sábado, febrero 24, 2007

CIMBELINO;WILLIAM SHAKESPEARE







WILLIAM SHAKESPEARE








CIMBELINO

Tragedia in 5 atti






Traduzione e note di Goffredo Raponi





Titolo originale: CYMBELINE KING OF BRITAINE



NOTE PRELIMINARI


1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello dell’edizione curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare, The Complete Works, Collins, London & Glasgow, 1960, pagg. XXXI, 1376), con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della più recente edizione dell’Oxford Shakespeare curata da G. Taylor e G. Welles per la Clarendon Press, Oxford, U.S.A., 1994.

2) Alcune didascalie (stage instructions) sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa, per la migliore comprensione, là dov’era necessario, dell’azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente preordinata ed intesa. Il traduttore è convinto della irrappresentabilità del teatro di Shakespeare sulle scene del teatro moderno, e che l’unico modo di gustarne il respiro ed il mondo poetico è la raffigurazione che ciascuno si può fare alla lettura, come in una regia personale.

3) Si è conservato, all’inizio ed al termine di ciascuna scena, il tradizionale “Entra”/ “Entrano” (“Enter”) ed “Esce”/“Escono” (“Exit”/“Exeunt”), avvertendo peraltro che tali dizioni non implicano necessariamente l’ingresso o l’uscita di scena dei personaggi; è possibile che essi vi si trovino già all’apertura, in uno o altro atteggiamento, o vi restino alla chiusura. Si sa che nel teatro elisabettiano non esisteva scenario né sipario.

4) Il metro è l’endecasillabo sciolto intercalato da settenari. Altro metro può essere usato per canzoni, citazioni, ballate, strofette, madrigali ecc., quando si è dovuto far sentire, con il poeta, uno scarto stilistico.
Il traduttore riconosce d’essersi avvalso di traduzioni precedenti, in particolare della prima versione poetica di Giulio Carcano, di quelle del Lodovici, del Baldini e del Melchiori, dalle quali ha preso in prestito, dandone opportuno credito, oltre all’interpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti.

5) I nomi dei personaggi sono stati, per quanto possibile, italianizzati.

6) Anche la divisione in atti e scene - che, come noto, non si trova nell’in-folio, ma è stata diversamente elaborata nel tempo dai vari curatori - è quella che figura nella citata edizione dell’Alexander.

7) La vicenda si svolge all’epoca della Roma di Augusto; ma si è lasciato, nel colloquiare dei personaggi romani con quelli britanni, il “voi” e il “tu” del testo inglese, anche se i Romani conoscessero, com’è noto, solo quest’ultima persona verbale.

PERSONAGGI


• CIMBELINO, re di Britannia
• CLOTENO, figlio della regina da precedente marito
• POSTUMO LEONATO, gentiluomo, sposo di Imogene
• PISANIO, suo servo
• BELLARIO, signore esiliato, celato sotto il nome di MORGAN

• figli di Cimbelino, celati rispettivamente sotto i nomi di POLIDORO e CADVALO e creduti figli di Morgan:
• GUIDERIO
• ARVIRAGO

• FILARIO, amico di Postumo
• IACHIMO, suo amico italiano
• CORNELIO, medico
• UN GENTILUOMO FRANCESE amico di Filario

• CAIO LUCIO, generale dell’esercito romano
• UN CAPITANO dell’esercito romano

• DUE CAPITANI BRITANNI

• DUE SIGNORI della corte di Cimbelino
• DUE GENTILUOMINI della stessa

• DUE SECONDINI

• LA REGINA, moglie di Cimbelino

• IMOGENE, figlia di Cimbelino da precedente matrimonio
• ELENA, sua dama di compagnia

• Signori - Dame - Senatori romani - Un indovino - Un gentiluomo olandese - Musici - Funzionari - Ufficiali - Soldati - Messaggeri - Persone del seguito


SCENA: parte in Britannia, parte in Italia, a Roma.

ATTO PRIMO

SCENA I - In Britannia, il palazzo di Cimbelino.

Entrano DUE GENTILUOMINI

PRIMO GENTIL. - Qui non c’è caso che s’incontri un cane
che non ti guardi con la faccia scura.
Non obbediscono al voler celeste
le nostre naturali inclinazioni,
più di quanto agli umori del sovrano
fan mostra d’accordare il loro aspetto
i nostri cortigiani.

SECONDO GENT. - Che succede?

PRIMO GENT. - Succede che sua figlia,
erede del suo regno,
destinata da lui ad andar sposa
all’unico figliolo di sua moglie
- una vedova da lui risposata
recentemente - ha preferito a quello
un gentiluomo povero ma degno,
e l’ha sposato. Quello ora è bandito
e lei reclusa; e un’aria di mestizia
è scesa per la corte tutt’intorno;
se pur io pensi che lo stesso re
n’abbia profondamente risentito.

SECONDO GENT. - E nessuno oltre il re?

PRIMO GENT. - E come il re colui che l’ha perduta,
e la regina, che in quel matrimonio
avea riposto tutte le sue brame.
Ma giuro che non v’è tra i cortigiani
nessuno che, in cuor suo, pur atteggiando
il proprio volto alla cera del re,
non si senta felice e soddisfatto
all’interno per ciò di cui si mostra
esternamente tanto costernato.

SECONDO GENT. - E perché tutto questo?

PRIMO GENT. - L’uomo che la ragazza ha rifiutato(1)
è persona di troppa cattiveria
per poterne perfino dire male;
e quello che l’ha avuta…
voglio dire che l’ha portata in moglie,
ahimè, per ciò bandito, pover’uomo,
è tal persona, che a voler frugare
per tutte le regioni della terra
non se ne troverebbe un’altra eguale;
chi si volesse a lui paragonare
difetterebbe sempre di qualcosa
rispetto a lui. Non credo che in altr’uomo
si trovino un sì leggiadro aspetto
e un’eguale ricchezza di sentire.

SECONDO GENT. - Ne dite molto bene.

PRIMO GENT.- Non più di quanto meriti, signore,
la sua persona; ne rimpicciolisco,
anzi, le lodi, più che celebrarle
nella misura che sarebbe giusta.

SECONDO GENT. - Come si chiama, e da che ceppo nasce?

PRIMO GENT. - Senza scavare nelle sue radici,
so che suo padre si chiamò Sicilio,
e combatté sotto Cassibellano
contro i Romani, valorosamente,
ma ricevette i titoli d’onore
da Tenanzio,(2) che aveva anche servito
e con onore, e da tutti ammirato;
ciò che gli valse, come aggiunto al suo,
il nome di Leonato;
ed oltre al gentiluomo di cui parlo,
egli ebbe altri due figli,
caduti entrambi con la spada in pugno
nelle guerre del tempo; il che al lor padre,
già vecchio e a loro tanto affezionato,
fu cagione di sì grande dolore,
che ne morì; e la sua cara sposa,
allora incinta del suo terzo figlio,
(il gentiluomo di cui è questione),
moriva anch’ella nel darlo alla luce.
Per farla breve, il re si prende il bimbo
sotto la sua tutela personale,
gli impone il nome: Postumo Leonato,
lo fa allevare e ne fa il proprio paggio,
gli fa dar l’istruzione più completa
che potesse impartirsi nel suo tempo;
ch’egli apprende ed assimila,
come noi l’aria, appena ricevuta,
tanto che già nella sua primavera
se ne poteron raccogliere i frutti;
ed egli visse a corte - cosa rara -
elogiato da tutti, molto amato,
modello di virtù ai suoi più giovani,
specchio d’amabile comportamento
ai più maturi, esempio ai più anziani
d’un fanciullo capace d’esser guida
a vecchi rimbambiti dall’età.
Quanto alla sua amante,
a causa della quale egli è bandito,
il pregio stesso della sua persona
dice come altamente ella stimasse
l’uomo e le sue virtù; qual uomo sia
si può legger del resto chiaramente
nel fatto stesso ch’ella l’abbia scelto.

SECONDO GENT. - Dal modo come me lo descrivete,
non posso che onorarlo.
Ma ditemi, di grazia, la fanciulla
è figlia unica del re?

PRIMO GENT. - Sì, unica,
ma attento: a dirla tutta, in verità,
(se ciò può aver per voi qualche interesse),
il re aveva avuto altri due figli
dei quali il primo aveva già tre anni
l’altro era ancora in fasce,
allorché furono entrambi rapiti
dalla camera della lor nutrice;
e non v’è, fino ad oggi, alcun indizio
che aiuti a rivelar dove si trovino.

SECONDO GENT. - E quando ciò?

PRIMO GENT. - Circa vent’anni fa.

SECONDO GENT. - Bah, che i figli di un re
debban esser rapiti in questo modo,
essendo così male sorvegliati,
e con tanta indolenza ricercati
da non riuscire più a trovarne traccia!…

PRIMO GENT. - Per quanto strano ciò possa sembrare,
e per quanto si possa ben sorridere
di tanta negligenza, signor mio,
le cose stan così come v’ho detto.

SECONDO GENT. - Oh, sì, vi credo.

PRIMO GENT. - Dobbiam tagliar corto:
vedo giungere il nostro gentiluomo
con la regina e con la principessa.

Entrano la REGINA, POSTUMO e IMOGENE

REGINA - No, figlia, sta’ sicura:
a dispetto della cattiva fama
che per lo più circonda le matrigne,
non troverai in me
una che ti riguardi di mal occhio.
Sei mia reclusa, ma la tua guardiana
ti dà le chiavi della tua prigione.
E tu, Postumo, quando avrò calmato
l’ira furiosa dell’offeso re,
saprai d’avere in me il tuo avvocato.
Ma in lui divampa adesso,
Santa Vergine, il fuoco della collera,
ed è meglio per te, per il momento,
inchinarti paziente al suo verdetto
con tutta la miglior rassegnazione
che la saggezza tua potrà ispirarti.

POSTUMO - Partirò oggi stesso, vostra grazia.

REGINA - Sai qual pericolo corri a star qui;
ma io, sebbene il re m’abbia ordinato
di non farvi parlare soli insieme,
compresa come sono delle pene
degli amori proibiti, ora vi lascio
e vado a far quattro passi in giardino.

(Esce)

IMOGENE - O cortesia pelosa! Com’è abile
questa tiranna a leccar la ferita
da lei prodotta! Sposo mio diletto,
io temo, sì, del padre mio la collera,
ma, salvi sempre i sacri miei doveri
verso di lui, non quel che la sua collera
può far di me e della mia persona.
Tu devi ora partire: io resto qui
a sopportare, un’ora dopo l’altra,
gli sguardi dei suoi occhi pieni d’ira,
senza che alcun conforto la mia vita
possa avere, al di là della certezza
che esiste al mondo questo mio gioiello
e ch’io un giorno potrò rivederlo.
(Piange)

POSTUMO - O mia regina! O dolce amante mia!
Non piangere, signora,
o ch’io rischio di farmi sospettare
d’aver in cuore assai più tenerezza
di quanta si convenga a un cuore maschio.
Mi serberò il marito più fedele
ch’abbia mai impegnato la sua fede.
Fisserò a Roma la mia residenza,
in casa di Filario, un vecchio amico
del povero mio padre,
conosciuto da me solo per lettera.
Là mi puoi scrivere, o mia regina,
ed io berrò cogli occhi
le tue parole, fosse il loro inchiostro
amaro più del fiele.

Rientra la REGINA

REGINA - Siate brevi, vi prego.
Dovesse qui sopraggiungere il re,
incorrerò in qualche suo rimprovero
chi sa quanto violento…
(Tra sé, a parte)
Vorrei tanto poterlo indurre io stessa
a passare di qui. Si arrabbierà;
ma non accade mai ch’io lo ferisca,
e ch’egli non si tenga buono buono
la ferita, per ritornare in pace;
mentre gli faccio pagare ben cari
i torti che fa a me.

(Esce)

POSTUMO - Dovessimo star qui a dirci addio
anche tutta la vita,
si farebbe di più in più straziante
la pena del distacco… Perciò addio.

IMOGENE - No, resta ancora un poco. Troppo breve
sarebbe già per me questo commiato,
se solo t’apprestassi a uscir di casa
per una cavalcata ed un po’ d’aria.
Amore, guarda qui:
(Si sfila l’anello che ha al dito)
questo diamante era di mia madre.
prendilo, cuore mio,
e portalo con te fino a quel giorno
che, morta Imogene, farai la corte
a un’altra donna per condurla in moglie.

POSTUMO - Che! Un’altra moglie?… O voi, benigni dèi,
datemi solo questa che ora è mia,
e suggellate a vincolo di morte
gli amplessi ch’io mai possa dare ad altra!
(S’infila l’anello al dito e gli parla:)
Tu, resta qui infilato,
finché i miei sensi possono tenertici.
Dolcissima, bellissima,
così com’io ho scambiato con te,
a immenso tuo svantaggio,
quella povera cosa che io sono,
ecco, son sempre io che ci guadagno
con te, pur nelle più piccole cose
Per me porterai queste:
son le manette con cui l’amor mio
vuole tenere serrate le mani
alla bellissima mia prigioniera.
(Le infila al polso un braccialetto)

IMOGENE - O, dèi, quando potremo rivederci?

Entra CIMBELINO con seguito di Lords(3)

POSTUMO - Ahimè, il re!

CIMBELINO - (A Postumo)
Vilissima creatura!
Scompari! Togliti dalla mia vista!
Se tu, dopo quest’ordine,
ingombrerai ancora la mia corte
con la tua vil persona, morirai.
Vattene via! Tu m’avveleni il sangue!

POSTUMO - Vi proteggan gli dèi,
e benedican tutti i cuori buoni
che sian rimasti a corte. Me ne vado.

(Esce)

IMOGENE - Non può dare la morte
più doloroso spasimo di questo.

CIMBELINO - (A Imogene)
Tu, sleale creatura,
per la quale dovrebbe in me rivivere
la giovinezza, e invece mi rincarca
tutto il peso degli anni sulle spalle!

IMOGENE - Vi supplico, signore,
fate male a voi stesso a tribolarvi
in questo modo: io resto insensibile
all’ira vostra: un più prezioso palpito
soverchia in me ogni altra sofferenza,
ogni paura.

CIMBELINO - Ed anche ogni decenza?
Ed anche ogni dovere d’obbedienza?

IMOGENE - Ed anche ogni speranza,
perch’esso è fatto di disperazione;
e perciò supera ogni confine
d’umana convenienza.

CIMBELINO - Tu saresti dovuta andare sposa
al figlio unico della regina.

IMOGENE - Fortuna mia, per non averlo fatto!
Ho scelto un’aquila, scansato un nibbio.

CIMBELINO - Ti sei preso un pezzente,
col quale avresti fatto del mio trono
un seggio di meschinità.

IMOGENE - Tutt’altro:
gli avrei donato tanto maggior lustro…

CIMBELINO - Oh, ignobile creatura!

IMOGENE - Padre mio,
se io mi son invaghita di Postumo,
la colpa è vostra; siete stato voi
ad allevarlo come mio compagno
nei miei giochi infantili; ed egli è uomo,
del resto, degno di qualsiasi donna,
e con quel ch’egli paga ora per me,
mi supera d’assai quanto a valore.

CIMBELINO - Che! Sei impazzita?

IMOGENE - Sì, lo sono quasi,
e voglia il cielo farmi rinsavire…
Vorrei esser la figlia d’un mandriano,
e il mio Leonato figlio d’un pastore
confinante con me.

CIMBELINO - Che stupidaggine!

Entra la REGINA

(Alla regina)
Li ho sorpresi di nuovo insieme, qui.
Non avete eseguito i miei comandi.
Portatevela via,
e rinchiudetela nel suo pollaio!

REGINA - Vi supplico d’aver pazienza… e tu,
cara signora figlia, non parlare.
Lasciateci, amabile mio sire,
e cercate conforto per voi stesso
in più lieti pensieri.

CIMBELINO - Ah, che costei languisca dissanguandosi
a goccia a goccia, un giorno dopo l’altro,
e muoia vecchia della sua follia!

(Esce con i signori del seguito)

REGINA - Vergogna! Ti dovresti sottomettere.

Entra PISANIO

Ecco il tuo servo.
(A Pisanio)
Che c’è? Che notizie?

PISANIO - Signora, il mio signore vostro figlio
s’è scontrato testé, spada alla mano,
col mio padrone.

REGINA - Senza danno, spero.

PISANIO - Sì, ma poteva ben sortirne molto,
se il mio padrone, invece di combattere,
non avesse giocato di schermaglia
senza lasciarsi prendere dall’ira.
Sono stati spartiti
da alcuni gentiluomini presenti.

REGINA - Ne sono assai contenta.

IMOGENE - Vostro figlio parteggia per mio padre;
tira fuori la spada contro uno
ch’è condannato al bando. Ma che bravo!
Vorrei vederli a faccia a faccia in Africa,
ed io là con un ago a punzecchiare
quello di loro due che indietreggiasse.
(A Pisanio)
E tu perché hai lasciato il tuo padrone?

PISANIO - Perché me l’ha ordinato lui, signora.
Non ha voluto che l’accompagnassi
al porto; m’ha lasciato queste note
con le istruzioni che dovrei seguire
se mai voleste servirvi di me.

REGINA - Sempre fedele, questo vostro servo!
Sarei pronta a giurare sul mio onore
che tale resterà, malgrado tutto.

PISANIO - Ve ne ringrazio umilissimamente.

REGINA - (A Imogene)
Vogliamo uscire per un breve giro?

IMOGENE - (A Pisanio)
Torna da me fra una mezz’ora circa
ti prego, ho da parlarti. Nel frattempo
récati a salutare il mio signore
mentre che sale a bordo.

(Escono)

SCENA II - In Britannia, una piazza. (4)

Entra CLOTENO con due GENTILUOMINI

PRIMO GENT. - Se posso darvi un consiglio, signore,
vi dovreste cambiare la camicia:
esalate vapore in tutto il corpo,
come la vittima d’un sacrifizio,
a causa della foga dell’azione.
Dove aria fuoriesce, aria rientra,
e non ce n’è di balsamica intorno
altra che quella che esalate voi.

CLOTENO - La camicia? Se fosse insanguinata,
è certo da cambiare. L’ho ferito?

SECONDO GENT. - (Tra sé)
Per nulla; e come lui la sua pazienza.

PRIMO GENT. - Ferito? Se non è ferito quello,
vuol dire che il suo corpo
non è che una carcassa attraversabile,
una “via libera” per ogni acciaio!

SECONDO GENT. - (c.s.)
Il suo doveva essere, però,
un acciaio così pieno di debiti,
che al pari d’un debitore insolvente
ha alzato i tacchi e se l’è data a gambe
per la periferia della città.

CLOTENO - Non m’ha voluto affrontare, il furfante.

SECONDO GENT. - (c.s.)
Fuggiva, infatti, ma sempre in avanti,
verso di te.

PRIMO GENT. - Affrontarvi, quello là?
Voi terreno ne avete già del vostro
abbastanza e colui ve ne cedeva
per accrescerlo.

SECONDO GENT. - (c.s.)
Sì, di tanti pollici
per quanti oceani possiedi, pagliaccio.

CLOTENO - Vorrei che non si fossero intromessi
a separarci.

SECONDO GENT.- (c.s.)
Anch’io l’avrei voluto;
così avresti potuto misurare
quanto è lungo un babbeo disteso a terra.

CLOTENO - Ma ch’ella debba amare questo tanghero,
e rifiutare me!

SECONDO GENT. - (c.s.)
Se fa peccato
chi sceglie bene, allora ella è dannata.

PRIMO GENT. - Signore, come v’ho sempre osservato,
in lei beltà e cervello non s’accordano.
Il segno esterno è certo positivo,
ma secondo che io mi sono accorto,
ha ben scarso riflesso nel suo spirito.

SECONDO GENT. - (c.s.)
Sugli imbecilli non lo fa rifulgere,
per tema che il riflesso la ferisca.

CLOTENO - Beh, mi ritiro in camera… Però,
come vorrei esser venuto al sangue!(5)

SECONDO GENT. - (c.s.)
Tanto meglio così,
a meno che a rimetterci la pelle
non fosse stato un asino,
il che sarebbe stato poco danno.

CLOTENO - Voi venite con me?

PRIMO GENT. - Vi accompagniamo,
signore.

CLOTENO - Andiamo insieme tutti e tre.

SECONDO GENT. - Va bene, monsignore.

(Escono)

SCENA III - In Britannia, il palazzo di Cimbelino.

Entrano IMOGENE e PISANIO

IMOGENE - Vorrei che tu mettessi le radici
sopra i banchi del porto, e ad ogni vela
domandassi di lui; dovesse scrivermi,
ed io non ricevessi la sua lettera,
sarebbe come se andasse perduto
il documento che reca la grazia
a un condannato a morte.
Quali furono l’ultime parole
che ti disse al momento di lasciarti?

PISANIO - Furono: “Mia regina! Mia regina!”

IMOGENE - Ed ha poi agitato il fazzoletto?

PISANIO - E baciato l’ha anche, mia signora.

IMOGENE - Oh, insensibile lino
più felice di me! E poi, nient’altro?

PISANIO - Ah, sì, restò sul ponte della nave
fintanto che poté farsi distinguere
all’occhio ed all’orecchio in mezzo agli altri,
badando ad agitare senza posa
o un guanto, o il cappello o il fazzoletto,
quasi che quegli spasmi
e quegli slanci dell’animo suo
potessero dir meglio quanto lento
fosse il suo cuore e invece quanto svelta
fosse la sua nave a guadagnare il mare.

IMOGENE - Non avresti dovuto mai lasciarlo
con l’occhio, fin che fosse diventato
picciolo come un corvo e ancor di più.

PISANIO - Signora, così ho fatto, esattamente.

IMOGENE - Ma io, se fossi stata al posto tuo,
mi sarei tese le fibre degli occhi
fino a spezzarle a furia di guardarlo,
fino a tanto che andando a mano a mano
rimpicciolendosi per la distanza,
mi fosse apparso nient’altro alla vista
che una forma sottile più d’un ago;
l’avrei, anzi, seguito ancora, ancora,
finché, minuscolo come un moschino,
si fosse infine confuso con l’aria.
Soltanto allora avrei stornato gli occhi
da quella parte, ma soltanto per piangere.
Ed ora, buon Pisanio,
quando sarà che avremo sue notizie?

PISANIO - Sarà presto, signora, non temete:
appena gli riesca di mandarvele.

IMOGENE - Non ho potuto dargli il mio saluto
di commiato com’io avrei voluto,
e avevo in cuore tante cose a dirgli:
come e in quali ore avrei pensato a lui
un giorno dopo l’altro,
e con quali pensieri e con quali altri;
e avrei voluto costringerlo pure
a giurarmi che le donne d’Italia
non gli avrebbero fatto mai tradire
né l’affetto per me, né l’onor suo;
ed impegnarlo pure
a incontrarsi con me nella preghiera
tutti i giorni alle sei della mattina,
e poi a mezzogiorno e a mezzanotte,
perché allora io son con lui in cielo;
e dargli infine il bacio dell’addio
tra due parole magiche: “Io t’amo”;(6)
ma prima ch’io potessi tutto questo
fare e dire con lui, all’improvviso
è arrivato mio padre,
e, simile al violento settentrione,
col suo soffio ha distrutto d’in sul nascere
tutti questi miei teneri germogli.

Entra una DAMA

DAMA - La regina, signora,
desidera la vostra compagnia.

IMOGENE - (A Pisanio)
Bada a sbrigar le cose che t’ho detto.
Vado dalla regina.

PISANIO - Sì, signora.

(Escono)

SCENA IV - Roma, la casa di Filario.

Entrano FILARIO, IACHIMO, UN FRANCESE, un Olandese e uno Spagnolo (che non parlano)

IACHIMO - Credete a me, signore.
Io l’ho già visto quand’ero in Britannia.
La sua reputazione era sul nascere,
e s’aspettava ancor d’offrire di sé
quelle prove di merito
che dovevan poi dargli rinomanza.
Ma allora non avrei guardato a lui
se non con moderata ammirazione,
avesse pur portato, appeso al fianco,
il catalogo delle sue virtù,
e le avessi contate ad una ad una.

FILARIO - Stai parlando di lui
qual era al tempo ch’era men fornito
di tutte le virtù che lo fan ricco
dentro e fuori.

FRANCESE - Io l’ho incontrato in Francia;
e c’erano moltissimi fra noi
ch’eran capaci di guardare al sole
con occhio fermo almeno quanto lui.

IACHIMO - Questa storia d’aver egli sposato
la figlia del suo re,
per la quale dev’essere pesato
più per riguardo al valore di lei,
che al suo proprio, fa sì
che si parli di lui con maggior lode
che non meriti.

FRANCESE - E poi c’è il suo esilio.

IACHIMO - Già, e le simpatie di quanti in patria
avendo preso parte per la moglie,
piangono oggi il triste lor divorzio;
ciò non fa che ingrandire il personaggio
non fosse che per meglio rafforzare
il giudizio da dare su di lei (7)
- che sarebbe altrimenti smantellabile
anche da una modesta batteria -
quanto all’essersi scelta per marito
un pitocco sprovvisto d’ogni pregio.
Ma com’è ch’egli viene qui da voi?
Come lo conoscete?

FILARIO - Suo padre è stato mio compagno d’armi
ed è accaduto più di qualche volta
che io gli sia rimasto debitore
niente di meno che della mia vita.

Entra POSTUMO

Oh, eccolo, il Britanno.
Vogliate accoglierlo tra voi, signori,
così come s’addice a gentiluomini
quali voi siete per uno straniero
delle sue qualità. Vogliate fare
con questo gentiluomo amico mio
tutti la più cordiale conoscenza.
Quanto egli ne sia degno,
preferisco si mostri da sé in seguito,
e non parlarne io in sua presenza.

FRANCESE - (A Postumo)
Signore, noi ci siamo conosciuti:
è stato ad Orléans.

POSTUMO - Ed io vi son rimasto da quel tempo
debitore di tali cortesie
che se fossero tutte ripagate,
mi lascerebbero sempre obbligato.(8)

FRANCESE - Voi date, bontà vostra, signor mio,
troppo valore a quello che fu solo
un ben modesto gesto di favore.
Io fui ben lieto in quella circostanza
d’esser riuscito a rappacificare
voi e quel certo mio compatriota;
sarebbe stato invero lamentevole
che doveste azzuffarvi in uno scontro
che minacciava d’essere mortale,
per cosa di così poco momento
e di natura sì bassa e volgare.

POSTUMO - Io era allora, se m’è consentito,
signore, solo un giovin giramondo,
più disposto a sottrarmi dal seguire
quanto sentissi dire da altrui bocca,
che a lasciarmi guidare, nell’agire,
dall’esperienza altrui; ma anche in seguito,
per quanto più maturo il mio giudizio
- se posso osar di definirlo tale -
le ragioni che avevan dato luogo
a quella lite non mi son sembrate,
in verità, nient’affatto meschine.

FRANCESE - Lo erano anche troppo, a mio giudizio,
perché se ne dovesse chiamar arbitro
la spada, tra due uomini,
dei quali, l’uno, assai probabilmente,
avrebbe ucciso l’altro
oppur sarebbero caduti entrambi.

IACHIMO - Se non siamo indiscreti,
si può chiedere quale fosse stato
il motivo di quella controversia?

FRANCESE - Credo di sì: c’era stata una disputa
in pubblico, che può ben riferirsi
senza riprovazione. Era una disputa
in tutto analoga a questa sorta
ieri sera fra noi, quando ciascuno
prese a far le lodi delle donne
del suo paese, e questo gentiluomo
intervenne anche lui a sostenere
- disposto ad affermarlo col suo sangue -
essere la sua donna la più bella,
la più virtuosa, saggia, intemerata,
la più costante e meno vulnerabile
d’una qualsiasi fra le più preziose
nostre dame di Francia.

IACHIMO - Una tal donna
o non esiste più su questa terra,
o l’opinione di questo signore
a quest’ora sarà certo cambiata.

POSTUMO - Nient’affatto. Ella serba inalterate
le sue virtù, ed io il mio giudizio.

IACHIMO - Non la dovete mettere però
tanto al disopra delle nostre qui.

POSTUMO - Quando anche qui venissi provocato
al modo che lo fui allora in Francia,
non ritratterei nulla su di lei,
anche a volermi solo professare
semplice adoratore, e non amante.

IACHIMO - Tanto bella, costei, e tanto brava?…
Anche a fare un confronto faccia a faccia,
sembra un po’ troppo bella e troppo brava,
per essere una donna di Britannia.
Se davvero ella fosse superiore
alle donne che ho visto fino ad oggi,
come il diamante che portate al dito
è superiore in quanto a lucentezza
a molti altri che ho visto fino ad oggi,
non potrei certo esimermi dal credere
alla sua eccellenza sopra molte.
Ma un diamante che fosse il più prezioso
di tutti gli altri al mondo in assoluto,
non l’ho mai visto, e così voi la donna.

POSTUMO - L’ho lodata alla stregua della stima
che di lei faccio, non diversamente
di quel che faccio con questa mia pietra.

IACHIMO - E quanto la stimate, quella pietra?

POSTUMO - Più d’ogni altro tesoro della terra.

IACHIMO - Allora o quella donna incomparabile
non vive più, oppure il suo valore
è svilito dal suo accostamento
che voi ne fate a quello d’un gingillo.

POSTUMO - In questo vi sbagliate, signor mio:
perché l’uno può essere venduto
se c’è danaro bastante a comprarlo,
o anche dato in dono;
l’altra non si può vendere, o donare:
è solamente un dono degli dèi.

IACHIMO - Fatto da loro a voi?

POSTUMO - E ch’io saprò ben serbare per me,
con il loro favore.

IACHIMO - Potete dunque dirla cosa vostra,
di nome almeno: ché, come sapete,
strani uccelli si posano talvolta
sopra gli stagni circostanti al vostro.
Anche l’anello che portate al dito
vi può esser rubato da qualcuno;
talché d’una tal coppia di tesori
che dite di valore inestimabile,
uno è fragile, l’altro è casuale.
Dell’uno un ladro astuto,
e dell’altro un compito cortigiano,
potrebbero tentare di privarvi.

POSTUMO - La vostra Italia non ha di sicuro
un cortigiano talmente compito
da vincere l’onor della mia donna,
per quanto fragile voi la diciate
nel perderlo o serbarlo. In quanto ai ladri,
non dubito che voi qui ne abbondiate,
ma per l’anello mio non ho paura.

FILARIO - Evvia, signori, piantiamola lì.

POSTUMO - Da parte mia, ben volentieri, amico.
Questo degno signore
non mi tratta davvero da straniero
- e di ciò lo ringrazio - perché subito
ci siam trovati a familiarizzare.

IACHIMO - Eppure io son sicuro
che con un sol colloquio a faccia a faccia,
che potesse durare cinque volte
questo che abbiamo fatto qui tra noi,
mi saprei guadagnar tanto terreno
nel cuore della vostra bella amante
da farla indietreggiare fino a cedere,
sol che potessi avere accesso a lei,
ed acquistare la sua confidenza.

POSTUMO - No, no!

IACHIMO - Sarei pronto a impegnare
metà di tutta la mia proprietà
contro quel vostro anello,
che a mio giudizio vale alquanto meno;
ma questa è una scommessa
ch’io mi sento di fare, sia ben chiaro,
più contro questa vostra sicurezza
che contro la di lei reputazione.
E vi dichiaro, a scanso d’ogni offesa
che possiate pensare a voi diretta,
ch’oserei cimentarmi in tale prova
con qualsiasi altra donna.

