEBEI - Alla Rupe!
Alla Rupe quello là!

SICINIO - Basta così, non servono altre accuse!
Avete visto tutti quel che ha fatto,
udito che ha detto: ha malmenato
i vostri delegati, v’ha insultati,
ha resistito violento alla legge,
ed ha sfidato qui l’alto potere
di coloro che devon giudicarlo:
tutto questo è delitto capitale,
da meritar nient’altro che la morte.

BRUTO - Tuttavia, poiché ha ben servito
per il bene di Roma...

CORIOLANO - Che vuoi cianciare tu di ben servire?

BRUTO - Dico ciò che conosco.

CORIOLANO - Proprio tu!

MENENIO - (A Coriolano)
È così che mantieni la promessa
fatta a tua madre?

COMINIO - Sappi, amico, che...

CORIOLANO - Non voglio saper altro!
Mi condannino pure come vogliono:
ad essere buttato dalla Rupe,
ad andare in esilio vagabondo,
magari ad essere scuoiato vivo,
o a languire di fame in una cella
con un granello di frumento al giorno:
mai m’indurrò a comprare la pietà
al prezzo d’una sola parolina
d’adulazione, mai mi s’indurrà
a trattenere la mia repulsione
dall’ottener da loro qualche cosa,
bastasse pure dir solo “buongiorno”!

SICINIO - Attesoché in diverse occasioni
ha fatto tutto ch’era in suo potere
per mostrare il suo odio contro il popolo,
cercando ogni possibile espediente
per strappargli il potere;
ed anche in questa s’è mostrato ostile
non solo contro l’austera giustizia
ma contro chi la deve amministrare,
noi, in nome del popolo
e nella nostra veste di tribuni,
lo bandiamo da questo stesso istante
dalla nostra città, sotto minaccia
d’esser precipitato dalla Rupe,
se ancor varcasse le porte di Roma.
Così sentenzio, nel nome del popolo.

PLEBEI - E così sia! E così sia! Cacciamolo!
È bandito da Roma, e così sia!

COMINIO - Ch’io vi parli, miei mastri, amici miei...
Ascoltatemi. Sono stato console,
e sul mio corpo porto le ferite
che m’hanno fatto i nemici di Roma.
Io di questa mia patria ho caro il bene
con più tenero, più sacro rispetto,
più profondo della mia stessa vita,
dell’onore della mia cara sposa,
dei frutti del suo grembo,
e prezioso tesoro dei miei lombi.
Perciò s’io vi dicessi...

SICINIO - Che vuoi dire?
Sappiamo già dove vuoi arrivare.

BRUTO - Non c’è altro da dire,
se non che questi è bandito da Roma,
come nemico di Roma e del popolo.
E così sia.

PLEBEI - E così ha da essere!

CORIOLANO - Branco di miserabili cagnacci,
il cui fiato fetente io detesto
come l’aria d’una palude infetta,
i cui favori apprezzo
quanto il lezzo ammorbante l’atmosfera
delle carcasse d’uomini insepolti,
son io che vi bandisco ora da me!
E qui restate coi vostri orgasmi!
Che ogni minima voce(153) metta a tutti
in cuor la tremarella! Ed i nemici
col solo scuotere delle lor piume(154),
vi piombino nella disperazione.
Tenetevelo stretto un tal potere
di dare il bando a chi vi può difendere,
finché alla lunga la vostra insipienza,
che nulla impara finché non lo prova,
non risparmiando nemmeno voi stessi,
di voi stessi facendovi nemici,
non vi consegni, come prigionieri
i più disonorati, a una nazione,
che vi avrà vinti senza un solo colpo!
Così, sprezzando io la mia città
per causa vostra, le volto le spalle.
C’è un mondo pure altrove!

(Esce con Cominio, Menenio e gli altri patrizi)

EDILE - Il nemico del popolo è partito!

PLEBEI - Via il nostro nemico!
Al bando!
Evviva!

(Gridano tutti, gettando in aria i berretti)

SICINIO - Ora andate a vederlo
quand’esce dalla porta di città,
e con lo sguardo lo segua ciascuno
con lo stesso disprezzo
col quale egli ha guardato sempre voi.
Dategli la tortura che si merita.
Che una guardia ci scorti,
nel mentre attraversiamo la città.

PLEBEI - Alla porta! Alla porta! Andiamo, andiamo!
A vederlo mentre esce di città!
Gli dèi proteggano i nostri Tribuni!
Andiamo, andiamo tutti!

(Escono)

ATTO QUARTO



SCENA I - Roma, davanti a una porta della città(155)

Entrano CORIOLANO, VOLUMNIA, VIRGINIA, MENENIO, COMINIO e giovani patrizi

CORIOLANO - (Alla madre e alla moglie)
Basta, via, con le lacrime.
Un addio breve. Mi caccia a cornate
la mala bestia dalle molte teste(156)...
Madre, suvvia, fa’ cuore!
Dov’è dunque l’antico tuo coraggio?
M’hai sempre detto che gli estremi mali
sono le grandi prove dello spirito;
che le comuni avversità son cose
che anche la gente bassa sa patire;
che con calma di mare,
ogni naviglio, qual che sia la stazza,
si mostra in grado di tenere il mare;
che quanto più in profondo
si dirigono i colpi della sorte,
tanto più nobilmente i nostri sensi
devon sopportarne le ferite.
M’hai sempre caricato di precetti
che dovevano rendere invincibile
il cuore che li avesse assimilati(157)...

VIRGINIA - O cieli! O cieli!

CORIOLANO - No, ti prego, donna...

VOLUMNIA - La peste colga tutti i mestieranti
di Roma, e muoiano tutti i mestieri!

CORIOLANO - Via, via, che assente mi rimpiangeranno.
Su, su, madre, ritrova il vecchio spirito
di quando non facevi che ripetermi
- ricordi?(158) - che se fossi stata tu
la moglie d’Ercole, avresti fatto
sei delle sue fatiche, risparmiando
metà dei suoi sudori a tuo marito...
Cominio, non ti contristare. Adieu!
Addio, mia sposa, addio, madre mia!
Saprò cavarmela, malgrado tutto.
E tu, mio vecchio e fedele Menenio,
le tue lacrime sono più salate
delle lacrime d’occhi giovanili,
e son come veleno per i tuoi.

(A Cominio)
Mio caro generale,
t’ho visto spesso fermo ed impassibile
davanti a viste da impietrire il cuore:
fa’ tu capire a queste afflitte donne
che piangere per colpi inevitabili
è tanto stolto quanto è stolto il riderne.
Madre, sai bene che per te i miei rischi
sono stati la tua consolazione,
e sta’ certa che s’anche me ne vado solo,
solingo come un drago solitario
che fa temibile la sua palude
e del quale la gente parla tanto
quanto meno lo vede, questo figlio
farà qualcosa di straordinario;
se non riusciranno a catturarlo
col mezzo dell’inganno e dell’astuzia.

VOLUMNIA - Ma dove te ne andrai, figliolo mio?
Prendi almeno con te, per qualche tempo,
il buon Cominio. Decidi che fare,
non esporti alla cieca ad ogni evento
che ti si possa offrire sul cammino.

VIRGINIA - O dèi!...

COMINIO - Vengo con te per tutto un mese;
così potremo decidere insieme
dove fermarti sì che poi di te
possiamo aver notizia e tu di noi;
così se con il tempo fiorirà
l’occasione del tuo richiamo in patria,
non dovremo mandare per un uomo
alla ricerca in tutto il vasto mondo
e perdere il vantaggio del momento,
che sempre fatalmente si raffredda
nell’assenza di chi deve giovarsene.

CORIOLANO - Addio, Cominio. Sei carico d’anni,
e pesano ancor troppo su di te
le fatiche di guerra, per pensare
d’andare alla ventura per il mondo
con uno che ce la può far da sé(159).
Accompagnami solo per un pezzo
fuori le mura. Vieni, dolce sposa,
madre amatissima, amici miei
di nobil tempra; e appena sarò fuori
ditemi tutti addio con un sorriso.
Vi prego, andiamo. Avrete mie notizie
fintanto che avrò i piedi sulla terra;
e non saprete mai nulla di me
se non di quel che sono sempre stato.

MENENIO - Questo parlare è quanto di più nobile
può udire orecchio. Ebbene, niente lacrime!
Potessi scuotermi solo sett’anni
da queste stagionate braccia e gambe,
ti seguirei, per gli dèi, passo passo!

CORIOLANO - Qua la tua mano nella mia. Andiamo.

(Escono)


SCENA II - Roma, davanti a una porta della città

Entrano i due TRIBUNI con un EDILE

SICINIO - Rimandiamoli a casa. È andato via.
È inutile che procediamo oltre.
I nobili non l’han mandata giù.
Tutti dalla sua parte, abbiamo visto.

BRUTO - Ora, però, che abbiam mostrato i denti(160)
ci conviene mostrarci più dimessi
di quando tutto questo era da fare.

SICINIO - (All’Edile)
Mandali a casa. Di’ che il gran nemico
se n’è andato, e la loro antica forza
è sempre intatta.

BRUTO - (All’Edile)
Sì, mandali a casa.

Esce l’Edile

Ecco sua madre.

Entrano VOLUMNIA, VIRGINIA e MENENIO

SICINIO - Evitiamola. È meglio.

BRUTO - Perché?

SICINIO - La dicon furibonda pazza.

BRUTO - Ci hanno visti. Cammina, tira dritto.

VOLUMNIA - Oh, v’incontro a buon punto!
Tutte le più schifose pestilenze
tenute in serbo dagli dèi per gli uomini
possano ripagare il vostro zelo!

MENENIO - Non gridare così!

VOLUMNIA - Ancor più forte
mi sentiresti, se non fosse il pianto...
Anzi, mi sentirai lo stesso, adesso...
(A Bruto)
Che! Te ne vai?

VIRGINIA - (A Sicinio)
Resta qui anche tu...
Potessi dir lo stesso a mio marito!

SICINIO - (A Volumnia)
Diamine, siete diventate uomini(161)?

VOLUMNIA - Certo, imbecille, è forse una vergogna?
Stammi a sentire, pezzo di babbeo:
uomo non era forse il padre mio?
Tu invece no, tu sei solo la volpe
ch’è riuscita a cacciar via da Roma
un uomo che per Roma ha dispensato
più colpi che parole tu abbia detto.

SICINIO - O dèi beati!

VOLUMNIA - Sì, colpi più nobili
che tu sagge parole, e dispensati
per il bene di Roma.
Sai che ti dico?... Ma va’, va’... No, invece,
no, anzi resta... Vorrei che mio figlio
si trovasse in Arabia, spada in pugno,
a faccia a faccia con la tua tribù.

SICINIO - Ebbene, allora?

VIRGINIA - Allora sentiresti!
Porrebbe fine a tutta la tua schiatta.

VOLUMNIA - A tutta la tua razza di bastardi.
Quel gagliardo, con tutte le ferite
che si porta per Roma!

MENENIO - Via, sta’ calma.

SICINIO - Se avesse seguitato a comportarsi
verso la patria come da principio,
e non avesse spezzato lui stesso
il generoso nodo da lui stretto...

BRUTO - Ah, sì, magari avesse...

VOLUMNIA - “Ah, sì, magari”!
Ma se vi siete dati proprio voi
ad infiammar la folla! Voi, gattacci,
che siete in grado di stimare i meriti
non più di quanto io sappia scrutare
i misteri insondabili del cielo!

BRUTO - Andiamo, prego.

VOLUMNIA - Prego, andate, andate.
Avete fatto una bella prodezza.
Prima, però, sentite che vi dico:
di quanto s’erge in alto il Campidoglio
sopra il più misero tetto di Roma,
di tanto il figlio mio e di costei
sposo - di questa donna qui, vedete? -,
da voi bandito, vi sovrasta tutti.