POSTUMO - Credo che siate andato troppo in là
in questa vostra ardita persuasione,
e non dubito che da una tal prova
ricevereste il giusto guiderdone.

IACHIMO - E cioè?

POSTUMO - Quanto meno una ripulsa.
Se pur la prova - come la chiamate -
meriti ancor di peggio: un buon castigo.

FILARIO - Signori, basta adesso, per favore.
La disputa s’è accesa d’improvviso,
lasciamola morire com’è nata,
e cercate di stabilir tra voi
migliore e più cordiale confidenza.

IACHIMO - M’impegnerei l’intero patrimonio,
ed anche quello del mio confinante,
per dimostrare vero quel che ho detto.

POSTUMO - Ebbene, quale donna scegliereste
cui dare il vostro assalto?

IACHIMO - Quella vostra,
che dite di sì salda fedeltà.
Scommetto ben diecimila ducati
contro quel vostro anello,
che se mi procurate l’ammissione
alla corte dov’è la vostra donna,
io son capace, senz’altro vantaggio
che quello di potermi intrattenere
una-due volte a colloquio con lei,
di portar via con me quell’onor suo
che immaginate sì ben custodito.

POSTUMO - A fronte del vostro oro,
io metto oro; questo anello, no:
me lo voglio tenere caro al dito
perché con il mio dito esso fa corpo.

IACHIMO - Vi capisco: voi siete innamorato
e per ciò stesso tanto più guardingo.(9)
Ma se compraste pur carne di donna
ad un milione al grammo(10)
non potreste impedirle di corrompersi.
Ma m’accorgo che in voi c’è qualche scrupolo,
che vi fa men sicuro.

POSTUMO - Nient’affatto.
Questo vostro parlare a briglia sciolta
è solo un vostro vezzo;
spero sappiate parlare più serio.

IACHIMO - Io so perfettamente quel che dico,
e giuro che son pronto a porlo in atto.

POSTUMO - Lo volete davvero?
Vi lascio in pegno allora il mio diamante
fino a quando sarete ritornato.
Si stenda tra noi due un patto scritto:
la mia donna soverchia, per virtù,
l’infinita bassezza
del vostro indegno pensar su di lei.
E dunque io vi sfido a questa prova.
Eccovi il mio anello.
(Gli dà l’anello)

FILARIO - Non mi piace, tra voi, questa scommessa!

IACHIMO - Per gli dèi, è andata!
S’io non vi porto una qualsiasi prova,
che sia però bastante a dimostrare
che mi sono goduta a mio talento
la parte più segreta del suo corpo,
i diecimila scudi sono vostri,
e vostro resta pure quest’anello.
Se torno avendola lasciata intatta
in quell’onore in cui tanta fiducia
voi riponete, lei, vostro gioiello,
e questo vostro gioiello e il mio oro
saranno vostri… ferma la promessa
che a presentarmi a lei siate voi stesso,
perch’io mi possa a mio miglior talento
intrattener con lei.

POSTUMO - Nessuna remora
ad accettare queste condizioni.
Stendiamo pure le clausole del patto.
Una cosa, però, dev’esser ferma:
che se mai riusciste a farla vostra,
e m’offriste la prova d’aver vinto,
non mi sentirò più vostro nemico,
dal momento che non sarà più degna
che noi ci disputiamo su di lei.
Ma s’ella rimanesse non sedotta,
né voi poteste provare il contrario,
mi dovrete risponder con la spada
dei pensieri oltraggiosi su di lei
e dell’assalto alla sua castità.

IACHIMO - D’accordo. Cosa fatta. Qua la mano.
Il tempo di stilare queste clausole
per mano di un legale,
e via subito verso la Britannia,
per tema che l’affare si raffreddi
e se ne muoia per denutrizione.
Vado a prendere intanto quel denaro,
e poi faremo iscrivere a registro
le rispettive poste in gioco.

POSTUMO - Intesi.

(Escono Postumo e Iachimo)

FRANCESE - Credete che la cosa quaglierà?

FILARIO - Oh, sì, Iachimo non è certo il tipo
che si fa indietro. Andiamo via con loro.

(Escono)

SCENA V - In Britannia, nel palazzo di Cimbelino.

Entrano LA REGINA, le DAME e CORNELIO

REGINA - (Alle dame)
Raccogliete quei fiori
mentre il suolo è ancor fresco di rugiada.
Fate presto. La nota chi ce l’ha?

PRIMA DAMA - L’ho io, signora.

REGINA - Andate.

(Escono le dame)

Dunque, mastro dottore,
me le avete portate quelle droghe?

CORNELIO - Sì, piaccia a vostra grazia, sono qui.
(Le porge una scatolina)
Ma prego vostra grazia, senza offesa,
- la coscienza mi spinge a domandarvelo -
di dirmi come mai m’avete chiesto
queste velenosissime misture
capaci di produrre in chi le assuma
morte languida e lenta, ma sicura.

REGINA - Mi stupisce che proprio voi, dottore,
mi facciate una simile domanda.
Non sono forse stata da molti anni
vostra allieva? Non siete stato voi
ad insegnarmi a fabbricar profumi,
a distillare essenze,
a preparar specifici e conserve,
sì che perfino il nostro grande re
mi richiede lui stesso tante volte
questi miei preparati?
Dacché dunque son tanto progredita,
non pensate sia giusto
- salvo che non mi riteniate un diavolo -
ch’io voglia accrescere le mie nozioni
col cimentarmi in altri esperimenti?
Voglio appunto provare l’efficacia
delle vostre sapienti mescolanze
sopra alcuni soggetti
che non vale la pena d’impiccare
(creature non umane, beninteso),
e ciò allo scopo di sperimentarne
la virulenza e trovare i rimedi
per lenirne l’azione perniciosa
oltre che rivelarne l’efficacia
e i possibili effetti.

CORNELIO - Altro effetto da queste operazioni
l’altezza vostra non potrà sortire
se non quello d’inaridirsi il cuore.
Senza dire che solo ad osservarli,
gli effetti che voi dite,
potreste esporvi al rischio del contagio.

REGINA - Oh, di ciò non dovete preoccuparvi!

Entra PISANIO

(Tra sé)
Eccolo, questo vile leccapiedi.
Proverò questa roba su di lui.
Egli è anima a corpo
pel suo padrone e nemico a mio figlio…
(Forte)
Oh, Pisanio!… Dottore, pel momento
il vostro compito è terminato.
Ve ne potete andare.

CORNELIO - (Tra sé)
Eh, mia cara,
quel che vuoi fare tu m’insospettisce.
Ma male, no, non te ne lascio fare.

REGINA - (A Pisanio)
Senti qua, ho da dirti una parola.

CORNELIO - (c.s.)
Non mi piace costei.
Ora crede d’avere per le mani
strani veleni a effetto ritardato.
La conosco. Ma non penserò mai
d’affidare alla sua grande perfidia
droghe di sì diabolica natura.
Quelle che adesso le ho portate qui
potranno avere tutt’al più l’effetto
di procurare una maggior gravezza
e un momentaneo sopore dei sensi.
Forse dapprima li vorrà provare
su animali, magari cani o gatti,
per poi, man mano, andar sempre più su;
ma nello stato di morte apparente
ch’essi danno non v’è nessun pericolo,
salvo che di sospendere alcun tempo
la sensibilità della persona,
per farla quindi ritornare a vivere
subito dopo più fresca di prima.
Questo effetto illusorio della droga
la trarrà in inganno, ed io per questo
mi sentirò più onesto con me stesso.(11)

REGINA - Da voi, dottore, non m’occorre altro.
Se avrò bisogno, vi farò chiamare.

CORNELIO - Umilmente da voi prendo congedo.

(Esce)

REGINA - E piange ancora, hai detto?
Non credi tu che col passar del tempo
si calmerà, lasciando alla ragione
d’entrar dove ora regna la follia?
Perciò datti fa fare:
quando potrai venire ad annunciarmi
ch’ella s’è innamorata di mio figlio,
ti dirò che da quello stesso istante
tu sarai grande come il tuo padrone;
anzi di più, perché le sue fortune
giacciono tutte mute, ed il suo credito
è presso ad espirar l’ultimo rantolo.
Egli non può né ritornare in patria,
né rimaner dov’è;
e mutare dimora ormai per lui
è passare da una miseria all’altra,
e ogni giorno marcisce appresso all’altro.(12)
Che ti aspetti per te,
nell’appoggiarti ad uno che vacilla,
che non può essere rimesso in sesto,
e non ha amici che possan sorreggerlo?
(Lascia cadere a terra la scatolina. Pisanio si china
a raccattarla)
Tu hai raccolto, ma non sai che cosa…
ma tienila, è per la tua fatica.
È qualcosa che ho preparato io stessa
con le mie mani e che ha salvato il re
cinque volte da morte. Non c’è al mondo,
ch’io sappia, cosa più vivificante.
Su, prendila, ti prego. È una caparra
dei favori ch’ho in animo di farti.
Spiega alla tua padrona,
ma come cosa che venga da te,
come stanno le cose ora con lei:
Rifletti al beneficio
che può darti il mutare dipendenza,
e in tal modesto resteresti sempre
al servizio di lei, la tua padrona,
e avresti per di più il mio figliolo
a occuparsi di te. Per parte mia,
non mancherò di agire per il meglio
sul re, per persuaderlo ad accordarti,
in una o altra forma,
gli avanzamenti che preferirai;
e soprattutto poi sarò io stessa,
che t’ho messo su questa via di meriti,
a sentirmi impegnata di persona
a caricarti di lauti compensi.
Va’, chiamami di nuovo le mie dame
e ben rifletti a quello che t’ho detto.

(Esce Pisanio)

Un astuto furfante,
oltremodo fedele al suo padrone,
e altrettanto difficile da smuovere.
Anzi, del suo padrone egli è un agente,
sempre vigile a rammentare a lei
di serbarsi fedele a suo marito.
Ma gli ho dato qualcosa
che una volta che l’abbia trangugiata,
farà restare lei priva per sempre
d’ogni servo del caro suo marito,
e che anche lei, se non cambia d’umore,
può stare ben sicura d’assaggiare.

Rientra PISANIO con le dame che recano fiori

Così, bene, così, brave, ben fatto!
Violette, bocche di leone, primule…
Le porterete nel mio salottino.
Pisanio, arrivederci.
Pensa a quel che t’ho detto.

PISANIO - Lo farò.

(Esce la regina con le dame)

Ma il giorno in cui mi scoprissi sleale
verso il mio buon signore,
m’impiccherò con le mie stesse mani.
È tutto quel che posso far per voi.

(Esce)

SCENA VI - La stessa

Entra IMOGENE

IMOGENE - Un padre senza cuore,
una matrigna ipocrita e malvagia,
un imbecille che s’è messo in testa
di corteggiare una donna sposata,
il cui marito è al bando. (Ah, quel marito,
la suprema di tutte le mie pene!)
E queste quotidiane vessazioni
che si ripeton l’una dopo l’altra!
Fossi stata anch’io da qui rapita,
come i miei due fratelli, fortunati!
Ma il desiderio, quanto più ambizioso,
tanto è più miserabile.
Beati quelli che, per quanto poveri,
appagano le loro oneste voglie,
insaporite solo dal conforto.

Entra PISANIO con IACHIMO

Oh, chi sarà costui? Povera me!

PISANIO - Un gentiluomo da Roma, signora,
con una lettera del mio padrone.

IACHIMO - Impallidite, signora?(13)
Il nobile Leonato, vostro sposo,
sta bene, e per mio mezzo
e vi manda il suo più tenero saluto.
(Le consegna una lettera)

IMOGENE - Grazie, signore. Siate il benvenuto.

IACHIMO - (A parte)
Tutto ciò che di lei si mostra fuori
è assai prezioso. Se altrettanto raro
è l’intelletto di che ella è fornita,
costei, da sola, è l’Araba Fenice;
ed io ho già perduto la scommessa.
Coraggio, aiutami! E tu, ardimento,
armami tutto dalla testa ai piedi,
o ch’io combatterò indietreggiando,
come il Parto, (14) o fuggendo addirittura.

IMOGENE - (Leggendo la lettera)
“Egli è persona d’alta distinzione,
“alla cui gentilezza devo molto.
“Vedi perciò di usargli quei riguardi
“che ti detta la stima che tu fai
“del fedelissimo tuo LEONATO”.
V’ho letto solo questo ad alta voce;
ma tutto il resto mi riscalda il cuore
nel profondo di grati sentimenti.
Per quanto possan dirvi le parole,
vi do, nobil signore, il benvenuto:
e tale, spero, scoprirete d’essere
in tutto ciò ch’io possa far per voi.

IACHIMO - Molte grazie, bellissima signora.
Ma che! Son proprio così matti gli uomini?
Natura ha dato loro tanto d’occhi
per contemplare la volta del cielo
e i tesori del mare e della terra,
per distinguer lassù, l’una dall’altra,
l’orbite fiammeggianti,
e le pietruzze l’una all’altra identiche
sulle innumeri spiagge della terra,
e non sono capaci di distinguere,
pur con lenti di tale perfezione,
quel che è bello dal brutto?

IMOGENE - Che cos’è
che vi provoca tanta meraviglia?

IACHIMO - Ma no, non si può farne colpa agli occhi;
perché anche le scimmie e i babbuini,
se messi in mezzo tra due loro femmine
una bella e una brutta,
tutti si volgerebbero squittendo,
sulla prima, facendo verso l’altra
versacci di disprezzo. Né al giudizio
si può far colpa, ché anche un idiota
di fronte ad una scelta di bellezza
come questa, saprebbe ben decidere
con perfetta saggezza.
Né può esser carnale desiderio,
ché la stessa bruttezza
opposta a sì eccellente leggiadria
farebbe vomitare l’appetito
a vuoto, invece d’invitarlo al cibo…

IMOGENE - Che vi succede?

IACHIMO - Il desiderio sazio…
la voglia sazia ma non soddisfatta,
botte che si riempie e che si svuota,
che mangia prima il buono dell’agnello
e poi si butta pure sui rifiuti…

IMOGENE - Che cos’è che vi provoca, signore,
un tal deliquio? Vi sentite bene?

IACHIMO - Benissimo, signora, vi ringrazio.
(A Pisanio)
Amico, per favore, di’ al mio servo
di restarsi là dove l’ho lasciato.
È forestiero e piuttosto svagato.

PISANIO - Stavo appunto recandomi da lui,
signore, a dargli il nostro benvenuto.

(Esce)

IMOGENE - Ma ditemi, di grazia: il mio signore
sta sempre bene?

IACHIMO - Sì, bene, signora.

IMOGENE - E anche sta di buon umore, spero?

IACHIMO - Allegro oltre ogni dire.
Non c’è laggiù più allegro forestiero
e più gioviale: “l’allegro Britanno”
lo chiaman tutti.

IMOGENE - Quand’era ancor qui
inclinava piuttosto alla tristezza,
e spesso senza spiegarsi il perché.

IACHIMO - Triste non l’ho mai visto, in verità.
C’è un francese, un monsieur di buona tacca,
suo compagno, ch’è innamorato cotto,
a quanto dà a vedere,
d’una ragazza gallica al paese.
Non fa che sospirare come un mantice;
e allora quel burlone di Britanno
- vostro marito, intendo - se la ride
a vederlo, a capienza di polmoni(15)
e gli grida, ridendo: “Oh, come faccio,
che mi sento scoppiare le budella
a pensare che un uomo come te,
che o per storia, o per sentito dire,
o per propria esperienza personale,
deve saper la donna com’è fatta
(perché è fatta così,
e non può scegliere d’esser diversa),
se ne stia a languire tutto il tempo
in una volontaria schiavitù!”

IMOGENE - Così dice, davvero, il mio signore?

IACHIMO - Sì, e con gli occhi inondati dal gran ridere.
C’è da spassarsi un mondo a stargli accanto
e udirlo prendere a scherno il Francese.
Sa il cielo quanto sian da biasimare
uomini così fatti…

IMOGENE - Lui no, spero.

IACHIMO - Lui no; se pur la copia di bei doni
di cui gli è stato così largo il cielo
potrebb’essere messa a miglior frutto.
Già in se stesso ne ha di numerosi;
e poi ha voi, ch’io considero sua,
e che siete al di là d’ogni conteggio.
Sicché io son portato, al tempo stesso,
ad ammirare ed a compassionare.

IMOGENE - Compassionare che cosa, signore?

IACHIMO - Dal profondo del cuore, due creature.

IMOGENE - Ed una sarei io?…
Mi guardate gli occhi spalancati:
quale disastro discernete in me
che meriti la vostra compassione?

IACHIMO - Ah, iattura! Ma come!
Celarmi ai raggi del radioso sole,
per consolarmi al timido barlume
d’un lucignolo in uno scantinato?

IMOGENE - Vi prego, signor mio,
vogliate dar risposte meno ermetiche
alle domande mie. V’avevo chiesto
che cos’è che vi muove a compassione.

IACHIMO - Il fatto che - stavo appunto per dirvelo -
altri debba godersi quel che è vostro…
Ma è parte degli dèi farne vendetta,
non la mia, di parlarne.

IMOGENE - Si direbbe che siate a conoscenza
di qualcosa di me,
o che mi tocca molto da vicino.
Vi prego, poiché spesse volte il dubbio
sulle cose cattive è più tormento
della certezza ch’esse ci accadranno,
- ché le certezze o son senza rimedio,
o sono tali che l’averle in tempo
può consentire di porvi rimedio -
vogliate dirmi senza infingimenti
ciò che cercate di dire e non dire.

IACHIMO - Fossero mie codeste vostre guance,
da poterci bagnar l’arse mie labbra;
fosse pur mia codesta vostra mano
il cui tocco soltanto inchioderebbe
l’anima mia al più solenne voto
di fedeltà tutto l’animo mio;
fosse mio questo oggetto
ch’ora imprigiona lo svagato sguardo
dei miei occhi e lo tiene fisso a sé…
e s’io mi dessi – maledetto me! -
a sbavare su labbra più consunte
dei gradini che menano alla rocca
del Campidoglio; a brancicare mani
fatte callose dalla falsità
(la falsità che è come la fatica
per indurirle); a far lo sguardo languido
ad occhi non più chiari e luminosi
del fumoso lucignolo prodotto
da un lumino di sego puzzolente…
ah, sarebbe pur giusto
che per una siffatta devianza
venissero a punirmi tutti insieme
i peggiori flagelli dell’inferno!

IMOGENE - Il mio signore deve aver perduto,
temo, il ricordo della sua Britannia.

IACHIMO - Ed anche di se stesso. Ma, badate,
non è per gusto di pettegolezzo(16)
ch’io vi denuncio la meschinità
di questo suo bizzarro mutamento:
è il fascino della bellezza vostra
a trarre dalla muta mia coscienza
alla mia lingua queste informazioni.

IMOGENE - Non voglio sentir altro.

IACHIMO - Anima cara!
La vostra causa mi ferisce il cuore
d’una tal compassione, da star male!
Una sì bella dama,
che, quando fosse unita ad un impero
saprebbe raddoppiare la grandezza
del più grande dei re,
accomunata a delle sgualdrinelle,
mercenarie, pagate per di più
con il denaro dei vostri forzieri;
a delle avventuriere sifilitiche
use a sguazzare solo per denaro
in mezzo ad ogni sorta d’infezione
ch’offre la corruzione alla natura;
tutta roba bollita in suffumigi,(17)
buona ad avvelenare anche il veleno.
Ah, vendicatevi! O debbo dire
che quella donna che v’ha generato
non era una regina,
e voi scadete dal vostro lignaggio.

IMOGENE - Vendicarmi! E in che modo lo potrei?
Se quel che dite è vero
- perché il mio cuore deve ben guardarsi
da lasciarsi ingannare tanto presto
da quel che odono le mie orecchie -
se quel che dite - vi ripeto - è vero,
in che modo potrei io vendicarmi?

IACHIMO - Se io, al posto vostro,
dovessi vivere per causa sua
come una sacerdotessa di Diana,
tra gelide lenzuola,
mentr’egli bada a cavalcare al caldo
tutte le sgualdrinelle che gli càpitano,
a vostro scorno, con la vostra borsa…
Dovete vendicarvi!
Io son qui pronto a consacrar me stesso
al vostro piacimento, ben più degno
del vostro letto di quel rinnegato,
qual mi sento, e fedele al vostro amore,
pur mantenendolo sempre nascosto.

IMOGENE - Che! Pisanio, Pisanio, dove sei?

IACHIMO - Consentite ch’io offra i miei servigi
a queste vostre labbra.

(Le si avvicina come per tentare di baciarla, ma Imogene lo respinge)

IMOGENE - Indietro! Via! Condanno le mie orecchie
per averti ascoltato(18) così a lungo!
Se fossi uom d’onore,
m’avresti fatto questo tuo racconto
per un semplice senso di onestà,
non per un fine tanto disonesto
quanto assurdo, qual è quello che cerchi.
Fai torto a un gentiluomo
ch’è lontano da come lo descrivi
quanto tu dall’onor di gentiluomo.
E vieni tristamente ad insidiare
l’onestà d’una donna che per te
prova solo un orribile disdegno,
quanto ne può provare per il diavolo!
Pisanio! Oh! Pisanio!…
Il re mio padre sarà messo a parte
di questo tuo tentativo di assalto,
e se non troverà così indecente
che un forestiero privo di pudore
arrivi alla sua corte a trafficare
ed a sfoggiare i suoi bestiali istinti,
come fosse in un lupanare a Roma,
vorrà dire che non gl’importa niente
di quello che succede alla sua corte,
e che non ha rispetto per sua figlia.
Ehi, ohi, Pisanio!… Dove sei?…

IACHIMO - Oh, felice Leonato! Posso dirlo:
la stima che di te ha la tua sposa
merita l’assoluta tua fiducia,
come la tua perfetta rettitudine
merita pienamente la sua stima.
Possiate vivere a lungo felici!
Una dama sposata ad un signore
il più degno che vanti il suo paese;
e voi, la sua amante,
sol del più degno adatta come sposa!
Perdonatemi. Ho detto quel che ho detto
nell’esclusivo intento di conoscere
quanto profonde siano le radici
della fedeltà vostra al vostro sposo;
e vi farò di lui altro ritratto,
adesso, quello vero. E vi dirò
ch’è un tal fido ed onesto incantatore,
da attrarre a sé chiunque lo avvicini.
È sua metà del cuore di noi tutti.

IMOGENE - Ora vi riscattate.

IACHIMO - Sta tra gli uomini simile ad un dio
disceso sulla terra; è in lui qualcosa
che sa di tanto dignitoso e nobile,
da farlo credere più che mortale.
Possente principessa,
non siate in collera con me, vi prego,
pel fatto che mi sono avventurato
a provar come avreste reagito
a un bugiardo racconto; che, del resto,
è valso a confermare, a vostro onore,
la vostra impareggiabile sagacia
nella scelta d’un così raro sposo.
L’affetto che ho per lui m’ha suggerito
di provocarvi al modo che sapete;
ma gli dèi hanno fatto voi diversa
da tutte l’altre donne, refrattaria
ad ogni traffico di questo genere.(19)
Vi prego, perdonatemi.

IMOGENE - Sta bene. Profittate qui alla corte
di tutto quanto possa io per voi.

IACHIMO - I miei umili ringraziamenti.
Ah… un momento. Dimenticavo quasi
di chiedere alla vostra gentilezza
un piccolo favore, ma importante
perché concerne proprio il vostro sposo,
me stesso, ed altri nobili signori
che si sono associati alla faccenda.

IMOGENE - Di che si tratta, prego?

IACHIMO - Un certo numero di noi Romani,
una dozzina circa, cui s’è aggiunto
vostro marito, che della nostra ala
è la migliore penna, abbiam raccolto
una somma per acquistare un dono
al nostro imperatore; e proprio io,
per loro incarico, l’ho scelto in Francia.
È argenteria di artistica fattura
e gioielli di rara e ricca foggia,
di gran valore. Essendo qui straniero,
io mi sento piuttosto in apprensione
per la lor sicurezza.
Non vorreste tenerli voi in consegna?

IMOGENE - Volentieri; contate su di me,
per la loro sicurezza,(20) dal momento
che interessato è anche il mio signore;
li terrò qui con me, nella mia camera.

IACHIMO - Son chiusi in un baule
ch’è ora custodito dai miei uomini.
Mi prenderò l’ardire di mandarvelo,
solo per questa notte.
Domattina dovrò essere a bordo.

IMOGENE - Oh, no, no.

IACHIMO - Sì, vi prego di scusarmi;
ma verrei meno alla parola data
se ritardassi il mio ritorno a Roma.
Ho traversato il mare dalla Gallia
solo per mantenere la promessa
di venire a vedere vostra grazia.

IMOGENE - E di tanto disturbo vi son grata;
ma non andate via proprio domani.

IACHIMO - Devo, signora. Perciò se vi piaccia
di scrivere due righe al vostro sposo
fatelo già stasera.
Son già in ritardo al mio appuntamento
per la consegna del nostro regalo.

IMOGENE - Gli scriverò. Mandatemi il baule.
Sarà ben custodito, v’assicuro.
E vi sarà restituito intatto.
Ed ancora una volta, benvenuto!

(Escono)

ATTO SECONDO

SCENA I - In Britannia, davanti al palazzo di Cimbelino.

Entra CLOTENO con due SIGNORI

CLOTENO - Ma s’è mai visto un uomo
più di me sfavorito dalla sorte?
Mando la boccia a baciare il pallino,
e un’altra boccia, pah, la spazza via!
Ci avevo messo su cento sterline
ed ecco saltar fuori, là per là,
un insolente figlio di puttana
a dirmi che non devo bestemmiare:
quasi ch’io le bestemmie,
me le facessi prestare da lui
senza licenza di poterle spendere
a mio talento!

PRIMO SIGNORE - E che ci ha guadagnato?
Con la boccia gli avete fracassato
la zucca!

SECONDO SIGNORE.- (A parte)
Fosse stato quel cervello
come il suo annacquato,
gli sarebbe colato tutto fuori.(21)

CLOTENO - Quando ad un gentiluomo, dico io,
gli salta l’uzzolo di bestemmiare,
a nessuno di quelli lì presenti
dev’essere permesso
di tagliargli le sue bestemmie in bocca.
Dico bene?

SECONDO SIGNORE - Sicuro, mio signore.
(A parte)
Ma manco di tagliar loro le orecchie.(22)

CLOTENO - Cagnaccio figlio d’una buona donna!
Dargli soddisfazione, io, a lui?
Ah, fosse stato uno del mio rango!

SECONDO SIGNORE - (c.s.)
Sì, e puzzare come un imbecille.(23)

CLOTENO - Non c’è nulla che m’irriti di più,
gli venga un cànchero!
Come vorrei non essere
quel nobile che sono!
Non osano combattere con me
per via che sono figlio di mia madre
la regina; un qualunque buono a nulla
può farsi una spanciata di litigi,
mentre ch’io devo star a passeggiare
in su e in giù, al pari di un galletto
con cui nessuno si può misurare.

SECONDO SIGNORE - (c.s.)
Tu sei gallo e cappone(24) al tempo stesso,
e come gallo fai chicchirichì,
con la tua bella cresta da buffone.(25)

CLOTENO - Dicevi?

SECONDO SIGNORE - Che non è da vostra altezza
misurarsi con tutti quei compari
cui vi càpita di recare offesa.

CLOTENO - Questo lo so, ma mi sarà permesso
di far offesa a chi è meno di me.

SECONDO SIGNORE - Anzi, soltanto a vostra signoria
questo è permesso.

CLOTENO - Come dico io.

PRIMO SIGNORE - Avete udito di quello straniero
giunto a corte stasera?

CLOTENO - Uno straniero?
E io non ne so nulla? Non è strano?

SECONDO SIGNORE - (A parte)
Anche lui è uno strano mammalucco
e non sa nulla d’esserlo.

PRIMO SIGNORE - È un Italiano quello che è venuto,
un amico - si dice - di Leonato.

CLOTENO - Leonato! Quel furfante messo al bando?
E questo è un altro, chiunque egli sia.
Chi v’ha detto di questo forestiero?

PRIMO SIGNORE - Uno dei vostri paggi, monsignore.

CLOTENO - Starà bene ch’io vada a salutarlo?
Non sarà forse ch’io m’abbassi troppo?

SECONDO SIGNORE - Abbassarvi per voi non è possibile, (26)
monsignore.

CLOTENO - Non facilmente, credo.

SECONDO SIGNORE - (A parte)
Tu sei un imbecille collaudato,
e tutto quello che da te può uscire,
non può far nulla per non esser basso.

CLOTENO - Ebbene, andrò a veder quest’Italiano:
mi vo’ rifar stasera su di lui
di tutto quello che ho perduto oggi
alle bocce. Venite, voi, andiamo.

SECONDO SIGNORE - Agli ordini di vostra signoria.

(Esce Cloteno con il primo signore)

Che uno scaltro demonio
di femmina com’è la madre sua
abbia dovuto partorir quest’asino!…
Una donna capace per cervello
di dar dei punti a tutti,
e questo figlio che non è capace,
nemmeno di sottrarre due da venti,
a memoria, e saper che fa diciotto!
Ahimè, povera principessa Imogene,
divina donna, quale dura prova
è la tua, tra un padre governato
completamente dalla tua matrigna
che trama d’ora in ora nuovi intrighi,
ed un corteggiatore più aborrito
del crudo bando del tuo caro sposo,
più dell’orrido atto di divorzio
cui vorrebbe che tu addivenissi.
Il cielo voglia tenere ben salde
le mura della tua cara onestà:
e conservare intatto ed incrollato
il tempio della tua anima bella,
che tu possa restar quella che sei,
per goderti l’amore del tuo sposo
esiliato, e di questa grande terra!

(Esce)

SCENA II - La camera da letto di Imogene. In un canto, un grosso baule. Notte.

IMOGENE è a letto, assorta nella lettura; accanto a lei una DAMA di compagnia

IMOGENE - (Smettendo di leggere)
Oh, Elena, tu sei ancora lì?

DAMA - A servirvi, signora.

IMOGENE - Che ore sono?

DAMA - È quasi mezzanotte, mia signora.

IMOGENE - Son tre ore che leggo. Ho gli occhi stanchi.
Piega la pagina dove son giunta,
e va’ a dormire. Lascia ancora accesa
qui la candela, non portarla via.
E se ti puoi svegliare per le quattro,
ti prego, chiamami. Casco dal sonno.

(Esce la dama)

O dèi, mi metto nelle vostre mani,
proteggetemi voi dai sortilegi
e dalle tentazioni della notte.