BRUTO - Bene, bene, ma adesso vi lasciamo.

SICINIO - Perché star qui a sorbirci gli improperi
d’una che ha perso chiaramente il senno?

(Escono i due Tribuni)

VOLUMNIA - E v’accompagnino le mie preghiere.
Non avesser gli dèi altro da fare
che confermar le mie maledizioni!
Ah, potessi incontrarli, questi due,
anche una volta al giorno:
già basterebbe per sentirmi il cuore
sollevato dal peso che l’opprime.

MENENIO - Gli hai detto il fatto loro,
e, francamente, ne avevi ragione.
Non vorreste cenare insieme a me?

VOLUMNIA - È la rabbia il mio cibo. La mia cena
la farò su me stessa, divorandomi,
così mangiando morirò di fame.
(A Virginia)
Andiamo, cessa di piagnucolare,
e lamentati, come faccio io,
di rabbia, alla maniera di Giunone(162).
Andiamo.

(Escono Volumnia e Virginia)

MENENIO - Vituperio, vituperio!

(Esce)


SCENA III - La strada fra Roma e Anzio

Entrano NICANOR, soldato romano, e ADRIANO, soldato volsco, incontrandosi

NICANOR - Io ti conosco, amico;
ed anche tu devi conoscer me.
Se non mi sbaglio, ti chiami Adriano.

ADRIANO - Esattamente, amico; ma, in coscienza,
di te non mi ricordo.

NICANOR - Son romano,
ma uno che lavora, come te,
contro i Romani. Mi ravvisi adesso?

ADRIANO - Nicanor?...

NICANOR - Sì, amico, proprio lui.

ADRIANO - Più barba avevi, quando t’ho incontrato
l’ultima volta, ma la voce è quella.
Bene, che novità ci sono a Roma?
Ho qui un mandato del governo volsco
di ricercarti là; ma adesso tu
m’hai risparmiato un giorno di cammino.

NICANOR - Ci sono state a Roma insurrezioni
mai viste prima(163): il popolo in rivolta
contro il Senato, i nobili, i patrizi.

ADRIANO - “Ci sono state...”. Perché, son finite?
I nostri governanti non lo credono;
stanno facendo grandi apprestamenti
per la guerra, sperando di sorprenderli
nel pieno ardore delle lor discordie.

NICANOR - Beh, la grande fiammata ormai è spenta;
ma basta una scintilla a ravvivarla,
perché i nobili han preso così male
la cacciata del prode Coriolano,
da ritener matura l’occasione
per togliere alla plebe ogni potere
e strapparle per sempre i suoi tribuni.
C’è fuoco sotto cenere, ti dico,
e sta lì lì per divampar di nuovo.

ADRIANO - Coriolano bandito!

NICANOR - Sì, bandito.

ADRIANO - A Corioli farà molto piacere,
Nicanor, questa tua informazione.

NICANOR - Lo credo; è un buon momento, ora, per loro.
Ho sempre udito che il miglior momento
per sedurre la moglie di qualcuno
è quando ha litigato col marito.
Il vostro valoroso Tullo Aufidio
avrà modo di mettersi in gran luce
in questa guerra, il suo grande avversario,
Coriolano, trovandosi in disgrazia
col suo paese.

ADRIANO - Per forza di cose.
È stata veramente una fortuna
per me incontrarti, così, casualmente;
hai concluso così la mia missione,
e con piacere t’accompagno a casa.

NICANOR - Fino all’ora di cena avrò da dirti
molte cose stranissime da Roma,
e tutte vantaggiose ai suoi nemici.
Hai detto che hanno pronto già un esercito?

ADRIANO - E che fiore d’esercito! Magnifico!
I centurioni, con i loro uomini,
già arruolati, al soldo dello Stato,
equipaggiati e pronti a entrare in campo
in termine di un’ora.

NICANOR - Son contento di udire che son pronti,
perché ritengo d’esser proprio io
quello che li farà mettere in marcia
con la massima urgenza.
Bene incontrato, dunque, amico mio,
e molto lieto della compagnia.

ADRIANO - Tu mi rubi di bocca le parole,
amico; sono io che ho più ragione
di rallegrarmi.

NICANOR - Bene, incamminiamoci.

(Escono)


SCENA IV - Anzio, davanti alla casa di Aufidio

Entra CORIOLANO in abito dimesso, travestito e imbacuccato

CORIOLANO - Bella città quest’Anzio! E son io qui,
Anzio, che le tue donne ha reso vedove.
Ho udito gemere sotto i miei colpi
molti eredi di queste tue magioni
e cadere. Perciò non riconoscermi,
che le tue donne con i loro spiedi
ed i ragazzi con le lor sassate
non m’uccidano in un puerile scontro.

Entra un CITTADINO

Salve, amico.

CITTADINO - Salute a te.

CORIOLANO - Di grazia,
sapresti dirmi dove sta di casa
il grande Aufidio? Si trova qui ad Anzio?

CITTADINO - Sì, e banchetta a casa sua stasera
con i notabili della città.

CORIOLANO - Qual è la casa sua?

CITTADINO - Ce l’hai davanti.

CORIOLANO - Grazie, amico, salute.

(Esce il Cittadino)

O mondo, le tue scivolose curve!
Amici uniti da antica affezione,
da sembrare un sol cuore entro due petti,
da trascorrere insieme tutti i giorni
le ore, il letto, la mensa, il lavoro,
inseparabili nel loro affetto
come fossero stati due gemelli,
basta uno screzio, un dissenso da niente
per rompere in tremenda inimicizia.
Così ugualmente nemici giurati
cui l’ira e il furore dell’intrigo
tolsero il sonno a forza di pensare
come distruggersi l’uno con l’altro,
ecco che per un caso, una sciocchezza
che vale meno d’una coccia d’uovo,
possono diventare grandi amici
e unir le loro sorti. Così io:
detesto il luogo dove sono nato
e guardo con amore a una città
che mi è stata nemica... Beh, io entro.
Se m’uccide, si sarà solo preso
una giusta rivalsa. Se m’accetta,
mi metterò a servire il suo paese.

(Esce)


SCENA V - Anzio, l’interno della casa di Aufidio

Musica da dentro

Entra un SERVO, gridando, affaccendato e traversando la scena

PRIMO SERVO - Vino, vino!... Che razza di servizio!
Qui mi paiono tutti addormentati!

(Esce)

Entra un altro SERVO

SECONDO SERVO - (Chiamando)
Coto!... Ma dove s’è cacciato?... Coto!
Il padrone lo vuole.

Entra CORIOLANO

CORIOLANO - Bella casa...
Dal banchetto promana un buon odore;
ma io non sembro certo un convitato.

Rientra il PRIMO SERVO

PRIMO SERVO - Che vuoi, amico? Da che parte vieni?
Qui per te non c’è posto. Fila, prego.

(Esce)

CORIOLANO - Essendo Coriolano, non mi merito
da questa gente miglior trattamento(164).

Rientra il SECONDO SERVO

SECONDO SERVO - Da dove spunti, amico?... Ma il portiere
ce l’ha gli occhi, che lascia entrare qui
figuri come te? Va’ fuori, via!

CORIOLANO - Via tu, piuttosto.

SECONDO SERVO - Io? Aria, sparisci!

CORIOLANO - Ora cominci a infastidirmi.

SECONDO SERVO - Ah!
Ci fai pure il gradasso? Ora vedrai:
ti faccio dire io due paroline.

Entra un TERZO SERVO, insieme con il PRIMO

TERZO SERVO - Chi è costui?

PRIMO SERVO - Uno strano figuro
quale mai m’è caduto sotto gli occhi.
Non mi riesce di mandarlo via.
Fammi il favore, chiama tu il padrone.

TERZO SERVO - (A Coriolano)
Che ci fai qui, compare? Su, va’ fuori.

CORIOLANO - Lasciami solo starmene qui, in piedi.
Non ti farò alcun danno al focolare.

TERZO SERVO - Chi sei?

CORIOLANO - Un nobile.

TERZO SERVO - Sarai un nobile,
ma sei meravigliosamente povero.

CORIOLANO - È vero.

TERZO SERVO - E dunque, nobile spiantato,
ti prego, scegliti qualche altro posto.
Questo non è per te. Sgombrare, via!

CORIOLANO - Seguita pure a far le tue faccende,
va’ ad ingozzarti con i loro avanzi.

(Gli dà una spinta, mentre il Terzo Servo gli si avvicina)

TERZO SERVO - Che! Non vuoi?
(Al Secondo Servo)
Per favore, di’ al padrone
che strano convitato ha dentro casa.

SECONDO SERVO - Vado subito.

(Esce)

TERZO SERVO - (A Coriolano)
Dove stai di casa?

CORIOLANO - Sotto il gran baldacchino(165).

TERZO SERVO - Il baldacchino?

CORIOLANO - Sì.

TERZO SERVO - E dov’è codesto baldacchino?

CORIOLANO - Nella città dei nibbi e dei corbacchi(166).

TERZO SERVO - Nella città dei nibbi e dei corbacchi?
Che razza di somaro è mai costui!
Allora alloggi pure con le taccole(167)?

CORIOLANO - No, questo no: non mi trovo al servizio
del tuo padrone.

TERZO SERVO - Che vuoi dir, compare?
Vuoi avere a che far col mio padrone?

CORIOLANO - Certo, e sarebbe più onesto servizio
dell’aver a che far con la tua ganza.
Tu cianci troppo. Va’ a servir la tavola
col tuo tagliere. Lèvati di mezzo!

(Lo caccia via percuotendolo)

Entra TULLO AUFIDIO col SECONDO SERVO

AUFIDIO - Dov’è dunque quest’uomo?

SECONDO SERVO - (Indicando Coriolano)
È qui, padrone.
L’avrei cacciato a calci come un cane;
non l’ho fatto per non recar disturbo
alle lor signorie che son di là.

(Il Primo e Secondo Servo si fanno da parte)

AUFIDIO - (A Coriolano)
Da dove vieni? Che vuoi? Il tuo nome?...
Perché non parli?... Avanti, di’ chi sei.

CORIOLANO - (Scoprendosi il volto)
Tullo, se ancor non m’hai riconosciuto,
e se, a guardarmi, non sai ravvisarmi
per quel che sono, ti dirò il mio nome.

AUFIDIO - Cioè?

CORIOLANO - Un nome che non suona musica
agli orecchi dei Volsci, e soprattutto
deve suonar ben aspro a quelli tuoi.

AUFIDIO - E dillo, questo nome! Hai l’aria fiera
e impresso in faccia il segno del comando.
Anche se il tuo sartiame va a brandelli,
la struttura completa dello scafo
rivela nobiltà. Qual è il tuo nome?

CORIOLANO - Prepara la tua fronte ad aggrottarsi.
Ancora dunque non mi riconosci?

AUFIDIO - No, non ti riconosco. Dimmi il nome.

CORIOLANO - Son Caio Marcio: l’uomo
che ha procurato a te in particolare
e a tutti i Volsci assai malanni e lutti.
N’è testimone questo soprannome:
Coriolano, che m’hanno dato a Roma(168).
Il gravoso servizio militare,
i pericoli estremi da me corsi
e le gocce di sangue che ho versato
per l’irriconoscente patria mia
m’hanno fruttato, quale ricompensa,
nulla di più che questo soprannome:
un bel ricordo, una testimonianza
per te di tutto l’odio ed il rancore
che dovresti portarmi. Questo nome
è però tutto ciò che mi rimane:
le crudeltà, l’invidia della plebe
secondata da nobili vigliacchi
che m’han lasciato a lottare da solo,
si sono divorate tutto il resto
ed han permesso ch’io fossi cacciato
da Roma per i voti degli schiavi.
È stato questo estremo di sventura
che m’ha portato qui, al tuo focolare;
non già con la speranza - non fraintendermi -
d’aver salva la vita,
ché, se avessi paura della morte,
e c’è un uomo da cui dovrei guardarmi,
quello sei tu, ma per puro dispetto,
e per rifarmi in pieno con coloro
che m’han bandito. E son davanti a te.
Se tu covi nel cuore una rivincita
che ti ripaghi dei torti subiti,
se brami cancellare la vergogna
delle mutilazioni che si vedono
in ogni angolo del tuo paese,
non esitare a trarre beneficio
dalla mia situazione di disgrazia:
usala in modo da trarre un vantaggio
da quanto io possa far per vendicarmi.
Perch’io ti dico che combatterò
contro l’incancrenito mio paese
con la rabbia dei diavoli d’inferno.
Ma se di tanto osare non ti senti,
e stanco sei di tentar nuove sorti,
anch’io sono stanchissimo di vivere,
e pronto a presentare la mia gola
a te ed all’antico tuo rancore.
E se ti rifiutassi di tagliarla,
ti mostreresti soltanto uno stolto,
perché il mio odio t’ha sempre inseguito,
ha fatto correre botti di sangue
dalla tua terra, ed io non potrei vivere
se non che a tuo completo disonore,
salvo che non vivessi per servirti.

AUFIDIO - (Dopo un cenno al servo, che si ritira)
Oh, Marcio, Marcio! Come ogni parola
di queste tue m’ha strappato dal cuore
una radice dell’antico odio!
Se Giove stesso su da quella nuvola
mi rivelasse divini misteri,
e mi dicesse: “Questa è verità!”
a lui non crederei più che ora a te,
nobilissimo Marcio! Ch’io recinga
in un abbraccio codesto tuo corpo
contro il quale la mia forcuta lancia
si spezzò cento volte, e le sue schegge
sfregiarono la faccia della luna!
E adesso invece stringo fra le braccia
la stessa incudine della mia spada,
e caldamente quanto nobilmente
gareggio col tuo ardore,
come prima, con ambiziosa forza,
col tuo valore. Sappi solo questo:
ho amato molto colei che ho sposato;
mai uomo sospirò più lealmente.
Ma ora, nel vederti avanti a me,
nobilissimo uomo, con più gioia
mi sobbalza rapito il cuore in petto
di quando vidi per la prima volta
la mia sposa varcare la mia soglia.
Ebbene, dico a te, come al dio Marte,
che abbiamo già un esercito allestito,
pronto all’azione, ed ancora una volta
m’ero proposto di falciarti via
con la mia spada lo scudo dal braccio,
o di perdere il mio;
dodici volte, l’una dopo l’altra,
tu m’hai piegato, e da allora ogni notte
non sogno che di scontri tra noi due:
ci vedo tutti e due avvinti a terra,
e lì, dopo esserci slacciati gli elmi,
afferrarci l’un l’altro per la gola...
per poi svegliarmi tutto tramortito,
e perché?, per un nulla, solo un sogno.
Degno Marcio, se pur altra querela
non avessimo che la tua cacciata
con Roma, chiameremmo tutti gli uomini
alle armi, dai dodici ai settanta,
e, rovesciando rivoli di guerra
nelle viscere dell’ingrata Roma,
strariperemmo su tutto il suo corpo
con la violenza d’un torrente in piena.
Ma entra, vieni a stringere la mano
ai senatori amici qui venuti
a salutarmi, poi che mi preparo
ad attaccare i vostri territori,
se non proprio la stessa Roma.

CORIOLANO - O dèi,
questa è una vostra benedizione!

AUFIDIO - Perciò se vuoi, nobilissimo amico,
prender la guida della tua vendetta,
prenditi la metà delle mie forze
e decidi il da fare, a tuo talento
come ti detta meglio l’esperienza;
ché tu conosci più di chiunque altro
del tuo paese forza e debolezza,
se sia meglio, cioè, picchiare d’impeto
alle porte di Roma, o se investirli
con violenza nella periferia,
per spaventarli prima di distruggerli.
Ma vieni dentro, ch’io per prima cosa
ti presenti a coloro cui compete
di secondare i tuoi desiderata.
Sii dunque mille volte benvenuto,
più amico oggi che nemico ieri
(e lo sei stato, Marcio, e che nemico!).
Qua la mano. Sii molto benvenuto.

(Escono)

Il PRIMO e il SECONDO SERVO si fanno avanti(169)

PRIMO SERVO - Quale sbalorditiva metamorfosi!

SECONDO SERVO - Per questa mano, avevo già pensato,
ti giuro, di cacciarlo a bastonate...
Però dentro di me lo sentivo
che il suo abito non diceva il vero...

PRIMO SERVO - E che braccia!... M’ha fatto fare un giro
con la presa del pollice e del medio,
come se avesse avviato una trottola.

SECONDO SERVO - Eh, l’ho capito subito dal viso
che c’era in lui qualcosa; una tal faccia
che mi pareva... non so come dire.

PRIMO SERVO - Sì, sì, aveva un’aria, quasi fosse...
Eh, m’impicchino se non ho capito
che quello lì ci aveva qualche cosa
in più di quanto potessi pensare.

SECONDO SERVO - E io lo stesso, lo potrei giurare.
Senz’altro è l’uomo più straordinario
che ho visto al mondo.

PRIMO SERVO - Penso anch’io così.
Però, come soldato, c’è qualcuno
di lui più grande, e tu lo sai chi è.

SECONDO SERVO - Chi, il padrone?

PRIMO SERVO - Non c’è discussione.

SECONDO SERVO - Ne vale sei.

PRIMO SERVO - No, non esageriamo.
Però lo reputo miglior soldato.

SECONDO SERVO - Guarda, in coscienza, non so come metterla:
nella difesa d’una roccaforte
il nostro generale è ineguagliabile.

PRIMO SERVO - Certamente, ma pure nell’attacco.

Entra il TERZO SERVO

TERZO SERVO - Ehi, furfantacci! Ho notizie da darvi,
e che notizie, figli di puttana!

I DUE - Quali, quali, su, spùtale!

TERZO SERVO - Fra tutte le nazioni della terra,
non vorrei essere proprio un romano:
sarebbe come una condanna a morte.

I DUE - Perché, perché?

TERZO SERVO - Perché quel Caio Marcio
che le ha suonate non so quante volte
al nostro generale, è qui con noi.

PRIMO SERVO - “Suonate al nostro generale” hai detto?

TERZO SERVO - “Suonate” proprio no, non dico, via,
però gli ha dato del filo da torcere.

SECONDO SERVO - Ah, per questo, sia detto fra di noi,
per lui è stato sempre un osso duro.
L’ho udito spesso dirlo da lui stesso.

PRIMO SERVO - Un osso troppo duro, sì, per lui,
a dire il vero: davanti a Corioli
l’ha tagliuzzato come una braciola.

SECONDO SERVO - Se avesse avuto gusti da cannibale
se lo sarebbe pur cotto e mangiato.

PRIMO SERVO - Beh, tutte qui le tue grandi notizie?

TERZO SERVO - No, lì dentro lo trattan tutti quanti
che pare il figlio e l’erede di Marte:
l’hanno fatto sedere a capotavola;
e i senatori, per fargli domande,
s’alzano in piedi e si scoprono il capo.
Il nostro generale, poi, lo tratta
come fosse la sua cara morosa:
lo sfiora con la mano come un santo,
e a sentirlo parlar strabuzza gli occhi.
Ma il vero succo sapete qual è?
Che il nostro generale è dimezzato
rispetto a ieri, perché l’altro mezzo
se l’è preso quell’altro, col consenso
e le preghiere di tutta la tavola.
Andrà, egli dice, a tirare le orecchie
a chi sta a guardia delle porte di Roma,
che falcerà ogni cosa avanti a sé,
per far pulito e sgombro il suo passaggio.

SECONDO SERVO - Ed è uomo capace di far questo,
quant’altri al mondo.

TERZO SERVO - Farlo, lo farà;
perché, vedi, avrà, sì, tanti nemici,
ma anche tanti amici; i quali amici
non hanno avuto, diciamo, il coraggio,
di mostrarsi, diciamo, amici suoi
mentre lui è in discapito(170)...

PRIMO SERVO - “Discapito”?
E che cos’è?

TERZO SERVO - ... ma quando lo vedranno
con la cresta rialzata e bene in sangue
salteran fuori dalle loro tane
come conigli dopo l’acquazzone
e tutti insieme a fargli grande festa.

PRIMO SERVO - Ma quando ciò?

TERZO SERVO - Domani, oggi, subito.
Potresti sentir battere il tamburo
addirittura questo pomeriggio,
come se fosse l’ultima portata
del lor banchetto, da tradurre in atto
prima ch’essi s’asciughino la bocca.

SECONDO SERVO - Così riavremo almeno intorno a noi
un po’ di movimento. Questa pace
serve solo ad arrugginire il ferro,
ad accrescere il numero dei sarti
e partorire autori di ballate.

PRIMO SERVO - Ah, per me, dico, datemi la guerra!
È meglio cento volte della pace,
come il giorno è migliore della notte;
la guerra è cosa viva, movimento,
è vispa, ha voce, è piena di sorprese.
La pace è apoplessia, è letargia:
spenta, sorda, insensibile, assonnata,
e fa mettere al mondo più bastardi
che non uccida uomini la guerra.

SECONDO SERVO - Proprio così. La guerra la puoi dire,
per un verso, una grande scopatrice,
così come la pace
una grande fattrice di cornuti.

PRIMO SERVO - Già, e fa odiare gli uomini tra loro.

TERZO SERVO - Logico: perché quando sono in pace,
hanno meno bisogno l’un dell’altro.
Eh, sì, la guerra a me va proprio a genio(171)!
E spero che vedremo qui Romani
a pochi soldi l’uno, come i Volsci.
Si alzano da tavola! Si alzano!

PRIMO e SEC. SERVO - Dentro, dentro, sbrighiamoci!

(Escono entrando nella sala da pranzo)


SCENA VI - Roma, una piazza

Entrano i tribuni SICINIO e BRUTO

SICINIO - Di lui non s’è sentito più parlare,
né c’è luogo a temerne: le sue armi
sono spuntate(172)... Il popolo sta quieto
e in pace, la selvaggia agitazione
è finita. Che tutto ora vada bene
a Roma, grazie a noi,
fa arrossire di rabbia i suoi amici,
che avrebbero di certo preferito,
a costo di soffrirne loro stessi,
vedere moltitudini in rivolta
per le strade di Roma anziché udire
cantare i nostri nelle lor botteghe,
serenamente intenti ai lor mestieri.

BRUTO - Abbiam puntato i piedi al punto giusto.

Entra MENENIO

Non è Menenio, questo?

SICINIO - È lui, è lui,
s’è fatto gentilissimo con noi,
da qualche tempo in qua. Salute, amico.

MENENIO - Salute a voi.

SICINIO - Il vostro Coriolano
non sembra essere molto rimpianto,
tranne che nella cerchia degli amici.
La repubblica regge bene in piedi
senza di lui, e reggerebbe sempre,
foss’egli ancor più in collera con lei.

MENENIO - Sì, tutto bene, infatti. Andrebbe meglio
però, se avesse saputo aspettare.

SICINIO - Hai notizie di lui? Dove si trova?

MENENIO - Non ne so nulla. La madre e la moglie
sono anch’esse sprovviste di notizie.

Entrano alcuni POPOLANI

I POPOLANI - (In coro)
Gli dèi v’assistano sempre, tribuni!

SICINIO - Buona sera a voi tutti.

BRUTO - Buona sera!

PRIMO POPOLANO - Dovremmo stare sempre inginocchiati,
noi, con le nostre mogli e i nostri figli,
a pregare gli dèi per voi due!