(Si addormenta)

IACHIMO esce dal baule

IACHIMO - Cantano i grilli, è l’ora che gli umani
ristorano i lor sensi affaticati
nel riposo. Così il nostro Tarquinio
col piè leggero calpestò le stuoie
prima di ridestar la castità
che doveva violare…(27) O Citerèa,(28)
come superbamente qui abbellisci
il tuo talamo! Quale giglio è questo,
più candido dei lini che lo coprono!
Oh, poterti toccare… Appena un bacio…
un bacio… Impareggiabili rubini,
chi sa con qual dolcezza voi lo date!
È solo il tuo respiro
a profumare così questa stanza.
Quella fiamma del cero
sembra anch’essa inchinarsi su lei,
quasi fosse bramosa di spiare,
di sotto alle sue palpebre, le luci
che vi sono racchiuse, ora coperte
come sotto un leggiadro baldacchino,
sotto quelle tendine bianco-azzurre
smerlettate d’un blu color del cielo!
Ma il mio disegno è d’osservare intorno
tutti i particolari della camera:
annoterò ogni cosa per iscritto:
questi quadri e questi altri; la finestra
da quella parte; le decorazioni
del suo letto; gli arazzi, le figure,
una per una, tutte, coi soggetti
delle scene istoriate su ciascuna.
Ah, ma assai meglio della descrizione
di diecimila arredi, qualche segno
particolare sul corpo di lei,
da arricchire con esso il mio inventario,
sarebbe prova ancora più efficace.
O sonno, tu che scimmiotti la morte,
stalle addosso con tutto il tuo torpore,
sì ch’ella resti inerte ed insensibile
come statua scolpita su un sarcofago.
(Cerca di sfilarle dal polso il braccialetto)
Vieni, sciogliti, vieni… vieni… facile,
come il gordiano nodo fu difficile.(29)
(Glielo sfila)
È mio, e servirà a testimoniare,
esternamente, quanto internamente,
la coscienza di lei l’abbia voluto,
fino a far impazzire suo marito.
Sul suo seno sinistro,
un neo con cinque puntolini rossi
come piccole gocce color cremisi
in fondo ad una primula: qual prova
sarà questa per me! Più efficace
di qualsiasi legale attestazione;(30)
un così intimo particolare
non potrà non costringerlo a convincersi
ch’io sia riuscito a forzar la chiusura
e a rubare il tesoro del suo onore.
Non me ne serve altra.
A che scopo annotare per iscritto
quel che posso portar con me avvitato
e ribadito nella mia memoria?
Deve aver letto, vedo, fino a tardi,
la storia di Tereo:(31) vedo la pagina
piegata proprio al punto che Filòmele
gli cede e s’abbandona.
Non ho bisogno d’altro.
Entrerò nuovamente nel baule
e ne farò scattare la chiusura.
Voi, draghi della notte,
fate presto a svanire, e venga l’alba
ad aprir l’occhio al corvo. Ché lì dentro
io sto alloggiato dentro la paura;
se pur costei è un angelo del cielo,
per me è l’inferno…
(S’ode una campana che batte l’ore) (32)
Uno… due… tre…
È l’ora. Presto, presto!

(Rientra nel baule)

SCENA III - In Britannia, anticamera attigua alle stanze di Imogene. Notte.

Entra CLOTENO con alcuni SIGNORI

PRIMO SIGNORE - L’altezza vostra quando perde al gioco
è il più paziente e freddo giocatore
ch’abbia mai tratto ai dadi solo un asso.(33)

CLOTENO - Chiunque si fa freddo, quando perde.

PRIMO SIGNORE - Non però con la nobile pazienza
di vostra signoria. Quando vincete,
siete per contro caldo ed impetuoso.

CLOTENO - Vincere mette coraggio a chiunque.
Io, se potessi aver per me Imogene,
quella sciocca dell’oro per giocare
ce n’avrei veramente a sufficienza.
È quasi giorno, vero?

PRIMO SIGNORE - Sì, signore.

CLOTENO - Quei musici dovrebbero esser qui:
m’han consigliato in molti
d’offrirle ogni mattina della musica:
dicono che l’effetto è penetrante.

Entrano alcuni MUSICI

Ebbene, avanti allora, su, suonate.
Se riuscite a insinuarvi in lei
col vostro diteggiare, tanto meglio;
e proveremo anche con la voce.
Se non servirà a nulla,
non staremo ad insistere con questo.
Ma ch’io mi dia per vinto, no, giammai!
Prima qualcosa d’alta qualità,
ben costruita; poi un’aria dolce,
meravigliosa, con parole ricche…
e poi lasciamola a meditare.

CANZONE
“Odi, odi l’allodola che scioglie
“il suo bel canto del cielo alle soglie,
“mentre Febo le redini raccoglie
“e abbevera i destrieri
“alle fonti dei calici dei fiori;
“calendole occhieggianti pur mo’ nate
“schiudono le lor palpebre dorate,
“nell’incanto di tanta leggiadria,
“ridestati anche tu, fanciulla mia.”

CLOTENO - Bene così. Ve ne potete andare.
Se questo avrà l’effetto penetrante,
tanto più favorevole sarà
il mio giudizio sulla vostra musica.
Se mancherà d’avere tale effetto,
vuol dire ch’è un difetto del suo orecchio,
e in quel caso né crini di cavallo
né budella di bove,(34) né la voce
in tremulo falsetto d’un eunuco
vi potran rimediare. Arrivederci.

(Escono i musici)

Entrano CIMBELINO e la REGINA

SECONDO SIGNORE - Ecco il re.

CLOTENO - Son contento con me stesso
d’esser stato su sino a quest’ora,
perché così mi ritrovo già in piedi
di buon mattino, ed egli non potrà
nel suo cuore di padre, che approvare
questo zelante mio comportamento.
Felice giorno alla vostra maestà
ed alla mia graziosa genitrice.

CIMBELINO - Sei qui a far anticamera
alla porta di quella testardaccia
di nostra figlia? Non vuole uscir fuori?

CLOTENO - L’ho da poco assalita a suon di musica;
ma lei non mi fa grazia d’alcun segno.

CIMBELINO - Troppo recente è il bando del suo bene,
e non può averlo già dimenticato.
Deve passare ancora qualche tempo
per cancellar l’immagine di lui
dalla sua mente. E allora sarà tua.

REGINA - Tu devi essere molto grato al re
che non si lascia sfuggire occasione
per innalzarti agli occhi della figlia:
disponiti pertanto a corteggiarla
come vuole la buona costumanza,
e a coglier l’occasione favorevole.
Di fonte ai suoi dinieghi
devi intensificar le tue premure,
dandole l’impressione che gli omaggi
di cui assiduamente la circondi
sono ispirati da sincero amore;
che sei disposto ad ubbidirla in tutto
tranne che all’ordine di congedarti:
a quello resterai sempre insensibile.

CLOTENO - Io, insensato? No, non dite questo.(35)

Entra un MESSO

MESSO - Piaccia a vostra maestà,
sono giunti da Roma ambasciatori.
Tra loro è Caio Lucio.

CIMBELINO - Un degno amico,
anche se viene con fieri propositi;
ma in ciò egli non ha nessuna colpa.
Dobbiamo accoglierlo con quegli onori
che son dovuti a colui che lo manda,(36)
ma anche per riguardo di lui stesso,
per la benevolenza dimostrataci
in diverse occasioni nel passato.
Figlio, dopo che avrai dato il buon giorno
alla donna che ami,
vieni a raggiungerci. Tua madre ed io
abbiam bisogno della tua presenza
nei negoziati con questo Romano.
Andiamo, mia regina.

(Escono tutti, tranne Cloteno)

CLOTENO - Se s’è desta, le parlo.
Se no, resti a dormire, e sogni d’oro!
(Bussa alla porta della camera di Imogene)
Con il vostro permesso, ehi, di là!
(Nessuno risponde)
So che le donne sue sono con lei.
E se provassi ad ungerne qualcuna?
È l’oro spesso ad aprire le porte,
sì, l’oro! Esso è capace di far sì
che le guardiane dei boschi di Diana(37)
si mutino in così infide serve
da portare i lor daini a tiro d’arco
dei bracconieri. Ed è sempre pur l’oro
a far che l’innocente vada a morte,
e il ladro se la scampi; anzi, talvolta
a mandare alla forca l’uno e l’altro.
Che cosa c’è che l’oro non può fare?
E che cosa non può esso disfare?
Farò d’una sua dama il mio avvocato,
perché di questa causa
io stesso non so trarre ancora il bandolo.
(Bussa ancora)
È permesso?

UNA DAMA - (Affacciandosi alla porta)
Chi bussa?

CLOTENO - Un gentiluomo.

DAMA - Soltanto?

CLOTENO - E figlio d’una gentildonna.

DAMA - Questo è qualcosa in più
di quanto possano menare vanto,
a giusto titolo, certe persone
i cui sarti son cari quanto il vostro.
Che desidera vostra signoria?

CLOTENO - La personcina della tua signora.
È pronta?

DAMA - Sì, ma per restare in camera.

CLOTENO - Qui c’è dell’oro: è tuo;
vendimi la tua buona informazione.(38)

DAMA - Come sarebbe a dire? Il mio buon nome?
Oppure riferire su di voi
quello che penso sia buono per me?

Entra IMOGENE

La principessa!

CLOTENO - Buongiorno, bellissima!
La vostra dolce mano, sorellina.

IMOGENE - Buongiorno a voi, signore.
Mio signore, vi date troppa pena,
per non riceverne che delusioni.
Il solo modo che ho di ringraziarvi
è dirvi che di grazie sono a corto,
e non ne ho più da poter dare a voi.

CLOTENO - E nondimeno io v’amo, ve lo giuro.

IMOGENE - Se soltanto vi limitaste a dirlo,
la risposta sarebbe sempre quella;
se poi addirittura lo giurate,
la vostra ricompensa sarà sempre
che di voi non m’importa proprio niente.

CLOTENO - Non è una risposta.

IMOGENE - Non ve ne darei una, starei zitta,
se non temessi che col mio silenzio
potreste dire ch’io sia consenziente.
Vogliate risparmiarmelo, di grazia;
francamente, alle vostre cortesie
opporrò sempre eguale scortesia.
Un uomo intelligente come voi
dovrebbe, dopo tanti insegnamenti,
imparare che è bene ritirarsi.

CLOTENO - Lasciarvi in preda alla vostra pazzia
è un peccato che non commetterò.

IMOGENE - Gli imbecilli non sono gente pazza.(39)

CLOTENO - Volete dire ch’io sono imbecille?

IMOGENE - Sì, se voi dite pazza a me. Calmatevi,
e vedrete che non sarò più pazza,
e sarà buon rimedio per entrambi.
Mi duole assai, signore,
che nel parlarvi così chiaro e tondo,
io mi veda costretta a non usare
i buoni modi d’una gentildonna;
sappiate dunque, una volta per tutte,
ch’io conosco il mio cuore,
ed in tutta franchezza vi dichiaro
che di voi non m’importa tanto quanto;
e che di carità ne ho tanto poca
(e di questo m’accuso da me stessa),
che mi viene da odiarvi addirittura.
Solo avrei preferito
che l’aveste capito da voi stesso
senza costringermi a dirvelo in faccia.

CLOTENO - Voi peccate al dovere d’obbedienza
a vostro padre; perché quel contratto
che pretendete d’aver stipulato
con quel vile esiliato,
cresciuto qui alla corte d’elemosina
e nutrito di avanzi della tavola,
non è nessun contratto. Non è niente.
E benché sia permesso agli straccioni
- e chi può dirsi tale più di lui? -
d’intrecciar le loro anime tra loro
(donde non può discendere nient’altro
che gentaglia accattona) con dei nodi
legati a vanvera da loro stessi,
a voi codesta libertà di scelta
è preclusa dalle esigenze stesse
della corona, e non v’è consentito
di macchiare il suo nitido fulgore
accompagnandovi ad un vile schiavo,
uno scansafatiche appena degno
d’indossar l’uniforme d’un lacchè
o d’un palafreniere, o d’uno sguattero,
e nemmeno dei meglio.

IMOGENE - Miserabile!
Fossi tu figlio a Giove,
senza essere di più di quel che sei,
saresti ancor troppo vile e volgare
per essere anche solo il suo lacchè!
Comparando i tuoi meriti coi suoi,
saresti già onorato – ed anche troppo,
fino al punto da esserne invidiato -
d’esser l’aiuto-boia del suo regno,
anzi saresti addirittura odiato
per essere salito così in alto!

CLOTENO - Lo putrefaccia la nebbia del sud!

IMOGENE - Maggior disgrazia mai potrà toccargli
che d’esser solo da te nominato.
Il più liso di tutti i suoi vestiti
ch’abbia soltanto sfiorato il suo corpo
m’è assai più caro di tutti i capelli
che tieni in testa, fossero tanti uomini
uguali a te… Pisanio, dove sei?

Entra PISANIO

CLOTENO - “Il più liso dei suoi vestiti…” Eh, diavolo!

IMOGENE - (A Pisanio)
Va’, corri subito dalla mia Dorothy,
la mia dama di corte.

CLOTENO - … “Il suo vestito!”

IMOGENE - Questo sciocco mi esaspera,
mi fa paura e m’eccita alla rabbia.(40)
Va’ a dire alla mia dama
di ricercarmi un certo braccialetto
che, chi lo sa perché,
dev’essersi sfilato dal mio braccio.
Me l’aveva donato il tuo padrone.
Ch’io sia dannata se vorrei mai perderlo,
per tutte le ricchezze
d’uno qualsiasi dei re d’Europa.
Stamattina l’ho visto: sono certa.
La scorsa notte l’ho tenuto al braccio,
e l’ho anche baciato.
Spero proprio che non sia corso a Roma
a dire al mio signore che ho baciato
altri che lui.

PISANIO - Non si sarà perduto.

IMOGENE - Così spero.
Va’, va’, Pisanio, cerca di trovarmelo.

(Esce Pisanio)

CLOTENO - “Il più liso di tutti i suoi vestiti”.
M’avete offeso voi, con quella frase.


IMOGENE - Sì, così ho detto infatti:
se volete imbastirvi su un processo,
procuratevi pure i testimoni.

CLOTENO - Lo dirò a vostro padre.

IMOGENE - E a vostra madre.
È la mia carceriera,(41)
e non m’illudo che non sia disposta
a gettar su di me tutta la colpa
che le sarà possibile.
E con questo vi lascio, signor mio,
al vostro più irritato disappunto.

(Esce)

CLOTENO - “L’abito suo più liso…” Bene, bene,
saprò ben io come farne vendetta!

(Esce)

SCENA IV - Roma, in casa di Filario.

Entrano POSTUMO e FILARIO

POSTUMO - Amico, no, non c’è da aver paura:
vorrei essere sicuro
di persuadere il re a mio favore,
come sono sicuro
che l’onore di lei resterà intatto.

FILARIO - Di persuadere il re…
E quali mezzi hai tu per persuaderlo?

POSTUMO - Ahimè, nessuno, salvo che star qui
ad aspettare con rassegnazione
che i tempi mutino, a tremar dal freddo
per tutto quest’inverno
e a sperare in più calde primavere:
ed è a queste mie trepide speranze
ch’io sol m’affido per poter un giorno
ripagare anche te di tanto affetto;
e se queste dovessero cadere,
dovrò morire in debito con te.

FILARIO - La tua bontà e la tua compagnia
mi ripagano a usura
di tutto quanto io possa far per te.
A quest’ora il tuo re
avrà udito del nostro grande Augusto
dal nostro Caio Lucio; son sicuro
che questi saprà ben portare a termine
la sua missione; e voglio ben sperare
che il vostro re s’induca a corrispondere
il tributo e pagare gli arretrati,
se non vuol rivedersi sotto gli occhi
le milizie di Roma, il cui ricordo
è ancora vivo nelle sofferenze
della sua gente.

POSTUMO - Bah, io credo invece
(pur non essendo, né mi piace d’esserlo,
uno addentro agli affari dello Stato)
che s’andrà a sfociare in una guerra:
e che udremo, non passerà gran tempo,
sbarcata nell’intrepida Britannia,
la legione ora stanziata in Gallia
prima d’aver udito che un sol penny
di quel tributo sia stato versato.
I miei compatrioti sono oggi
assai meglio attrezzati per la guerra
del tempo quando il vostro Giulio Cesare
poteva ridere con sufficienza
della loro mancanza d’esperienza,
pur avendo trovato il lor coraggio
degno di dargli qualche grattacapo.(42)
La nuova disciplina militare,
ora accoppiata all’antico coraggio,
dimostrerà, a chi vorrà provarlo,
che sono un popolo del tutto in grado
di stare al passo col resto del mondo.

Entra IACHIMO


FILARIO - Guarda! Iachimo!

POSTUMO - I più veloci cervi
devono avervi trasportato in groppa,
di posta in posta, nel viaggio per terra;
ed in quello per mare, tutti i venti
devono aver baciato le tue vele
per renderti il vascello più spedito.

FILARIO - Bentornato!

POSTUMO - Un ritorno così lesto
spero sia frutto della brevità
della risposta che v’è stata data.

IACHIMO - La vostra donna è tra le più leggiadre
su cui io abbia mai posato gli occhi…

POSTUMO - E per ciò anche tra le più virtuose:
se no, la sua bellezza
potrebbe mettersi in mostra al balcone
e adescar falsi cuori, ed esser falsa
ella stessa con loro alla sua volta.

IACHIMO - Ho con me una lettera per voi.

POSTUMO - Buone notizie, spero.

IACHIMO - È assai probabile.

POSTUMO - Quando eravate là,
era già arrivato Caio Lucio
alla corte britanna?

IACHIMO - Non ancora,
ma v’era atteso.

POSTUMO - Tutto ancora bene…
Quella pietra conserva il suo brillare,
o s’è troppo sbiadita
perché tu possa ancor portarla al dito?

IACHIMO - Se l’avessi perduta,
dovrei rifonderne il valore in oro…
Ma sono pronto a far due volte tanto
lo stesso viaggio, per un’altra notte
di tanto deliziosa brevità
quanto quella godutami in Britannia.
L’anello è vinto.

POSTUMO - È troppo dura pietra,
per farsi togliere sì facilmente.(43)

IACHIMO - Per niente affatto, essendo stata facile
per me la vostra donna.

POSTUMO - Scherzate male sulla vostra perdita,
signore. Spero vi rendiate conto
che tra noi due non ci sarà più luogo
d’essere amici.

IACHIMO - Anzi, lo dobbiamo,
mio buon signore, se voi state ai patti.
S’io fossi ritornato
senza “conoscere” la vostra donna,(44)
riconosco che avremmo avuto luogo
di questionare ancora tra di noi;
ma ora mi dichiaro vincitore
del suo onore e del vostro diamante,
e senza aver recato torto alcuno
a lei o a voi, avendo solo agito
secondo il pieno consenso di entrambi.

POSTUMO - Se siete in grado di darmi la prova
d’esservela goduta nel suo letto,
la mia mano e l’anello sono vostri;
diversamente, l’infame opinione
che avete avuto della sua purezza
dovrà provarsi vincente o perdente
sul filo della spada, mia e vostra,
o resteranno entrambe sul terreno
senza padrone, per esser raccolte
dal primo che le trovi.

IACHIMO - Signor mio,
i dettagli ch’io vi riferirò
saranno sì aderenti alla realtà,
che non potranno non indurvi a credere;
e a conferma della lor verità
io son pronto a giurare;
ma non dubito che mi esimerete
da tanto ché resterete convinto
che proprio non ce ne sarà bisogno.

POSTUMO - Continuate.

IACHIMO - Primo, la sua camera
(dove non ho dormito, vi confesso,
ma dove pur ottenni qualche cosa
che valeva la pena di star sveglio):
tappezzata era tutta alle pareti
d’argento e seta, con raffigurata
la storia dell’altera Cleopatra
che sul Cnido va incontro al suo Romano;(45)
e il fiume gonfio che trasborda gli argini
vuoi per la ressa delle barche intorno,
vuoi per orgoglio: un pezzo di bravura
di tanto pregio, che la sua fattura
faceva a gara con il suo valore
a chi fosse il migliore; ond’io, stupito,
mi domandava come mai quell’opera
fosse di così rara perfezione,
dacché la realtà raffigurata…

POSTUMO - Tutto questo risponde a verità;
ma avreste ben potuto udirlo dire
anche qui, da qualcuno o da me stesso.

IACHIMO - Altri particolari vi daranno
sicuramente la testimonianza
della mia conoscenza…

POSTUMO - È indispensabile,
se volete salvare il vostro onore.

IACHIMO - C’è un caminetto contro la parete
a mezzogiorno, la sua cappa ornata
d’una scena: “La casta Diana al bagno”.
Non vidi mai figure più parlanti.
Lo scultore ha creato lì qualcosa
come un’altra natura, anche se muta;
anzi, l’ha superata,
se si tolgono il moto ed il respiro.

POSTUMO - Anche questo è qualcosa
che ben avreste potuto raccogliere
da qualche descrizione mia o d’altri,
ché di quell’opera si parla molto.

IACHIMO - Il soffitto è istoriato da pitture
raffiguranti cherubini d’oro.
Gli alari (stavo per dimenticarli)
son due Cupidi d’argento ammiccanti,
ciascuno ritto sopra un solo piede
ed appoggiato con estrema grazia
alla sua torcia.

POSTUMO - E l’onore di lei,
secondo voi, sarebbe tutto qui!
Ammettiamo che abbiate visto tutto
- e sia gran lode alla vostra memoria -;
la descrizione di quel che si trova
qua e là nella sua camera
non vi esime dal perder la scommessa.

IACHIMO - E allora impallidite, se potete!
(Gli mostra il braccialetto)
Chiedo solo che mi si dia licenza
di mostrare alla luce un tal gioiello.
Guardate! Ed ora lo ripongo subito
perché esso si deve accompagnare
col vostro anello. Me li tengo entrambi.

POSTUMO - O Giove! Ch’io lo guardi ancora un attimo.
È proprio quello che le lasciai io?

IACHIMO - Quello, signore, siano grazie a lei!
Fu lei stessa a sfilarselo dal braccio:
mi pare di vederla: il largo gesto
soverchiò la bellezza del suo dono,
anzi, lo rese ancora più prezioso.
Nel porgermelo disse che il monile
un tempo le era stato molto caro.

POSTUMO - È possibile che se lo sia tolto
sol per mandarlo a me.

IACHIMO - Vi scrive questo?

POSTUMO - Macché! Oh, no, no, no, è tutto vero!
Ecco, prendetevi anche questo. È vostro!
(Porge a Iachimo l’anello)
Per i miei occhi ormai è un basilisco:
se lo guardo, m’uccide!(46)
Più non si cerchi onore nella donna
dov’è bellezza, né più verità
dove è solo apparenza, né più amore
dove si trovi altr’uomo.
Nessuno più s’attenda che le donne
si possano legar con giuramenti
agli uomini cui furono prestati
più di quanto esse stesse sian legate
alle loro virtù, che sono nulle.
Ah, sleale, sleale oltre ogni limite!

FILARIO - Non disperatevi così, signore,
e riprendetevi quel vostro anello.
Non è detto che sia ancora vinto;
perché è possibile che il braccialetto
ella l’abbia smarrito solamente;
oppur, chissà, che qualche sua ancella,
prezzolata, gliel’abbia trafugato.

POSTUMO - È molto giusto questo, e spero proprio
che sia stato così come voi dite
che possa esser venuto in suo possesso.
Rendetemi l’anello,
e cercate di darmi del suo corpo
qualche particolare più probante;
questo potrebbe essere rubato.

IACHIMO - Per Giove, giuro che quel braccialetto
l’ho ricevuto di sua propria mano.

POSTUMO - Sentite? Giura. Per Giove, egli giura!
È vero, sì, tenetevi l’anello.
È vero: non l’avrebbe mai perduto.
Di questo sono certo. Le sue dame
son tutte oneste e tutte e lei giurate.
Indotta una di loro a trafugarlo?
Eppoi da uno straniero?…
No, no, lui l’ha goduta! Questo è il segno
della sua lussuriosa incontinenza;
è il prezzo al quale ella s’è comprato
il nome di sgualdrina. Tienlo pure,
esso è la tua mercede,
e possano spartirsela con te
tutti quanti i demòni dell’inferno!

FILARIO - Abbi pazienza amico: questa prova
non è ancora del tutto sufficiente
per uno che sia certo…

POSTUMO - Niente, niente!
Non ne parliamo più! Se l’è coperta!

IACHIMO - Se cercate altre prove per convincervi,
eccola: sotto il seno (oh, quanto degno
d’essere palpeggiato, quel suo seno!)
ha un neo, tutto orgoglioso (e con ragione!)
d’esser locato in sì squisita sede.
L’ho baciato, per la mia vita, sì,
e ribaciato; e più me ne saziavo,
più forte era la brama di cibarmene.
Ricorderete certo
quella piccola macchia sul suo corpo.

POSTUMO - Oh, sì, e ciò conferma un’altra macchia,
e così grande, che tutto l’inferno
non basta a contenerla.

IACHIMO - Volete udir dell’altro?

POSTUMO - No, mi basta,
questa aritmetica ve la risparmio.
È inutile contare una per una
tutte le volte ch’ella si è concessa:
che sia una o un milione, fa lo stesso.

IACHIMO - Vi giuro…

POSTUMO - Non giurate. Non giurate!
Se giurate di non averlo fatto,
ormai sono sicuro che mentite.
E io t’ucciderò,(47)
se negherai d’avermi fatto becco.

IACHIMO - Non vi negherò nulla.

POSTUMO - Oh, averla qui, e stracciarla a brano a brano!
Ma lassù dovrò pur tornare un giorno,
e lo farò, alla corte, avanti a tutti,
avanti al padre… Devo far qualcosa.

(Esce precipitosamente)

FILARIO - È fuor di sé, non sa più governarsi.
Hai vinto. Ma non lo lasciamo solo,
seguiamolo, vediamo di distrarlo
da questo suo furor contro se stesso.

IACHIMO - Con tutto il cuore. Andiamo.

(Escono)

Rientra POSTUMO

POSTUMO - Non sarà dunque mai
che si possa far nascere la vita
su questa terra senza che la donna
vi partecipi per una metà?
Siamo tutti bastardi.
Anche quell’uomo venerabilissimo
ch’io chiamavo mio padre
dove stesse quand’io venni stampato,
non lo so. Deve avermi contraffatto
qualche falsario con i suoi strumenti
pel falso conio; e mia madre passava,
allora, per la Diana del suo tempo,(48)
come mia moglie passa per la donna
non-eguagliabile del tempo nostro.
Ah, vendetta, vendetta!
Quante volte non ha ella infrenato
i legittimi miei slanci amorosi,
pregandomi perfino di astenermi,
e con una tal rosea pudicizia,
(la vista di quel dolce suo candore
avrebbe riscaldato anche Saturno),(49)
ch’io l’ho creduta casta e immacolata
come la neve non esposta al sole.
Ed ecco - ah, tutti i diavoli d’inferno!
che questo giallo Iachimo, in un’ora,
non ha detto così?, o anche meno,
di primo acchito, senza dir parola,
come un cinghiale abboffato di ghianda,
ha fatto solo: “Ooooh!”, e l’ha montata,
senz’altra reazione da sua parte
che quella ch’egli stesso s’aspettava
ch’ella gli avrebbe opposto lì per lì
per schermirsi dall’improvviso assalto…
Ah, se potessi scoprire in me stesso
qual parte mi proviene dalla donna!
Ché - lo dico e lo affermo - non c’è vizio
nell’uomo che non abbia provenienza
dalla donna: da lei viene il mentire,
da lei il lusingare ed il tradire;
e sue, soltanto sue, son la lascivia,
le tentazioni immonde, le vendette,
le smodate ambizioni,
sue le colpevoli concupiscenze,
le vanità volubili, il disprezzo,
le manie, le calunnie, l’incostanza:
insomma sono suoi, in tutto o in parte,
tutti gli umani vizi che hanno un nome,
anzi, di cui l’inferno ha conoscenza,
tutti suoi o in gran parte, anzi no,
tutti, nessuno escluso. Ché la donna
non è costante nemmeno nel vizio,
e non fa che trascorrer d’uno all’altro,
cambiando quello vecchio d’un minuto
con un altro che dura la metà.
Contro di loro vo’ mettermi a scrivere
per farle odiare, maledire, tutte!
Ma esiste un espediente più sottile
a cui far capo, per un odio vero:
pregare il cielo che conceda loro
di soddisfare tutte le lor voglie.
Il diavolo in persona
non saprebbe inventar peggior tormento.

(Esce)

ATTO TERZO

SCENA I - Britannia, il palazzo di Cimbelino.

Entrano, in gran pompa, CIMBELINO, la REGINA, CLOTENO, alcuni signori, da una parte; dall’altra CAIO LUCIO con seguito.

CIMBELINO - Dunque, che cosa vuole Augusto Cesare
ancor da noi? Parlate. Vi ascoltiamo.

C. LUCIO - Quando fu qui in Britannia Giulio Cesare
(la memoria del quale vive ancora
negli uomini, e sarà argomento eterno
per le lor labbra e per le loro orecchie),
e l’ebbe conquistata,
tuo zio Cassibellano - un uomo insigne
per le lodi che fece di lui Cesare
non meno che per le gloriose gesta
con le quali egli seppe meritarsele -
s’era impegnato di versare a Roma
l’annuo tributo di tremila ghinee.
Questo tributo, negli ultimi tempi,
non è stato da te più corrisposto.

REGINA - E, per uccider ogni meraviglia,
non lo sarà più mai per l’avvenire.

CLOTENO - A Roma ci saranno molti Cesari,
prima che venga un altro come Giulio.
La Britannia è ormai un mondo a sé,
e noi non siamo disposti a pagare
sol per portare in faccia i nostri nasi.

REGINA - Le stesse vantaggiose condizioni
che favorirono allora i Romani
nel prelevar da noi quel ch’era nostro,
ora le abbiamo noi per riscattarlo.
Ricordatevi, sire mio sovrano,
dei re vostri antenati,
e delle condizioni di difesa
di cui natura ha dotato quest’isola,
che si sta, come parco di Nettuno,
circondata e munita da ogni lato
da scogliere impossibile a scalarsi
e dal mugghiante mare, i cui fondali
non che disposti a sostenere a galla
galee nemiche, son pronti a schiantarle
infino in vetta all’albero maestro.
Quella che Giulio Cesare
fece di noi, fu, sì, una conquista,
ma non fu qui ch’egli poté vantarsi
con la sua frase: “Venni, vidi, vinsi”;
ché due volte, con somma sua vergogna,
venne respinto dalle nostre coste,
e due volte battuto; e le sue navi
- poveri inconsapevoli giocattoli! -
in balìa dei furiosi nostri mari
e sballottate come gusci d’uovo
sulla cresta dei lor alti marosi,
andarono altrettanto facilmente
a fracassarsi contro i nostri scogli.
E in segno d’esultanza,
il famoso Cassibellano, il quale
era stato lì lì, a un certo punto,
per sopraffare - o Fortuna sgualdrina! -
con la spada lo stesso Giulio Cesare,
volle che tutta la città di Lud(50)
s’illuminasse di falò di gioia;
e ciò gonfiò di coraggio i Britanni.

CLOTENO - Insomma, non ci sono più tributi
da pagare ai Romani.
Il nostro regno è ora ben più forte
che non fosse a quel tempo, e, come ho detto,
non ci son più Cesari da voi
come quello di allora; forse un altro
potrà avere lo stesso naso adunco,
ma il braccio dritto come lui, nessuno.

REGINA - Figlio, non interrompere tua madre.

CLOTENO - (Senza ascoltarla)
E tra noi ce ne son ancora molti
capaci di menare forti colpi
come ve li menò Cassibellano.
Non dirò d’esser io uno di quelli,
ma un braccio ce l’ho anch’io.
Che tributo? Perché dobbiam pagarlo?
Se Cesare ci può coprire il sole
o si può mettere la luna in tasca,
gli pagheremo senz’altro il tributo
per la luce; ma se questo non può,
ti prego, non parliamo di tributi.

CIMBELINO - Sappiate che eravamo gente libera
finché i Romani, di lor prepotenza,
non ci ebbero ad imporre quel tributo.
L’ambizione di Cesare,
gonfiatasi a tal punto da allargare
quasi i fianchi dell’universo mondo
c’impose questo giogo
andando contro ogni giusta ragione.
Scrollarcelo di dosso con la forza
diventa ora per noi l’imperativo
d’un popolo guerriero
qual pretendiamo d’essere.