SICINIO - Vivete e prosperate, brava gente!

BRUTO - Addio, buona salute, cari amici!
Avesse avuto per voi Coriolano
la premura che vi portiamo noi!

I POPOLANI - (In coro)
Il cielo vi protegga!

I DUE TRIBUNI - State bene.
(Escono i popolani)

SICINIO - Grazie al cielo, son tempi più felici
questi, rispetto a quando questa gente
si riversava in massa per le strade
urlando e seminando la rivolta.

BRUTO - Marcio alla guerra è stato certamente
un bravo condottiero, ma altezzoso,
ambiziosissimo, pieno di sé...

SICINIO - ... e quanto mai smanioso
di diventare il padrone assoluto
della repubblica, senza collega(173).

MENENIO - No, questo non lo credo.

SICINIO - Eh, a quest’ora
ce lo saremmo ritrovato tale,
a nostro gran rimpianto,
s’egli fosse salito al consolato.

BRUTO - Gli dèi l’hanno impedito, per fortuna;
e Roma, lui assente,
può viver tranquilla e in sicurezza.

Entra un EDILE

EDILE - Onorandi tribuni, c’è uno schiavo
che abbiam messo in prigione, ch’era in giro
spargendo dappertutto la notizia
che i Volsci, da due parti, con due eserciti,
son penetrati nei nostri confini
in armi, e van con furia micidiale,
distruggendo ogni cosa che si para
sulla loro avanzata.

MENENIO - Questo è Aufidio,
che, avendo appreso del bando di Marcio,
tira fuori di nuovo ora le corna
che ha mantenuto sempre dentro il guscio
senza osar di mostrarle,
finché per Roma combatteva Marcio.

SICINIO - Evvia! Che c’entra tirar fuori Marcio!
(All’Edile)
Va’, fallo fustigare l’allarmista!
Non può esser che i Volsci osino tanto
da romperla con noi!

MENENIO - Ah, può ben essere!
Abbiamo precedenti che può essere.
Però interrogatelo quest’uomo
prima di castigarlo:
che dica da che fonte ha la notizia,
se non volete andar incontro al rischio
di frustare la vostra informazione
e bastonare chi vi mette in guardia
contro qualcosa ch’è da far paura.

SICINIO - Ma son fandonie. So che non può essere.

BRUTO - No, no, non è possibile.

Entra un MESSO

MESSO - Tutti i patrizi, in grande agitazione,
stanno andando al Senato.
Ci son notizie che li hanno sconvolti.

SICINIO - È tutto questo schiavo...
(All’Edile)
Va’, fallo fustigare avanti a tutti.
L’allarme è suo; nient’altro che fandonie.

MESSO - No, onorevole tribuno, no!
Il suo racconto è tutto confermato.
E c’è dell’altro, ancora più terribile!

SICINIO - Ancora più terribile? Che cosa?

MESSO - È tutto un dire, da bocche diverse
- quanto ci sia di vero non lo so -
che Caio Marcio, unito a Tullo Aufidio,
vien marciando alla testa d’un esercito
contro Roma, e giurando una vendetta
generale, così indiscriminata
da includere i più giovani e i più vecchi.

SICINIO - Per chi ci crede!

BRUTO - Voci sparse ad arte,
per ravvivar negli animi più fiacchi
l’augurio che il “buon Marcio” torni a casa.

SICINIO - Già, questo è il loro gioco.

MENENIO - Anch’io ci credo poco. Aufidio e lui
son due che possono andare d’accordo
non più di quanto può l’acqua col fuoco.

Entra un altro MESSO

SECONDO MESSO - Siete attesi in Senato. Un grande esercito
al comando di Marcio e Aufidio uniti,
imperversa sui nostri territori,
travolgendo, incendiando, distruggendo
tutto quello che incontra avanti a sé.

Entra COMINIO

COMINIO - (Ai due tribuni)
Che bel capolavoro avete fatto!

MENENIO - Perché, che sai, che sai?

COMINIO - (Come sopra)
Non potevate meglio dare mano
a farvi violentar le vostre figlie,
a far piovere sulle vostre zucche
il piombo fuso dai tetti di Roma,
a vedervi stuprare sotto gli occhi
le vostre mogli...

MENENIO - Perché? Che succede?

COMINIO - ... a vedervi bruciare, incenerire
i vostri templi, e vedervi ridotte
sì sottili le vostre guarentigie
e poteri, cui tenevate tanto,
da entrar nel forellino d’un succhiello!

MENENIO - Insomma, che notizie sai? Ti prego!
(Ai due Tribuni)
Avete fatto, ho paura, voi due
un bel capolavoro...
(A Cominio)
Di’, ti prego.
Che nuove porti? Se davvero Marcio
s’è unito ai Volsci...

COMINIO - Se? È il loro dio!
Li guida come fosse un’entità
non generata da madre Natura,
da deità diversa, e più capace
della Natura stessa a fare un uomo;
e quelli là lo seguono
contro di noi, mocciosi bamboccioni,
con la stessa svagata sicurezza
di ragazzi che inseguono farfalle
sotto il sole d’estate, o di beccai
che si trovino a macellare mosche.

MENENIO - (Ai tribuni)
Che bel lavoro avete combinato,
voi ed i vostri grembiulati amici(174)!
Voi, che tanto eravate infatuati
del voto della vostra mestieranza
e del fiato dei mangiatori d’aglio!

COMINIO - Ve la farà crollare sulla testa,
la vostra Roma!

MENENIO - Come quando Ercole,
scrollò le mele mature dall’albero!(175).
Avete fatto proprio un bel lavoro!

BRUTO - Insomma, è proprio vero?

COMINIO - Tanto vero,
che prima di scoprire che non l’è,
dovrete divenir pallidi morti(176).
Tutte le genti gli aprono le porte
sorridendo, ed i pochi che resistono,
derisi per il lor vano eroismo,
periscono da stolidi lealisti.
Chi può muovergli biasimo, del resto?
Anche i nemici, i vostri come i suoi,
riconoscono che c’è in lui qualcosa.

MENENIO - Siete tutti spacciati,
se quel nobile non avrà pietà.

COMINIO - Pietà! Chi dovrà chiederla? I Tribuni?
Almeno per pudore, quelli no!
Il popolo? Ma il popolo da lui
merita tanta pietà quanto il lupo
dai pastori. Chi altro? I suoi seguaci?
Ma se costoro gli andassero a dire:
“Sii pietoso con Roma”,
la lor preghiera avrebbe l’accoglienza
di quella di chi merita il suo odio,
e cioè di chi fosse suo nemico.

MENENIO - È vero. S’anche m’appiccasse fuoco
alla casa e me l’incendiasse tutta,
io non avrei la faccia di gridargli:
“Fermati, ti scongiuro!”.
Avete fatto proprio un bel lavoro,
voi due, con tutto il vostro artigianume!

COMINIO - Per colpa vostra Roma sta tremando,
come non ha mai fatto nel passato.

I DUE TRIBUNI - Non direte che questo è colpa nostra.

MENENIO - Ah, no? Sarebbe dunque colpa nostra?
Marcio noi l’amavamo,
ma da nobili bestie, quanto vili,
abbiam ceduto alla vostra ciurmaglia
che urlando l’ha cacciato via da Roma.

COMINIO - Ho paura però che questa volta
dovranno urlando chiedergli pietà.
Tullo Aufidio, il cui nome di soldato
è secondo nel mondo, gli obbedisce
come un qualunque suo subordinato.
Ormai tutta la tattica di guerra
tutta la forza, tutte le difese
che Roma potrà opporre a questi due
sarà solo la sua disperazione.

Entra un gruppo di POPOLANI

MENENIO - Arriva il branco... E Aufidio è insieme a lui?

(Ai popolani)
Voi siete quelli che gli avete reso
irrespirabile l’aria di Roma,
quando gettaste in aria
quelle coppole vostre unte e fetenti
per acclamare la sua messa al bando!
Adesso egli ritorna,
e non c’è pelo in testa a un suo soldato
che non si farà sferza per voi tutti:
farà cadere a terra tante zucche
quanti berretti voi gettaste in aria,
e vi salderà il conto
dei voti che gli avete ritrattato.
E se poi ci mandasse tutti a fuoco,
fino a ridurci un unico tizzone,
tanto peggio! L’avremo meritato!

I POPOLANI - Certo, udiamo terribili notizie.

PRIMO POPOLANO - Per parte mia, quando gridai: “Al bando!”
aggiunsi pure che mi dispiaceva...

SECONDO POPOL. - E così io.

TERZO POPOLANO - E io no?... In coscienza,
fece così la gran parte di noi.
Quel che abbiam fatto è stato a fin di bene;
e se pur assentimmo volentieri
a bandirlo, fu certo controvoglia.

COMINIO - Bravissimi, voi tutti e i vostri voti!

MENENIO - Avete combinato un bel lavoro,
voi e i vostri schiamazzi!

(A Cominio)
Che facciamo, saliamo al Campidoglio?

COMINIO - Mi pare non ci sia altro da fare.

(Escono Cominio e Menenio)

SICINIO - (Alla folla)
A casa, amici; ma non vi allarmate.
Quelli là(177) appartengono a una parte
cui farebbe davvero gran piacere
se dovesse avverarsi
quello che fanno finta di temere.
A casa, e che nessuno dia a vedere
d’aver paura.

PRIMO POPOLANO - Gli dèi ci proteggano!
Compagni, a casa!... Io l’ho sempre detto
che facevamo male ad esiliarlo.

SECONDO POPOL. - Tutti l’abbiamo detto, s’è per questo!
Andiamo, andiamo a casa!

(Escono i popolani)

BRUTO - Brutte notizie. Proprio non mi piacciono.

SICINIO - Nemmeno a me. Darei metà del mio,
se servisse a saper che sono false.

BRUTO - Saliamo al Campidoglio.

SICINIO - Prego, andiamo.

(Escono)


SCENA VII - Il campo dei Volsci presso Roma

Entrano AUFIDIO e il suo LUOGOTENENTE

AUFIDIO - Passano ancora molti col Romano(178)?

LUOGOTENENTE - Non so quale magia egli abbia addosso
ma i tuoi soldati l’hanno sempre in bocca
manco fosse il “Signore benedicite”
prima dei pasti, il lor discorso a tavola
e il lor ringraziamento a fine pasto(179);
e tu sei messo in ombra, generale,
anche dai tuoi, in questa spedizione.

AUFIDIO - Per il momento non ci posso nulla,
a men di far ricorso a tali mezzi
che finirebbero con l’azzoppare
i nostri stessi piani.
Anche con me si mostra assai più altero
di quanto avessi mai immaginato,
il giorno che lo accolsi a braccia aperte.
Ma è sua natura, in ciò non si smentisce
e io debbo per forza perdonare
ciò che non è possibile correggere.

LUOGOTENENTE - Avrei desiderato tuttavia
- nel tuo stesso interesse, intendo dire -
che non lo avessi associato al comando,
ma che avessi da solo preso in mano
la suprema condotta dell’impresa;
o l’avessi lasciata solo a lui.

AUFIDIO - Intendo quel che dici, ma sta’ certo,
quando verrà che dovrà render conto,
non sa quel che saprò tirare in ballo
contro di lui. Sebbene in apparenza,
come egli stesso crede - e come appare
non meno bene agli occhi della gente -
ei compia tutto in piena lealtà
e dimostri d’avere buona cura
degli interessi dello Stato volsco,
che si batta per esso come un drago
e che tutto riesca ad ottenere
col solo sguainar della sua spada,
c’è una cosa però che ha trascurato,
e sarà tale da spezzargli il collo,
o a mettere il mio a pari rischio,
quando verremo alla resa dei conti.

LUOGOTENENTE - Che pensi, generale,
sarà capace di prendere Roma?

AUFIDIO - Ogni località s’arrende a lui,
prima ch’egli s’appresti ad assediarla;
la nobiltà di Roma è tutta sua:
senatori, patrizi fanno a gara
a chi più l’ama. I tribuni del popolo
non son uomini d’arme, e il loro popolo
sarà altrettanto pronto a richiamarlo
quanto lo è stato a decretarne il bando.
Penso ch’ei sia per Roma e pei Romani
quel ch’è la procellaria per il pesce,
che lo divora per suprema legge
della natura. D’essi è stato prima
nobile servitore, ma incapace
in seguito di mantener le cariche
con tutto l’equilibrio necessario.
Sia stato orgoglio - che, con il successo,
sempre contagia l’uomo che lo coglie -
sia stata assenza di discernimento
nel lasciarsi sfuggire le occasioni
che pure aveva saldamente in pugno;
sia stata pure la sua stessa indole
che lo rende istintivamente inabile
a mostrarsi diverso da se stesso
quando passa dall’elmo del guerriero
al cuscino del seggio consolare,
e a concepire che non è possibile
governare la pace
col piglio e la durezza usati in guerra,
sta che uno solo di questi difetti
- ché in lui di tutti quanti c’è sentore,
seppur nessuno ne possieda al massimo,
ciò che finora me l’ha fatto assolvere -
l’ha reso un uomo da tutti temuto,
e così odiato, e così messo al bando.
Ha certamente un merito
che annulla ogni difetto al solo dirlo(180).
Ma le virtù degli uomini, si sa,
soggiacciono alla stima del momento;
e il potere, in se stesso pregiatissimo,
non ha tomba più certa che lo scanno
su cui siede a esaltare ciò che ha fatto.
Così il fuoco divora un altro fuoco,
e un chiodo scaccia l’altro; così cade
un diritto per forza d’un diritto,
la forza per la forza d’altra forza.
Ma muoviamoci adesso... Caio Marcio,
quando tua sarà Roma,
tu sarai il più povero di tutti,
ed allora sarai subito mio!

(Escono)

ATTO QUINTO



SCENA I - Roma, una piazza

Entrano MENENIO, COMINIO, SICINIO, BRUTO e altri

MENENIO - No, non ci vado. Avete tutti udito
come ha parlato a colui che fu un tempo
suo comandante e ch’era a lui legato
dal più tenero affetto.
Mi chiamava suo padre. E che con ciò?
Andate voi, che l’avete bandito,
e prima d’arrivare alla sua tenda(181),
un miglio prima cadete in ginocchio
e implorate la sua misericordia.
No, se s’è dimostrato indifferente
a sentire Cominio, io resto a casa.

COMINIO - Era come se non mi conoscesse...

MENENIO - Ecco, sentite?...

COMINIO - Eppure nel passato
mi chiamò sempre per nome: Cominio.
Gli ho richiamato la vecchia amicizia
ed il sangue che abbiam versato insieme;
ma a chiamarlo col nome “Coriolano”
non rispondeva, e lo stesso con gli altri;
come se fosse un nulla, un senza nome,
fin quando non si fosse da se stesso
forgiato un altro nome, un nome nuovo,
nel braciere di Roma messa a fuoco.

MENENIO - Addirittura!

(Ai Tribuni)
Ecco, ora vedete,
che bel lavoro avete combinato?
Una bella pariglia di tribuni
che han fatto il necessario perché a Roma
ci fosse del carbone a buon mercato.
Che nobile epitaffio(182)!

COMINIO - Non ho mancato poi di ricordargli
come regale sia il perdonare
specie se meno atteso. M’ha risposto.
ch’era quella richiesta senza senso
da parte di uno Stato a una persona
ch’esso stesso aveva castigato.

MENENIO - Benissimo! Poteva dir di meno?

COMINIO - Ho cercato di risvegliare in lui
l’attaccamento agli amici più cari:
m’ha risposto che non poteva certo
star lì a sceverarli uno per uno
in un mucchio di pula infetta e putrida;
e che sarebbe stato da imbecilli,
per salvar qualche chicco di frumento
in quel putrido ammasso,
astenersi dall’appiccarvi il fuoco
e seguitare ad annusarne il lezzo.

MENENIO - “Per qualche chicco di frumento”, ha detto?
Uno son io di quelli,
e sua madre, e sua moglie, e il suo figliolo,
ed anche questo valoroso amico,
(Indica Cominio)
siam tutti i granellini ch’egli dice...

(Ai Tribuni)
... ma voi siete la lolla imputridita,
che spande il suo fetore oltre la luna.
E noi, per causa vostra,
sarem forzati a farci abbrustolire!

SICINIO - Evvia, ti prego, non t’imbestialire!
Se ti rifiuti di prestarci aiuto,
ora ch’esso ci occorre come mai,
non rinfacciarci almeno la disgrazia!
Certo, però, se tu fossi disposto
ad intercedere presso di lui
pel tuo paese, l’abile tua lingua
sarebbe ben capace di fermarlo
il nostro, come non potrebbe fare
qualunque esercito che gli opponessimo.

MENENIO - No, non voglio immischiarmi.

SICINIO - Ti prego, va’ da lui.

MENENIO - A far che cosa?

SICINIO - Soltanto un tentativo,
quale può fare a favore di Roma
il tuo legame d’affetto con Marcio.

MENENIO - Beh, mettiamo che mi rimandi indietro,
senza ascoltarmi, come pure ha fatto
con Cominio... Che cosa ne verrebbe?
Nient’altro che un amico disilluso,
ferito dalla sua indifferenza.
Non ti pare?

SICINIO - Quand’anche così fosse,
la tua prova di buona volontà
non potrà non ricevere da Roma
la gratitudine commisurata
alla buona intenzione dimostrata.

MENENIO - Bah, mi ci proverò.
Chissà che non si degni d’ascoltarmi;
sebbene quel suo mordersi le labbra,
quell’inarticolato bofonchiare
che ci ha detto Cominio, non son cose
che m’incoraggino un gran che a tentare...
Ma forse non fu colto il buon momento:
non aveva pranzato,
e il sangue è ancora freddo nelle vene
quando queste non son ben riempite,
al mattino, imbronciati come siamo,
siamo sempre, si sa, poco disposti
a dare o a perdonare; quando, invece,
abbiamo riempito in abbondanza
con vino e cibo queste condutture
in cui si canalizza il nostro sangue
abbiamo l’animo più disponibile
che non nei nostri digiuni da preti.
Perciò starò lì attento ad aspettare
che sia sazio e disposto ad ascoltarmi,
e allora cercherò di avvicinarlo.

BRUTO - Tu conosci qual è la strada giusta
per giungere alla sua arrendevolezza,
e non ti puoi smarrire.

MENENIO - Per mia buona coscienza, io ci provo;
poi vada come vuole.
Non ci sarà poi tanto da aspettare
per constatare se sarò riuscito.

(Esce)

COMINIO - Non sarà mai che voglia dargli ascolto.

SICINIO - No?

COMINIO - Ve l’ho detto: se ne sta seduto
in un seggio dorato(183), l’occhio rosso
quasi a volere, col solo suo sguardo,
incenerire Roma; e la sua offesa(184)
è il carceriere della sua pietà.
Gli son caduto davanti in ginocchio,
e lui m’ha detto appena, in un sussurro:
“Rialzati”, e d’un gesto della mano
in silenzio, così, m’ha congedato.
M’ha fatto poi sapere per iscritto
quel ch’è disposto a fare e quel che no:
impegnato com’è da un giuramento
ad osservare certe condizioni.
È così; non c’è nulla da sperare,
salvoché, come ho udito,
la sua nobile madre e la sua sposa
non vadano esse stesse
a implorargli mercé per la sua patria.
Perciò muoviamoci, andiamo a pregarle
di recarsi da lui quanto più presto.

(Escono)


SCENA II - Il campo volsco, davanti a Roma

Entra MENENIO, e avanza verso due SENTINELLE

1a SENTINELLA - Alto là! Dove vai?

2a SENTINELLA - Fermati! Indietro!

MENENIO - Voi fate buona guardia, e fate bene.
Ma, con vostra licenza, io sono qui
in veste di ufficiale dello Stato,
e vengo per parlare a Coriolano.

1a SENTINELLA - E da dove?

MENENIO - Da Roma.

1a SENTINELLA - Non si passa!
Devi tornare indietro: il generale
da lì non vuol ricevere nessuno.

2a SENTINELLA - Potrai vedere la tua Roma in fiamme
prima di colloquiar con Coriolano.

MENENIO - Miei buoni amici, se vi sia occorso
d’udir parlare il vostro generale
di Roma e degli amici ch’egli ha là,
c’è da scommetter mille contro uno
che il nome mio vi sia giunto all’orecchio:
è Menenio.

1a SENTINELLA - Può darsi, ma va’ indietro,
perché il tuo nome qua non conta niente.

MENENIO - Ti dico, amico, ascolta, ch’io son uno
al quale il generale tuo vuol bene,
uno che è stato, vedi, in qualche modo
il libro delle sue famose imprese,
e dove gli uomini han potuto leggere
le sue gesta. magari un po’ gonfiate,
per via che degli amici (e lui è il primo)
ho cercato di dire sempre bene
ed in tutta l’ampiezza consentita
da verità, senza toglierci un ette.
Talvolta posso aver passato il segno,
come accade a una boccia,
tirata sopra un fondo diseguale;
e nel far le sue lodi m’è accaduto
quasi di fabbricar moneta falsa...
Pertanto, amico, credo d’aver titolo
e che tu debba lasciarmi passare.

1a SENTINELLA - Senti, amico, se pure avessi detto
in favore di lui tante bugie
per quante chiacchiere hai speso per te,
di qui non passi; manco se fregare(185)
fosse virtù come vivere casti.
Perciò indietro.

MENENIO - Ma per favore, amico,
ricordati che il mio nome è Menenio,
e sono sempre stato partigiano
del partito del vostro generale.

2a SENTINELLA - Tu potrai essere, come tu dici,
il suo bugiardo, quanto ti fa comodo,
io son uno che sta sotto di lui
e non dico bugie,
perciò ti debbo dire che non passi.
Avanti, sgombra!

MENENIO - Puoi dirmi soltanto
se ha già pranzato? Non vorrei parlargli
prima ch’abbia mangiato.

1a SENTINELLA - Sei romano?

MENENIO - Romano, come il vostro generale.

1a SENTINELLA - Allora tu dovresti odiare Roma
né più né meno quanto l’odia lui.
Come fate a pensare
che dopo aver cacciato dalle porte
colui che era il loro difensore
e dopo aver regalato al nemico
il vostro scudo, possiate sperare
ora di fronteggiar la sua vendetta
con i facili piagnistei di vecchie
o in virtù delle virginali palme
giunte in preghiera delle vostre figlie,
o per l’intercessione paralitica
d’un vecchio rimbambito come te?
Come puoi credere di poter spegnere
con un debole fiato come il tuo
le fiamme in cui fra poco dovrà ardere
la tua città? Ti fai illusioni, vecchio,
e perciò fila, tornatene a Roma,
e prepàrati per l’esecuzione.
Perché là siete tutti condannati;
il generale non v’accorderà,
l’ha giurato, né tregua né perdono.

MENENIO - Stammi a sentire, amico: se il tuo capo
fosse informato ch’io mi trovo qui,
mi tratterebbe con ogni riguardo.

1a SENTINELLA - Il mio capo? Nemmeno sa chi sei.

MENENIO - Volevo intendere il tuo generale.

1a SENTINELLA - Che vuoi che gliene importi, al generale,
di uno come te! Va’ indietro, via,
se non vuoi che ti faccia spillar fuori
quel bicchiere di sangue che ti resta.
Sloggiare, via, sloggiare! Via di qua!