CLOTENO e SIGNORI - E lo siamo!

CIMBELINO - Fate dunque sapere al vostro Cesare
che tra i nostri antenati è quel Mulmuzio
dal quale avemmo i nostri ordinamenti,
il cui vigore la spada di Cesare
ci ha troppo mutilato: risanarli
e ridonare lor l’antica forza
dev’esser ora il nostro grande impegno,
anche se ciò può dispiacere a Roma.
Mulmuzio ci dettò quegli statuti,
e fu Mulmuzio il primo
a cingersi d’una corona d’oro
e proclamarsi re della Britannia.

C. LUCIO - Molto mi duole, allora, Cimbelino,
di dichiararti che Cesare Augusto
(Cesare, cui soggetti son più re
che tu non abbia funzionari a corte)
è tuo nemico. E dunque ascolta bene:
io qui t’annuncio, nel nome di Cesare,
guerra e rovina. Aspèttati una furia
contro la quale non avrai difesa.
Con questa sfida, io ti rendo grazie
per l’accoglienza che m’hai riservato.

CIMBELINO - Tu sei il benvenuto, Caio Lucio.
Sappi che è stato il tuo Augusto Cesare
a farmi cavaliere,(51)
e che sotto di lui ho io trascorso
buona parte della mia giovinezza;
e da lui ricevetti quell’onore
ch’egli vorrebbe ritogliermi oggi
e ch’io devo difendere ad oltranza.
Sono informato che Pannoni e Dalmati,
sono di nuovo in armi contro Roma,
per difender le loro libertà.
È questo un precedente
che, ad ignorarlo, potrebbe far credere
che i Britanni sian gente fredda e molle.
Tali non ci vedrà, per certo, Cesare.

C. LUCIO - Lasciamo che su ciò parlino i fatti.

CLOTENO - (A Caio Lucio)
Sua maestà v’ha accolto con piacere.
Vogliate trattenervi uno, due giorni
qui con noi, in ameni passatempi,
e ancor più a lungo, se vi fa piacere.
Se poi domani tornerete qui
con animo diverso e in altra veste,
ci troverete chiusi e trincerati
dentro la nostra cinta d’acqua salsa.
Se sarete capaci di snidarci
da quest’isola, essa sarà vostra;
se la vostra avventura fallirà,
i nostri corvi avranno miglior cibo
a vostre spese. E con questo ho concluso.

C. LUCIO - E sia così, signore.

CIMBELINO - Io conosco le idee del vostro principe,
adesso, ed egli conosce le mie.
Quanto al resto, non c’è che da ripetere:
“Siate qui benvenuto!”

(Escono)

SCENA II - La stessa.

Entra PISANIO, leggendo una lettera.

PISANIO - Che! Di adulterio? Lei?…
Ma il nome di quel mostro che l’accusa
perché non me lo scrivi? Oh, Leonato,
padrone mio, quale strana infezione
dev’essersi infiltrata nel tuo orecchio!
Chi sa qual traditore d’Italiano
dalla lingua e la mano avvelenate
ha prevalso sul credulo tuo animo!
Ella infedele?… Ma s’ella è punita
proprio per essere fedele a te;
e sopporta, da dea più che da donna,
assalti da piegare la virtù
più intemerata. Oh, padrone mio!
Ora più basso sei di lei davvero:
d’animo, come prima di sostanze.
Come! Ucciderla… Io? Mi chiedi questo?
E me lo chiedi in nome del mio affetto,
della mia fedeltà, dei giuramenti
che ho fatto d’obbedire ai tuoi comandi?
Io, lei?… Il suo sangue?… Se è pur questo
che si chiama servire con lealtà,
che non si conti più sui miei servizi.
Che razza d’uomo posso io apparire,
che mi si arrivi a credere sì privo
di senso umano, da giungere a tanto?
(Legge)
“Fallo. La lettera che le ho inviata
“t’offrirà il destro come se tu agissi
“così per ordine di lei medesima”.
Ah, foglio maledetto! Foglio nero,
come l’inchiostro di che sei imbrattato!
O tu, insensibile pezzo di carta,
come puoi farti servitore e complice
d’un atto criminoso come questo,
e serbar sì virgineo biancore?
Ma eccola che viene… Io non so nulla
con lei, di quanto m’è stato ordinato.

Entra IMOGENE

IMOGENE - Che mi dici Pisanio?

PISANIO - Ho qui una lettera
per voi, signora, è del mio signore…

IMOGENE - Chi? Il tuo signore?
(Guardando la soprascritta della lettera)
Ma questo è il mio signore: Leonato!
Qual sapiente sarebbe quell’astrologo
che sapesse conoscere le stelle
come conosco io la sua scrittura:
tutto aperto sarebbe a lui il futuro!
O dèi benigni, che sappia d’amore
quel che qui è scritto e mi rechi il profumo
della buona salute del mio sposo,
del suo stare contento,
se pur contento non gli possa dare
il trovarsi così da me lontano,
ed anzi gli dia pena;
ma ci sono anche pene nell’amore
che sono medicine, e questa è una,
perché l’amore n’è corroborato.
(Dissigillando la lettera)
Cera, da brava… con il tuo permesso…
Oh, benedette, api,
che di questi suggelli siete artefici
che custodiscono i nostri segreti.
Per voi non pregano allo stesso modo
gli amanti e i debitori protestati:
questi il vostro sigillo manda in carcere,
per quelli siete felice fermaglio
ai tasselli del giovane Cupido.
Buone notizie, o dèi, buone notizie!
(Legge)
“La legge ed il furore di tuo padre
“(s’ei mi prendesse dentro i suoi dominii)
“non mi sarebbero tanto crudeli
“quanto vivificanti mi sarebbero,
“o più cara di tutte le creature,
“gli sguardi dei tuoi occhi.
“Sappi ch’io sono in Cambria, a Milford-Haven.(52)
“segui quello che ti consiglia amore
“in questa circostanza.
“E ti giunga l’augurio d’ogni bene
“da chi resta fedele al proprio voto,
“e t’ama sempre più. LEONATO POSTUMO.”
Oh, avere un cavallo con le ali!
Hai udito, Pisanio? È a Milford-Haven:
leggi anche tu. È lontano questo luogo?
E quanto? Se a volerci andare a piedi
per un affare di poca importanza
ci vogliono, diciamo, sette giorni,
perché non potrei io in un sol giorno,
volando? E allora, mio fido Pisanio,
che non meno di me
ti struggi di vedere il tuo padrone…
ti struggi, sì, (oh, non esageriamo!),
ti struggi, sì… però non come me,
un po’ meno di me, sicuramente:
perché il mio desiderio di vederlo
è al disopra, al di là di tutto e tutti…
Dimmi, e parla succinto e condensato
(un consigliere d’amore è tenuto
ad imbottire i fori degli orecchi
fino a offuscare il senso dell’udito)
dimmi quant’è distante
questo tuo benedetto Milford-Haven.
E, a proposito, dimmi: come al Galles
è potuta toccar tanta fortuna
d’aver tutto per sé un tale porto?
Ma prima devi dirmi come fare,
a uscir di qui, e che scusa escogitare
per il vuoto di tempo che faremo
fra l’andata e il ritorno. Anzi, no, no,
prima dobbiam pensare a come fare
a uscir da qui: perché prima del tempo
lambiccarsi a trovare qualche scusa,
se ciò può riuscir non necessario?
Ne parleremo dopo.
Ma dimmi: quante ventina di miglia
è possibile fare, cavalcando?

PISANIO - Per voi, da un sole all’altro, una ventina,
saranno già abbastanza, e forse troppe.

IMOGENE - Eh! Così lento non saprebbe andare
nemmeno chi dovesse cavalcare
per andare al patibolo, Pisanio!
Ho udito di scommesse sui cavalli
dove questi si sono visti volare
nell’aria più leggeri della sabbia
che scende per metà della clessidra…
Ma queste son sciocchezze:
va’, corri a dire alla mia cameriera
che si finga ammalata, e dica in giro
che vuole andare a casa da suo padre;
poi fa’ di procurarmi in tutta fretta
un abito da viaggio da strapazzo,
che non sia più vistoso e ricercato
di quello della moglie d’un fittavolo.

PISANIO - Signora, forse non fareste male
a ripensarci un poco.

IMOGENE - Amico mio,
Io guardo adesso solo avanti a me,
senza veder né di qua, né di là,
né quel che può seguire;
ma vedo tutto avvolto in una nebbia
che i miei occhi non sanno penetrare.
Suvvia, ti prego, fa’ quel che t’ho detto.
Non c’è altro da dire:
per me c’è solo la strada per Milford.

(Escono)

SCENA III - Nel Galles, paesaggio montagnoso, con una caverna

Entrano BELLARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO uscendo dalla caverna

BELLARIO - (Uscendo per primo e fermandosi a guardare
il cielo nel vano dell’entrata)
Una bella giornata,
da non restar davvero dentro casa,
specie con un soffitto così basso.
Chinatevi, ragazzi: questo ingresso
così basso v’insegni come fare
per adorar gli dèi e genuflettervi
per la sacra funzione mattutina.
Le porte dei monarchi hanno architravi
da cui possono uscire anche giganti
senza togliersi i lor empi turbanti,
senza ch’abbian bisogno d’inchinarsi
per il “buongiorno” al sole.
Invece io ti saluto, chiaro cielo!
Noi dimoriamo dentro questa roccia,
ma non siamo così irrispettosi
con te, come i superbi della terra.

GUIDERIO e ARVIRAGO - Salute a te, o cielo!

BELLARIO - Ed ora ai nostri svaghi montagnoli.
Salite lassù in cima alla collina.
Le vostre gambe sono fresche: andate;
io seguirò lungo questi pianori.
Quando lassù dall’alto mi vedrete,
guardando giù, non più grande di un corvo,
pensate che ad impicciolir le cose
oppure a metterle in maggior risalto
è il luogo ove uno sta.
Potrete allora riportare a mente
quel che sovente ho avuto a raccontarvi
delle corti, dei principi,
degli artifici che si fanno in guerra,
dove un servigio non è già un servigio
in quanto reso, ma perché a qualcuno
piace che sia considerato tale.
Far tesoro di questo insegnamento
vuol dire saper trarre beneficio
da ogni cosa che ci vediamo intorno:
spesso scopriamo, con nostro conforto,
come lo scarabeo, tutto racchiuso
dentro la sua cuticola scagliosa
sia più protetto di quanto sia l’aquila
dall’ali sterminate. Oh, questa vita
quanto è più nobile che far codazzo
ai potenti per chiederne i favori,
ed ottenerne solo umiliazioni;
e ben più ricca che starsene in ozio
sol per tenere indosso una divisa,
e ben più dignitosa
che andar frusciando in sete prese a credito,
per guadagnarsi poi le scappellate
del sarto che t’ha reso sì elegante
ed al quale non s’è pagato il conto.
Quella vita, a confronto della nostra,
è una non-vita.

GUIDERIO - Voi parlate bene
alla stregua dell’esperienza vostra;
ma noi, poveri implumi passerotti
che non han mai volato più lontano
dalla vista del nido, siamo ignari
di quale aria spiri fuor di casa.
Forse, sì, questa vita è la migliore
- se migliore può dirsi un’esistenza
ch’è vissuta in maggior tranquillità,
sicuramente più dolce per voi,
che ne avete vissuta una più aspra,
e meglio conveniente all’età vostra,
meno adattabile alle cose nuove;
ma per noi due è solo un romitorio
per ignoranti, un viaggio fatto a letto,
una prigione per un debitore
che non ardisce varcarne la soglia.

ARVIRAGO - Di che cosa potremo noi discorrere,
quando saremo vecchi come voi?
Quando al buio dicembre
udremo flagellare vento e pioggia,
di che discorrere in questa grotta
per far passare il tempo in mezzo ai brividi?
Fino ad oggi non abbiam visto nulla.
Siamo come animali:
fiuto da volpe per cacciar la preda,
come lupi aggressivi per il cibo.
Tutto il nostro valore
è dar la caccia a qualcosa che fugge;
ed abbiam fatto della nostra gabbia
la nostra cantoria,
simili ad uccellini prigionieri
buoni solo a cantare in libertà
il tema della loro prigionia.

BELLARIO - Che discorsi son questi?
Ah, se aveste soltanto conosciuto
per diretta esperienza tutti i mali
di che è fatta la vita di città;
gli intrighi della corte,
dalla quale è difficile partirsi
come restarvi; dove andare in su
vuol dire esser sicuri
un giorno o l’altro di precipitare;
dove il cammino è così sdrucciolevole
che aver sempre paura di cadere
è altrettanto sinistro che cadere!
Il marasma prodotto dalla guerra,
una mania perversa, il cui sol fine
sembra quello d’andare sempre in cerca
del rischio per la fama e per l’onore,
e in cui chi cade per la stessa causa
può aversi un epitaffio calunnioso
o la menzione d’un’eroica impresa;
e non è raro che si sia puniti
per aver bene agito, e, quel che è peggio,
si debba far buon viso alla censura.
Ragazzi miei, questa è storia vissuta,
si può leggerla in me come in un libro:
tutto il mio corpo infatti porta i segni
delle spade romane, ed il mio nome
un tempo era tenuto fra i più illustri.
Cimbelino mi amava,
e quando gli accadeva di parlare
di un buon soldato era il nome mio
ch’egli faceva: io ero allora un albero
i cui rami si piegano coi frutti.
Ma in una sola notte, una tempesta
o una rapina (la si chiami pure
come si vuole) schianta e abbatte a terra
quel mio pendulo carico
con rami e foglie e tutto,
lasciandomi così tutto spogliato
e nudo alla mercé dell’intemperie.

GUIDERIO - O labile favor della fortuna!

BELLARIO - Io - come già più volte vi ho narrato -
non avevo commesso alcuna colpa,
non fosse stato per due miserabili
le cui giurate false affermazioni
prevalsero sull’integro mio onore
nel sostenere avanti a Cimbelino
che avevo fatto lega coi Romani.
Donde il mio bando; e sono ormai vent’anni
che queste rocce e il loro circondario
sono state il mio mondo;
in esso son vissuto onesto e libero
pagando debiti di devozione al cielo
più che in tutta la via mia passata.
Ma ora su, ai monti!
Non si convengono a cacciatori
questi discorsi. Chi di voi per primo
riuscirà a colpir la selvaggina,
oggi sarà il signore della tavola,
e gli altri due lo dovranno servire;
e non avremo certo da temere
del veleno che spesso vien servito
in luoghi più di questo altolocati.
Io vi raggiungerò dopo, alla valle.

(Escono Guiderio e Arvirago)

Com’è difficile che la Natura
nasconda le sue nobili faville!
Questi ragazzi sono affatto ignari
d’esser figli del re,
e Cimbelino nemmeno si sogna
ch’essi si trovino ancora in vita.
Essi credono d’esser figli miei
e, sebbene cresciuti in questo modo,
poveramente, dentro una caverna,
dove sono costretti a star curvati,
i lor pensieri spaziano sì alto
da attingere il soffitto delle regge,
e la loro natura li fa muovere,
pur nelle cose più semplici ed umili,
da principi, con tratti assai più nobili
di tutti gli altri. Questo Polidoro,
cui spetterebbe d’essere l’erede
di Cimbelino al trono di Britannia
ed al quale suo padre aveva imposto
il nome di Guiderio, a dire - o Giove! –
quand’io seduto sopra il mio sgabello
a tre gambe, mi metto a raccontare
le imprese mie di guerra,
sento l’anima sua librarsi a volo
con quello che gli vado raccontando;
e se dico: “Così cadde il nemico,
e così gli calcai sul collo il piede”,
subito vedo il sangue principesco
affluirgli alle gote, e trasudare
e sottendere i giovani suoi muscoli
in un gesto che vuol raffigurare
la realtà di quel ch’io vo dicendo.
E il fratello più giovane, Cadvalo,
il cui nome di nascita è Arvirago,
come partecipasse di persona
al mio racconto, l’anima coi gesti,
quasi la rivivesse lui medesimo,
mostrando ancora più di suo fratello
quello che s’agita nei suoi pensieri.
(Voci in lontananza)
Oh, la preda è snidata!… O Cimbelino,
il cielo e l’innocente mia coscienza
sanno che m’hai bandito ingiustamente:
per questo t’ho rapito questi pargoli,
l’uno di due, l’altro di tre anni,
per farti privo d’una discendenza
come tu m’hai privato delle terre.
Tu fosti, Eurifile,(53) la lor nutrice
ed essi t’han creduta loro madre,
e rendono ogni giorno onor di figli
alla tua sacra tomba; e me Bellario,
che da allora mi son chiamato Morgan,
credono loro legittimo padre.
(Altre voci lontane)
La caccia è nel suo meglio.

(Esce)

SCENA IV - Nel Galles, presso Milford-Haven.

Entrano IMOGENE e PISANIO

IMOGENE - Quando siamo smontati da cavallo
m’hai detto ch’eravam quasi arrivati.
Non fu impaziente di vedere me
mia madre appena m’ebbe partorito,
com’io di veder lui… Pisanio! Allora?…
Dov’è Postumo?… Oh, cielo, ma che hai?
Che diavolo ti passa per la mente
che mi guardi con quegli occhi sbarrati?
Che son questi sospiri
che ti prorompono così dal petto?
Uno che avesse soltanto dipinta
questa tua cera, darebbe, a guardarlo,
l’impressione che ha dentro qualche cosa
che lo rende perplesso e sconcertato
al di là di qualsiasi spiegazione.
Datti un aspetto meno sbigottito,
prima che non prevalga la pazzia
sull’equilibrio della mia ragione.
Che è? Che t’è successo?
(Pisanio le offre un foglio)
Che cos’è questo foglio
che mi porgi con quello sguardo truce,
da basilisco? Se sono buone nove,
dammene anticipo con un sorriso;
se son cattive, non hai da far altro
che serbar la tua solita espressione.
(Leggendo la soprascritta del foglio)
La sua calligrafia!… Di mio marito…
L’Italia dai veleni maledetti
l’avrà invischiato in qualche suo raggiro,
ed ei si trova a qualche brutto passo.
(A Pisanio)
Parla, amico; perché la tua parola
forse potrà attutire in me quel colpo
che a leggerne potrebbe essere mortale.

PISANIO - No, vi prego, leggete voi, leggete,
e scoprirete s’io - me sventurato -
non sono la creatura che la sorte
tiene in dispregio più di tutte al mondo.

IMOGENE - (Leggendo)
“La tua padrona ha fatto la puttana(54)
“nel mio letto. Le prove che ho in possesso
“giacciono sanguinanti nel mio cuore.
“Non ti parlo per vaghe congetture,
“ma sulla base di testimonianze
“forti, per come è forte il mio dolore,
“ed altrettanto fortemente certe
“della vendetta che ne prenderò.
“E questa parte dovrai farla tu,
“in vece mia. “Se la tua lealtà
“verso di me non s’è pur contagiata
“dalla rottura della sua, Pisanio,
“fa’ tu d’ucciderla con le tue mani;
“l’occasione te la preparo io,
“a Milford-Haven; ella ha la mia lettera
“che a questo fine la manda in quel luogo;
“dove se avrai paura di colpirla
“e di darmene poi notizia certa,
“vorrà dire che ti sei fatto pandaro(55)
“del suo onore, e manchi di lealtà
“verso di me quanto lo è stata lei.”

PISANIO - Qual bisogno ho più io di sollevare
su di lei la mia spada? Ha già pensato
a tagliarle la gola quella carta…
No, questa è una calunnia,
più tagliente del filo d’una spada
e la cui lingua supera in veleno
quello di tutti i serpenti del Nilo,
il cui fiato cavalca in groppa ai venti
da una all’altra posta
per tutti e quattro gli angoli del mondo
dovunque diffondendo la menzogna:
re, regine, ministri,
giovani, vergini, matrone, tutti,
perfino i penetrali delle tombe
son morsi dal veleno suo di vipera.
Signora, fate cuore. Come state?

IMOGENE - Infedele al suo letto?…
Che significa essere infedele?
Forse giacersi sveglia nell’attesa,
col pensiero rivolto sempre a lui?
O forse piangere da un’ora all’altra?(56)
E se il sonno ti vince,
spezzarlo con un sogno pauroso
di lui, svegliandoti al tuo stesso grido?
Che fosse tutto questo
quello ch’ei dice infedeltà al suo letto?

PISANIO - Ahimè, buona signora!

IMOGENE - Io, infedele a lui? La tua coscienza,
Iachimo, me ne sia buon testimone:
quando me l’hai descritto
come uno scapestrato donnaiolo,
mi sei apparso un essere spregevole:
ma ora, a ripensare a quel ch’hai detto
di lui, m’appari ben un uomo.
Qualche putta d’Italia
che deve aver avuto sol per madre
il cerone che le impiastriccia il viso,
me l’ha sedotto; ed io, la meschinella,
son diventata una cosa stantia,
come una veste passata di moda;
ma poiché sono ancor troppo preziosa
per finire attaccata alla parete,
devo essere sdrucita, lacerata…
E dunque, giù, mi si riduca in pezzi!
Ah, che i voti degli uomini
son buoni solo a tradire le donne!
D’ora in poi, sposo mio,
a cagione di questa tua rivolta,
le più chiare apparenze d’onestà
mi sembreranno perfida finzione:
erba non già spuntata
nel naturale luogo suo di crescita,
ma trasportata ad arte sul terreno,
per fungere da esca alle signore.

PISANIO - Ascoltate, signora…

IMOGENE - (Senza ascoltarlo)
Falsi e spergiuri furono tenuti
ancora uomini fedeli e onesti,
quando anch’essi parlarono a quel modo
che lo spergiuro Enea; (57)
e il falso pianto del greco Sinone
tolse credito a molte sacre lacrime
e conforto d’umana compassione
a molti casi di vera miseria.(58)
Così tu, Postumo, metti il tuo lievito
in tutti gli uomini giusti ed onesti:
e uomini leali e coraggiosi,
a cagione della tua grande colpa
saran creduti ipocriti e spergiuri.
Su, amico, mostrati almeno tu
fedele al tuo padrone, e onestamente
esegui quello ch’egli t’ha ordinato.
Quando lo rivedrai,
rendigli almeno la testimonianza
di come io gli sia stata obbediente.
Guarda, ti sfilo io stessa il tuo pugnale;
(Gli sfila il pugnale del fodero)
impugnalo e colpisci
l’innocente dimora del mio amore,
il mio cuore. Non devi aver paura,
perché esso è ormai vuoto d’ogni cosa
tranne che di dolore; perché dentro
ormai non c’è più il tuo padrone
che n’era il vero ed unico tesoro.
Ubbidisci al suo ordine: colpisci!
Ti sarai forse portato altra volta
da coraggioso per causa migliore,
ma per questa ti mostri un gran vigliacco!

PISANIO - (Gettando il pugnale)
Via da me, vile arnese! La mia mano
non sarà maledetta a causa tua!

IMOGENE - No, no, Pisanio è proprio per tua mano
che io devo morire: e se non muoio,
tu non avrai servito il tuo padrone.
Contro il suicidio sta l’interdizione
della legge divina, e sì severa
da far tremar la debole mia mano.
Ecco, qui è il mio cuore… (Aspetta, aspetta,
c’è qualche cosa che può farvi intoppo,
e non voglio difese…). Ecco, obbediente
al tuo pugnale come alla sua guaina.(59)
Che c’è qui? Ah, le lettere di Postumo,
del Postumo fedele a questa Imogene,
oggi tutte scritture d’eresia!
Via da me, tradimenti alla mia fede!
Voi non farete più da pettorina
al mio cuore; gli sciocchi come me
son creduli ai lor falsi maestri;
ma se i traditi senton così crudo
il tradimento, sorte non migliore
è riservata a colui che tradisce.
E tu, Postumo, tu, ch’hai cagionato
la mia disobbedienza al re mio padre,
e che m’hai fatto rifiutar con sdegno
le profferte dei principi miei pari,
un giorno scoprirai che quel mio agire
non fu un comportamento come un altro,
ma un impulso di rara nobiltà;
e m’addolora l’animo
pensare qual tormento ti sarà
il ricordo di me, quando smussate
saran completamente le tue voglie
da colei della quale ora ti sazi.
Presto, Pisanio, presto, ti scongiuro!
L’agnello invoca il colpo del beccaio.
Dov’hai il pugnale? Tu sei troppo lento
nell’obbedire a quel che t’ha ordinato
il tuo padrone, quando anch’io lo chiedo.

PISANIO - Mia graziosa signora,
io non ho chiuso occhio
da quando ho avuto l’ordine di farlo.

IMOGENE - Fallo, allora, e vedrai che dormirai.

PISANIO - Mi faccio prima uscir gli occhi di fuori,
a furia di star sveglio.

IMOGENE - Perché allora
ne accettasti l’incarico? Perché
m’ingannasti facendomi percorrere
tante miglia con un falso pretesto?
E perché questo luogo?
E tanto affaccendarsi, mio e tuo?
E i cavalli sfiaccati dalla corsa?
Che cosa ti chiamava proprio qui?
Perché gettare con la mia assenza
lo scompiglio alla corte,
dove non penso ormai più di tornare?
Perché hai teso così a lungo l’arco
avanti di scoccarlo, e non lo fai
ora ch’hai pronta avanti alla tua mira
la cerva scelta per il sacrifizio?

PISANIO - L’ho fatto solo per prendere tempo
e scaricarmi d’un sì triste incarico.
E intanto ho escogitato un espediente
che posso esporvi, mia buona signora,
se avrete la pazienza d’ascoltarmi.

IMOGENE - Parla, fino a stancare la tua lingua.
Mi son sentita trattar da sgualdrina,
e il mio orecchio, colpito a tradimento
non potrà ormai ricevere ferita
più profonda di questa
e nemmeno bendaggio tanto grande
da tamponarla tutta fino in fondo.
Ma parla, te ne prego.

PISANIO - Ecco, signora:
che non sareste più tornata a corte,
l’avevo immaginato.

IMOGENE - Bella forza!
Era normale che lo immaginassi:
m’avevi qui condotta per uccidermi.

PISANIO - No, perché questo non l’ho mai pensato.
Ma se fui tanto accorto quanto onesto,
il mio piano dovrebbe ben riuscire.
Non può essere altro:
il mio signore è stato certo vittima
di un grosso inganno. Un qualche vil furfante,
sì, dico, ed anche molto raffinato
nell’arte sua, deve aver macchinato
ad entrambi questo dannato oltraggio.

IMOGENE - Forse qualche romana cortigiana?…

PISANIO - Sulla vita mia, no, non lo farò!
Io gli faccio saper che siete morta,
e gli mando, per dargliene la prova,
un qualche segno di ciò insanguinato,
com’egli m’ha ordinato.
Voi sarete sparita dalla corte,
e questo ne sarà buona conferma.

IMOGENE - E io, in quel frattempo, che farò,
mio buon amico? Dove andrò a risiedere?
Come vivrò? E a che mi varrà vivere,
quando per il mio sposo sarò morta?

PISANIO - Potreste forse ritornare a corte.

IMOGENE - Niente più corte, niente più mio padre,
e niente più a che fare
con la nobile rozza nullità
di Cloteno, le cui assiduità
m’erano più penose d’un assedio.

PISANIO - Se non a corte, non potrete stare
nemmeno più in Britannia.

IMOGENE - E dove allora? Forse la Britannia
s’è accaparrata per sé tutto il sole?
Giorno e notte son solo qui in Britannia?
Nel volume dell’universo mondo
questa nostra Britannia sembra parte,
in realtà ne è fuori,
nido di cigno in mezzo a un grande stagno.
Non crederai che fuori di Britannia
non ci sia gente che vive e respira.

PISANIO - Mi fa molto piacere che pensiate
d’andare a stare in un diverso luogo.
Lucio, l’ambasciatore dei Romani,
s’imbarcherà domani a Milford-Haven;
ebbene, se riusciste a contraffarvi
tanto da darvi un buio atteggiamento,
come la vostra sorte, e a mascherare
quel che, se appena si mostrasse in voi
qual è nella realtà,
vi esporrebbe soltanto a grossi rischi,
vi mettereste per un buon sentiero
fiorito di ridenti prospettive;
e, per fortuna vostra, assai vicino
al luogo dov’è Postumo;
o quanto meno a sì poca distanza
che, se pur non poteste coi vostri occhi
seguirlo, qualcun altro, ora per ora,
potrebbe riportarvi ogni sua mossa.

IMOGENE - Oh, dimmi come, perch’io sono pronta
a correre qualsiasi avventura,
mettendo a rischio anche il mio pudore,
se non ci sia pericolo di morte.

PISANIO - Ebbene allora, ecco: prima cosa,
dimenticatevi d’essere donna,
mutate il comandare in obbedire, (60)
il timore e la schiva ritrosia
- le due ancelle di tutte le donne,
o meglio il loro personale fascino -
in furbesco coraggio; siate sempre
pronta allo scherzo, lesta nel rispondere,
spregiudicata e facile alla rissa
come una donnola; dimenticate
- sì, anche questo - quel raro tesoro
dell’incarnato delle vostre guance
per esporlo - oh, atroce crudeltà!,
ma non c’è, ahimè, altro da fare -
al vorace contatto di Titano(61)
che bacia tutti, e ancor dimenticate
i vostri cari splendidi monili
coi quali facevate invidiosa
anche la grande Giunone…

IMOGENE - Sii breve.
Ho capito qual è il tuo obiettivo,
e già mi sento tramutata in maschio.

PISANIO - Prima dovete assumerne l’aspetto.
Io, prevedendo questo,
ho portato con me (nel mio bagaglio)
giustacuore, cappello d’uomo e braghe
e tutto il resto che serve allo scopo.
In quell’arnese, ed imitando al meglio
un giovanotto della vostra età,
voi vi presenterete a Caio Lucio,
chiedendo d’esser presa al suo servizio,
non senza avergli esposto, in bella forma,
in quale campo siete più provetta,
cosa che facilmente intenderà,
se in testa ha buon orecchio per la musica.
Senza dubbio vi accetterà con gioia,
ché è persona d’onore
e per di più uomo virtuoso e pio.
In quanto ai vostri mezzi, stando all’estero,
disponete di me, che sono ricco,
ed io non mancherò di rifornirvi
d’ogni cosa, al principio ed anche in seguito.

IMOGENE - Pisanio, tu sei l’unico conforto
con cui gli dèi voglion tenermi in vita.
Ora, ti prego, va’. Qualche altra cosa
ci sarà ancora da considerare,
ma lo faremo dopo, a tempo e luogo.
Affronto da soldato questa impresa
e saprò sostenerla fino in fondo
col coraggio d’un principe. Ora va’.

PISANIO - Bene, signora. Addio, in tutta fretta:
scappo, perché se a corte
dovessero notare la mia assenza,
potrebbe ben cadere su di me
il sospetto d’avervi dato mano
nella fuga. Mia nobile padrona,
ecco, prendete questa scatolina:
l’ho avuto in dono io dalla regina;
contiene qualche cosa di prezioso:
se vi desse fastidio il mal di mare
o soffriste di stomaco per terra,
basta una dramma(62) di questo specifico
per rimettervi in sesto.
Ora cercate un posticino all’ombra
per entrare nella maschilità.(63)
E v’assistan gli dèi, per tutto il meglio!

(Escono da parti opposte)

SCENA V - Britannia, il palazzo di Cimbelino.

Entrano CIMBELINO, LA REGINA, CLOTENO, CAIO LUCIO e alcuni signori

CIMBELINO - Qui m’accomiato. V’auguro buon viaggio.

C. LUCIO - Grazie, regal signore.
Il mio imperatore m’ha ordinato
per iscritto di rientrare in sede.
Mi duole assai dovergli riferire
che siete suo nemico dichiarato.

CIMBELINO - I nostri sudditi non son disposti
a sopportar più oltre questo giogo.
E quanto a noi, mostrar meno di loro
il nostro senso di sovranità
apparirebbe indegno d’un sovrano.

C. LUCIO - Bene, maestà. Vi chiedo di concedermi
una scorta per terra, fino a Milford.
(Alla regina)
Signora, con l’augurio a vostra grazia
d’ogni felicità, e così a voi tutti.

CIMBELINO - (A quelli del suo seguito)
Affido a voi, signori, questo incarico.
Non si tralasci nulla
degli onori che a lui sono dovuti.
E così addio, nobilissimo Lucio.

C. LUCIO - La vostra mano, sire.

CIMBELINO - Ecco, da amico.
Con la riserva che da ora in poi
questa sarà la mano d’un nemico.

C. LUCIO - Sta agli eventi, signore,
dire il nome del vincitore. Addio.

CIMBELINO - Signori, scorterete il degno Lucio
fino a quando non abbia attraversato
la Severne.(64) Buona fortuna a voi!

(Esce Caio Lucio con i signori)

REGINA - Se ne parte accigliato: onore a noi
per avergliene offerto buon motivo.

CLOTENO - Tutto per bene, com’era nei voti
dei nostri prodi sudditi britanni.

CIMBELINO - Lucio ha già scritto al suo imperatore
che aria spira qui.
Sicché è imperativo ora per noi
tenere in permanenza in pieno assetto
i fanti, i carri, la cavalleria.
Le forze ch’egli ha già di stanza in Gallia
possono muover da un momento all’altro
da lì e marciare contro la Britannia.

REGINA - Non è un affare da dormirci sopra,
ma da cercar di volgere al successo
con azione improvvisa e risoluta.

CIMBELINO - Già l’averlo potuto prevedere
ci ha permesso di prepararci in tempo.
Ma, mia graziosa e nobile regina,
nostra figlia dov’è? Non è comparsa
a salutare l’ospite romano
né a renderci il saluto giornaliero.
Ci guarda entrambi - l’avrete notato -
pervasa più di maligno rancore
che d’amore filiale.
Invitatela a presentarsi a me,
che sono stato fin troppo indulgente
nel tollerare il suo comportamento.

(Esce un gentiluomo del seguito della regina)

REGINA - Mio regale signore,
da quando Postumo è andato in esilio
ella fa vita molto ritirata;
e questo può curare solo il tempo.
Perciò scongiuro vostra maestà
di risparmiarle le parole crude.
È una nobile dama,
ed è così sensibile ai rimbrotti,
che le parole per lei sono colpi
che potrebbero darle anche la morte.

(Rientra il gentiluomo)

CIMBELINO - (Al gentiluomo)
Dov’è, dunque, signore?
In che modo ci può giustificare
codesta sua mancanza di riguardo?

GENTILUOMO - Se vi piaccia, maestà,
le sue stanze sono serrate a chiave;
e, per quanto si possa bussar forte
alle sue porte, non sarà possibile
ottenere risposta.

REGINA - Mio signore,
l’ultima volta che l’ho visitata
mi pregò di tenerla per scusata
s’ella fosse rimasta chiusa in camera
e se, costretta dalla malattia,
avesse anche dovuto trascurare
di rendervi l’omaggio quotidiano.
E mi pregò di farvelo sapere;
ma il gran daffare che c’è stato a corte
ha reso la memoria mia colpevole
di questa biasimevole omissione.

CIMBELINO - Le stanze chiuse a chiave?
E nessuno l’ha vista di recente?
Voglia il cielo che si dimostri falso
quello ch’io temo.

(Esce)

REGINA - (A Cloteno)
Figlio, segui il re.

CLOTENO - Anche Pisanio, quel suo vecchio servo,
son due giorni che non si fa vedere.

REGINA - Va’, va’ col re, non perderlo di vista.

(Esce Cloteno)

Pisanio, tu che sei così devoto
a Postumo… Con sé ha una mia droga…
la sua assenza - lo volesse il cielo! -
non sarà mica perché l’ha ingoiata?
Lui crede infatti trattarsi di cosa
quanto mai portentosa…
Ma lei, dove può essersi cacciata?
Che l’abbia vinta la disperazione?
O sia volata dal suo caro Postumo
sull’ali dell’ardente sua passione?
Che sia andata alla morte o al disonore,
l’una o l’altra evenienza è di buon uso
per i miei fini. Ché soppressa lei,
la corona britanna è in mano mia.

Rientra CLOTENO

Ebbene, figlio?

CLOTENO - È certo: ella è fuggita.
Andate voi a rabbonire il re
ch’è su tutte le furie, e non c’è alcuno
ch’abbia il coraggio di stagli vicino.

REGINA - (A parte)
Tanto meglio così: che questa notte
possa per lui non avere un domani.

(Esce)

CLOTENO - L’amo e la odio insieme
perché è bella e regale, ed è dotata
di tutte le più belle qualità
della donna, di tutte anzi possiede
il meglio, ed oltrepassa tutte l’altre.
Per questo l’amo. Ma quel suo sdegnarmi,
quel riversare tutte le sue grazie
su quell’infimo Postumo,
discredita talmente il suo giudizio
da soffocare ogni altra bella dote.
E perciò finirò col detestarla,
sì, e a far ricadere su di lei
la mia vendetta. Ché quando gli stolti…

(S’interrompe vedendo entrare PISANIO)
Ehi, là, canaglia! Che vai complottando?
Vieni avanti, famoso paraninfo!(65)
Dov’è la tua padrona, manigoldo?
Rispondi per le spicce,
o ch’io ti mando dritto dritto al diavolo!

PISANIO - Ahimè, mio buon signore…

CLOTENO - Dov’è la tua padrona? O ch’io, per Giove…
T’avverto che non te lo chiedo più.
Saprò ben io, birbante gattamorta,
strapparti questo segreto dal cuore,
o aprirtelo, il tuo cuore, per scovarlo.
Si trova ella con Postumo?
Con quel misero mucchio di bassezza
che a venderlo non si ricava un soldo?(66)

PISANIO - Ahimè, signore, com’è mai possibile
pensare ch’ella si trovi con lui?
Da quanto tempo è scomparsa? Egli è a Roma.

CLOTENO - E dov’è allora? Fatti più vicino,
non star lì titubante, dimmi tutto.
Che n’è di lei?

PISANIO - Degnissimo signore…

CLOTENO - Degnissimo ribaldo, dimmi subito,
senza quel tuo “degnissimo signore”,
dov’è la tua padrona. Parla, parla,
o faccio trasformare il tuo silenzio
nell’immediata tua condanna a morte.
(Mette mano alla spada)

PISANIO - (Porgendogli una lettera)
Ebbene, mio signore, in questa carta
c’è tutto quel che so della sua fuga.

CLOTENO - (Aprendo la lettera)
Vediamo… Sono pronto ad inseguirla
fin sopra il trono di Cesare Augusto.

PISANIO - (Tra sé)
O questo, o morte: non avevo scelta.
Tanto, ella è abbastanza lontana,
e quel ch’ei potrà leggere là sopra
potrà tradursi in un viaggio per lui,
ma non in un pericolo per lei.

CLOTENO - (Sempre leggendo)
Hum!…
PISANIO - (c.s.)
… Scriverò intanto al mio padrone
ch’ella è morta. Ti sia sicuro il viaggio,
Imogene, all’andata ed al ritorno!

CLOTENO - Questa lettera è autentica, compare?

PISANIO - Credo di sì.

CLOTENO - La scrittura è di Postumo,
la riconosco. Ascolta, manigoldo:
se tu cessassi di fare il ribaldo
e ti mettessi invece al mio servizio
ed a sbrigarmi tutte le faccende
in cui potrò aver modo d’impiegarti
con la dovuta seria diligenza,
e cioè d’eseguir direttamente
e in piena fedeltà ogni misfatto
ch’io ti chiedessi di portare a termine,
potrei anche pensarti un uomo onesto;
né da mia parte ti verrebbe meno
ogni mezzo, per tuo miglior conforto,
né l’appoggio per farti far carriera.

PISANIO - Bene, mio buon signore.

CLOTENO - Accetti dunque
di passare con me, al mio servizio?
Se con tanta costanza e sacrificio
sei rimasto attaccato tanto tempo
alle sparute fortune d’un Postumo,
non potrai, per ragion di gratitudine,
non essere un seguace diligente
di quelle mie. Mi vuoi dunque servire?

PISANIO - Sì, mio signore.

CLOTENO - Bene, qua la mano.
Eccoti la mia borsa. Ed ora dimmi:
non è mica rimasto in tuo possesso
qualche abito del tuo vecchio padrone?

PISANIO - Più che voi non sperate, mio signore:
ho in casa quello stesso che indossava
quando si congedò dalla padrona.

CLOTENO - Ebbene, questo è il tuo primo servizio:
vallo a prendere e portamelo qui.
Sia questo il primo tuo servizio, va’.

PISANIO - Volentieri, signore.

(Esce)

CLOTENO - Ed ora ti raggiungo a Milford-Haven!
(Ah, gli dovevo chiedere una cosa…
me ne ricorderò quando ritorna).
Sarà lì, miserabile d’un Postumo,
che io t’ucciderò. Non vedo l’ora
che Pisanio mi porti quel vestito.
Ella mi disse un giorno
- e l’amaro di quelle sue parole
ancora mi rigurgita dal cuore -
d’aver più stima d’un abito liso
di Postumo, che della mia persona,
con tutta la mia nobiltà di nascita
e l’ornamento delle mie virtù.
La stuprerò indossando quel vestito!
Prima, però, voglio uccidere lui,
e lo farò sotto gli occhi di lei,
sì ch’ella ammiri tutto il mio valore,
e tormento sia questo al suo disprezzo.
Con lui disteso a terra,
e finito che avrò il panegirico
degli insulti al suo corpo,
e su di lei saziata la mia voglia
- e lo farò, a sua maggior tortura,
avendo indosso lo stesso vestito
del quale m’ebbe tanto a far le lodi -
la riconduco a corte a calci e pugni.
Ella s’è preso gioco a disprezzarmi,
io me lo prenderò a vendicarmi.

Rientra PISANIO con il vestito di Postumo

È il suo vestito?

PISANIO - Sì, vossignoria.

CLOTENO - Da quand’è ch’è partita a Milford-Haven?

PISANIO - Oh, ci dev’essere appena arrivata.

CLOTENO - Porta quest’abito nella mia camera.
Questo sarà il secondo tuo servizio.
Il terzo sarà poi
che tu ti faccia muto connivente
di questo mio proposito.
Ti chiedo solo d’essere zelante:
te ne verranno cospicui vantaggi.
La mia vendetta è ora a Milford-Haven.
Vorrei un paio d’ali per raggiungerla.
Vieni, e siimi fedele.

(Esce)

PISANIO - Tu m’ordini la stessa mia rovina.
Esser fedele a te,
per me vuol dire farmi traditore
dell’uomo più leale della terra.
Affrettati, va’ pure a Milford-Haven,
ma non ci troverai colei che insegui.
Piovete su di lei, grazie celesti!
Frapponete più ostacoli possibili
alla fretta di questo gran babbeo.
E dal suo viaggio non s’abbia che triboli.

(Esce)

SCENA VI - Nel Galles, davanti alla grotta di Bellario.

Entra IMOGENE travestita da uomo

IMOGENE - Ora m’accorgo quanto è faticosa
questa vita da maschio. Sono stanca,
quasi sfinita: per due notti intere
la nuda terra è stato il mio giaciglio.
Se non fosse per la mia forza d’animo,
mi sarei già ammalata: oh, Milford-Haven,
quando Pisanio in cima a quell’altura
mi ti mostrò, sembravi assai vicina.
O Giove, non sarà che mura e tetti
sfuggano agli infelici,
cui specialmente dovrebbero offrire
conforto e buon asilo? Due mendichi
incontrati per via m’avevan detto
che stavo andando per la strada giusta.
Saran dunque bugiardi anche i mendichi,
afflitti come sono dagli affanni
e che han provato su di loro stessi
quanto le loro miserie siano agli uomini
castigo o prova? Anche loro mentiscono;
e, altronde, perché meravigliarsene,
quando anche i ricchi dicono di rado
la verità? Mentir nell’abbondanza
è più reo che mentire nel bisogno;
e la menzogna è assai peggior peccato
in un re che in un povero mendico.
E tu, caro signore, ne sei uno
di questi falsi e bugiardi individui.
Pensando a te m’è passata la fame,
e dir che poco fa stavo svenendo
per mancanza di cibo… Ma che vedo?
Forse un’abitazione di selvatici:
e c’è anche un sentiero per andarci…
Chiamare? … È meglio no. Non ho coraggio.
Ma la natura il coraggio alla fame,
prima di sopraffarla, glielo dà.
Son l’abbondanza ed il vivere in pace
che fanno l’uomo.
L’avversità è la madre del coraggio
(Chiamando)
Ehi, laggiù, c’è nessuno?…
Se c’è qualcosa di civile, parli.
Se incivile, facciamo a prendi e lascia.(67)
Oh! Nessuno risponde?… Allora entriamo.
Meglio tener la spada pronta in mano…
Non si sa mai … Però se della spada
il mio nemico ha la stessa paura
che n’ho io, avrà appena il coraggio
di gettarci un occhiata. Un tal nemico
fate ch’io trovi qui, cieli benigni.

(Entra nella grotta)

Entrano BELLARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO di ritorno dalla caccia

BELLARIO - (A Guiderio)
Tu, Polidoro, ti sei dimostrato
oggi il miglior di noi tre a cacciare,
oggi, e perciò stasera spetta a te
l’onore della tavola.
Cadvalo ed io, secondo la scommessa,
faremo lui da cuoco ed io da servo.
Il sudore e il far bene
si seccherebbero fino ad estinguersi
se non li tenga in vita il bene oprare
per conseguire sempre un degno fine.
Venite, penseranno i nostri stomachi
a saporire il cibo casereccio:
chi è stanco russa pure sulle pietre;
per l’indolente neghittoso è duro
anche un cuscino imbottito di piume.
La pace regni sempre qui con te,
povera nostra casa,
che sei te stessa a te stessa custode!(68)

GUIDERIO - Sono sfinito.

ARVIRAGO - Anch’io, per la fatica,
ma pieno d’energia per l’appetito.

GUIDERIO - C’è della carne fredda nella grotta:
potremo cominciare a masticarla,
mentre si cuoce al fuoco
la selvaggina che abbiamo cacciato.

BELLARIO - (Si affaccia alla grotta e vede Imogene)
Fermi là, non entrate!
Se non vedessi che sta trangugiando
le nostre vettovaglie,
la crederei una visione magica.

GUIDERIO - Perché, che c’è?

BELLARIO - Un angelo, per Giove!(69)
O, se non proprio un angelo,
una terrena meraviglia, è questa!
Guardate: la divinità incarnata
in forma non più adulta d’un ragazzo!

IMOGENE appare nel vano dell’ingresso della grotta

IMOGENE - Buona gente, non fatemi del male.
Prima d’entrare qui ho chiamato forte,
e pensavo d’aver per elemosina,
o anche a pagamento, quel che ho preso.
Ma vi giuro, non ho rubato nulla,
né avrei saputo farlo,
avessi pur trovato sparso a terra
dell’oro. Ecco, questo è del denaro,
per quello che ho mangiato.
(Porge delle monete)
L’avrei lasciato qui, su questo tavolo,
quando avessi finito;
e nel partire avrei detto una prece
per chi m’aveva così provveduto.

GUIDERIO - Dell’oro, giovinetto?

ARVIRAGO - Tutto l’oro e l’argento della terra
vorrei si trasformassero in letame,
sì che non possano valer più niente
se non agli occhi degli adoratori
di quegli immondi dèi!

IMOGENE - Siete arrabbiato.
Lo vedo. Ma se mi volete uccidere
per il mio crimine, sappiate questo:
se non l’avessi fatto, sarei morto.

BELLARIO - Dove siete diretto?

IMOGENE - A Milford-Haven.

BELLARIO - Il vostro nome?

IMOGENE - Fedele, signore.
A Milford-Haven sta per imbarcarsi
un mio parente, diretto in Italia.
Ero in cammino per andar da lui,
quando mi son sentito venir meno
per la fame, ed ho fatto questo abuso.

BELLARIO - Non pensare, ti prego, bel ragazzo,
che siamo gente zotica e incivile,
né voler misurar l’animo nostro
dal rude ambiente in cui ci vedi vivere.
Perciò, bene incontrato! È quasi notte,
e, prima di riprendere il cammino,
avrai bisogno di un po’ di ristoro,
rifocillandoti con miglior cibo;
e noi vogliam pregarti di accettare
di restar qui a dividerlo con noi.
Ragazzi miei, dategli il benvenuto!

GUIDERIO - (A Imogene)
Se tu fossi una femmina, ragazzo,
mi verrebbe la voglia, onestamente,
di corteggiarti, a nessun altro fine
che quello di sposarti, e sarei pronto
a pagare per ciò qualunque prezzo.

ARVIRAGO - A me al contrario piace che sia maschio,
perché mi sento di poterlo amare
come fosse un fratello.
(A Imogene)
E perciò io t’accolgo tra di noi
così come farei con un fratello
che rivedessi dopo lunga assenza.
Séntiti dunque molto benvenuto!
Fa’ cuore, sei capitato tra amici.

IMOGENE - Tra amici… come fossimo fratelli…
(Tra sé)
Fosse proprio così,
ch’essi fossero figli di mio padre!
Allora, Postumo, il mio valore,
sarebbe meno e più eguale al tuo.(70)

BELLARIO - (Osservandola)
Ha dentro qualche pena che lo strugge.

GUIDERIO - Come vorrei potergliela lenire!

ARVIRAGO - Ed altrettanto vorrei io, o dèi,
qualunque pena sia, qualunque il costo,
qualunque il rischio da incontrar per farlo!

BELLARIO - Sentite qua, ragazzi.
(Mormora loro qualche cosa. I tre s’allontanano parlando)

IMOGENE - (Tra sé)
Grandi re, che tenessero una corte
non più spaziosa di questa caverna,
sprovvisti d’ogni servitù, provvisti
solo della virtù dettata all’uomo
dalla retta coscienza,
incuranti del futile tributo
ch’è il favore dell’incostante volgo,
non saprebbero esser più regali
di questi due fratelli.
Perdonatemi, o dèi, se sento in me
il desiderio di mutar di sesso,
per diventar così compagno a loro,
ora che Leonato m’ha tradita.

BELLARIO - (Venendo avanti)
Dev’essere così.(71) Suvvia, ragazzi,
da bravi, a cucinar la selvaggina.
(A Imogene)
Vieni, bel giovinetto, entra con noi;
stomaco vuoto non conversa bene.
Quando avremo saziato l’appetito,
ti chiederemo, assai discretamente,
di dirci la tua storia,
per quel tanto che ci vorrai narrare.

GUIDERIO - Entra, ti prego.

ARVIRAGO - Non è benvenuta
la notte al barbagianni, né all’allodola
l’albeggiante lucore del mattino
più di quanto sei tu per tutti noi.

IMOGENE - Ti ringrazio, signore.

ARVIRAGO - Entriamo, prego.

(Escono, entrando nella grotta)

SCENA VIII - Roma, una piazza.

Entrano DUE SENATORI e alcuni TRIBUNI

PRIMO SENATORE - Così dispone l’imperial rescritto:
visto che le milizie dei plebei
sono impegnate in Pannonia e Dalmazia,
e le legioni che sono ora in Gallia
son troppo esigue forze
ad intraprendere la nostra guerra
ai ribelli Britanni; nuove leve
si dovranno perciò far tra i patrizi
per condurre l’impresa.
Caio Lucio egli nomina proconsole
e a voi Tribuni, dà pieni poteri,
per reclutare queste nuove forze.
Sia lunga vita a Cesare!

PRIMO TRIBUNO - È Lucio, dunque, il comandante in capo
delle forze per questa impresa?

SECONDO SENAT. - Sì.

PRIMO TRIBUNO - Che già si trova in Gallia?

PRIMO SENAT. - Con le legioni di cui ho parlato
e che dovranno venir rinforzate
con le leve cui voi provvederete.
Nel rescritto che ve ne dà l’incarico
sono già indicati gli effettivi
necessari e la data di partenza.

PRIMO TRIBUNO - Svolgeremo a dovere il nostro compito.

(Escono tutti)

ATTO QUARTO

SCENA I - Nel Galles, presso la grotta di Bellario.

Entra CLOTENO, solo

CLOTENO - Se Pisanio me l’ha descritto bene,
dovrei trovarmi nei pressi del luogo
dov’essi(72) si dovrebbero incontrare.
Il suo vestito mi sta a perfezione!
Perché altrettanto bene
non mi dovrebbe stare la sua amante,
che fu creata anch’ella da Colui
che ha creato il suo sarto?
Tanto più che, parlando con rispetto,
si dice che le femmine
nelle loro voglie vanno per impulso,
come detta il capriccio del momento.
Debbo mettermi all’opera.
Me lo posso ben dire da me stesso,
dal momento che non è vanagloria
per l’uomo colloquiare col suo specchio
quand’è solo, nella sua propria camera:
voglio dire, in sostanza, che il mio corpo
è disegnato bene quanto il suo.
Non sono meno giovane di lui,
ed anzi sono di lui più robusto.
Non sono a lui inferiore per sostanze,
e, meglio favorito dalla vita,
sono a lui superiore per origine,
capace come lui di metter mano
a imprese d’ogni sorta, e più di lui
certamente provetto a duellare.
E nonostante ciò, questa caparbia,
a mio grande dispetto, è lui che ama!
Che cosa non è l’uomo, mondo cane!
Quella tua testa, Postumo,
che ti troneggia adesso sulle spalle
dentro un’ora sarà staccata via,
la tua bella stuprata, e in faccia a lei
stracciato a mille pezzi il tuo vestito!
E una volta compiuto tutto questo,
la riconduco a calci da suo padre;
che monterà probabilmente in collera
per questi modi miei troppo brutali;
ma poi mia madre, con il suo potere
di rabbonirlo nei suoi malumori,
saprà lei come volgere a mia lode
tutto quel che può essere successo.
Il mio cavallo è bardato a dovere.
Fuori, mia spada, è tempo di ferire!
Fortuna, falli cadere in mia mano!
Questo è il luogo ove debbono incontrarsi,
come mi fu descritto da Pisanio,
e quel compare non osa ingannarmi.

(Esce)

SCENA II - La stessa.

Entrano, uscendo dalla grotta, BELLARIO, GUIDERIO, ARVIRAGO e IMOGENE

BELLARIO - (A Imogene)
Rimani ancora qui. Tu non stai bene.
Dopo la caccia ci ritroveremo.

ARVIRAGO - Sì, rimani, fratello. Non partire.
O non siamo fratelli?…

IMOGENE - Sì, fratelli,
come sono fra loro tutti gli uomini.
Ma tra un’argilla e l’altra
sempre può esserci una differenza
di dignità, malgrado sia la stessa
la polvere di che son fatte entrambe.
Mi sento, infatti, molto affaticato.

GUIDERIO - (A Bellario e Arvirago)
Andate voi a caccia,
io resto qui a fargli compagnia.

IMOGENE - Non è ch’io sia malato,
solo che non mi sento proprio bene;
ma non crediate ch’io sia della specie
di certi damerini di città
che si fan creder d’esser per morire
prima d’esser malati; onde, di grazia,
lasciatemi e pensate ad accudire
alle vostre faccende quotidiane.
Lo strappo alle abitudini
è strappo a tutto. Non mi sento bene,
ma lo starmi vicino uno di voi
non può certo guarirmi;
la compagnia non reca alcun conforto
a chi non sente d’essere socievole.
Il mio male non è poi molto grave,
se ne posso parlar tranquillamente.
Ve ne prego, lasciatemi pur qui,
senza timore: non potrei rubarvi
nulla se non me stesso;
e sarebbe insignificante furto
per voi, se mi lasciassi anche morire!

GUIDERIO - Ti voglio bene, ho detto, e d’un affetto
qual che ne sia la quantità, uguale
a quello stesso che porto a mio padre.

BELLARIO - Che cosa? Come! Come!

ARVIRAGO - Se è peccato parlare come lui,
m’aggiogo anch’io, signore,
alla colpa del buon fratello mio…
Non so per qual recondita ragione
io mi senta d’amare questo giovane;
ma da voi stesso ho udito dir più volte
che la vera ragione dell’amore
è proprio d’essere senza ragione.
Se fosse pronta una bara alla porta
ed io fossi richiesto di decidere
chi ci dovesse entrare per il primo,(73)
“Mio padre”, direi io senza esitare:
non direi: “Questo giovine”. È così.

BELLARIO - (Tra sé)
O nobiltà di razza!
O grande dignità della natura!
O altezza delle origini!
Codardi sono i padri dei codardi;
da cose vili nascono cose vili.(74)
La natura ha con sé farina e crusca,
cose spregevoli e cose graziose.
Io, è vero, non son il loro padre,
ma chi potrà mai essere costui
che fa il miracolo di farsi amare
da loro due ancora più di me?
(Forte)
Ragazzi, son le nove del mattino!

ARVIRAGO - (A Imogene)
Addio, fratello.

IMOGENE - Fortunata caccia!

ARVIRAGO - Salute a te, signore, ai tuoi comandi.

IMOGENE - (Tra sé)
Che gentili creature!
O dèi, quali menzogne non ho udito
dalla bocca dei nostri cortigiani!
A sentir loro, fuori della corte
tutto è rozzezza, tutto è vile e barbaro.
Vieni tu, esperienza,
a smentire questa infondata fama.
I grandi mari generano mostri;
gli umili fiumi loro tributarii
forniscon pesci d’ottimo sapore
all’umil nostro desco…
Ma io sto ancora molto male al cuore…
Pisanio, provo la tua medicina.

(Inghiotte alcune pillole dalla scatoletta datale da Pisanio)

GUIDERIO - (Ad Arvirago)
Non son riuscito a smuoverlo; non parla.
Tutto quello che dice è d’esser nobile,
ma sventurato; ingiustamente offeso,
se pure onesto.

ARVIRAGO - Così ha detto a me,
ma poi, ha aggiunto, ne saprò di più.

BELLARIO - A caccia, a caccia!
(A Imogene)
Ti lasciamo solo,
per il momento. Entra, va’, e ripòsati.

ARVIRAGO - Non resteremo fuori molto tempo.

BELLARIO - E, per favore, vedi di star bene,
perché ci dovrai fare da massaia.

IMOGENE - Ch’io sia sano o ammalato,
mi sento già legato a tutti voi.

BELLARIO - E lo sarai per sempre.

(Imogene entra nella grotta)

Per quanto sventurato, questo giovane
mi dà l’aria d’aver buoni antenati.

ARVIRAGO - Canta che pare un angelo.

GUIDERIO - E non ti dico della sua cucina!
Ha affettato le nostre radicette
in forme di caratteri da stampa
e ha saputo condire i nostri brodi
manco fosse Giunone a star malata,
e lui dovesse farle da infermiere.

ARVIRAGO - Ha un modo sì distinto
di sposare un sorriso ad un sospiro,
come se quel sospiro
fosse invidioso di non essere esso
quel suo sorriso, e come se il sorriso
si volesse beffar di quel sospiro
per volersene uscire
da sì divino tempio e volar via
per mescolarsi col suo soffio ai venti
che i naviganti coprono d’insulti.

GUIDERIO - Ho potuto notare come in lui
sofferenza e pazienza, a sopportarle,
abbian radici strette, abbarbicate.

ARVIRAGO - E allora, cresci pure in lui, pazienza!
E disleghi la marcita sua radice
la sofferenza, putrido sambuco,
dalla tua vite in pieno suo rigoglio.

BELLARIO - È giorno fatto. Andiamo!…

Entra CLOTENO
Chi va là?

CLOTENO - Non riesco a trovarli, quei fuggiaschi!
Sono stanco, sfinito… Quel furfante
s’è fatto gioco di me!


BELLARIO - “Quei fuggiaschi?”
Non vorrà mica riferirsi a noi?
Mi par di riconoscerlo costui:
Cloteno, il figlio della regina?… Lui!…
Non lo vedo da anni, ma son certo…
Temo qualche tranello…
Per lui noi siamo gente fuori legge:
meglio non farci vedere.

GUIDERIO - Ma è solo:
andate voi e mio fratello intorno,
a veder se vi siano suoi compagni:
e lasciatemi qui solo con lui.

(Escono Bellario e Arvirago)

CLOTENO - (Ai due che escono)
Fermi! Chi siete voi,
che fuggite da me in questo modo?
Briganti di montagna? Ne ho sentito.
(A Guiderio)
E tu, che razza di schifoso sei?

GUIDERIO - Uno che nulla mai di più schifoso
ha fatto che degnarsi di rispondere
a uno schifoso, senza bastonarlo

CLOTENO - Sei un rapinatore, un delinquente,
un manigoldo: arrenditi, ladrone!

GUIDERIO - A chi arrendermi, a te? E tu chi sei?
Non è il mio braccio lungo come il tuo,
non ho in petto un cuore come il tuo?
Tu, più grosso di me, sicuramente
lo sei con le parole,
perch’io la spada non la porto in bocca.
Dimmi chi sei, perch’io mi debba arrendere
ad uno come te.

CLOTENO - Sporco ribaldo!
Non m’hai riconosciuto da quest’abito?

GUIDERIO - No, carogna, non t’ho riconosciuto,
no, bietolone, e nemmeno il tuo sarto,
che dev’esser tuo nonno,
perché è lui che t’ha fatto quelle braghe
che ora, a quanto pare, fanno te.

CLOTENO - O prezioso furfante,
non è stato il mio sarto a farmi queste.

GUIDERIO - E allora fila, togliti dai piedi,
e ringrazia colui che te le ha date.
Tu devi essere un fiore di babbeo,
non ci avrei nessun gusto a bastonarti.

CLOTENO - Oltraggioso brigante,
ascolta solo il nome mio, e trema.

GUIDERIO - Qual è il tuo nome?

CLOTENO - Cloteno, furfante.

GUIDERIO - Sia pur Cloteno due-volte-furfante
il nome tuo, non riesco a tremare;
se fosse Rospo, Vipera o Tarantola
mi farebbe più effetto, ma Cloteno…

CLOTENO - A tuo maggior terrore,
anzi, a completo tuo sbigottimento,
sappi ch’io sono figlio alla regina.

GUIDERIO - Mi dispiace per lei, ché tu, all’aspetto,
non sembri conveniente alla tua nascita.

CLOTENO - Come! Non hai paura?

GUIDERIO - Paura io ho soltanto di coloro
cui porto il mio rispetto,
voglio dire degli uomini di senno;
gli imbecilli mi fanno solo ridere.
Non mi fanno paura.

CLOTENO - (Traendo la spada)
E allora muori.
E poi che di mia mano t’avrò ucciso,
mi darò a inseguire anche quegli altri
che ho visto poco fa darsela a gambe;
e pianterò le vostre teste mozze
sulle porte della città di Lud.(75)
Arrenditi, brigante di montagna!

(Escono duellando)

Rientrano BELLARIO e ARVIRAGO

BELLARIO - Nessun compagno intorno?