MENENIO - Eh, ma... amico, un momento(186)!

Entra CORIOLANO con AUFIDIO

CORIOLANO - Che succede?

MENENIO - (Alla sentinella)
Oh, adesso, amico, te lo faccio io
un bel rapporto col tuo superiore(187)!
Così saprai se m’ha riguardo o no.
Vedrai se un bischero di sentinella
si può permettere di trattenermi
dall’incontrarmi col mio Coriolano.
Già dal modo con cui mi tratterà
potrai immaginare se per te
c’è già pronta la forca o altra sorta
di più lungo supplizio. Sta’ a guardare
e poi svieni, per quello che t’aspetta!
(A Coriolano)
Gli dèi gloriosi seggano in consesso
ora per ora a conservarti prospero
e non t’abbiano essi meno caro
del tuo vecchio Menenio. Figlio mio
tu ci stai preparando fuoco e fiamme.
Guarda: ecco qui l’acqua per estinguerle.
A stento hanno cercato di convincermi
a venir qui da te; ma quando io stesso
alla fine mi sono persuaso
che nessun altro all’infuori di me
potesse fare tanto da commuoverti,
coi lor sospiri sono stato spinto
fuor dalle porte della tua città
ad implorarti il perdono per Roma
e pei supplici tuoi compatrioti.
Gli dèi benigni plachino il tuo sdegno
e ne faccian cader l’ultima feccia
sulla testa di questo manigoldo
(Indica la 2a Sentinella)
che s’è impuntato, duro come un ciocco,
a sbarrarmi l’accesso a te...

CORIOLANO - Va’ via!

MENENIO - Come! Che dici?

CORIOLANO - Moglie, madre, figlio,
non li conosco. Tutte le mie cose
son sottomesse ad altri. La vendetta
è tutto quanto mi resta di mio;
il mio perdono è nel cuore dei Volsci.
Che un’amicizia sia stata fra noi,
sia l’ingrata oblivione suo veleno
piuttosto che venirci la pietà
a ricordar quant’essa fosse grande.
Perciò vattene. A queste vostre suppliche
i miei orecchi son più resistenti
che le porte di Roma alle mie armi.
Tuttavia, per l’affetto che t’ho avuto,
prendi questo con te:
(Gli consegna una lettera)
per te l’ho scritto,
e te l’avrei mandato. Altro da te,
Menenio, non starò ad ascoltare.

(Ad Aufidio)
Quest’uomo a Roma m’era molto caro
fra tutti: eppure tu lo vedi, Aufidio.

AUFIDIO - Vedo: sei uomo di tempra costante.

(Escono Coriolano e Aufidio)

1a SENTINELLA - Sicché, compare, il tuo nome è Menenio?

2a SENTINELLA - Caspita, un nome di molto potere.
La via di casa la conosci. Va’.

1a SENTINELLA - Hai sentito che striglia abbiamo preso
per aver bloccato Tua Eccellenza?

2° SENTINELLA - Che motivo ci avrei io di svenire,
secondo te?

MENENIO - Non me ne importa più
né del tuo generale, né del mondo!
Quanto ad arnesi della vostra specie
faccio fatica soltanto a pensare
che siete al mondo, tanto vi considero!
Chi è deciso a morir di propria mano
non teme di morir per mano altrui.
Faccia pure quanto di peggio ha in mente,
il vostro generale; quanto a voi,
restate pure a lungo quel che siete,
e vi cresca, cogli anni, la miseria!
Dico a voi quel ch’è stato detto a me.

(Esce)

1a SENTINELLA - Un brav’uomo, però, non c’è che dire.

2a SENTINELLA - Che tipo in gamba il nostro generale!
Una roccia, una quercia che non crolla
per quanti venti gli soffino contro.

(Escono)


SCENA III - La tenda di Coriolano

Entrano CORIOLANO, AUFIDIO e Ufficiali. Si siedono

CORIOLANO - Accamperemo domani l’esercito
proprio davanti alle mura di Roma.
Tu, mio collega in questa spedizione,
farai sapere ai senatori volsci
con quanta lealtà verso di loro
io l’ho portata avanti.

AUFIDIO - Hai guardato soltanto ai loro fini
e sei rimasto pienamente sordo
alle suppliche dell’intera Roma;
non hai ammesso a privato colloquio
nessuno, no, nemmeno quegli amici
ch’eran sicuri di poterlo fare.

CORIOLANO - Quest’ultimo venuto, quel vegliardo
che ho rinviato con il cuore a pezzi
a Roma, mi teneva ancor più caro
che se fosse mio padre, ed io per lui
ero un dio. Mandarlo ora da me
è stata l’ultima loro risorsa;
ed io, in nome dell’antico affetto,
pur mostrandomi duro anche con lui,
ho loro offerto una seconda volta
per suo mezzo le prime condizioni,
le stesse ch’essi avevan rifiutato
e che ora non posson più accettare;
e ciò solo per un riguardo a lui
che pensava poter fare di più.
Ho ceduto ben poco.
Non presterò più orecchio, d’ora in poi,
a suppliche o altre ambascerie,
che vengan dallo Stato o dagli amici...

(Grida dall’esterno)
Che grida sono queste?
Non dovrò mica vedermi tentato
a ritrattare una promessa fatta
appena adesso?... No, non lo farò(188).

Entrano VIRGINIA, VOLUMNIA, VALERIA, il PICCOLO MARCIO e altri del seguito

(Tra sé)
Prima, davanti a tutti, la mia sposa;
poi l’onorato grembo da cui forma
prese questo mio tronco, ed in mano a lei
il nipotino del suo stesso sangue...
Ma via da me la piena degli affetti!
Spezzatevi legami di natura
e diritti del sangue! La caparbia
sia virtù. Che valore ha quell’inchino?
Che valgono per me
gli sguardi di quegli occhi di colomba
che spergiurar farebbero gli dèi?...
Ma oh!, m’intenerisco,
non son di terra più forte degli altri!
Mia madre mi s’inchina...
È come se l’Olimpo si curvasse
ad implorare una tana di talpa;
e il mio ragazzo ha un’aria così supplice
ha un’espressione così supplichevole
che par sia la Natura che mi gridi
a tutta voce: “Non dire di no!”.
Ma passino coi loro aratri i Volsci
sopra il suolo che vide eretta Roma,
e rompano col vomere l’Italia(189)!
Non sarò così insulso
da cedere alla forza dell’istinto,
ma resterò deciso ed incrollabile
come uomo padrone di se stesso
ignorando qualsiasi parentela.

VIRGINIA - Mio signore e marito!...

CORIOLANO - Questi occhi non son più i miei di Roma(190).

VIRGINIA - È la grande afflizione
che ci fa sì mutate agli occhi tuoi.

CORIOLANO - (A parte)
Ecco che adesso, da cattivo attore,
dimentico la parte, m’impappino
fino a un fiasco completo!(191)...

(Alzandosi e andando verso la moglie)
Tu, della carne mia la miglior parte,
perdona la spietata mia durezza,
ma non chiedermi in cambio
di perdonar “questi nostri Romani”.

(Virginia lo abbraccia e lo bacia)
Oh, mia diletta, questo lungo bacio,
lungo come l’esilio, un bacio dolce
come la mia vendetta!
Per la gelosa regina del cielo(192),
quel tuo bacio d’addio io l’ho portato
sempre con me e vergine il mio labbro
da quell’istante l’ha serbato... O dèi,
io sto lasciando senza il mio saluto
la più nobile madre della terra!

(S’inginocchia ai piedi di Volumnia)
Già, mio ginocchio, affòndati per terra,
lasciaci il calco d’una devozione,
la più grande che figlio abbia sentito.

VOLUMNIA - Oh, rialzati, figlio benedetto!

(Coriolano si rialza)

Son io che m’inginocchio avanti a te
su questo duro cuscino di pietra,
mostrando in un tal gesto per se stesso
irriguardoso di civil decoro,
come finora mal sia stato inteso
il rispetto fra figlio e genitore.

(S’inginocchia)

CORIOLANO - Che significa questo?
Tu inginocchiata qui davanti a me?
Davanti a questo figlio
tante volte da te rimproverato(193)?
Oh, allora volino a punger le stelle
anche le ghiaie dell’arida spiaggia!
Allora scaglino i venti in rivolta
gli alteri cedri contro il sole ardente,
spazzando via dal mondo l’impossibile,
sì che diventi all’uomo facil opra
fare che ciò che non può esser sia.

VOLUMNIA - Tu sei il mio guerriero e a farti tale
io t’aiutai. Conosci questa donna?
(Indica Valeria)

CORIOLANO - La nobile sorella di Publicola,
luna di Roma, casta come il ghiaccio
che da neve purissima s’aggruma
col gelo, e pende sul tempio di Diana(194)...
Cara Valeria!...

VOLUMNIA - (Indicando il piccolo Marcio)
Questo è la tua copia,
un acerbo compendio di te stesso,
che quando il tempo l’avrà maturato
potrà essere tutto il tuo ritratto.

CORIOLANO - (Carezzando il viso del piccolo Marcio)
Possa il dio dei soldati,
col consenso di Giove ottimo-massimo,
informarti di nobiltà la mente
sì da renderti immune al disonore
e farti emergere nelle battaglie
come un gran promontorio in mezzo al mare,
che regge l’impeto delle burrasche
e salva tutti quelli che lo vedono!

VOLUMNIA - (Al piccolo Marcio)
Giù, in ginocchio!

CORIOLANO - Il mio bravo figlietto!

(Il piccolo Marcio s’inginocchia, ma il padre lo tira su)

VOLUMNIA - Ecco, anche lui, tua moglie, questa donna(195)
ed io, tua madre, siamo qui tuoi supplici.

CORIOLANO - Ti scongiuro, non domandarmi nulla!
O, se qualcosa devi domandarmi,
prima di tutto tieni in mente questo:
le cose che giurai di non concedere
non siano mai da te considerate
come rifiuti, se non le concedo.
Non chiedermi di rimandare a casa
i miei soldati, o di capitolare
alla plebe di Roma un’altra volta.
Non dirmi snaturato se ricuso
non smorzare con più freddi argomenti
la mia rabbiosa sete di vendetta.

VOLUMNIA - Oh, basta, basta, hai detto:
non sei disposto a concedere nulla...
e noi qui non abbiamo che da chiedere
quello che tu hai detto di negarci.
E tuttavia te lo vogliamo chiedere,
sì che, se ci fai vana la richiesta
se ne possa dar colpa
solo alla tua protervia. Perciò ascolta.

CORIOLANO - Aufidio, ed anche voi, Volsci, sentite;
perché in privato qui nulla da Roma
s’ha da sentire.
(Si siede)
Che cos’hai da chiedere?

VOLUMNIA - Quand’anche rimanessimo in silenzio,
senza profferir verbo, il nostro aspetto
e queste nostre vesti ti direbbero
che genere di vita abbiam vissuto
da quando sei partito per l’esilio.
Considera che donne sventurate
noi siamo, come nessun’altra al mondo,
nel venir qui da te, se il sol vederti,
che ci dovrebbe empir di gioia gli occhi
e far danzare di conforto i cuori,
li costringe al contrario a lacrimare
e tremar di paura e di dolore,
e far che madre, sposa e figlioletto
vedano il loro figlio, sposo e padre
che strappa i visceri alla propria terra.
E l’esser tu di questa nostra terra
divenuto nemico è più funesto
per noi, povere donne, che per gli altri.
Ché almeno agli altri è concesso il conforto
di pregare gli dèi,
a noi per causa tua proibito.
Come possiamo, ahimè, noi le tue donne,
pregare il cielo per la nostra patria
(come sarebbe pur nostro dovere)
e nel contempo per la tua vittoria
(come sarebbe pur nostro dovere)?
Ahimè, tra dover perdere la patria,
nostra cara nutrice, o perder te,
che nella patria sei nostro conforto,
andiamo incontro a una sciagura certa,
qualunque sia la parte, delle due,
che possiamo augurarci vittoriosa:
ché o dovrem vederti tratto in ceppi
come un nemico vinto
attraversare le strade di Roma,
oppur calcare da trionfatore
le rovine di questa tua città
con la palma d’aver sparso da eroe
il sangue di tua moglie e dei tuoi figli(196).
Quanto a me, figlio mio,
non ho certo intenzione d’aspettare
qual esito la sorte avrà voluto
serbare a questa guerra.
Se non potrò convincerti a far grazia
con nobiltà di cuore alle due parti
piuttosto che cercare la rovina
d’una sola di esse,
non potrai - credimi, tu non potrai! -
muovere ad assaltare il tuo paese,
figlio, senza aver prima calpestato
il ventre di tua madre
che t’ha portato al mondo.

VIRGINIA - E quello mio
che ha partorito a te questo ragazzo
per far vivere il nome tuo nel tempo!

IL PICCOLO MARCIO - A me, però, non mi calpesterai!
Io scapperò finché non sarò grande,
ma poi voglio combattere!

CORIOLANO - Per non intenerirsi come femmine
bisogna non vedere innanzi a sé
facce di donne o di fanciulli... Basta,
ho già troppo ascoltato.
(Si alza dal seggio e fa per andarsene)

VOLUMNIA - No, no, Marcio,
non lasciarci così! Se il nostro chiedere
mirasse solo a salvare i Romani
e a distruggere i Volsci che tu servi,
ci potresti accusar d’esser venute
come avvelenatrici del tuo onore.
No, ti chiediamo di riconciliarli,
sì che, da un lato i Volsci possan dire:
“Ecco mostrata la nostra clemenza”,
e i Romani: “L’abbiamo ricevuta”;
e ciascuno ti acclami, da ogni parte,
ed esclami: “Che tu sia benedetto,
per aver combinato questa pace!”.
Tu sai, nobile figlio, come incerte
siano sempre le sorti della guerra;
ma questo è certo: se conquisti Roma
il beneficio che potrai raccoglierne
sarà un nome che, appena menzionato,
sarà inseguito da maledizioni
come cervo da una canea latrante(197),
e così d’esso scriverà la storia:
“L’uomo fu certo di gran nobiltà,
della quale però l’ultima impresa
ha spazzato fin l’ultimo vestigio,
ha distrutto la patria, ed il suo nome
resta esecrato per le età future”.
Parlami, figlio. Tu ch’hai sempre amato
i generosi slanci dell’onore,
tu ch’hai sempre aspirato
ad imitar gli dèi nella clemenza,
a lacerar col tuono l’ampio spazio,
come puoi caricare la tua collera
con un fulmine buono appena appena
a buttar giù un querciolo... Perché taci?
Credi sia degno d’un animo nobile
non saper cancellar dalla memoria
le offese ricevute?
(A Virginia)
Parla, figlia,
parla anche tu, perché delle tue lacrime
lui non si cura.

(Al piccolo Marcio)
Parla anche tu, piccolo.
Forse la tenera tua fanciullezza
più che i nostri argomenti può riuscire
a dargli un briciolo di commozione.
Non c’è uomo che debba più di lui
a sua madre, e mi lascia qui a cianciare
come una alla gogna...
(A Coriolano)
Per tua madre
non hai avuto mai in vita tua
un tratto di filiale gentilezza;
per lei che, invece, da povera chioccia,
incurante d’aver altra covata,
t’ha sempre accompagnato chiocciolando
alla guerra, e t’ha ricondotto a casa
felicemente e carico d’onori.
Di’ che la mia richiesta non è giusta
e respingimi pure con disprezzo;
ma se tale non è, non sei onesto,
e gli dèi ti faranno ripagare
questo tuo rifiutare l’obbedienza
che spetta di diritto ad una madre...

(Coriolano guarda da un’altra parte)
Ah, volge il viso altrove!... Donne, giù!

(S’inginocchia, e gli altri la imitano)
Ci veda inginocchiati, e si vergogni!
Al soprannome suo di Coriolano
meglio s’addice la boria proterva
che la pietà per le nostre preghiere.
Giù, sia finita, per l’ultima volta!
Poi torneremo a Roma,
e moriremo coi nostri vicini.
No, no, devi guardarci! Questo bimbo,
che non sa profferir ciò che vorrebbe
ma s’inginocchia e ti tende le mani
con noi, sostiene la nostra preghiera
con più forza di quanto tu ne adoperi
nel respingerla. Via, andiamo via!

(Si alzano)

Quest’uomo ha avuto per madre una Volsca,
sua moglie sta a Corioli,
e suo figlio somiglia a lui per caso.

(A Coriolano)
Parla, per dirci almeno “Andate via”!
Io, da qui innanzi resterò in silenzio
finché la nostra Roma non sia in fiamme;
solo allora dirò qualche parola.

CORIOLANO - (Prendendole la mano, dopo lungo silenzio)
Ah, madre, madre mia che cosa hai fatto!...
Guarda, s’aprono i cieli e di lassù
irridono gli dèi a questa scena
innaturale! Oh, madre, madre, hai vinto!
Una felice vittoria per Roma;
ma per tuo figlio - credilo, ah, credilo! -
hai prevalso su lui, ma esponendolo
a un pericolo estremo,
se non proprio alla morte. E così sia!
(Ad Aufidio)
Aufidio, io non potrò più condurre
questa guerra in piena lealtà.
Negozierò perciò una congrua pace.
Ma dimmi, buon Aufidio, al posto mio,
avresti dato tu ad una madre
minore ascolto? O concesso di meno?

AUFIDIO - Sono commosso anch’io.

CORIOLANO - L’avrei giurato!
Ché non è poco, Aufidio, che i miei occhi
trasudino pietà. Ma dimmi tu,
buon collega, che pace vuoi concludere.
Per parte mia, non resterò a Roma;
torno con te a Corioli
e ti prego di darmi il tuo sostegno
in questa contingenza. O madre! O moglie!

AUFIDIO - (A parte)
Godo a veder che ti sei messo dentro
questo conflitto tra pietà ed onore;
ed è proprio su questo
che farò rifiorir la mia fortuna.

CORIOLANO - (Alle donne)
Subito, sì. Beviamo prima insieme.
Ma voi dovete riportare a Roma
miglior testimonianza della cosa
che non sian le parole: un documento
dalle due parti rato e sigillato.
Venite, dunque, entrate insieme a noi.
Donne, voi meritate a Roma un tempio:(198)
tutte le spade che sono in Italia
e i suoi eserciti confederati
non avrebbero fatto questa pace.

(Escono)


SCENA IV - Roma, una piazza

Entrano MENENIO e SICINIO

MENENIO - Lo vedi quello spigolo di pietra
lassù sul Campidoglio?

SICINIO - Ebbene, allora?

MENENIO - Ebbene allora se tu col tuo mignolo
riesci a smuoverlo, qualche speranza
vuol dir che c’è che le donne di Roma,
soprattutto sua madre, lo convincano.
Ma io ti dico che non c’è speranza.
Le nostre gole sono condannate,
si tratta solo d’aspettare il boia.

SICINIO - Possibile che in così poco tempo
possa cambiare l’animo di un uomo?

MENENIO - Tra un bruco e una farfalla ce ne corre;
eppure la farfalla è stata un bruco.
Questo Marcio, da uomo ch’era prima
s’è tramutato in drago. Ha messo l’ali.
Non è più cosa che striscia per terra.

SICINIO - A sua madre era molto affezionato.

MENENIO - Ah, per questo anche a me;
ma di sua madre adesso si ricorda
non più che della sua uno stallone
partorito da lei ott’anni fa.
Porta sul viso i segni di un’asprezza
da far inacidir l’uva matura.
Quando cammina par né più e né meno
che stia muovendosi una catapulta:
la terra si raggrinza al suo passare.
Ha uno sguardo che fora le corazze,
parla rintocchi di campana a morto,
e borbotta come una sparatoria(199).
A vederlo seduto sul suo scanno
pare la statua d’Alessandro Magno.
Se dà un ordine, questo è già eseguito
prima ch’abbia finito d’impartirlo.
Gli manca solo, per essere un dio,
l’eternità e un cielo in cui regnare.

SICINIO - E la pietà, se è vero il tuo ritratto.

MENENIO - Io lo dipingo per quello che è.
Vedrai quanta pietà saprà ottenere
da lui sua madre. Ce n’è meno in lui
pietà, che latte in una tigre maschio.
Se ne avvedrà questa povera Roma.

SICINIO - N’abbian gli dèi misericordia!

MENENIO - No,
in questo caso gli dèi non ne avranno!
Non avemmo per loro alcun rispetto
quando l’abbiam cacciato e messo al bando;
ora che torna a fracassarci il collo,
non possiamo dagli dèi rispetto.

Entra un MESSO

MESSO - (A Sicinio)
Se vuoi salva la vita, corri a casa,
i plebei hanno preso il tuo collega
e lo trascinano di su e di giù,
giurando in coro che se le matrone
non dovessero riportare a casa
qualcosa che dia loro alcun conforto,
lo linceranno, lo faranno a pezzi.

Entra un SECONDO MESSO

SICINIO - Notizie?

SECONDO MESSO - Buone! Buone!
Le matrone ce l’hanno fatta: i Volsci
hanno sloggiato e Marcio è andato via.
Roma non salutò più fausto giorno,
nemmeno alla cacciata dei Tarquinii.

SICINIO - Amico, sei sicuro che sia vero?
Proprio sicuro?

SECONDO MESSO - Come il sole è fuoco.
Ma tu dove sei stato fino ad ora
che non ci credi? Mai un fiume in piena
irruppe sotto l’arcata d’un ponte,
con l’impeto con cui s’è riversata
tutta la gente, ormai rassicurata,
attraverso le porte. Ecco, li senti?

(Frastuono all’interno di trombe, oboi, tamburi, voci, alla rinfusa)

Trombe, sambuche, pifferi, salterii,
cimbali, tamburelli(200), e tutta Roma
urla da far ballare il sole. Senti?

(Grida di gioia all’interno)

MENENIO - Splendido! Vado incontro alle matrone.
Questa Volumnia vale, solo lei,
tanti consoli, senatori, nobili
da popolare un’intera città;
tribuni come te, poi, ce ne vogliono,
appetto a lei, un mare, un continente.
Oggi dovete aver pregato bene:
stamattina non avrei dato un soldo
per diecimila delle vostre teste.
Senti come si sgolano di gioia!

(Altre voci e grida all’interno)

SICINIO - (Al Messo)
Prima, ti benedicano gli dèi
per la bella notizia che hai portato;
e poi accetta i miei ringraziamenti.

SECONDO MESSO - Tribuno, qui di far ringraziamenti
abbiamo tutti abbondanti ragioni.

SICINIO - Son presso la città?

SECONDO MESSO - Quasi alle porte.

SICINIO - Allora andiamo tutti loro incontro,
ad accrescer la gioia della festa.

(Escono)


SCENA V - Strada presso la porta della città

Entrano, attraversando la scena, due SENATORI con VOLUMNIA, VIRGINIA, VALERIA, il PICCOLO MARCIO, seguiti da altri

PRIMO SENATORE - Ecco, guardate, la nostra patrona,
la salvezza di Roma!
Chiamate ad adunata le tribù,
innalzate agli dèi ringraziamenti,
ed accendete fuochi trionfali!
Spargete fiori sul loro cammino,
e cancellate con gioiose grida
il clamore che mise al bando Marcio;
richiamatelo dando il benvenuto
a sua madre, gridando tutti in coro:
“Benvenute, matrone, benvenute!”.

TUTTI - Benvenute, matrone, benvenute!

(Fanfara con trombe e tamburi. Escono tutti)


SCENA VI - Corioli, una piazza(201)

Entra TULLO AUFIDIO con seguito

AUFIDIO - Andate ad annunciare ai senatori
ch’io sono qui a Corioli,
e consegnate loro questa carta.
La leggano e poi vadano nel Foro
dove dinanzi a loro e a tutto il popolo
io fornirò le prove
di tutto quanto v’han trovato scritto.
L’uomo che in essa accuso
a quest’ora si trova già in città
e intende presentarsi avanti al popolo
nella speranza che con un discorso
riesca a scagionarsi. Fate presto.

(Escono alcuni del seguito)

Entrano alcuni CONGIURATI del partito di Aufidio

Benvenuti!

1° CONGIURATO - Stai bene, generale?

AUFIDIO - Come uno ch’è rimasto avvelenato
dalle proprie elemosine ed ucciso
dalla sua stessa generosità.

2° CONGIURATO - Aufidio nobilissimo,
se ancora sei dello stesso proposito
del quale ci hai voluto tuoi partecipi,
noi siamo pronti a sbarazzarti subito
di questo gran pericolo.

AUFIDIO - Non so che dirti. Bisognerà agire
come troviamo gli umori del popolo.

3° CONGIURATO - Il popolo non si saprà decidere,
finché duri il contrasto fra voi due;
ma una volta caduto l’uno o l’altro,
sarà tutto per quello che rimane.

AUFIDIO - Lo so, e il mio pretesto per colpirlo
è basato su solidi argomenti.
Io l’ho fatto salire,
ed ho impegnato sulla sua lealtà
l’onore mio; ma, giunto così in alto,
egli ha innaffiato i suoi nuovi germogli
con la rugiada dell’adulazione,
seducendomi tutte le amicizie.
Ed a questo ha piegato la sua indole,
mai conosciuta prima altro che rude,
indomabile, chiusa, indipendente.

3° CONGIURATO - Già, quella sua proterva ostinazione,
quando concorse per il consolato
che perdette per non voler piegarsi...

AUFIDIO - Stavo per dirlo. Bandito per questo,
venne a cercar rifugio a casa mia,
presentando la gola al mio coltello.
Io l’accolsi, lo feci mio collega
nel comando, gli detti aperta via
a soddisfare ogni suo desiderio;
anzi, gli feci sceglier da lui stesso
tra le mie file gli uomini migliori
per meglio perseguire i suoi disegni;
mi misi io stesso a sua disposizione
e l’ho aiutato a mieter quella fama
che ha finito per fare tutta sua,
al punto da sentirmi io stesso fiero
di recare a me stesso questo torto.
Ho fatto fino all’ultimo la parte
d’un umile e modesto suo seguace,
e non già quella d’un suo pari grado,
ed egli me l’ha sempre ripagato
con ostentata altera sufficienza,
manco se fossi stato un mercenario...

1° CONGIURATO - È vero, generale;
la truppa n’è rimasta sbalordita.
E infine, quando aveva in mano Roma
e ci arrideva a tutti un gran bottino,
oltre alla gloria...

AUFIDIO - Questo è proprio il punto
su cui concentrerò contro di lui
tutte le fibre; il sangue ed il sudore
che ci è costata questa grande impresa
egli li ha bassamente barattati
per quattro lagrimucce di donnette,
che non valgono più delle bugie.
Perciò deve morire,
ed io risorgerò dal suo tramonto.
Ma eccolo, sentite queste grida?

(Tamburi e trombe da dentro, fra grida di popolo)

1° CONGIURATO - Tu sei entrato nella tua città
come un qualsiasi comune corriere:
nessuno t’aspettava a salutarti;
ed ecco che lui torna, e il lor clamore
spacca l’arco del cielo!

2° CONGIURATO - E questi idioti avvezzi a ogni sopruso
ai quali lui ha massacrato i figli
si spellano i lor vili gargarozzi
ad osannarlo.

3° CONGIURATO - Tu, al momento giusto,
prima che parli e che commuova il popolo,
fagli sentir la lama della spada,
noi ti daremo mano. Lui caduto,
racconta lor la storia a modo tuo:
avrai così seppellito per sempre
le sue ragioni insieme al suo cadavere.

AUFIDIO - Silenzio, i senatori.

Entrano i SENATORI della città

TUTTI I SENATORI - (Ad Aufidio)
Un caldissimo bentornato a casa!

AUFIDIO - Non lo merito... Nobili signori
avete letto bene quanto ho scritto?

TUTTI I SENATORI - Sì, certo.

PRIMO SENATORE - E con non poco dispiacere.
Perché quali che fossero le colpe
da lui commesse prima di quest’ultima
avrebbero trovato, a mio giudizio,
facile ammenda; ma finire là
dove avrebbe dovuto cominciare,
gettando via l’indubbio beneficio
d’avere nelle mani il nostro esercito
con le spese di guerra a nostro carico,
e stipulando un trattato di pace
con un nemico che s’era già arreso...
tutto questo non può presso di noi
trovare alcuna giustificazione.

AUFIDIO - È qui che viene. Potete ascoltarlo.

Entra CORIOLANO, alla testa di soldati in marcia, con tamburi e vessilli; dietro una folla di popolo

CORIOLANO - Salute a voi, signori!
Ritorno a voi come vostro soldato,
non più preso d’amor per la mia patria
di quando son partito;
e sempre sottomesso ed ossequiente
alla vostra suprema autorità.
Sappiate che ho condotto questa impresa
con successo, e guidato i vostri eserciti
attraverso passaggi sanguinosi
fino davanti alle porte di Roma.
Il bottino che abbiamo riportato
può compensare per almeno un terzo
la spesa sostenuta per la guerra.
Abbiam fatto una pace
altrettanto onorevole pei Volsci(202)
quanto disonorevole per Roma;
e qui vi consegniamo il documento
col testo del trattato stipulato,
sottoscritto da consoli e patrizi,
munito del sigillo del Senato.

AUFIDIO - Non leggetelo, nobili signori!
Dite piuttosto a questo traditore
ch’egli ha abusato fuor d’ogni misura
dei poteri che voi gli avete dato.

CORIOLANO - Io, traditore?

AUFIDIO - Sì, tu, Marcio!

CORIOLANO - Marcio...

AUFIDIO - Sì Marcio, Marcio, dico: Caio Marcio!
O credi forse ch’io ti faccia bello
chiamandoti col tuo nome rubato,
Coriolano, a Corioli?... Senatori,
voi che sedete a capo dello Stato,
costui s’è comportato con perfidia
da traditore della vostra causa
ed ha ceduto la vostra città,
sì, dico, Roma, ch’era già vostra,
per poche goccioline d’acqua salsa,
alla madre e alla moglie,
stracciando via giuramenti e propositi
come una stringa di seta tarlata,
senza curarsi mai di convocare
un consiglio di guerra.
Così alle lacrime della sua balia,
egli, tra molti gemiti e guaiti
ha dato ai cani la nostra vittoria,
sì da far arrossire di vergogna
perfino le ramazze dell’esercito(203)
e costringere gli uomini di tempra
a guardarsi in silenzio, sbalorditi.

CORIOLANO - O Marte, ascolti?

AUFIDIO - Non lo nominare
quel dio, piagnucoloso ragazzotto!

CORIOLANO - Eh?...

AUFIDIO - Non sei altro!

CORIOLANO - Sfacciato bugiardo!
Vil carogna, mi fai scoppiare il cuore(204)!
“Piagnucoloso ragazzotto”, a me!
Signori, perdonatemi,
questa è la prima volta in vita mia
che mi vedo costretto ad insultare.
Questo cane, signori venerandi,
sarà smentito dal vostro giudizio;
e tutto quanto potrà dir di me
- lui, che porta stampati nella carne
i segni dei miei colpi,
lui, che deve portarsi nella tomba
le cicatrici delle mie batoste -
dovrà unirsi alla vostra verità
per ricacciargli in gola la menzogna.

1° SENATORE - Calmatevi, voi due, ed ascoltatemi.

CORIOLANO - Volsci, fatemi a pezzi!
Grandi e piccini, uomini e ragazzi,
intingete le lame nel mio sangue!
“Ragazzotto”!... A me! Cane bastardo!
Se nelle cronache in vostro possesso
c’è scritto il vero, ci dev’esser scritto
ch’io, come un’aquila in un colombaio,
ho seminato tra i vostri, a Corioli,
il putiferio. E l’ho fatto da solo!
“Piagnucoloso ragazzotto”... Eh?!

AUFIDIO - E voi, nobili padri, permettete
a questo maledetto fanfarone
di richiamare alla vostra memoria,
innanzi agli occhi vostri, ai vostri orecchi,
quello che fu un suo colpo di fortuna,
e la vostra vergogna?

TUTTI I COSPIRATORI - E per ciò, muoia!

TUTTI I POPOLANI - Sì, facciamolo subito!
Linciamolo!
A me ha ucciso un figlio!
A me una figlia!
A me il cugino Marco!
A me mio padre!

2° SENATORE - Calma, oh! Niente violenze! Calma!
È un uomo di valore, ed il suo nome
abbraccia tutto l’orbe della terra.
Il suo colpevole comportamento
in questa guerra sarà giudicato
secondo legge. Aufidio, tu non muoverti,
e non turbare la pubblica quiete.

CORIOLANO - Ah, se potessi usar contro di lui,
contro sei altri Aufidi ed anche più,
e tutta la sua razza, questa spada!
La farei io la legge!

AUFIDIO - Insolente canaglia!

(A questo punto, d’improvviso i cospiratori traggono le spade e uccidono Coriolano, che crolla a terra. Aufidio gli mette un piede sopra)

I COSPIRATORI - Ammazza!
Ammazza!
Ammazza!
Ammazza!
Ammazza!

I SENATORI - Fermi!
Fermi!
Fermatevi!
Fermatevi!

AUFIDIO - Ascoltatemi, nobili signori!

1° SENATORE - Ah, Tullo, cos’hai fatto!

2° SENATORE - Tullo, ti sei macchiato di un’azione
sulla quale il valore piangerà.

3° SENATORE - Togli quel piede da sopra il suo corpo!
E voi tutti, silenzio! Via le spade!

AUFIDIO - Signori, quando avrete conosciuto
(ora non lo potete certamente,
nello scompiglio da lui provocato)
qual pericolo fosse per voi tutti
quest’uomo, vi dovrete rallegrare
che sia stato così eliminato.
Piaccia alle vostre signorie onorevoli
di convocarmi davanti al Senato:
mi metterò, da fedel servitore,
alla mercé della vostra giustizia,
accetterò la più grave condanna.

1° SENATORE - Portate via il cadavere.
Si prepari per lui un funerale
con la solennità che si conviene
ad onorare la salma più nobile
che mai araldo accompagnò alla tomba.

2° SENATORE - L’irruenza di lui libera Aufidio
da gran parte di colpa. Ora ciascuno
faccia tesoro di quel che è successo.

AUFIDIO - La mia collera è, ora, tutta spenta,
mi sento sol pervaso da tristezza.
Solleviamolo. Diano qua una mano
tre dei soldati di più alto grado.
Io sarò il quarto.

(Al tamburino)
Tu, batti il tamburo,
voi, voltate le picche, punta a terra.
Pur se in questa città
molte mogli egli abbia reso vedove
e molte madri privato dei figli,
s’abbia da noi la degna sepoltura
che spetta a un grande cuore. Su, aiutatemi!

(Escono portando a spalla il corpo di Coriolano, al rullo prolungato del tamburo)






FINE

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