ARVIRAGO - No, nessuno.
Vi sarete sbagliato sul suo conto.
Non sarà lui.

BELLARIO - Non so proprio che dire.
Da tanto tempo non l’ho più rivisto
ma non mi pare che questo intervallo
abbia mutato i tratti del suo volto
quali li conoscevo… Anche la voce,
quell’esitare, quel parlare a scatti…
È Cloteno, ne son più che sicuro.

ARVIRAGO - Qui li abbiamo lasciati poco fa.
Spero che mio fratello
non se la passi male insieme a lui.(76)
M’avete detto ch’è tanto feroce.

BELLARIO - Infatti; non essendo ancor maturo,
voglio dir uomo fatto, tuo fratello
non ha imparato ancora a percepire
i terrori ruggenti(77):
spesso l’insufficienza di giudizio
non avverte nemmeno la paura.(78)
Ma ecco tuo fratello.

Rientra GUIDERIO, recando in mano, presolo per la chioma,
il capo mozzo di Cloteno

GUIDERIO - Questo Cloteno era un gran babbeo,
una borsa senza moneta dentro:
Ercole non sarebbe riuscito
a fargli schizzar fuori le cervella,
perché non ce n’aveva manco l’ombra.
S’io però non avessi fatto a lui
quello che ho fatto, questo deficiente
v’avrebbe lui portato la mia testa.

BELLARIO - Oh, Guiderio, non sai che cosa hai fatto!

GUIDERIO - Lo so benissimo: ho mozzato il capo
ad un certo Cloteno, che era il figlio,
- così diceva lui - della regina,
e mi stava chiamando traditore,
e montanaro, e poi mi minacciava
che se soltanto avesse mosso un dito
ci avrebbe avuti tutti in suo potere,
avrebbe tolto via le nostre teste
dal luogo dove, in grazia degli dèi,
si trovano piantate,
per andarle ad infigger bene in vista
sugli spalti della città di Lud.

BELLARIO - Ohimè, siamo perduti!

GUIDERIO - Perché, padre? Che abbiamo noi da perdere
all’infuori di questa nostra vita,
di cui costui giurava di privarci?
La legge a noi non concede tutela;
e dunque a che mostrarci tanto teneri
con un pezzo di carne sì arrogante
da minacciare, urlando e strepitando,
di far su noi da giudice e da boia,
perché siamo individui fuori-legge?
Trovaste qualche suo compagno, attorno?

BELLARIO - Non un’anima viva; ma son certo
secondo che mi detta la ragione,
ch’egli dovesse aver con lui qualcuno.
Per quanto fosse instabile d’umore,
sempre pronto a mutar di male in peggio,
nessun capriccio, nessuna follia
potrebbe averlo tanto incarognito
da trascinarlo solo in questi luoghi;
può darsi che alla corte qualche volta
s’oda parlar di gente come noi
fuori legge, che vive qui in caverna,
qui si nutre cacciando, e che col tempo
potrebbe diventar più forte banda;
ed egli, udendo dire queste cose,
può essersi infuriato,
com’è sua abitudine, e ha giurato
di venirci a cercare e catturare.
Che sia venuto solo ad osar tanto,
mi sembra francamente assai improbabile,
né gliel’avrebbero permesso i suoi.
Perciò c’è ben ragione di temere;
e ho gran paura che questo cadavere
abbia una coda più pericolosa
di quanto non lo fosse la sua testa.

ARVIRAGO - Succeda quel che piacerà agli dèi.
Comunque, mio fratello ha fatto bene.

BELLARIO - Avevo poca voglia di cacciare
oggi. La malattia di quel ragazzo
m’ha fatto lunga la via più del solito.

GUIDERIO - Gli ho staccato la testa con un colpo
della sua spada, che spavaldamente
lui sventagliava contro la mia gola.
Ora vado a gettarla nel torrente
che scorre dietro a questa nostra roccia
perché se la trascini fino al mare
a raccontare ai pesci chi è Cloteno,
figlio della regina. Questo è tutto.

(Esce)

BELLARIO - Verranno a vendicarlo. Ah, Polidoro,
come vorrei che non l’avessi fatto!
Anche se penso che ben ti si addica
il valore mostrato con quest’atto.

ARVIRAGO - Come vorrei averlo fatto io,
e che potesse solo su di me
ricader la possibile vendetta!
Polidoro, io t’amo da fratello,
eppure quanta invidia tu mi fai
per avermi sottratto quest’impresa!
Vengano pure tutte le vendette
che forza umana possa fronteggiare
a snidarci e a domandarci il conto!

BELLARIO - Bene, è fatto. Per oggi niente caccia;
non ce n’andremo in cerca di pericolo,
dove non c’è profitto.
Torna ora ti prego al nostro speco.
Mettiti con Fedele alla cucina,
io resto qui ad attender Polidoro
e verrò subito con lui a pranzo.

ARVIRAGO - È malato Fedele, poverino!
Vado da lui senz’altro;
potessi fargli ritornare in volto
il suo bel colorito,
mi sentirei disposto a cavar sangue
a un’intera parrocchia di Cloteni,
e lodandomi di tanta carità!

(Esce)

BELLARIO - O tu deità, tu divina Natura,
come riveli la tua nobiltà
in questi due regali giovinetti!
Essi sono di modi delicati
come il soffio di Zeffiro
quando spira di sotto alla violetta
senza smuoverne gli odorosi petali;
eppur se appena il lor sangue reale
s’infiammi, son violenti
al pari di aquilone vorticoso
che afferra per la folta chioma il pino
in cima alla montagna,
e lo fa flettere verso la valle.
È invero prodigioso constatare
come un arcano invisibile istinto
li abbia modellati l’uno e l’altro
d’una regalità non imparata,
d’un senso dell’onore non appreso,
d’una lor genuina civiltà,(79)
d’una virtù che cresce loro in cuore
come un’erba di campo,
ma che dà frutti come seminata.
Mi preoccupa sempre, tuttavia,
quel che sembra volerci presagire
il fatto che Cloteno fosse qui
e quel che può portarci la sua morte.

Rientra GUIDERIO

GUIDERIO - Mio fratello dov’è?
Ho fatto andare giù per la corrente
la zucca di Cloteno, in ambasciata
a sua madre: finché essa non torni,
il suo corpo rimane qui in ostaggio.

(Solenne musica di strumento a fiato all’interno)

BELLARIO - Oh, il mio rozzo strumento!(80)
Ascolta, Polidoro, come suona.
Ma qual ragione può avere Cadvalo
di mettersi a suonarlo proprio adesso?
Sentilo!

GUIDERIO - È in casa?

BELLARIO - M’ha lasciato appena.

GUIDERIO - Che può significare questo suono?
Dalla morte della mia cara madre
non ha fatto sentire la sua voce
quello strumento. Cose così meste
accompagnano mesti avvenimenti.
Che mai sarà successo?
Far mostra d’esser contenti per nulla
e lamentarsi per cose da nulla
è, a vicenda, allegrarsi come scimmie,
e far piagnucolio da ragazzini.
È impazzito Cadvalo?

Rientra ARVIRAGO, recando tra le braccia il corpo
inerte di IMOGENE

BELLARIO - Ma no, eccolo,
guardalo, viene, e reca fra le braccia
l’orribile ragione
di ciò di cui gli facevam rimprovero.

ARVIRAGO - Morto è il bell’uccellino!
Piuttosto che soffrire una tal vista,
avrei voluto saltare in un balzo
i miei anni dai sedici ai sessanta,
e mandar camminando sulle grucce
questa mia saltellante giovinezza.

GUIDERIO - O soavissimo, splendido giglio!
In braccio a mio fratello,
non risplendi nemmeno per metà
di quando tu fiorivi sul tuo stelo!(81)

BELLARIO - Oh, tristezza, chi poté mai sondare
fino all’imo fangoso il tuo profondo,
per scoprir quale costa, quale riva
possa meglio ospitare in tutta calma
la tua pigra tartana!
Benedetta creatura!
Sa Giove qual perfezione d’uomo
tu saresti potuto diventare!
Ma io so, preziosissimo ragazzo,
che tu sei morto di malinconia.
Cadvalo, dimmi, come l’hai trovato?

ARVIRAGO - Inerte, come lo vedete adesso,
e sorridente, come se sfiorato
l’avesse in sonno l’ala di una mosca
e non l’atroce dardo della morte,
dal momento che ad essa sorrideva.
Era poggiato con la guancia destra
sopra un guanciale.

GUIDERIO - E dov’era?

ARVIRAGO - Per terra,
con le braccia conserte, ecco, così.
Sulle prime ho creduto che dormisse,
e mi son tolto le scarpe ferrate,
la cui rozzezza troppo fortemente
ripercuoteva il suono dei miei passi.

GUIDERIO - Pare che dorma, infatti. Ma se è morto,
egli farà della sua fossa un letto,
e verranno le fate alla sua tomba,
e i vermi si terran da te lontani.

ARVIRAGO - Fino a tanto che durino le estati,
ed io rimanga a viver qui, Fedele,
profumerò coi i fiori più leggiadri
il tuo triste sepolcro;
né ti farò mancare mai il fiore
che più assomiglia alla tua bella faccia,
la pallidetta primula,
né l’azzurra campànula,
che ha lo stesso color delle tue vene,
né i rossi petali dell’eglantina,
il cui profumo, senza calunniarla,
non è però più dolce del tuo alito.
Tutto questo ti recherà ogni giorno
col suo becco pietoso il pettirosso
(o, tu, becco pietoso,
che farai arrossire di vergogna
quegli eredi di ricchi,
che lasciano sepolti i loro padri
senza una lapide che li ricordi);(82)
sì!, e una bella pelliccia di muschio,
quando i fiori non ci saranno più,
per proteggerti dall’inclemente inverno.

GUIDERIO - Basta, ti prego, non star lì a scherzare
con queste paroline da fanciulla
in una circostanza tanto seria.
Pensiamo invece a dargli sepoltura;
e non tardiamo, stando così in estasi,
e compier quanto è ora nostro debito.

ARVIRAGO - Ebbene, di’, dove lo seppelliamo?

GUIDERIO - Lo mettiamo vicino a nostra madre,
la buona Eurifile.

ARVIRAGO - E sia così.
E come già facemmo a nostra madre,
Polidoro, se pur le nostre voci
abbiano assunto un timbro più virile,
accompagniamo con il nostro canto
il suo viaggio alla tomba,
con lo stesso motivo musicale
e le stesse parole che per lei,
solo cambiando “Eurifile” in “Fedele”.

GUIDERIO - Cadvalo, io, lo sai, non so cantare:
piangerò, e ripeterò piangendo,
insieme a te che canti, le parole;
le note di dolore, se stonate,
son peggio delle salmodie lagnose
dei preti e dei sacelli usi a mentire.

ARVIRAGO - Diremo allora solo le parole,
senza cantarle.

BELLARIO - Le pene maggiori
curano, come vedo, le minori.
Già Cloteno è da voi dimenticato.
Era il figlio della regina, quello,
ragazzi, e se pur venne da nemico,
ricordatelo, l’ha pagata cara.
Siam tutti, è vero, umili o potenti,
destinati a corromperci e a marcire
confusi tutti in una stessa polvere;
ma il rispetto, ch’è l’angelo del mondo,
distingue pure fra piccoli e grandi.
Quello era un nemico principesco,
e tu come nemico l’hai ucciso,
ma dobbiam seppellirlo come principe.

GUIDERIO - Allora trasportiamo qui anche lui.
Il corpo di Tersite dopo morto,
vale quello di Aiace.(83)

ARVIRAGO - (A Bellario)
Andate voi a prendere il suo corpo.
Noi due reciteremo il nostro canto.

(Esce Bellario)

Comincia tu, fratello.

GUIDERIO - No, Cadvalo,
prima dobbiamo volgergli ad oriente
il capo: in ciò nostro padre ha ragione.(84)

ARVIRAGO - È vero.

GUIDERIO - Vieni, dunque, e rivoltiamolo.

ARVIRAGO - Così… Comincia pure.

CANTO FUNEBRE

GUIDERIO - Più non devi temere
del gran sole l’ardore,
né del rabbioso inverno l’infuriare;
la tua terrena opera hai compiuto,
a casa sei venuto,
e la giusta mercede hai ricevuto.

Equo destino egual riserva sorte
a giovinetti e fanciulle di corte
e allo spazzacamino.
Volgerà in polvere ciascun la morte.

ARVIRAGO - Più non devi temere
dei grandi il malvolere:
tu sei fuori dai colpi dei tiranni;
mangiare e vestir panni
non è tua cura più; quercia o arboscello
fioriscono egualmente su un avello.
Scettro di re, sapienza,
arte medica, scienza,
egual destino tutto ha da seguire
e in polvere finire.

GUIDERIO - Più non temer di folgore bagliore.

ARVIRAGO - Né di tuono l’orribile fragore.

GUIDERIO - Più non temer calunnia od impostura.

ARVIRAGO - Finite son per te gioia e sventura.

ARVIRAGO - Spettro insepolto mai ti nuocerà.

INSIEME - E a te venga ogni amante
sensibile e gentile,
polvere ognun diventi,
polvere grigia e vile.

GUIDERIO - Più sortilegio non t’incanterà.

ARVIRAGO - Né maleficio più ti stregherà.

GUIDERIO - Né male alcun cattivo ti farà.

INSIEME - Dissolviti tranquillo nella pace,
e splenda il tuo ricordo come face.

Rientra BELLARIO recando il corpo di Cloteno

GUIDERIO - Le nostre esequie noi abbiam finito:
su, deponilo in terra.

ARVIRAGO - Ecco qui qualche fiore;
altri ne porteremo a mezzanotte:
l’erbe che di notturna fresca brina
son ricoperte meglio si confanno
ad essere cosparse sulle tombe:
disponeteli sopra i loro volti.(85)
Fiori voi eravate,
e come fiori siete ora appassiti:
e come voi saranno queste erbette
che su di voi ci appresteremo a spargere.
Ritiriamoci adesso,
e in ginocchio preghiamo quella terra
che li ha dati e ripresi; qui finite
son le lor gioie e così le lor pene.

(Escono Bellario, Guiderio e Arvirago)

IMOGENE - (Svegliandosi, come delirando)
A Milford-Haven, sì, signore, sì…
Qual è la strada?… Grazie, molte grazie…
Oltre il cespuglio, la? Quant’è distante?
Pietà di Dio!…(86) Sei miglia avete detto?
Tutta la notte ho camminato: in fede,
vorrei sdraiarmi a terra, ora, e dormire.

(Scorge il cadavere di Cloteno accanto a sé)

Ehi, piano! Niente compagni di letto!
O tutti i dèi del cielo! Questi fiori
mi paion come i piaceri del mondo;
quest’uomo insanguinato i suoi dolori…
Ma sto sognando, spero:
ché m’è parso di stare ad abitare
in una grotta e di far la cucina
per certa brava gente.
Però m’accorgo che così non è:
era una folgore fatta di nulla,
scagliata contro il nulla,
che il cervello si fabbrica da sé
coi suoi stessi vapori: gli occhi nostri
spesso son ciechi come il nostro senno.
Io tremo ancora tutta di paura.
Non c’è dunque più in cielo
una minima stilla di pietà
piccola quanto l’occhio d’uno scricciolo?
Se c’è, temuti dèi,
vogliate riservarmene una parte!
Il sogno è ancora e sempre qui con me:
anche se sono sveglia,
esso è fuori di me,
come è dentro di me:
io non l’immagino solo, lo sento…
Oh, un uomo senza capo!
E con indosso il vestito di Postumo!…
Ma questa gamba io la riconosco,
nella sua forma… e questa è la sua mano;
ed il suo piede, degno di Mercurio;
e la sua coscia, degna del dio Marte;
e la muscolatura, degna d’Ercole…
ma la sua faccia, somigliante a Giove?
Anche in cielo si compiono assassinii?
Come…? Egli è dunque morto?
Pisanio, tutte le maledizioni
che Ecuba in delirio scagliò ai Greci,
cadano su di te, oltre alla mia!
Tu, con quel rio demonio di Cloteno
hai mozzato la testa al mio signore!
Si chiami d’ora innanzi tradimento
scrivere e leggere. Con la sua lettera
scritta ad arte Pisanio (maledetto!)
ha demolito l’albero maestro
del più stupendo vascello del mondo!
Oh, Postumo, ahimè, dov’è, dov’è,
la tua testa?… Dove l’avran gettata?
Oh, me meschina!… Dove?
Poteva ucciderti al cuore, Pisanio,
e lasciarti la testa là dov’era!
Come ha potuto far questo, Pisanio?…
Perché è stato lui, sì, non Cloteno.
Scelleratezza e sete di denaro
sono gli autori di questo delitto.
Oh, tutto è chiaro, ora che ci penso!
La droga ch’ei mi dette,
e che doveva essere, a suo dire,
per me prezioso e salutar rimedio,
era invece un narcotico dei sensi.
Adesso tutto è chiaro: questo è opera
insieme di Pisanio e di Cloteno.
(Al corpo di Cloteno, che crede essere quello di Postumo)
Oh, ridona, mio sposo, col tuo sangue
il colore alle pallide mie guance,
sì che possiamo apparire più orribili
a tutti quelli che per avventura
si troveranno a passare di qui…

(Cade bocconi sul corpo di Cloteno)

Entrano CAIO LUCIO, un CAPITANO e un INDOVINO

CAPITANO - Son da aggiungere a quelli che t’ho detto
le legioni stanziate nella Gallia:
queste hanno traversato già lo stretto,
e ti attendono, insieme alla tua flotta,
a Milford-Haven, pronte ad avanzare.

C. LUCIO - Ma da Roma che nuove?

CAPITANO - Il Senato ha promosso nuove leve
in tutt’Italia tra popolo e nobili:
spiriti tutti pieni di coraggio
che promettono un nobile servizio.
Essi vengono a noi
al comando del nobile Iachimo,
il fratello di Siena.

C. LUCIO - E giungeranno?

CAPITANO - Appena il vento sarà favorevole.

C. LUCIO - Tanto entusiasmo lascia ben sperare.
Ordina intanto a quelli qui presenti
di adunarsi per esser rassegnati,
e di’ ai loro capi di procedervi.
(All’indovino)
Ebbene, mio signore,
quali sono i recenti vostri sogni
su questa nostra guerra?

INDOVINO - Questa notte
gli dèi m’hanno mostrato una visione
(avevo già pregato e digiunato
perché potessi meglio interpretarli):
ho visto dunque l’aquila romana
- il grande uccello di Giove - volare
dall’umido spugnoso mezzogiorno
verso quest’angolo dell’occidente,
e poi svanire tra i raggi del sole.
Il che, se i miei peccati
non velano le mie doti profetiche,
è sicuro presagio di vittoria
per le forze romane.

C. LUCIO - Sogna spesso così, e il tuo sognare
possa sempre inverarsi nel reale!

(Vede in terra i corpi di Cloteno e di Imogene)

Alt! Oh, che vedo, un tronco senza capo.
La macerie mi parla di qualcosa
ch’è stata un tempo un nobile edificio.
Oh, anche un paggio!… Morto,
o solo addormentato su di lui?
Morto, direi: di solito natura
aborre di divider con un morto
il letto oppure di dormirci sopra…
Vediamo il volto del ragazzo.

CAPITANO - (Avvicinandosi al corpo di Imogene e rivoltandolo)
È vivo.

C. LUCIO - Ci saprà dire allora qualche cosa
riguardo a questo corpo.
(A Imogene)
Giovinetto, dicci delle tue fortune,
che sembra quasi vogliano implorare
che si chieda di loro. Chi è costui
di cui ti fai sanguinoso cuscino?
E chi è stato a deturpar così
questa nobile forma
che la natura gli aveva assegnato?
Che hai tu a che fare
con questa triste macabra rovina?
Come è successo? Chi è? Chi sei tu?

IMOGENE - Io sono nulla; o, se sono qualcosa,
esser nulla per me sarebbe meglio.
Questi era il mio padrone,
un valoroso britanno, ed un giusto,
è stato ucciso qui da montanari.
Ahimè, simili a lui, padroni al mondo
non se ne trovan più; potrei vagare
da oriente ad occidente,
andare a offrir gridando i miei servigi,
e trovarne anche molti, ed anche buoni,
e servirli con pari lealtà:
ma non potrò mai più trovarne uno
simile a lui!

C. LUCIO - Ahimè, bravo ragazzo!
Tu mi commuovi, con i tuoi lamenti,
almeno quanto fa qui il tuo padrone,
con la vista di tutto questo sangue.
Qual è il suo nome?

IMOGENE - Riccardo del Campo.

(A parte)
Gli ho dato un nome falso: una bugia;
ma non faccio alcun male nel mentire,
e gli dèi, se m’ascoltano lassù,
spero vorranno darmi il lor perdono.
(Forte)
Dicevate, signore?

C. LUCIO - Il nome tuo?

IMOGENE - Fedele, mio signore.

C. LUCIO - E di tal nome mostri, in verità,
d’esser conferma: esso ben s’attaglia
alla tua fedeltà, com’essa al nome.
Non vorresti tentare la tua sorte
con me al mio servizio?
Non ti dirò che troverai in me
un tal padrone buono come l’altro,
ma puoi restar sicuro
che non sarai benvoluto di meno.
Lettera del romano imperatore
che mi fosse inviata per un console
non saprebbe raccomandarti meglio
a me di quanto possa far tu stesso.
Vieni con me.

IMOGENE - Vi seguirò, signore.
Prima, però, così piaccia agli dèi,
voglio porre al riparo dalle mosche
il mio padrone, e scavargli una fossa
per quanto sian capaci di scavare
le mie povere vanghe.(87)
E, come avrò cosparso quella fossa
di foglie d’albero e d’erbe di campo,
ed avrò recitato per due volte,
come meglio potrò, cento preghiere,
e pianto e sospirato,
e mi sarò in tal modo licenziato
da lui, mi metterò al servizio vostro,
se vi piacerà ancora di accettarmi.

C. LUCIO - Certo, mio bravo giovine;
e ti sarò più padre che padrone.
(Ai presenti)
Questo ragazzo, amici,
ci fornisce un ammaestramento
su quali sono i doveri degli uomini:
andiamo tutti in cerca della zolla
più fiorita di vaghe margherite
e con le nostre lance e con le picche
scaviamogli una fossa: sollevatelo.
Ragazzo, tu ce l’hai raccomandato
ed esso avrà da noi la sepoltura
quale possono darla dei soldati.
Sta’ di buon animo, asciugati gli occhi:
ci son cadute che son solo il mezzo
di farci rialzare più felici.

(Escono)

SCENA III - In Britannia, nel palazzo di Cimbelino.

Entrano CIMBELINO, alcuni SIGNORI, PISANIO e persone del seguito.

CIMBELINO - Ritornate da lei,
e datemi notizia del suo stato.

(Esce uno del seguito)

Un febbre dovuta, senza dubbio,
all’assenza del figlio; un vaneggiare
che mette a repentaglio la sua vita.
Cielo, che colpi, e tutti in una volta!
Imogene, il mio maggior conforto,
fuggita; la regina a letto inferma
senza speranza; e tutto nel momento
in cui minaccia una tremenda guerra!
Suo figlio, che in quest’ora
sarebbe stato tanto necessario,
sparito: ciò mi fa sentir prostrato
senza alcuna speranza di conforto.
(A Pisanio)
Quanto a te, manigoldo,
che devi ben sapere qualche cosa
sulla partenza di lei, e fai finta
d’esserne ignaro, te la strapperò
con atroci torture, se non parli.

PISANIO - Signore, la mia vita vi appartiene,
ed io la tengo alla vostra mercé.
Ma della mia padrona non so nulla:
dove si trovi, perché sia partita,
o quando abbia intenzione di tornare.
Supplico vostra altezza
di seguitare a ritenermi ancora
per il suo più leale servitore.

PRIMO SIGNORE - Mio buon sovrano, costui era qui
il giorno che scomparve vostra figlia.
Oserei garantirvi ch’è sincero
ed è uomo che adempie lealmente
ai doveri di suddito.
Quanto a Cloteno, non si fa risparmio
di sforzi a ricercarlo; e non ho dubbio
che si riuscirà a rintracciarlo.

CIMBELINO - Son tempi turbolenti.
(A Pisanio)
Per ora ti lasciamo in libertà,
ma su di te penderà sempre il dubbio.

PRIMO SIGNORE - Piaccia a vostra maestà,
le legioni romane della Gallia
sono sbarcate sulle nostre coste,
rinforzate da nobili romani
spediti a questa volta dal senato.

CIMBELINO - Ecco, questo è il momento
in cui avrei bisogno del consiglio
e di mio figlio e della mia regina.
Questo annuncio mi lascia frastornato.

PRIMO SIGNORE - Sire, le forze che avete già pronte
son certamente in grado
di fronteggiare le forze nemiche,
che sono quelle che v’ho detto prima.
E s’anche ne venissero di nuove,
sareste sempre in grado di affrontarle.
Vi basterà di mettere in azione
quelle che già si trovano in assetto,
e che sono impazienti d’impegnarsi.

CIMBELINO - Vi ringrazio. Ordunque ritiriamoci,
e vediamo di fronteggiare al meglio
le circostanze, come si presentano.
Di tutto ciò che ci venga dall’Italia
di fastidioso, non c’è da temere;
ci affliggono, al contrario, le sventure
che c’incombono qui da noi. Andiamo.

(Escono Cimbelino, i signori e il seguito)

PISANIO - Dal mio padrone, da quando gli ho scritto
della morte d’Imogene,
non ho avuto più niente. È molto strano.
E niente pure dalla mia padrona,
la quale pur mi fece la promessa
di farmi avere spesso sue notizie.
Né ho saputo più nulla di Cloteno,
che cosa mai può essergli successo.
Sicché resto nel dubbio più completo.
Ci deve metter mano ancora il cielo.
M’accade d’essere tanto più onesto
quanto più mi comporto da bugiardo;
e tanto più infedele,
quanto più voglio rimaner fedele.(88)
Questa guerra però farà scoprire
s’io amo il mio paese,
ed anche il re dovrà prenderne atto,
o io cadrò soldato.
Gli altri dubbi li sciolga pure il tempo.
La Fortuna sa far entrar in porto
anche le navi senza timoniere.

(Esce)

SCENA IV - Nel Galles, davanti alla grotta di Bellario.

Entrano BELLARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO

GUIDERIO - Intorno a noi è tutto un gran fragore.(89)

BELLARIO - Conviene allontanarci.

ARVIRAGO - Perché, padre?
Qual piacere possiamo noi trovare
nella vita, se la teniamo chiusa,
fuori da ogni azione o avventura?

GUIDERIO - Già, che speranza possiamo riporre
nel restare nascosti? In questo modo,
se i Romani dovessero scovarci,
o ci sopprimono come Britanni,
o ci accolgono come disertori
per il tempo che a loro farà comodo,
e poi ci uccideranno.

BELLARIO - Figli miei,
ce n’andremo lassù, sulle montagne.
Là staremo al sicuro.
Per noi, unirci al partito del re
non è il caso; non siamo conosciuti,
né arruolati in nessuna delle bande,
e la morte del principe Cloteno
ci può costringere a rendere conto
dei luoghi ove finora abbiam vissuto;
e ci verrebbe senza dubbio estorto
quello che abbiamo fatto fino ad oggi,
col risultato d’esser messi a morte
tra le più indicibili torture.

GUIDERIO - Questi son dubbi, padre,
che, specie nel momento in cui viviamo,
non ti stan bene, e non soddisfan noi.

ARVIRAGO - Quando udranno i nitriti dei cavalli
e vedranno vicini nella notte
i fuochi dei bivacchi dei Romani,
saran talmente presi, occhi ed orecchie,
da non pensar davvero a perder tempo
per sapere da dove noi veniamo.

BELLARIO - Ma io son conosciuto nell’esercito
da molti, ed anche voi avete visto
che Cloteno, per quanto giovanissimo
all’epoca in cui l’ho conosciuto,
tutti questi anni non sono bastati
a cancellarlo dalla mia memoria.
Senza aggiungere, poi, che questo re
non si merita né i servigi miei,
né il vostro benvolere,
perché è dovuto a questo mio esilio
che vi trovate privi d’istruzione
e condannati a quest’aspra esistenza,
senza speranza di poter toccare
gli agi promessi dalla vostra culla,
esposti tutto il tempo ad abbronzarvi
al dardeggiante sole dell’estate
o a tremar sotto il gelo dell’inverno.

GUIDERIO - Meglio cessar di vivere
che seguitare a vivere così.
Ti prego, padre, entriamo nell’esercito.
Noi, mio fratello ed io,
non siamo conosciuti da nessuno;
voi stesso siete talmente lontano
dai lor pensieri, e talmente cambiato,
da non far nascere alcun sospetto.

ARVIRAGO - Io, per me, giuro sopra questo sole
che ci risplende sul capo, ci vado:
che creatura son io,
che non ho visto mai morire un uomo,
che non ho visto sangue
altro che quello di lepri spaurite
o di capre in calore e selvaggina?
Non ho montato mai altro cavallo
salvo uno che s’ebbe sulla groppa
a cavaliere uno come me,
che non ho mai portato né speroni
né ferro ai miei talloni. Mi vergogno
di levar gli occhi verso il sacro sole
e goder dei suoi raggi benedetti,
restando sempre un uomo sconosciuto.

GUIDERIO - Per il cielo, ci vado anch’io con lui;
e se voi, padre, mi benedirete,
e mi concederete il vostro assenso,
avrò di me la migliore attenzione:
se no, ricadan solo su di me,
per mano dei Romani,
tutti i rischi della disobbedienza

ARVIRAGO - E così dico io, e così sia.

BELLARIO - Dal momento che delle vostre vite
fate sì poco conto, della mia,
ch’è una vecchia carcassa,
io non ho più ragione d’aver cura.
Abbiatemi con voi, ragazzi miei!
Se sarà vostra sorte
morire in guerra pel vostro paese,
ragazzi miei, è là anche il mio letto,
e là mi giacerò. Avanti, avanti!
(A parte)
Per loro il tempo corre troppo lento;
il loro sangue si sente umiliato
finché non sgorghi fuori
a mostrare la sua regale origine.

(Escono)

ATTO QUINTO

SCENA I - In Britannia, il campo romano.

Entra POSTUMO

POSTUMO - Sì, panno insanguinato,
io ti terrò con me, perché son io
che ho voluto che tu ti colorassi
d’un tal colore.(90) O uomini ammogliati,
se ciascuno seguisse questa via,
quanti di voi non dovrebbero uccidere
spose di loro stessi assai migliori,
solo perché sian potute cadere
in qualche pur leggera devianza!
Oh, Pisanio, Pisanio,
non è detto che sia d’ogni buon servo
dover seguire puntigliosamente
tutto ciò che gli viene comandato.
Solo agli ordini giusti egli è tenuto.
O dèi, se voi vi foste vendicati
prima d’ora di tutti i miei peccati,
io non sarei vissuto
fino a pensar di compiere quest’ultimo!
Imogene sarebbe ancora salva,
per potersi pentire, e sarei io
ad essere colpito, sciagurato,
che son di lei assai più meritevole
della vostra vendetta!
Ma voi strappate, ahimè, da questo mondo,
alcuni per minuscoli peccati;
e lo fate, si dice, per amore,
sì ch’essi più non possano cadere:
ad altri consentite, per converso,
d’accumular misfatti su misfatti
uno più infame e orribile dell’altro,
sì da far ch’essi stessi ne aborriscano,
per loro giovamento.
Ma Imogene è con voi, è cosa vostra,
e sia fatta la vostra volontà:
a me largite soltanto la grazia
di potervi obbedire. Eccomi qui,
in mezzo all’italiana nobiltà,
in armi contro il regno di mia moglie.
È abbastanza, Britannia,
ch’io t’abbia ucciso la tua principessa.
Basta, non voglio farti altre ferite.
Perciò, benigni dèi,
date paziente orecchio al mio proposito:
io mi trarrò di dosso
queste vesti italiane, per vestirmi
da contadino della mia Britannia:
così vestito io combatterò
contro la stessa parte
con cui sono venuto qui in Britannia;
e morirò, Imogene, per te,
per cui questa mia vita
ormai è morte, ad ogni mio respiro.
E sconosciuto, e da nessuno pianto
e da nessuno odiato, nel tuo nome
sfiderò il pericolo: che gli uomini
vedano in me più valore guerriero
che non ne lasci loro immaginare
la modestia del mio abbigliamento.
Infondetemi voi, o sacri dèi,
la forza dei Leonati.(91)
Per la vergogna del vanesio mondo,
io voglio inaugurare un’altra moda:
meno fuori, più dentro.(92)

SCENA II - In Britannia: luogo aperto tra il campo romano e il campo britanno.

Entrano CAIO LUCIO e IACHIMO con l’esercito romano da una parte; dall’altra l’esercito britanno; poi POSTUMO travestito da povero soldato. Tutti attraversano la scena in marcia, ed escono. Poi rientrano combattendo. Iachimo e Postumo rientrano anch’essi combattendo. Postumo ha la meglio; disarma Iachimo e lo lascia sul terreno

IACHIMO - (Rialzandosi)
Il peso della colpa
toglie al mio petto ogni viril coraggio.
Ho calunniato una nobile dama,
la principessa di questo paese,
e l’aria stessa che mi spira intorno,
per vendetta, mi fa fiacco e impotente;
altrimenti questo vil zoticone,
questo vero rifiuto di natura,
non avrebbe potuto soverchiarmi
in questo ch’è lo stesso mio mestiere.
Cavalierati e titoli d’onore,
portati com’io porto quelli miei,
sono soltanto titoli di scherno.
Britannia, se la classe dei tuoi nobili
supera questo semplice bifolco
tanto quant’egli supera la nostra,
la differenza fra i nostri due popoli
è che noi siamo uomini, e voi dèi.

(Esce)

La battaglia continua. I Romani vincono, i Britanni fuggono.
Cimbelino è catturato. Entrano, per liberarlo combattendo,
BELLARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO.

BELLARIO - Qua, fermiamoci qua,
dove il vantaggio del terreno è nostro
La gola è presidiata.
Nulla potrà più ricacciarci indietro
se non le nostre vigliacche paure.

GUIDERIO e ARVIRAGO - Sì, fermiamoci qua, e combattiamo.

Rientra POSTUMO combattendo a fianco di soldati britanni. Liberano Cimbelino ed escono. Rientra CAIO LUCIO con IACHIMO, è con loro IMOGENE sempre travestita da uomo

C. LUCIO - (A Imogene)
Ragazzo, via! Lontano dalla mischia!
Mettiti in salvo, qui va tutto a rotoli.
Qui s’uccidon tra loro anche gli amici.
C’è una tale dannata confusione
da sembrar che la guerra sia bendata.

IACHIMO - Hanno mandato in campo le riserve.

C. LUCIO - Le fortune si sono capovolte:
o sferriamo un attacco in forze, subito,
o convien ritirarci.

(Escono)

SCENA III - Un’altra parte del campo

Entrano POSTUMO e un NOBILE britanno

NOBILE - Vieni da dove han fatto resistenza?

POSTUMO - Sì, voi venite, invece,
da dove sono in fuga, a quanto pare.

NOBILE - Infatti.

POSTUMO - Non vi posso biasimare,
signore, perché tutto era perduto,
se per noi non avesse combattuto
il cielo: l’ali del re sgominate,
rotto il fronte davanti,
non si vedevan che terga britanne
tutte in fuga per una stretta gola;
e il nemico, del tutto rincuorato,
lingua in fuori per la tremenda strage,
avendo avanti a sé maggior lavoro
che mezzi sufficienti per sbrigarlo,
che colpiva, taluni mortalmente,
altri appena toccava,
altri cadevan solo per paura,
talché l’angusto spazio di quel varco
era già tutto ingombro di cadaveri
tutti feriti a tergo, e di vigliacchi
ancora vivi solo per morire
d’una più prolungata umiliazione.

NOBILE - E dov’è questa gola?

POSTUMO - Non lontano dal campo di battaglia,
infossata tra due pareti erbose…
il che ha offerto ad un vecchio soldato
- un uomo in gamba, posso garantirvelo! -
il vantaggio da meritarsi tanto
da esser mantenuto dallo Stato
per tanto tempo quanti sono gli anni
che sono occorsi a imbiancargli la barba,
per quanto ha fatto per il suo paese.
Egli, all’imbocco di quella strettoia,
con due adolescenti - due ragazzi
in età più da fare a rimpiattino
che non a compiere un tal massacro,(93)
e dai volti più adatti a quelle maschere
di cui si fanno schermo certe dame
per protegger la pelle o per pudore -
s’impadroniscono di quel passaggio
urlando a tutti quelli che fuggivano:
“In Britannia i cervi, ma non gli uomini
vanno a morir fuggendo.
L’anime di coloro che indietreggiano
volano tutte al buio dell’inferno!
Indietro, indietro! O che saremo noi,
i Romani che vi daremo morte,
quella morte alla quale, come bestie,
cercate bestialmente di sfuggire!”
Ebbene, questi tre, che per coraggio
ne valevan tremila,
e per la foga con cui si battevano
- perché tre che combattono davvero
s’equivalgono ad un’intera schiera
se gli altri che son lì non fanno niente -,
da soli, urlando sempre: “Arresta! Arresta!”
favoriti com’erano dal luogo,
e più ancora dal fascino emanante
dal lor nobile esempio di ardimento,
che avrebbe trasformato in una lancia
perfino la conocchia della nonna,
han riportato subito il colore
sopra tutti quei visi spalliditi,
con la vergogna ridestando in loro
l’onore sì che alcuni,
invigliacchiti dall’esempio altrui
- oh, gran peccato in chi lo dà per primo
in guerra, questo, assai da condannare! -
tornavan piano piano quei di prima,
e cominciarono a mostrare i denti
come leoni dinanzi alle picche
dei loro cacciatori. E fu a quel punto
che nelle file degli assalitori
ci fu un arresto, e quindi un cedimento
trasformatosi presto in una rotta,
e insomma in una grande confusione;
e i Romani si dettero alla fuga
subito, come polli spaventati,
ripercorrendo quella stessa via
a ritroso, che già li aveva visti
come aquile piombare su di noi,
e a rifar come schiavi quelle peste
prima battute da conquistatori.
Mentre i nostri, non più vigliacchi ormai,
ma simili ad avanzi di gallette
dopo una burrascosa traversata,
che divengon vitali come il cibo
nei momenti di grande carestia,
trovano aperto il varco
e piombano su uomini indifesi,
e là, o cieli, che carneficina!
Menan colpi alla cieca
sui morti, sui morenti,
e perfino su lor commilitoni
travolti nell’ondata dei fuggiaschi;
e ciascuno dei dieci che poc’anzi
un sol Romano aveva sgominati,
ne fa strage di venti.
E quelli che eran pronti poco prima
a morire piuttosto che resistere,
sono diventati gli orchi delle favole
e spargono il terrore in tutto il campo.

NOBILE - Un caso veramente molto strano:
una gola, un vegliardo e due ragazzi.

POSTUMO - Ah, per me non c’è niente da stupirsi;
ma voi sembrate uno fatto apposta
più per stupire voi di ciò che udite
che per far cosa da stupire gli altri.
Se ci vogliamo scriver su una rima,
tanto per celia, eccovene una:
“Due fanciulli, un vegliardo ed una stretta:
“salvezza pei Britanni,
“pei Romani disdetta”.

NOBILE - Beh, amico, adesso non montare in collera.

POSTUMO - E perché lo dovrei? A quale scopo?
Chi non osa affrontare il suo nemico
in me troverà sempre un buon amico
“perché se fa quello che a fare è nato
“me come amico presto avrà scansato.”
Diamine, voi mi fate anche rimare!

NOBILE - Sei troppo incollerito. Ti saluto.

(Esce)

POSTUMO - E scappa, scappa ancora!
E tu saresti un nobile britanno?
O nobile miseria!
Venir dal campo dove si combatte
e domandar: “Quali notizie?” A me!
Ah, quanti di codesti gentiluomini
si sarebbero dato via l’onore,
oggi, per aver salva la pellaccia!(94)
Per questo hanno levato i lor calcagni,
eppure anch’essi hanno trovato morte.
Mentr’io non son riuscito,
nella stregoneria dei miei malanni,
a trovarla la morte, manco là
dove son corso sentendone i gemiti,
né là dove colpiva.
Da quell’orribile mostro che è,
è strano ch’essa vada ad acquattarsi
nei freschi calici, nei letti morbidi,
nelle dolci parole, e più ministri
ell’abbia in quegli ambienti che tra noi
che pur snudiamo in guerra i suoi coltelli.
Ah, ma la troverò, la troverò!
Poiché se favorisce ora i Britanni,
io britanno non voglio più restare,
voglio tornare a seguir l’altra parte
al cui seguito sono qui venuto.
Né voglio più combattere,
ma consegnarmi al primo zoticone
che mi metta la mano sulla spalla.
I Romani hanno fatto grande strage
in Britannia, sarà altrettanto grande
perciò la rappresaglia che i Britanni
faranno su di loro.
Per me, sarà la morte il mio riscatto:
o con gli uni o con gli altri,
renderò alla vita il mio respiro,
che più non voglio conservare qui,
né riportare indietro. Vo’ finirla,
in un modo o nell’altro. Per Imogene.

Entrano due UFFICIALI BRITANNI con alcuni soldati

PRIMO UFF. - Lode a te, Grande Giove! Lucio è preso.
Quel vecchio e i suoi due figli
tutti pensano fossero degli angeli.(95)

SECONDO UFF. - Ce n’era un quarto, in abiti dimessi,
a far fronte al nemico insieme a loro.

PRIMO UFF. - Così ho sentito dire: ma finora
non s’è trovato nessuno di loro.
(Vedendo Postumo).
Fermo! Chi è là?

POSTUMO - Un Romano,
che ora non starebbe senza fiato,
se quelli che dovevano aiutarlo
l’avessero aiutato.

SECONDO UFF. - (Ai soldati)
Catturatelo!
Un cane! Non dovrà tornare a Roma
da qui una sola gamba di Romano
a dire quali corvi li han beccati
quassù in Britannia. Costui mena vanto
di sé e del suo servizio
come se fosse persona di riguardo:
portatelo dal re.

Entrano CIMBELINO, BELLARIO, GUIDERIO, ARVIRAGO, PISANIO, con alcuni ufficiali dell’esercito britanno che conducono alcuni prigionieri romani. Tra questi è Postumo, che gli ufficiali mostrano a Cimbelino; questi lo affida ad un carceriere. Escono tutti.

SCENA IV - In Britannia, una prigione.

Entra POSTUMO in ceppi con due CARCERIERI

PRIMO CARCERIERE - Ora nessuno ti può più rubare;
sei ben serrato in ceppi.
Bruca, perciò, se trovi la pastura.

SECONDO CARC. - E lo stomaco, se te lo ritrovi.

(Escono i carcerieri)

POSTUMO - O prigionia, sii molto benvenuta!
Tu sei forse per me la giusta via
alla liberazione; grazie a te,
sto meglio io di un malato di gotta
che preferisce languir nel dolore
piuttosto che cercar la guarigione
ricorrendo a quel medico infallibile,
la Morte; che sarebbe ora per me
l’unica chiave che potrebbe sciogliermi
da questi ceppi entro i quali anche tu,
o mia coscienza sei impastoiata
più dei miei piedi e delle mie caviglie.
Ah, porgetemi voi, benigni dèi,
con la mia contrizione, lo strumento
per disserrarmi da questa pastoie
e per rendermi libero in eterno!
Ma vi potrà bastare
ch’io vi dichiari d’essere pentito?
Questo è il modo con cui i fanciullini
placano il lor terreno genitore;
innanzi a voi, più ricchi di pietà,
se mi debbo pentir dei miei peccati,
non posso farlo in miglior condizione
che stretto dentro questi manichini,
da me desiderati più che imposti.
E se a soddisfazione del mio debito,
per ottener la mia liberazione,
debbo espiare, minor penitenza
da voi non mi sia imposta
del sacrificio di questa mia vita.
So che siete migliori creditori
di quelli che dai loro debitori
che han fatto bancarotta, come me,
prendono solo un terzo, un sesto o un decimo
e poi li lascian prosperare ancora
col resto che non han da loro avuto.
Io non vi chiedo questo:
per la vita della mia cara Imogene,
io vi chiedo di prendervi la mia.
Non vale molto, ma è sempre una vita,
da voi stessi coniata. Le monete
non si pesano mai ad una ad una
nemmen dagli uomini, nei lor baratti
se qualcuna ce n’è di minor peso
la si accetta pel suo marchio di zecca.
Così vi chiedo di fare con me,
che pur porto stampato il vostro marchio.
Se dunque ritenete, alte potenze,
buono ed onesto questo pagamento,
prendete la mia vita,
ed annullate questi freddi vincoli.
Imogene, ti parlerò in silenzio.

(S’addormenta)
VISIONE

Musica solenne. Entra, come in una apparizione, il vecchio SICILIO LEONATO, padre di Postumo, in veste di guerriero, e conduce per mano un’anziana signora, sua moglie e madre di Postumo. Quindi, dopo che sarà intonata all’interno altra musica, entrano due giovani Leonati, fratelli di Postumo; portano visibili le ferite per le quali sono morti in guerra. Tutti si dispongono intorno a Postumo che dorme.

SICILIO - “O tonante signore,
“più non versar sul capo dei mortali
“il tuo sdegnoso umore;
“Marte vendicatore
“e Giunone gli amori tuoi fatali
“ti rinfacciano pieni di furore.
“Che ha fatto questo povero mio figlio
“se non che bene oprare,
“perch’io su lui posare
“mai potessi il mio paterno ciglio?
“Egli, quand’io moriva,
“nel grembo di sua madre ancor covava:
“s’è vero che degli orfani sei padre,
“perché l’abbandonasti,
“e dagli affanni asilo non gli offristi?

MADRE - “Pronuba a me Lucina non è stata;(96)
“tra le mie doglie a sé m’ha richiamata;
“e Postumo dal fianco mio strappato,
“piangendo, tra nemici fu cresciuto.

SICILIO - “L’avita immagine su quel neonato
“natura avea stampato,
“sì ch’egli s’acquistò d’eletta fede
“la fama, e di Sicilio degno erede…

PRIMO FRATELLO - “E quando maturò in viril prestanza,
“chi altri mai in Britannia competere
“con lui poteva, ed agli occhi d’Imogene
“meglio di lui risplendere?

MADRE - “Ah, perché volle far l’iniqua sorte
“scherno sì miserando,
“di lui e della cara sua consorte
“col matrimonio e con l’iniquo bando:
“dal seggio dei Leonato allontanato,
“e dalla cara Imogene strappato!

SICILIO - “Perché hai tu voluto
“che Iachimo, d’Italia vil rifiuto,
“gli avvelenasse il cuore
“d’un insensato di gelosia fuoco,
“sì da farne di tutti scherno e gioco?

SECONDO FRAT. - “Per questo noi, col padre e con la madre,
“da più placide sfere siam venuti,
“noi che da eroi caduti siamo in guerra
“per il sacro diritto di Tenanzio
“e della nostra terra”.

PRIMO FRAT. - “Né di noi minor prova di valore
“ha fatto Postumo pel suo signore
“Cimbelino. E tu invece di pagargli
“la dovuta mercede, di travagli
“e di pene gli hai riempito il cuore.

SICILIO - “La tua alta finestra di diamante
“schiudi, e volgi clemente
“il tuo sguardo quaggiù,
“su questa antica eroica semente
“non infierire più.

MADRE - “Perché virtuoso, Giove, è nostro figlio;
“da lui distogli il tuo cupo cipiglio.

SICILIO - “Dall’alta tua marmorea magione
“volgi lo sguardo, Giove, e porgi aiuto,
“a noi, poveri spiriti, o rifiuto
“di te faremo, e d’altri invocheremo
“numi il favore.

I DUE FRATELLI - Sì, e con ragione,
“appello ad altri numi noi faremo
“e dalla tua giustizia fuggiremo”.

Lampi e tuoni. Assiso sopra un’aquila, discende dal cielo GIOVE, scaglia un fulmine. Alla sua vista le Apparizioni cadono tutte in ginocchio.

GIOVE - “Spiriti queruli di bassi stagni,
“basta d’offendere coi vostri lagni
“le orecchie a Giove. Basta, tacete!
“Come accusare osate voi il Tonante,
“vane larve? La sua saetta ardente
“ch’ogni ribelle folgora temete.
“Ombre meschine dell’Eliso, andate
“a riposare sopra i vostri liti
“di sempreverdi primule fioriti.
“Sapete che non spetta a voi la cura
“d’umana creatura. A prova dura
“più ch’ogni altro mortale io sottometto
“colui che più degli altri m’è diletto,
“ed il mio dono più tardi gli viene
“più caro egli lo tiene.
“Il vostro oppresso figlio innalzerà
“la mia onnipotente deità.
“Stan per giungere a lui ore serene,
“ora che son finite le sue pene.
“L’astro di Giove nel cielo regnava
“il dì ch’egli nasceva,
“e di Giove nel tempio ha celebrato
“il voto che ad Imogene l’ha dato.
“Alzatevi e sparite. Il dì verrà
“che ad Imogene sposo ei tornerà,
“e tanto più felice quanto dure
“furon le sue sventure.
“Sul suo petto posate questo foglio,
“sopra il quale in dettaglio
“di sue fortune gli è dato ragguaglio.
“E dunque, andate, ombre, andate via!
“Più non risuoni la vostra impazienza,
“perché potrebbe risvegliar la mia!
“Aquila, non più stallo:
“alla nostra magione di cristallo!

(Si solleva a cavallo dell’aquila e svanisce)

SICILIO - “Tra tuoni era venuto,
“tra vapori di zolfo è ripartito.
“La sacra aquila stese
“l’unghie per afferrarci, ma egli ascese
“nell’aura fra sorrisi
“più soavi dei nostri Campi Elisi.
“Ora il regale augello
“l’ala immortal ripiega,
“e il suo rostro ha richiuso
“come quando il suo dio
“l’opra sua ha concluso”.

TUTTI - “Grazie a te, sommo Giove!

SICILIO - “Ecco, si chiude il marmoreo soffitto,
“Giove è tornato al suo radioso tetto.
“Via, obbediamo all’alto suo precetto.

(Le apparizioni svaniscono)

POSTUMO - (Svegliandosi)
Sonno, stavolta mi sei stato nonno:
m’hai generato un padre,
e m’hai dato una madre e due fratelli.
Ma - derisione! - son tutti scomparsi.
Appena nati, se ne sono andati,
ed io sono qui sveglio.
Sognan così come ho sognato io
i poveri infelici
che pendon dal favore dei potenti:
si svegliano, e non trovano più nulla.
Ma, oh, che dico, sono fuori strada:
ci sono molti che nemmeno sognano
di trovar quei favori, né li meritano,
eppure ne son colmi. E così io:
ho avuto in sogno quest’aurea fortuna,
e perché non lo so: che in questi luoghi
aleggi qualche spirito benigno?
(Vede per terra un libro e lo raccoglie)
Un libro?… E che prezioso volumetto!
Salvo che tu non sia - com’è consueto
in questo mondo frivolo e vanesio -
più nobile di fuori che di dentro…(97)
Fammi sperare che il tuo contenuto
sia tale da non farti assomigliare
al costume dei nostri cortigiani,
e sia buono così come promette.
(Apre il libro e legge)
“Quando un leone giovan-crinito
“che nulla di se stesso ancora sa,
“ senza cercarlo, ritrovato avrà,
“un soffio d’aura che lo avrà baciato;
“e quando d’un maestoso cedro i rami
“da molti anni tagliati e resi grami
“ritorneranno a vivere
“riuniti al vecchio tronco e germogliare,
“allora avranno fine
“di Postumo le pene
“e la Britannia in pace gioirà
“e prospera e feconda fiorirà”.
O sto ancora sognando,
o queste son parole da insensati,
lingua e niente cervello: o l’una e l’altro,
o niente; un declamare senza senso,
o qualcosa il cui senso è sì riposto,
da non potersi affatto districare.
Sia quale sia, s’attaglia però bene
alla mia vita ed alle mie azioni;
non fosse che per questa concordanza,
me lo voglio tenere.

Rientrano i CARCERIERI

PRIMO CARC. - Signore, beh, siete pronto a morire?

POSTUMO - Altroché, ben avanti di cottura:
pronto ad andare in tavola, da un pezzo!

PRIMO CARC. - Impiccagione è la parola, amico:
se siete pronto a tanto,
vuol dir che siete cotto al punto giusto.

POSTUMO - Così potrò riuscire saporito
forse al palato degli spettatori;
e il piatto sarà valso la sua spesa.

PRIMO CARC. - Una spesa per voi piuttosto cara,
signore. Ma ne avrete poi il conforto
di non aver da far più pagamenti,
né da temere conti di taverna;
che sono spesso causa di sconforto
all’uscita, per quanto godimento
ci procurò l’entrata; voi ci entrate,
infatti, pressoché senza più forze
per mancanza di cibo, e quando uscite
barcollate per troppe libagioni,
scontenti per aver pagato troppo
e d’esser stati troppo ripagati:
borsa e cervello vuoti,
ma il cervello di tanto più pesante
per esser stato tanto più leggero,
e la borsa di tanto più leggera
per esser stata tanto alleggerita.
Ah, sì, ora sarete liberato
per sempre da una tal contraddizione.
O carità di due soldi di corda!
In un sol colpo somma le migliaia
e non avrete più né creditori
né debitori, all’infuori di lei.
Vi scarica di tutto: del passato,
del presente e di quello che c’è dopo.
Con essa il vostro collo
diviene penna, registro e gettoni;
e vi rilascia la quietanza a saldo.

POSTUMO - Son più contento di morire io,
che tu di vivere.

PRIMO CARC.- Infatti, amico,
dormendo non si sente il mal di denti;
ma credo che a dormir del vostro sonno
col carnefice accanto
per aiutarvi ad infilarvi a letto,
si scambierebbe volentieri il posto
con colui che l’aiuta a coricarsi.
Perché, vedete, amico:
nell’al di là non si conosce mai
per quale strada uno deve andare.

POSTUMO - Io la mia strada la conosco, amico.

PRIMO CARC. - Vuol dire allora che la vostra morte
ha tanto d’occhi infissi nella testa:
ma io la morte così figurata
non l’ho mai vista; oppure a dir così
vi fate pilotare da qualcuno
che pretende saperne, o siete voi
che pretendete di sapere cosa
che, son sicuro, non sapete affatto;
o pensate magari sia possibile
fare soltanto un salto all’al di là
a tutto ed esclusivo vostro rischio;
ma, per quanto vogliate poi sforzarvi
d’affrettare la fine di quel viaggio,
son sicuro che su non tornerete
a raccontarlo.

POSTUMO - Eppure io ti dico
che per la strada che m’accingo a prendere
nessuno è privo d’occhi per vedere
dov’essa porta, tranne chi degli occhi
non vuol servirsi e vuol tenerli chiusi.

PRIMO CARC. - Che grossa beffa non sarebbe allora
che un uomo debba fare dei suoi occhi
l’uso migliore per poter vedere
dove lo porta la via della tenebra!
Io son sicuro che l’impiccagione
è la via giusta per far chiuder gli occhi.

Entra un MESSO

MESSO - Togliete le manette al prigioniero
e conducetelo davanti al re.

POSTUMO - Buona notizia porti: son chiamato
per essere rimesso in libertà.

PRIMO CARC. - Allora sta’ a vedere
che ad essere impiccato sarò io.

POSTUMO - Saresti, in questo caso,
più libero, di quel che sei adesso:
non ci son catenacci per i morti.

(Esce Postumo, scortato, con il messo)

SECONDO CARC. - A meno che costui avesse voglia
di sposare una forca
e generare giovani forcucce,
non ho mai visto nessun uomo al mondo
tanto entusiasta d’essere impiccato!
E dire, a voler essere sinceri,
che ci sono furfanti più di lui
(per quanto qui si tratti di un Romano)
che di forca non vogliono saperne;
e ci son altri della stessa risma
che vanno a morte assai di controvoglia.
Come del resto sarebbe di me,
se fossi uno di loro. Vorrei tanto
che tutti avessimo la stessa idea,
e che tutte le idee fossero giuste.
Oh, sarebbe un’autentica rovina
per carcerieri, forche e forcaioli!
So di parlare contro il mio interesse,
ma questo desiderio, se avverato,
potrebbe farmi fare certamente
miglior carriera che la mia attuale.

(Esce)

SCENA V - La tenda di Cimbelino nel campo britanno

Entrano CIMBELINO, BELLARIO, GUIDERIO, ARVIRAGO, PISANIO, signori e persone del seguito.

CIMBELINO - Statemi tutti al fianco,
voi, che il cielo ha voluto protettori
del mio trono. Ho il cuore nell’ambascia:
quel soldato che tanto strenuamente
ha combattuto, al punto da offuscare
coi miseri suoi cenci,
le rifulgenti dorate armature,
e che col petto nudo nell’assalto
precedeva gli scudi impenetrabili,
nessuno lo riesce più a trovare.
Chi saprà rintracciarlo
potrà ben dire d’esser fortunato
se tale lo può far la nostra grazia.

BELLARIO - Non ho mai visto tanta nobil furia
albergare in così povera cosa,
mai sì preziose gesta
in uno la cui povera sembianza
non prometteva che mendicità.

CIMBELINO - Non se ne sa più nulla?

PISANIO - No, signore.
L’abbiam cercato in mezzo ai vivi e ai morti,
ma purtroppo di lui nessuna traccia.

CIMBELINO - Sarò io dunque, a mia grande amarezza,
l’erede del compenso a lui spettante,
(A Bellario, Guiderio e Arvirago)
e questo aggiungerò a quello vostro,
di voi, che siete cuore, mente e fegato
della Britannia che, ve ne do atto,
se vive ancora, è per merito vostro.
Ora è tempo però ch’io vi domandi
donde venite. Parlate, vi prego.

BELLARIO - Mio signore, noi siamo nati in Cambria,
e discendiamo da nobile stirpe.
Questo è tutto. Vantarci d’esser altro
non sarebbe né vero né modesto.
Posso soltanto aggiungere
che siamo gente onesta.

CIMBELINO - Inginocchiatevi,
e rialzatevi miei cavalieri
nominati sul campo di battaglia,
compagni alla regal nostra persona.
Vi saran conferiti tutti titoli
che ineriscono a tale dignità.

Entra CORNELIO con alcune DAME
(A Cornelio)
Vedo sui vostri volti turbamento.
Perché sì contristati
a salutare la nostra vittoria?

CORNELIO - Salute a voi, gran re!
Debbo rendervi amara, mio malgrado,
quest’ora di tripudio con l’annuncio
che la vostra regina è deceduta.

CIMBELINO - A chi peggio che a un medico
si converrebbe un tal ferale annuncio?
Ma l’arte medica, mi rendo conto,
può, sì, allungar la vita, ma la morte
carpirà fatalmente anche il dottore.
E com’è morta?

CORNELIO - D’una morte orribile,
invasata da una pazzia furiosa,
come, del resto, è stata la sua vita
che, crudele con gli altri,
crudelissima è stata con se stessa.
Vi riferisco, sire, se vi piaccia,
ciò che in punto di morte ha confessato.
Se dovessi sbagliarmi nel racconto,
queste due dame ch’erano presenti,
in lacrime al trapasso, mi correggano.

CIMBELINO - Parlate, prego. Che v’ha confessato?

CORNELIO - Primo, di non avervi mai amato.
Tutto quello che amò ella di voi
fu la grandezza che ne le veniva.
Non voi aveva sposato, mi disse,
ma la regale vostra maestà;
d’essere stata la sposa del trono,
ma di aborrire la vostra persona.

CIMBELINO - Son cose queste note, francamente,
a nessun altro all’infuori di lei:
perché se non le avesse confessate
sul punto di morire,
io non avrei creduto alle sue labbra
se l’avessero dette. Proseguite.

CORNELIO - Della vostra figliola,
che mostrava d’amar con tanto affetto,
mi disse ch’era solo un scorpione
agli occhi suoi, e che se la sua fuga
non fosse intervenuta ad impedirglielo,
l’avrebbe certamente avvelenata.

CIMBELINO - Oh, qual raffinatissimo demonio!
Chi sa legger nel cuore d’una donna?
C’è dell’altro?

CORNELIO - Sì, sire, ed anche peggio.
M’ha confessato ancora
di serbare per voi una sostanza
di mortifero effetto, che, ingerita,
vi avrebbe divorato lentamente,
minuto per minuto, e consumato
oncia per oncia; mentre nell’attesa,
ella si figurava intrattenervi
con tenere vigilie, e pianti, e baci,
e con il simularvi assidue cure
tenervi in suo possesso
e dominarvi con quella commedia;
e quando poi vi avesse ben disposto
con questi suoi ingannevoli armeggii,
avrebbe fatto insinuar suo figlio
nel diritto di successione al trono.
Ma, fallite che furon le sue mire
per l’assenza del figlio (invero strana),
mi spiattellò, senza ritegno alcuno,
a dispetto degli uomini e del cielo,
i suoi loschi disegni e il suo rammarico
di non aver potuto porre in opera
i malefizi che aveva covato.
E così se n’è morta, disperata.

CIMBELINO - E voi, due dame, udiste anche voi questo?

DAME - Sì, non dispiaccia alla vostra maestà.

CIMBELINO - Colpa non posso fare agli occhi miei…
Era pur bella! … Né alle mie orecchie
nel compiacersi delle sue lusinghe;
e nemmeno al mio cuore,
che l’aveva stimata anche nell’animo
almeno pari all’apparenza esterna.
Sarebbe stato ingiusto da mia parte
diffidare di lei: ma ora tu,
figliola mia, puoi dire con ragione
che quella è stata in me una follia,
e puoi provarlo con quel ch’hai sofferto!
Voglia porre rimedio a tutto il cielo!

Entrano CAIO LUCIO, IACHIMO, l’INDOVINO e altri prigionieri, sotto scorta; dietro di loro POSTUMO e IMOGENE, sempre travestita da uomo.

Caio, tu vieni ora innanzi a me
non più per reclamare il tuo tributo;
questo i Britanni l’hanno cancellato
sia pure con la dolorosa perdita
di tanti valorosi, i cui parenti
m’han supplicato che le loro anime
possan venir placate
col sacrificio di voi prigionieri.
Il che abbiamo loro garantito.
Questa dunque è la vostra condizione.
Pensateci.

C. LUCIO - Considerate, sire,
che alterne son le sorti della guerra.
La giornata fu vostra sol per caso;
se fosse stata nostra,
noi non avremmo certo, a sangue freddo,
minacciato di morte i prigionieri.
Ma se è questo il volere degli dèi,
che si chiami riscatto
soltanto il prezzo delle nostre vite,
sia pur così. Un Romano
non può che sopportar le avversità
con cuore di Romano.
Augusto vive, e sa che cosa fare.
Tanto basta, per quanto mi riguarda.
Mi resta sol da chiederti una cosa:
questo mio paggio è britanno per nascita,
lascia che almeno lui sia riscattato.
Mai padrone ebbe paggio più gentile,
più diligente, più ligio al dovere,
più servizievole in ogni occasione,
più fedele, più destro e premuroso.
Possano tutte queste sue virtù
corroborare questa mia richiesta,
sì da darmi l’ardire di sperare
che la tua altezza non vorrà respingerla.
Non ha torto un capello a un sol Britanno,
pur essendo al servizio d’un Romano.
Ti chiedo, sire, che sia risparmiato,
lui soltanto, di tutto l’altro sangue.

CIMBELINO - Questo ragazzo io l’ho visto prima.
Ne son sicuro. I tratti del suo viso
mi sono familiari. Beh, ragazzo,
ti sei riflesso come in uno specchio
nel mio favore, ed ora m’appartieni.
Non so come e perché
qualcosa dentro mi fa dire: “Vivi!”.
Non devi ringraziare il tuo padrone,
ma vivi e chiedi pure a Cimbelino
il favore che vuoi
e che s’accordi alle mie facoltà
ed al tuo stato, ti sarà concesso:
sì, si trattasse pur di liberare
il più illustre di tutti prigionieri
fra quelli in nostre mani.

IMOGENE - Vi ringrazio umilmente, vostra altezza.

C. LUCIO - Ragazzo, non ti chiedo d’implorare
il re di fare salva la mia vita,
se pur sono convinto
ch’è proprio questo che t’accingi a fare.

IMOGENE - No, no, ahimè, altra cura mi morde,
mio signore: io vedo dinanzi a me
cosa per me più amara della morte.
Mio buon signore, per la vostra vita
voi dovrete intercedere da solo.

C. LUCIO - Il ragazzo mi sdegna, mi abbandona,
mi schernisce perfino:
come presto finiscono le gioie
che si fondano sulla fedeltà
di ragazzi e fanciulle! (98)

CIMBELINO - (A Imogene)
Che mi vuoi chiedere, dunque, ragazzo?
Più tempo passa, e più ti voglio bene:
pensa anche tu al meglio che puoi chiedermi.
Conosci forse tu quel prigioniero
su cui fissi lo sguardo? Vuoi che viva?
È un tuo parente? Un tuo amico? Parla.

IMOGENE - È un Romano, non più parente a me
di quanto lo sia io per vostra altezza;
se pur io, vostro suddito di nascita,
vi sia di lui alquanto più vicino.

CIMBELINO - Perché lo guardi allora con quel piglio?

IMOGENE - Ve lo dirò in disparte, maestà,
se vi compiacerete di ascoltarmi.

CIMBELINO - Certo, ragazzo mio, con tutto il cuore
e tutt’orecchi. Il nome tuo qual è?

IMOGENE - Fedele, mio signore.

CIMBELINO - Tu sei ora il mio bravo giovinetto:
il mio paggio ed io sono il tuo padrone.
Vieni, e parlami pure a cuore aperto.

(Si traggono in disparte)

BELLARIO - (A Guiderio e Arvirago)
Sarà risuscitato dalla morte
quel ragazzo?

ARVIRAGO - Non son sì somiglianti
due granelli di sabbia l’uno all’altro
come infatti ei somiglia a quel fanciullo
dolce, roseo che è morto, e fu Fedele.
Che ne pensate?

GUIDERIO - Ch’è lui, redivivo.

BELLARIO - Zitti, zitti, vediamo che succede.
Lui non ci ha visti. Stiamo ad aspettare.
Ci sono a volte strane somiglianze.
Se fosse proprio lui, ne sono certo,
ci avrebbe ben rivolto la parola.

GUIDERIO - Ma lo vedemmo morto!

BELLARIO - Zitti, adesso.
Stiamo a vedere quello che succede.

PISANIO - (Tra sé, riconoscendo Imogene)
La mia padrona!… Viva!…
E volga allora il tempo al meglio o al peggio!

CIMBELINO e IMOGENE vengono avanti

CIMBELINO - Vieni avanti, rimani qui al mio fianco
e fa la tua richiesta ad alta voce.
(A Iachimo)
Venite pure avanti voi, signore,
e rispondete a quel che vi dirà
questo ragazzo; ma sincero e schietto,
o, per la nostra maestà e grazia
(ch’è come dire per il nostro onore)
saranno le più orribili torture
a sceverare in voi la verità
dalla menzogna. Parlagli, ragazzo.

IMOGENE - La grazia ch’io vi chiedo
è che questo signore ci dichiari
da chi ha ricevuto quell’anello.

PISANIO - (Tra sé)
Che potrà mai importargli di saperlo?

CIMBELINO - (A Iachimo)
Quel diamante che voi portate al dito,
dite, in che modo è diventato vostro?

IACHIMO - Se tu sapessi quello che mi chiedi
mi metteresti, sì, alla tortura
ma per costringermi a tener nascosta
qualcosa che torturerebbe te,
se la dicessi.

CIMBELINO - Me? Come sarebbe?

IACHIMO - Sono contento d’essere costretto
a rivelare quello che per me
è un tormento a tenermi chiuso dentro.
Ottenni questo anello
in forza d’una mia mascalzonata.
Apparteneva a Postumo Leonato,
da te bandito e costretto all’esilio:
l’uomo più nobile - e di saper tanto
affligga te com’io ne sono afflitto -
che sia vissuto mai fra terra e cielo.
Vuoi udir ancor altro, mio signore?

CIMBELINO - Tutto che s’appartenga a questa storia.

IACHIMO - Quell’eccelso modello di virtù,
ch’era tua figlia, sire,
per la quale il mio cuore ancora sanguina
e che l’animo mio falso e bugiardo
trema a dover soltanto ricordare…
Perdonami… mi sento venir meno.

CIMBELINO - Mia figlia?… Che puoi dirmi tu di lei?
Riprenditi, rinnova le tue forze:
preferisco tu viva quanto a lungo
t’ha fissato Natura,(99)
piuttosto che tu muoia all’improvviso
prima ch’io sappia più dalla tua bocca.
Recupera le forze, uomo, e parla!

IACHIMO - Ecco, una volta – e maledetto sia
quell’orologio che batté quell’ora! -(100)
a Roma, - e maledetta sia la casa
ove successe! – s’era ad un banchetto…
- ahimè, fossero state avvelenate
le vivande di quella imbandigione
(o quelle almeno ch’io mi misi in bocca!) -
L’ottimo Postumo… che dir di lui?…
uomo davvero troppo buono e onesto
per trovarsi fra uomini malvagi,
e di tutti il migliore fra i migliori…
se ne stava seduto in un cantuccio
ad ascoltare tutto malinconico
noi che ci sbracciavamo a far le lodi
delle donne d’Italia,
la cui bellezza avrebbe isterilito
- si diceva - l’elogio più eloquente
che possa farne il miglior oratore;
il cui sembiante avrebbe, al paragone,
svilito anche la statua di Venere,
il ritratto marmoreo di Minerva,
il loro incedere, il loro atteggiarsi
superando l’effimera Natura;
e quanto alle lor doti di carattere,
un emporio di tutte le virtù
che l’uomo ama vedere nella donna,
oltre, s’intende, all’esca seduttrice
della bellezza che colpisce l’occhio…

CIMBELINO - Venite al fatto, su. Sto sulle braci.

IACHIMO - Sì, sì, ci arrivo subito,
e per te sarà anche troppo presto,
salvo che tu non arda dalla voglia
d’affrettarti la pena che ti reco.
Questo Postumo, dunque,
da quel nobil signore quale egli è,
lui stesso amante di regale amante,
si sentì punto dai nostri discorsi
e pur senza mostrare alcun dispregio
per le bellezze che noi lodavamo,
calmo e sereno come la virtù,
prese a fare il ritratto della sua,
e con sì caldo e appassionato eloquio
sposato ad una grande altezza d’animo,
che le nostre sbracate vanterie
parvero ciarle a celebrare sguattere,
e la sua descrizione ebbe l’effetto
di lasciarci là tutti ammutoliti
come tanti babbei.

CIMBELINO - Al fatto, al fatto!

IACHIMO - La castità della vostra figliola:
(ecco, ci arrivo)… ei parlava di lei
come se Diana stessa, al suo confronto,
avesse caldi sogni di lascivia,
ed ella fosse l’unica
capace di restar fredda e impassibile;
al che, io, miserabile,
impresi a sollevare molti dubbi
sulla giustezza di quelle lodi,
e mi spinsi a scommettere con lui
monete d’oro contro questo anello
(Mostra a Cimbelino l’anello di Postumo)
che vidi egli portava in quel momento
al suo dito virtuoso ed onorato,
che se mi fosse stato offerto il destro
d’avvicinarla e di farle la corte,
sarei riuscito a prendere il suo posto
nel suo letto, ed a vincer quell’anello
con l’adulterio di lei e di me;
al che egli, da vero cavaliere,
non meno certo dell’onor di lei
di quanto non dovessi averne prova
io stesso in seguito, come dirò,
non esita a scommettere l’anello;
e son sicuro che l’avrebbe fatto
si fosse pur trattato di un carbonchio
della ruota di Febo;(101) ma che dico:
egli avrebbe con pari sicurezza
messo come sua posta tutto il carro.
Io, senza porre indugio,
volo in Britannia con quel mio disegno:
ed anche tu ricorderai, signore,
d’avermi visto a corte,
dove da quella casta creatura
ch’è vostra figlia dovevo, a mio scorno,
imparare la grande differenza
che passa tra l’amore e la lussuria.
Spenta che fu così
in me ogni speranza di conquista,
non s’era però spento il mio proposito
di vincer la scommessa;(102)
e il mio scaltro cervello d’Italiano
si diede subdolo ad operare
sulla vostra britanna ingenuità,
eccellente terreno da sfruttare
a mio vantaggio. Per dirvela in breve,
l’espediente da me escogitato
si dimostrò così ben preparato
che ritornai recando delle prove
false tutte, bensì, ma sufficienti
a far uscir di senno il buon Leonato,
ferendo a morte quella sua fiducia
nel nome e nell’onor della sua donna,
col citargli una serie di dettagli
che furono per lui tante conferme:
gli arazzi della camera da letto,
questo bracciale ch’ella aveva al polso
(oh, quanto m’è costato impossessarmene!),
sì, e perfino alcuni intimi segni
del suo corpo; così ch’egli alla fine
non poté far a meno di convincersi
che in lei il vincolo di castità
era stato completamente infranto,
e ch’io avevo vinto la scommessa.
Per cui… ma non è lui che vedo qui?

POSTUMO - (Venendo avanti)
Sì, diavolo d’un Italiano, lui,
quello che vedi! Oh, me, credulo stolto,
ladro, egregio assassino, ed ogni cosa
che possa dirsi a tutte le canaglie
del passato, dell’oggi e del domani! (103)
Oh, datemi una corda,
o un coltello, o un veleno,
o qualche altro imparziale giustiziere!
E tu, o re, manda a cercar per me
i tuoi carnefici più raffinati.
Io son l’essere immondo
al cui confronto acquista sommo pregio
quanto di più aborrito è sulla terra,
perché peggiore io sono: io sono Postumo,
che ha ucciso tua figlia!…
Anzi, no, da quel vile che son io,
ti sto mentendo: non l’ho uccisa io,
l’ho fatta uccidere, sì, da qualcuno
meno infame di me,
un sacrilego ladro: sì, perché
ella era il tempio della castità,
anzi la castità fatta persona.
Copritemi di sputi, lapidatemi,
gettatemi nel fango,
sguinzagliatemi addosso tutti i cani
randagi che latrino rabbiosi;
Postumo Leonato sia chiamato
nei secoli a venire ogni malvagio,
e non si chiami più scelleratezza
quella che tale è stata fino ad oggi.
O Imogene, regina, vita mia,
mia sposa, Imogene, Imogene, Imogene!…
(Piange)

IMOGENE - Calmatevi, signore, udite, udite…

POSTUMO - Che! S’ha da volger tutto questo in gioco?
Paggio insolente! Toh, prenditi questo!

(Percuote Imogene, che cade a terra svenuta)

PISANIO - Signori, aiuto! Correte, signori,
a soccorrere la mia padrona e vostra!
Postumo, mio signore,
adesso sì che avete ucciso Imogene!(104)
Correte!… Venerata mia signora!

CIMBELINO - Il mondo gira dunque intorno a me?

POSTUMO - Ho le vertigini. Che mi succede?

PISANIO - Padrona mia, signora, riprendetevi!

CIMBELINO - Se quel che vedo è vero,
gli dèi mi vogliono colpire a morte
con un colpo di gioia!

(Imogene si riprende)

PISANIO - Come sta, come sta la mia padrona?

IMOGENE - Ah, tu scompari! Via dalla mia vista!
Tu m’hai dato il veleno!
Via di qua, perniciosa creatura!
Non ammorbare l’aria del tuo fiato
dove sono dei principi.

PISANIO - Signora…

CIMBELINO - Ma è la voce d’Imogene…

PISANIO - Signora,
scaglino pure su di me gli dèi
pietre di zolfo ardente
se non è vero che ho creduto anch’io
portentoso rimedio il contenuto
di quello scatolino che vi diedi.
Me l’aveva donato le regina.

CIMBELINO - Un’altra novità!…

IMOGENE - M’ha avvelenata.

CORNELIO - (A Pisanio)
Ah, sì, o dèi! Pisanio,
m’ero dimenticato di una cosa
che m’ebbe a confessare la regina,
e che potrà provar la tua innocenza.
Mi disse: “Se Pisanio ha consegnato
alla padrona sua quel mio specifico
che gli ho spacciato per un toccasana,
Imogene sarà ora servita
come vorrei fosse servito un sorcio!”

CIMBELINO - Che vuol dire, Cornelio, tutto questo?

CORNELIO - Mio sovrano, più volte la regina
insistette con me
perché le preparassi dei veleni,
adducendomi il solito motivo
di voler soddisfare la sua sete
di conoscenze di quella materia,
e di volersene solo servire
per uccidere vili creaturine
senza valore, come gatti e cani.
Ma, nel timore che questi propositi
avessero a recar rischi maggiori,
io pensai di comporle una miscela
che, ingerita, potesse avere, sì,
l’effetto di sospendere in un corpo
gli spiriti di vita,
ma permettesse loro, in breve tempo,
di riacquistare le loro funzioni.
(A Imogene)
Non sarà che ingeriste proprio quella?

IMOGENE - Probabilmente sì, se ero morta.

BELLARIO - (A Guiderio e Arvirago)
Ragazzi, ecco spiegato il nostro errore!

GUIDERIO - È lui Fedele! Lui, sicuramente!

IMOGENE - (A Postumo)
Perché respingi tu
così da te la donna ch’hai sposato?
Pensa d’essere sopra un’alta roccia,
ed ora buttami di nuovo giù.(105)
(Gli getta le braccia al collo)

POSTUMO - Ah, resta qui sospesa, anima mia,
come il frutto sull’albero,
fino a tanto che questo se ne muoia!

CIMBELINO - Ebbene, figlia mia, mia carne, che?
Vuoi far fare a tuo padre la comparsa
in questa scena? Non mi dici niente?

IMOGENE - (Inginocchiandosi a Cimbelino)
Vogliate benedirmi, padre mio.

BELLARIO - (A Guiderio e Arvirago)
Eravate ambedue innamorati
di questo giovinetto,
ed io non so davvero biasimarvi,
ragazzi miei, ne avevate ben donde.

CIMBELINO - (A Imogene)
Cadano su di te come acqua santa
le mie lacrime, Imogene:
la tua matrigna è morta.

IMOGENE - Me ne duole, signore.

CIMBELINO - Oh, ella era malvagia! È stata lei
a far che noi dovessimo incontrarci
in questo modo veramente strano:
ma suo figlio è partito
e non sappiamo né come né dove.

PISANIO - Su ciò vi dirò io la verità,
signore, adesso che mi sento libero
dalla paura: il principe Cloteno,
tosto ch’ebbe notizia
della scomparsa della mia padrona
mi venne avanti con la spada in pugno
e la schiuma alla bocca per la rabbia,
giurando che se non gli avessi detto
qual direzione quella avesse preso,
avrei trovato lì morte immediata.
Il caso volle ch’io avessi in tasca
una lettera del mio padrone a me
scritta da lui per finta, e questa, letta,
lo diresse a cercarla su pei monti
intorno a Milford; dove delirando
e con l’abito del mio padrone indosso,
(che m’aveva costretto a procurargli),
ei s’avviò di corsa, col proposito
immondo e la giurata volontà
di violentare la padrona mia.
Quel ch’è stato di lui, poi, non lo so.

GUIDERIO - Ebbene, lo so io: l’ho ucciso io.

CIMBELINO - Ah, che gli dèi ci assistano!
Non vorrei che le tue eroiche gesta
avessero a strapparmi dalle labbra
una dura sentenza di condanna:
ti prego, valoroso giovinetto,
dimmi che quel che hai detto non è vero.

GUIDERIO - Quel che ho detto non è che quel che ho fatto.

CIMBELINO - Ma era un principe.

GUIDERIO - Sì, ma incivile che più non si può.
Non erano da principe
gli insulti con i quali m’ha aggredito:
perché fu lui a provocarmi a morte
con un linguaggio che m’avrebbe indotto
ad affrontare pur l’immenso mare
se m’avesse ruggito come lui.
Gli ho mozzato la testa,
e mi rallegro che ora non sia lui
a raccontare a voi d’aver mozzato
la testa a me…

CIMBELINO - Mi rattristo per te,
ma con queste parole sei tu stesso
a pronunciare qui la tua condanna,
e dovrai or subir la nostra legge:
tu sei un uomo morto.

IMOGENE - Quel busto senza testa
io lo credetti il corpo del mio sposo.

CIMBELINO - Mettetelo in catene,
e sottraetelo alla nostra vista.

(Una guardia s’impadronisce di Guiderio)

BELLARIO - Un momento, signore e re: quest’uomo
vale assai più dell’uomo ch’egli ha ucciso.
È di stirpe regale come te,
e meritò di te coi suoi servigi
più che non possa chiunque abbia ucciso
non uno, ma una banda di Cloteni.

(Alla guardia)
E tu, lasciagli libere le braccia:
quelle non son braccia da catene!

CIMBELINO - Ehi, oh, vecchio soldato,
non vorrai mica cancellare così
le tue benemerenze
che ti debbono ancora esser pagate
col voler assaggiar la nostra collera?
Che cosa ti fa dire che costui
sia di regal prosapia come noi?

ARVIRAGO - Dicendo questo, egli ha parlato, sire,
al di là delle sue proprie intenzioni.

CIMBELINO - (A Bellario)
E per questo morrai.

BELLARIO - Saremo allora in tre a morire insieme.
Ma prima voglio fornirgli la prova
che due di questi tre
son di sangue reale, come ho detto.
Figlioli, sono costretto a rivelare
un segreto che mi sarà dannoso,
ma che ridonda a tutto vostro bene.

ARVIRAGO - Il danno vostro sarà il nostro danno.

GUIDERIO - Come suo sarà anche il nostro bene.

BELLARIO - Gran re, consentimi di dirti tutto.
Ci fu un tempo che avesti fra i tuoi sudditi
un Bellario…

CIMBELINO - Perché parli di lui?
È un vile traditore, messo al bando.

BELLARIO - Ebbene, è lui che t’è ora di fronte,
con questo aspetto scavato dagli anni.
Bandito, sì, ma traditore, no!
Come e perché lo fossi, non lo so.

CIMBELINO - Via! Portatelo via!
Il mondo intero non lo salverebbe!

BELLARIO - Non vi scaldate troppo;
prima pagatemi il mio dovuto
per aver allevato i vostri figli,
e dopo confiscatemelo tutto,
ma non prima ch’io l’abbia ricevuto.

CIMBELINO - Allevato i miei figli?

BELLARIO - M’accorgo d’esser stato troppo brusco
con voi, e irrispettoso. Perdonatemi.
Eccomi a voi in ginocchio.
(S’inginocchia)
Vi chiedo solo, prima di rialzarmi,
di veder innalzati i figli miei;
poi non vi chiederò di risparmiare
il loro vecchio padre.
Possente sire, questi due giovani,
che mi chiamano padre
e son convinti d’esser figli miei,
tali non sono: progenie essi sono
dei vostri lombi, e sono sangue vostro.

CIMBELINO - Mia progenie? Che dici? Come, come?

BELLARIO - Come lo siete voi di vostro padre.
Io - vecchio Morgan - sono quel Bellario
che voi un tempo condannaste al bando,
mia colpa essendo solo il voler vostro;
e voler vostro fu la mia condanna
con l’accusa di alto tradimento.
Tutto il male di cui son responsabile
è stato solo aver sofferto questo.
Questi nobili principi
- ché tali sono - li ho allevati io
durante questi vent’anni. Quel che sanno
l’hanno potuto apprendere da me.
La mia educazione era, signore,
quella che vostra altezza ben conosce.
Fu la stessa nutrice loro, Eurifile,
(che io sposai per questo rapimento)
a rapire i due bimbi,
e ad indurla a quel gesto fui io stesso,
a causa del mio bando,
sentendomi punito ingiustamente,
senza avere commesso alcun delitto:
almeno - dissi - ne commetto uno.
La mia lealtà punita
mi spinse al tradimento: quella perdita
quanto più cara a voi e più sentita,
tanto meglio si confaceva al fine
ch’io volevo ottenere col rapirveli.
Ma, grazioso signore, i vostri figli
eccoli, sono qui con voi di nuovo,
ed io perdo con loro due compagni
fra i più dolci che siano sulla terra.
Possa piover su loro
come rugiada la benedizione
di questi cieli che tutti ci coprono,
poiché degni son essi d’imperlare
il firmamento con due nuove stelle.

CIMBELINO - Tu parli e piangi insieme…
Ciò che voi tre avete fatto insieme
in questa guerra è ancora più incredibile
di ciò che hai appena raccontato.
È vero che ho creduto i miei fanciulli
perduti, ma se essi son questi,
non so come potrei desiderare
una più degna coppia.

BELLARIO - Ancora un poco:
quest’uno, che io chiamo Polidoro,
è, in verità, vostro figlio Guiderio,
nobilissimo principe; quest’altro,
il mio Cadvalo, è il vostro Arvirago,
secondo vostro principesco figlio.
Quando venne rapito,
era ravvolto in un prezioso manto
che aveva ricamato di sua mano
la regina sua madre;
a miglior agio ed a maggiore prova,
ve lo potrò mostrare. L’ho con me.

CIMBELINO - Guiderio aveva sul collo una voglia,
come una stella, di color sanguigno:
un segno alquanto fuori del comune.

BELLARIO - E serba sempre su di sé quel marchio:
saggio fine natura ha avuto a darglielo,
perché servisse, come adesso serve,
come segno per farlo riconoscere.

CIMBELINO - Oh, che madre son io mai diventato:
una che genera tre figli insieme?
Nessuna madre fu mai più felice
del suo parto! Vi benedica il cielo,
tutti e tre, figli miei,
così che dopo tanto estraniamento
- quanto bizzarro! - dalla vostra sfera,(106)
possiate ora regnar ciascuno in essa.
Imogene, però tu vieni a perdere,
con tutto questo, un regno.

IMOGENE - No, signore,
ci vengo invece a guadagnar due mondi.
Miei nobili fratelli, avete visto?
Ci siamo ritrovati. D’ora innanzi
ammetterete, spero, che tra noi
chi parla più verace sono io:
voi chiamavate me vostro fratello,
mentr’io non ero che vostra sorella;
io invece chiamavo voi fratelli,
come eravate nella realtà.

CIMBELINO - Perché, vi siete già incontrati prima?

ARVIRAGO - Sì, signore, e ci siam voluti bene
al primo incontro, come sempre in seguito,
fino al giorno che lo credemmo morto.

CORNELIO - Per aver ingerito quella droga
che aveva preparato la regina.

CIMBELINO - O rara intuizione!
Ma quando potrò udire tutto il resto?
Questo sparso e slegato riassunto
deve ramificarsi certamente
in fatti e circostanze interessanti.
Come avete vissuto? Ed in che luogo?
E tu, Imogene, quando ed in che modo
sei entrata al servizio del Romano
ch’è nostro prigioniero? E come è stato
che ti sei separata dai fratelli?
Quando li hai incontrati?
E perché sei fuggita dalla corte?
E dove sei andata?
Questo è quanto vorrei sapere ancora,
e i motivi che spinsero voi tre
a prender parte alla nostra battaglia,
e tutto il resto che m’è ancora ignoto
con tutti i minimi particolari,
per lieti o meno lieti ch’essi siano.
Ma né il luogo né l’ora
si convengono ad interrogatori
così lunghi. Guardate invece Postumo,
come si tiene ancorato ad Imogene;
e lei che, simile ad innocuo lampo,
va guizzando i suoi occhi
su lui, sui suoi fratelli, su di me,
su colui ch’era stato il suo padrone,(107)
ogni oggetto colpendo d’una gioia
che tutti le rinviano per riflesso.
Bene, lasciamo adesso questi luoghi
e rechiamoci tutti insieme al tempio
ad innalzare al cielo le fumate
dei nostri sacrifici.
(A Bellario)
D’ora innanzi tu mi sarai fratello,
e tale noi ti terremo per sempre.

IMOGENE - Ed anche come mio secondo padre,
perché è stato grazie al suo soccorso
ch’io vedo questa graziosa stagione.

CIMBELINO - Tutti pieni di gioia,
eccetto questi che sono in catene.
Siano anch’essi felici,
e assaporino anch’essi il nostro gaudio.

(Le guardie sciolgono dalle catene i prigionieri romani.
Imogene va lei stessa a sciogliere quelle di Caio Lucio)

IMOGENE - (A Caio Lucio)
Voglio servirvi ancora,
mio buon padrone.

C. LUCIO - Sii felice, Imogene.

CIMBELINO - Quel soldato che non s’è visto più
e che sì eroicamente ha combattuto
sarebbe stato bene
che si fosse trovato qui anche lui,
e il re sarebbe stato ben felice
di ringraziarlo.

POSTUMO - Ebbene, mio signore,
son io quello che in laceri vestiti,
s’unì a combattere con questi tre.
Quei cenci eran la veste meglio adatta
a farmi perseguire i miei disegni.
Ditelo voi, Iachimo,
s’io son quello: io v’ho tenuto a terra,
e potevo spacciarvi a mio talento.

IACHIMO - (Inginocchiandosi)
Io m’inginocchio ancora avanti a te.
Ma a piegarmi il ginocchio
avanti a te è l’oppressa mia coscienza
così come fu allora la tua forza.
Prenditi questa vita, te ne supplico,
della quale ti sono debitore
tante volte. E riprenditi l’anello
che t’appartiene, e questo braccialetto
della più bella e casta principessa
ch’ebbe mai a giurare fedeltà.

POSTUMO - Non a me vi dovete inginocchiare.
La superiorità che ho su di voi
la impiegherò per salvarvi la vita.
E il perdono sarà la mia vendetta.
Vivete dunque, e agite verso il prossimo
meglio che non abbiate nel passato.

CIMBELINO - O nobile sentenza! Il nostro genero
c’insegna l’arte d’esser generosi.
“Perdono”: è questa la parola d’ordine.

ARVIRAGO - (A Postumo)
Signore, siete accorso in nostro aiuto
come un fratello, e noi siamo felici
che tale siate nella realtà.

POSTUMO - Principi, io sono solo il vostro servo.
(A Caio Lucio)
Degno signore, nobile Romano,
fate venire avanti l’indovino.
Ho avuto in sogno una strana visione:
ho visto il grande Giove
venir verso di me sulla sua aquila,
e l’ombre di defunti miei parenti.
Al risveglio ho trovato sul mio petto
questo scritto, d’un senso così oscuro
da non poterci trarre alcun costrutto.
Ci mostri l’indovino che è con voi
la propria abilità nel decifrarlo.

C. LUCIO - (Chiamando)
Filarmonio!

INDOVINO - Sono qui, mio buon signore.

C. LUCIO - (Porgendogli lo scritto)
Leggi, e facci sapere quel che dice.

INDOVINO - (Leggendo)
“Quando un leone giovine-crinito
“che nulla di se stesso ancora sa
“senza cercarlo, ritrovato avrà
“un soffio d’aura che lo avrà abbracciato;
“e quando d’un maestoso cedro i rami
“da molti anni tagliati e resi grami
“ritorneranno a vivere
“riuniti al vecchio tronco e a germogliare
“allora avranno fine
“di Postumo le pene,
“e la Britannia in pace gioirà
“e prospera e feconda fiorirà”.
Sei tu, Leonato, il giovane leone,
ché tale ti qualifica il tuo nome:
e difatti il chiamarsi “leo-nato”
non può significare altro che questo.
(A Cimbelino)
Il “soffio d’aura che lo avrà abbracciato”
è questa tua virtuosissima figlia,
che noi chiamiamo appunto “mollis aer”
da cui deriva “mulier”, cioè “donna”;
che non può essere, com’io la interpreto,
altri che questa moglie fedelissima
che pur ora, in fedele ottemperanza
al preciso dettato dell’oracolo,
(A Postumo)
da te lontana e non da te cercata,
s’è avviticchiata a te con un abbraccio
e con aria dolcissima e beata.

CIMBELINO - Ha parvenza di vero quel che dici.

INDOVINO - Il “maestoso cedro”
non altri personifica che te,
Cimbelino, ed i rami
da molti anni tagliati sono questi:
i tuoi figlioli, i quali da Bellario
rapiti un dì e da te creduti morti,
rivivono riuniti al vecchio tronco,
il cui frutto promette alla Britannia
un’epoca di pace e d’abbondanza.

CIMBELINO - Beh, cominciamo allora dalla pace.
Caio Lucio, sebbene vincitori,
noi ci sottomettiamo al vostro Cesare
ed al romano impero,
col rinnovato volontario impegno
di corrispondere il nostro tributo.
Fummo indotti a negarlo
dalla nostra malefica regina
sul capo della quale s’è abbattuta
la mano giustiziera degli dèi
per castigarla insieme a tutti i suoi.

INDOVINO - Intonino le dita degli dèi
L’arpa dell’armonia di questa pace.
Ecco che si dimostra veritiera
la visione ch’ho interpretato a Lucio
alla vigilia di questa battaglia:
aveva visto l’aquila romana
librata in alto sulle sue grandi ali
andar rimpicciolendo alla sua vista,
volando da oriente ad occidente,
e poi svanire tra i raggi del sole:
presagio che la nostra aquila augusta,
Cesare imperatore,
avrebbe stretto nuovo e saldo vincolo
d’amicizia con te, re Cimbelino,
che sei l’astro fulgente
di questa terra dell’estremo occaso.

CIMBELINO - Sia lode dunque ai sempiterni dèi,
e a loro salgano dai santi altari
le volute dei nostri sacri fumi.
A tutti i nostri sudditi
si dia l’annuncio della nostra pace.
Marciamo insieme: una romana insegna
garrisca accanto a un britanno vessillo.
Traverseremo la città di Lud,
e nel tempio di Giove Ottimo Massimo
suggelleremo questa nostra pace
con ogni sorta di festeggiamenti.
Andiamo. Guerra non fu mai conclusa,
mentre ancora non eran del suo sangue
terse le mani, con sì bella pace.(108)



FINE

No hay comentarios.: