sábado, febrero 24, 2007

William Shakespeare,"Amleto"


William Shakespeare









Amleto







Tragedia in 5 atti


Traduzione e note di Goffredo Raponi

















Titolo originale: “The tragic history of Hamlet,
prince of Denmark”

NOTE PRELIMINARI

1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello dell’edizione curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare, The Complete Works, Collins, London & Glasgow, 1951-60, pagg. XXXII - 1370), con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della più recente edizione dell’“Oxford Shakespeare” curata da G. Welles & G. Taylor per la Clarendon Press, New York, U.S.A., 1988 - 1994, pagg. XLIX, 1274; quest’ultima comprende anche “I due cugini” (“The Two Kinsmen”) che manca nell’Alexander.

2) Il traduttore ha aggiunto di sua iniziativa alcune didascalie e indicazioni sceniche (“stage instructions”) laddove le ha ritenute opportune per la migliore comprensione della azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente concepita ed ordinata, il traduttore essendo convinto della irrappresentabilità del teatro shakespeariano sulle ribalte del teatro moderno.
Si è lasciata comunque invariata, all’inizio e alla fine della scena, o all’entrata ed uscita dei personaggi nel corso della stessa scena, la rituale indicazione “Enter” (“Entra/Entrano”) ed “Exit/Exeunt” (“Esce/Escono”); avvertendo peraltro che non sempre essa indica movimenti di entrata/uscita, potendosi dare che i personaggi cui si riferisce si trovino già in scena all’apertura, o vi restino alla chiusura.

3) Il metro è l’endecasillabo sciolto, alternato da settenari. Altro metro si è usato per citazioni, canzoni, cabalette e altro, quando, in accordo con il testo originale, sia stato richiesto uno stacco di stile.

4) I nomi dei personaggi che si prestano alla italianizzazione sono resi nella forma italiana; quando preceduti da “sir” sono lasciati comunque nella forma inglese. Per esigenze di metrica, i nomi inglesi di più sillabe, che alla pronuncia inglese suonano sdruccioli, bisdruccioli e perfino trisdruccioli - come tutte le parole di questa lingua mono-bisillabica - possono essere diversamente accentati nel corpo del verso, secondo la cadenza del verso stesso.

5) Il traduttore riconosce d’essersi avvalso di traduzioni precedenti, in particolare della prima versione poetica di Giulio Carcano, di quelle del Lodovici, del Baldini, del Melchiori, del Lombardo, del D’Agostino e di altri, dalle quali ha preso in prestito, oltre all’interpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti, dandone opportuno credito in nota.

PERSONAGGI


CLAUDIO re di Danimarca e zio di Amleto
GERTRUDE sua regina e madre di Amleto

AMLETO figlio del re defunto e nipote di Claudio
ORAZIO suo amico e consigliere

FORTEBRACCIO principe ereditario di Norvegia

POLONIO ciambellano del regno di Danimarca
LAERTE suo figlio
OFELIA sua figlia
RINALDO suo servitore

VOLTIMANDO
CORNELIO
ROSENCRANTZ cortigiani
GUILDERSTERN
OSRICO

Un SACERDOTE

MARCELLO
BERNARDO ufficiali dell’esercito danese

FRANCESCO soldato danese

Un CAPITANO dell’esercito norvegese

Ambasciatori d’Inghilterra
Attori d’una compagnia girovaga
Un BUFFONE
Due BECCHINI

Lo SPETTRO del padre di Amleto

Dame - Gentiluomini - Ufficiali - Soldati - Marinai - Messaggeri - Persone di servizio




SCENA: Il castello di Elsinore, in Danimarca.

ATTO PRIMO



SCENA I - Piazzola davanti al Castello di Elsinore

Notte fonda. FRANCESCO è al suo posto di guardia; BERNARDO entra e gli va incontro.


BERNARDO - Chi vive là?

FRANCESCO - Di’ chi sei tu, piuttosto.

BERNARDO - Viva il re!

FRANCESCO - Sei Bernardo!

BERNARDO - Lui.

FRANCESCO - Puntuale.
Mezzanotte è battuta proprio adesso.

BERNARDO - Va’ a letto, va’.

FRANCESCO - Ti ringrazio del cambio.
Fa’ un freddo cane, rigido, pungente,
da fare male al cuore.

BERNARDO - Tutto calmo?

FRANCESCO - Non s’è sentito un sorcio.

BERNARDO - Allora buona notte.

FRANCESCO - Buona notte.

BERNARDO - Se incontri i miei compagni di vigilia,
Marcello e Orazio, di’ lor che s’affrettino.

FRANCESCO - Mi par di udirli…

Entrano ORAZIO e MARCELLO

Fermo! Chi va là?

ORAZIO - Amici, gente di questo paese…

MARCELLO - … e sudditi del re di Danimarca.

FRANCESCO - Dio vi conceda una felice notte.

MARCELLO - Lo stesso a te. Addio, bravo soldato.
Chi è il compagno che t’ha dato il cambio?

FRANCESCO - Bernardo. È già al suo posto. Buona notte.

MARCELLO - Olà, Bernardo!

BERNARDO - Orazio è lì con te?

ORAZIO - (Alzando il braccio)
Sì, ecco, ce n’è un pezzo.

BERNARDO - Salve, Orazio!

BERNARDO - Salute, buon Marcello, e benvenuti!

ORAZIO - T’è apparsa ancora quella certa cosa,
questa notte?

BERNARDO - No, non ho visto nulla.

MARCELLO - Orazio dice che son fantasie,
e lui non si farà suggestionare
da quella paurosa apparizione
venuta a noi due volte.
L’ho convinto perciò a restar con noi
per tutto il nostro turno di vigilia,
così che se dovesse ancor tornare
quella visione, possa egli far fede
ai nostri occhi e parlarle…

ORAZIO - Macché! Sciocchezze! Non ritornerà.

BERNARDO - Orazio, intanto mettiti a sedere,
e lasciaci assaltare un altro po’
gli orecchi tuoi così ben corazzati
contro la nostra storia,
col descriverti quel che abbiam visto
due notti di seguito.
ORAZIO - E va bene,
sediamoci e ascoltiamo quel che dice
il nostro buon Bernardo. Allora, parla.

BERNARDO - Ecco, la scorsa notte,
quando la stella a occidente del polo
aveva ormai compiuto il suo percorso
in quella parte del cielo ove brilla,
la campana batteva il primo tocco,
Marcello ed io…

Compare lo SPETTRO

MARCELLO - Silenzio! Eccolo, torna!

BERNARDO - È lui! È proprio lui!… Il re defunto!

MARCELLO - Parlagli, Orazio, tu che sai il latino.( )

BERNARDO - (A Orazio)
Guardalo bene: non è tutto il re?

ORAZIO - Spiccicato!… Mi sento raggelare…
di stupore… paura… non lo so.

BERNARDO - Forse vorrebbe che alcuno gli parli.

MARCELLO - Parlagli, Orazio, su, parlagli tu!

ORAZIO - (Allo spettro)
Chi sei, che usurpi quest’ora notturna
e quell’aspetto imponente e marziale
in cui vedemmo tante volte incedere
il re di Danimarca ora sepolto?
Parla, in nome del cielo, te lo impongo!

(Lo spettro s’allontana)

MARCELLO - S’è offeso.

BERNARDO - Infatti, vedi, se ne va.

ORAZIO - (c.s.)
No, resta! Parla, parla, te lo impongo!

(Lo spettro svanisce)

MARCELLO - Ecco, è svanito. Non ti vuol rispondere.

BERNARDO - Ebbene, Orazio?… Sei pallido e tremi…
Che dici adesso?… Ti sarai convinto
ch’era più che una nostra fantasia.

ORAZIO - Giuraddio, non ci avrei creduto mai,
senza la prova fisica, palpabile,
dei miei occhi…

MARCELLO - Non rassomiglia al re?

ORAZIO - Come tu a te stesso.
E la sua armatura era la stessa
che il re indossava quando si scontrò
col Norvegia;( ) ed il piglio minaccioso
era quello del re quando, infuriato,
scaracollò giù dalle loro slitte
i Polacchi, nel corso di una disputa…
È strano, molto strano.

MARCELLO - E son due volte che, in quest’ora morta,
e con lo stesso incedere marziale,
trascorre qua, proprio davanti a noi.

ORAZIO - Che segno trarne, non lo so; ma in mente
mi vien, così alla grossa, in prima idea,
che sia presagio d’alcun turbamento
nel nostro Stato.

MARCELLO - Così penso anch’io.
Ma sediamoci ancora a ragionarne,
e vediamo se c’è tra noi qualcuno
che sappia dirmi per quale ragione
i sudditi del regno, da alcun tempo,
son vessati da sì duri controlli,
e per quale ragione, tutti i giorni,
tanto fonder di bronzo a far cannoni
e tanto traffico d’ordigni bellici
con le nazioni estere;
perché questo reclutamento in massa
di calafati a costruire navi,
tanto impegnati all’opra tutti i giorni,
da non distinguere più la domenica
dagli altri giorni della settimana.
C’è qualcuno che me lo può spiegare?

ORAZIO - Io, per quel tanto che ne sento in giro.
Come è noto, il defunto nostro re,
la cui figura ci è testé comparsa,
fu dal re di Norvegia, Fortebraccio
- punto costui da smisurato orgoglio -
sfidato a battersi spada con spada;
ed in quella tenzone il nostro Amleto,
“il valoroso”, come era chiamato,
tal fama essendosi egli conquistata
in questa parte del nostro pianeta,
sopraffece ed uccise il Fortebraccio.
Questi, in forza d’un precedente patto,
ratificato a lettera di legge
e degli usi della cavalleria,
s’era impegnato a cedere, se vinto,
tutte le terre sotto il suo dominio;
contestualmente a ciò il nostro re
aveva messo come sua scommessa
un’eguale porzione di sue terre;
questa sarebbe andata a Fortebraccio,
se fosse stato lui il vincitore.
Con lo stesso strumento il nostro re
stabiliva che, in caso di vittoria,
la sua parte passasse al figlio Amleto.
Senonché adesso Fortebraccio il giovane
- testa calda, per quanto temeraria -
va assoldando qua e là per la Norvegia
branchi di disperati fuorilegge,
gente pronta, per un boccon di pane,
a macchiarsi di ogni nefandezza:
la qual cosa com’è chiaro e palese
a tutti i sudditi di questo regno,
è un tentativo di quel giovin principe
di tornare in possesso, con la forza,
dei dominii perduti da suo padre
nel modo che v’ho già specificato.
Ecco qual è, per me, la causa prima
di tutti questi apprestamenti bellici,
dei rafforzati servizi di guardia
e del fermento che si nota in giro.

BERNARDO - Son dello stesso avviso. E, a mio giudizio,
tutto questo ci può bene spiegare
il perché quella strana apparizione
trascorra armata innanzi al nostro posto
nello stesso sembiante di quel re
che è stato ed è la causa principale
di questa guerra che ci si prepara.

ORAZIO - Un bruscolo nell’occhio della mente,
molesto. Al tempo dell’antica Roma,
nell’èra sua più illustre e più gloriosa,
non molto prima che cadesse ucciso
l’onnipotente Giulio,
si videro le tombe scoperchiate,
e i lor morti trascorrer per le strade
urlando, avvolti nei loro sudarii;
e attraversar tutto l’arco del cielo
stelle con lunghe code fiammeggianti,( )
e sangue nelle stille di rugiada,( )
e disastri nel sole; e l’umido astro
sotto il cui influsso è il regno di Nettuno,( )
ammalarsi per causa d’un eclisse,
come già fosse il giorno del Giudizio.( )
Spesse volte in passato cielo e terra
hanno offerto di simili prodigi
ai nostri climi ed alle nostre genti
come preavviso di crudeli eventi,
come tante avanguardie annunciatrici
d’imminenti destini… Ma silenzio!…

Riappare lo SPETTRO

Eccolo che riappare… là… guardate!
Io l’affronto, dovesse incenerirmi!
(Allo spettro)
Arrèstati, illusione!
S’hai suon di voce ed uso di parola,
parla! Se c’è da fare buona cosa
che possa a te recare alcun conforto
e grazia alla mia anima,( ) favella!
Se tu del tuo paese sai il futuro
ed esso sia siffatto che, a saperlo,
si possa scongiurarlo, oh!, te ne prego,
parla! O se tu, da vivo,
hai nascosto nel seno della terra
tesori, per rapina od estorsione
a te venuti - ché per ciò voi spiriti
si dice andiate spesso errando in morte -( )
dillo! Fermati e parla!…
Marcello, vedi tu come fermarlo.

MARCELLO - Devo colpirlo con la partigiana?

ORAZIO - Sì, se non vuol fermarsi.

(Marcello fa per colpire, ma colpisce aria: lo spettro svanisce)

BERNARDO - È qui!

ORAZIO - È lì!

(S’ode il canto d’un gallo)

MARCELLO - È sparito!… Però facciamo male
a volerlo trattare con violenza,
con quel suo ciglio serio e maestoso;
del resto, come l’aria, è invulnerabile,
e i nostri colpi son vana follia.

BERNARDO - M’è parso che volesse dir qualcosa,
nel punto che s’udì cantare il gallo.

ORAZIO - Infatti, ma l’ho visto trasalire
come uno che si senta còlto in fallo
e accorra ad un terribile richiamo.
Dicon che il gallo, squilla del mattino,
con quel suo verso stridulo ed acuto
ridesti il dio del giorno; e a quel richiamo
gli spiriti vaganti nella notte
s’affrettino a rientrar nei lor rifugi;
e la prova che questo sia credibile
ce l’ha data testé quanto abbiam visto.( )

MARCELLO - È vero. Infatti, ad udire quel canto,
s’è dileguato. Dicono che il gallo,
questo pennuto araldo dell’Aurora,
nella stagion dell’anno che s’appressa
il Natale del nostro Salvatore,
non cessa di cantar tutta la notte,
e allora, dicono, nessuno spirito
osa andar più vagando sulla terra;
in quel tempo le notti son salubri,
nessun pianeta emana mali influssi,
nessuna fata pratica incantesimi,
nessuna strega ordisce sortilegi,
tanto santificato e benedetto
è quel tempo dell’anno.

ORAZIO - Anch’io l’ho udito, ed in parte ci credo.
Ma guardate il mattino
che, già coperto d’un manto vermiglio,
va sfiorando col piede le rugiade
di quel colle che svetta verso oriente.
Se volete seguire un mio consiglio,
interrompiamo il servizio di scolta,
e andiamo insieme dal giovane Amleto
a riferirgli per filo e per segno
quello che abbiamo visto questa notte;
perché, potrei giurarlo, quello spirito,
muto con noi, a lui dirà qualcosa.
Siete d’accordo che dobbiamo dirglielo,
così come, del resto,
ce ne fa obbligati il nostro affetto,
e come si conviene al dover nostro?

MARCELLO - Sì, facciamolo, prego;
e stamattina io so dove trovarlo
e anche dove potergli parlare
nel massimo riserbo e discrezione.

(Escono)



SCENA II - Sala nel castello di Elsinore

Fanfara.( ) Entrano il RE, la REGINA, AMLETO, POLONIO,
LAERTE, VOLTIMANDO, CORNELIO e seguito


RE - Benché sia vivo e verde ancora in noi
il ricordo del nostro buon fratello,
il caro Amleto, e meglio ai nostri cuori
ancor s’addica andar vestiti a lutto,
e a tutto il nostro regno
contrarsi in un sol volto di dolore,
nondimeno ragione e sentimento,
hanno conflitto per sì lungo tempo
dentro di noi, da far che a lui pensiamo
ora con più rassegnato dolore,
senza più trascurare tuttavia
di pensare a noi stessi.
Perciò la nostra sorella di ieri,
ora nostra regina,
imperiale compagna nella guida
di questo stato guerriero, con gioia
sfigurata nel volto,
un occhio lieto un altro lacrimoso,
all’imeneo mischiando un canto funebre,
gioia e dolore insieme bilanciando,
abbiamo tolta in moglie.
E nel farlo non siam stati chiusi
al vostro saggio avviso,
liberamente espresso in questo affare.
Del che desidero rendervi grazie.
Ora passiamo ad altro.( )
Come sapete, il giovin Fortebraccio,
male stimando la nostra potenza
e pensando che questo nostro regno
con la scomparsa del fratello nostro
sia rimasto sconvolto e disgregato,
indotto a tal pensiero temerario
dal suo costante sogno di rivincita,
non ha cessato dall’importunarci
col reclamare la restituzione
delle terre perdute da suo padre
e passate, di pieno buon diritto,
al valentissimo fratello nostro.
Tanto basti di lui. Venendo a noi
e all’oggetto di questa riunione
le cose stan così: con questo scritto
(Mostrando una lettera)
noi chiediamo al sovrano di Norvegia,
zio del suddetto giovin Fortebraccio,( )
che, trovandosi infermo ed allettato,
credo non sia nemmeno a conoscenza
dei disegni di questo suo nipote,
d’interdire a costui d’andar più oltre
nel porre in atto questi suoi disegni,
visto che arruolamenti e coscrizioni
sono da lui condotti fra i suoi sudditi;
e qui spediamo voi, mio buon Cornelio,
e Voltimando, dal vecchio Norvegia,
come latori di questo messaggio;
nessun altro potere conferendovi,
nel trattare col re, fuori dei limiti
specificati nel nostro mandato.
Buon viaggio, e sia la vostra diligenza
pari al vostro dovere.

CORNELIO E
VOLTIMANDO - Ve ne daremo prova, in questo e in tutto.

RE - Non ne ho mai dubitato. Addio, di cuore.

(Escono Cornelio e Voltimando)

Ed ora a te, Laerte. Che hai di nuovo?
Parlavi di una supplica. Che c’è?
Sai che non rischi di sprecare il fiato
se chiedi qualche cosa al re danese.( )
Non c’è nulla che tu potresti chiedermi,
che, più che una richiesta tua a me,
non sia una profferta mia a te:
non è la testa più legata al cuore,
né più strumento la mano alla bocca,
di quanto sia tuo padre al nostro trono.
Che domandi, Laerte?

LAERTE - Mio temuto signore, il vostro assenso
e gradimento al mio ritorno in Francia.
Sebbene sia venuto in Danimarca
d’assai buon grado a porgervi il mio omaggio
per l’incoronazione,
tal dovere compiuto, devo dire
che in Francia sono pur sempre rivolti
i miei pensieri ed i miei desideri,
ed io li inchino alla vostra indulgenza
per ottenerne graziosa licenza.

RE - Ce l’hai prima da parte di tuo padre?
Che ne dice Polonio?

POLONIO - Mio signore, sia pure a malavoglia,
non senza lunghe e stressanti insistenze,
ho dovuto alla fine sigillare
la sua richiesta con il mio consenso.
Ora vi supplico di dargli il vostro.

RE - Profitta della tua ora, Laerte;
sia tuo il tempo, e le tue buone grazie
se lo spendano pure a lor talento.
E adesso, Amleto, mio nipote e figlio…

AMLETO - (A parte)
… Un po’ più che parente, e men che figlio.

RE - Perché sempre sospese tante nuvole
sulla tua fronte?

AMLETO - Nuvole, signore?
anzi, son troppo al sole.( )

REGINA - Amleto, caro, togliti di dosso
quel colore notturno,( )
ed il tuo occhio riguardi da amico
colui ch’è ora il re di Danimarca;
non andare cercando di continuo
con quelle palpebre sempre abbassate
il tuo nobile padre nella polvere.
È legge di natura - lo sai bene -
che ciò che vive deve pur morire,
dal mortale passando all’immortale.( )

AMLETO - Sì, signora, è di tutti.

REGINA - E se è così,
perché sembra che tocchi solo a te?

AMLETO - Sembra, signora? No, non sembra, è;
io non conosco “sembra”.
Non è soltanto il mantello d’inchiostro,
buona madre, né il mio vestir consueto,
sempre così solennemente nero,
né il sospirar violento del mio petto,
né il copioso fluire dei miei occhi,
né l’aspetto contratto del mio volto
con gli altri segni e mostre del dolore,
ad esprimere il vero di me stesso.
Di tutto questo si può dir che “sembra”,
perché questi son tutti atteggiamenti
che ciascuno potrebbe recitare.
Ma quel che ho dentro va oltre la mostra…
queste esteriori son tutte gualdrappe,
e livree del dolore, nulla più.

RE - È dolce e commendevole,
Amleto, in te, il rendere a tuo padre
tutto questo tributo di cordoglio;
dovresti pur sapere tuttavia
che tuo padre perdette anch’egli un padre,
e quel padre perdette anch’egli il suo.
È obbligo filiale del superstite
manifestare per un certo tempo
tutto il proprio cordoglio.
Ma incaponirsi in un lutto ostinato,
è atteggiamento d’empia testardaggine
un non virile modo di soffrire,
un segnale di volontà restia
a sottostare ai voleri del cielo,
un cuore fiacco, un animo impaziente,
un intelletto semplice ed incolto.
Perché dovremmo consumarci il cuore
in tanta pervicace ostinazione
per cosa che sappiamo che è così,
e che è così per tutti,
come ogni altra sensibile esperienza?
Diamine! Questa è colpa contro il cielo,
contro chi è morto, contro la natura,
ma soprattutto contro la ragione,
cui la morte dei padri è tema usuale,
e che sempre nel tempo ha proclamato,
dal primo morto all’ultimo di oggi:
“Così dev’essere, e così sia!”.
Ti preghiamo perciò di gettar via
questo tuo vano ed infruttuoso affanno,
e di pensare a noi come ad un padre:
perché sei tu - ne prenda nota il mondo -
l’erede più diretto al nostro trono;
ed io sento per te lo stesso affetto,
la stessa nobiltà di sentimenti
del più tenero padre verso il figlio.
Quanto alla tua intenzione
di tornare a studiare a Wittemberga,( )
essa è contraria al nostro desiderio.
Perciò ti supplichiamo ardentemente
d’inchinarti a restare qui con noi,
per il conforto mio e di tua madre
e per il gradimento dei nostri occhi,
primo fra tutti i nostri cortigiani,
beneamato nipote e figlio nostro.

REGINA - Amleto, non lasciare inascoltate,
ti prego, le preghiere di tua madre:
sta’con noi, non andare a Wittemberga.


AMLETO - V’obbedirò, signora, del mio meglio.

RE - Ecco una chiara, amabile risposta!
Sii un altro noi stesso in Danimarca.
Venite, mia signora.
Questo grazioso e libero consenso
di Amleto mi ridà un sorriso al cuore;
e grazie ad esso oggi
non vi sia brindisi del Danimarca
di cui non dia il cannone maggiore
fin su alle nuvole l’annuncio, e i cieli
rimandandosi quel terrestre tuono
faccian eco al regal festino.( ) Andiamo.

(Fanfara. Escono tutti, meno Amleto.)

AMLETO - Ah, se questa mia troppo, troppo solida
carne, potesse sciogliersi in rugiada!
Ah, se l’Eterno non avesse opposta
la sua legge al suicidio! O Dio! O Dio!
Come tediose, e insipide ed inutili
m’appaiono le piatte convenzioni
di questo mondo! Che schifo! Che schifo!
Questo è un orto coperto di gramigna
che va in seme; vi sanno verzicare
erbe rozze e selvatiche, nient’altro.
A tanto dunque si doveva giungere!
È morto da appena due mesi… oh, no, che dico,
nemmeno tanti… un re così eccellente,
confrontato a costui,
un Iperione a confronto di un satiro;( )
e di lei a tal punto innamorato
da non permettere nemmeno ai venti
di sfiorarle con troppa forza il viso!
Ah, cielo e terra, come non pensarci!
E lei, che tutta s’appendeva a lui,
come se l’appetito di quel cibo
le crescesse mangiandone…
Appena un mese… Non voglio pensarci.
Ahimè, fragilità, il tuo nome è femmina.
Un mese appena… non ancor consunte
le scarpe con le quali, tutta in lacrime,
novella Niobe,( ) aveva seguito
il feretro del mio povero padre…
Lei, sì lei!… O Dio Onnipotente!
Anche una bestia priva di ragione
avrebbe fatto più lungo compianto…
ed ora maritata con mio zio,
fratello di mio padre, ma a lui simile
non più di quanto lo sia io ad Ercole…
Un mese, appena un mese…
prima che il sale delle false lacrime
abbia cessato d’arrossarle gli occhi,
ancora gonfi, s’è rimaritata!
Oh, lubrica precipite lascivia!
Scivolare con tanta leggerezza
tra incestuose lenzuola!…
Non è bene, né può venirne bene!
Ma spèzzati, mio cuore,
ch’io debbo ora frenar la lingua!

Entrano ORAZIO, MARCELLO e BERNARDO

ORAZIO - Salute a vostra signoria!

AMLETO - Salute!
Lieto che stiate tutti bene… Orazio,
se non m’inganno?( )

ORAZIO - Proprio lui, signore,
sempre l’umile vostro servitore.

AMLETO - Servitore… Di’ pure “vostro amico”,
così dobbiamo chiamarci tra noi.
E che ci fai tu qui da Wittemberga,
Orazio?
(Vede Marcello)
Oh, Marcello!

MARCELLO - Mio signore!

AMLETO - Sono proprio felice di vederti.
(A Bernardo)
Ed anche voi, signore, buona sera.
(A Orazio)
Che t’ha portato qui da Wittemberga?

ORAZIO - Certa voglia d’andar girovagando.

AMLETO - Oh, non vorrei sentire dire questo
da un tuo nemico; né farai violenza
al mio orecchio sì da indurlo a crederti
quando parli così contro te stesso:
so che non sei un chierico vagante.
E dunque, che ci fai ad Elsinore?
In ogni caso, prima che riparti,
t’insegneremo a tracannar di grosso.

ORAZIO - Son venuto, signore, per assistere
alle esequie del vostro genitore.

AMLETO - Ah, no, ti prego, caro condiscepolo,
non mi prendere in giro: sei venuto,
penso, a veder le nozze di mia madre.

ORAZIO - Sono seguite, infatti, molto presto.

AMLETO - Economia, Orazio, economia!
Gli arrosti del banchetto funerario
son serviti a guarnire, ancora caldi,
la tavolata di quello nuziale.
Ah, Orazio, ti giuro
che piuttosto che vivere un tal giorno,
avrei voluto confrontarmi in cielo
con il più intimo dei miei nemici!
Mio padre… mi par sempre di vederlo…

ORAZIO - Dove, signore?

AMLETO - Riflesso nell’occhio
della mia mente.

ORAZIO - Io lo vidi un giorno.
Era un bel re.

AMLETO - Era un uomo, un uomo vero,
in tutto, come non ne vedrò più.

ORAZIO - Io credo, monsignore,
d’averlo visto ancor la scorsa notte.

AMLETO - Visto, chi?

ORAZIO - Il re, signore, vostro padre…

AMLETO - Che dici? Il re mio padre!…

ORAZIO - Frenate per un poco lo stupore
e prestatemi attentamente orecchio
ch’io possa rivelarvi, testimoni
questi due gentiluomini, un prodigio.

AMLETO - Spiegati meglio, Orazio, se Dio vuole!

ORAZIO - Per due notti di seguito,
questi signori, Marcello e Bernardo,
durante il loro turno di vigilia,
nell’ora morta della mezzanotte,
hanno fatto l’incontro che or vi dico:
una figura come vostro padre,
da capo a piè di tutto punto armata,
appare loro, e con solenne passo,
lento e maestoso passa lor davanti.
Passò tre volte avanti agli occhi loro,
a distanza non più di questa picca;
muti, atterriti, con il fiato in gola,
essi non riuscivano a parlargli.
Avendomi ciò essi riferito
in segreto, ed ancor tutti sgomenti,
la terza notte volli anch’io con loro
montar la scolta; ed ecco che a conferma
di quanto m’avean essi riferito,
sia in merito all’ora che all’aspetto,
quella figura appare nuovamente
a tutti e tre: ed era vostro padre.
L’ho ben riconosciuto; queste mani
non potrebbero somigliarsi meglio.

AMLETO - E dove questo?

MARCELLO - Là, sulla piazzola
dove noi tre si montava di scolta.

AMLETO - Nessuno gli ha parlato di voi tre?

ORAZIO - Io, signore, ma senza aver risposta.
Anche se m’è sembrato, a un certo punto,
che alzasse il capo ed accennasse appena,
quasi a volermi dire qualche cosa.
Ma proprio in quell’istante
risuonò il canto del gallo dell’alba,
e in quella la figura si ritrasse
prestamente svanendo al nostro sguardo.

AMLETO - Molto strano, davvero.

ORAZIO - Eppure è vero,
com’è vero ch’io vivo, mio signore;
tanto che abbiam pensato tutti e tre
esser nostro dovere d’informarvene.

AMLETO - Certo, certo, signori;
ma la cosa non è senza turbarmi.
Siete ancora di guardia stanotte?

MARCELLO/
BERNARDO - Sì, monsignore.

AMLETO - Armato, avete detto?

I DUE - Completamente, dalla testa ai piedi.

AMLETO - La faccia, allora, non l’avete vista.

MARCELLO - Oh, sì, portava alzata la visiera.

AMLETO - Ah, e v’è parso fosse corrucciato?

ORAZIO - Aveva un’espressione di dolore
più che di collera.

AMLETO - Pallida o accesa?

ORAZIO - Molto pallida.

AMLETO - E v’ha guardati fisso?

ORAZIO - Per tutto il tempo.

AMLETO - Avrei voluto esserci.

ORAZIO - Ne sareste rimasto assai colpito.

AMLETO - Lo credo bene… Ed è rimasto a lungo?

ORAZIO - Il tempo di contare fino a cento,
lentamente.

MARCELLO/
BERNARDO - Eh, no, di più, di più!

ORAZIO - Non quando io l’ho visto.

MARCELLO - La barba brizzolata aveva… no?

ORAZIO - Sì, come la ricordo di lui vivo,
nera con strie d’argento.

AMLETO - Voglio vegliare anch’io con voi stanotte.
Forse ripasserà.

ORAZIO - Ne sono certo.

AMLETO - Se dovesse riassumere l’aspetto
del mio nobile padre, io gli parlo,
dovesse scoperchiarsi anche l’inferno
a impormi di star zitto. Ora vi prego,
poiché avete serbato fino ad ora
il segreto di questa apparizione,
di tenerlo ancor chiuso nel silenzio.
E qualunque altra cosa
questa notte dovesse intervenire,
ritenetela nella vostra mente,
non sulla vostra lingua.
Di tanto affetto vi ricompenserò.
Ed ora addio… Vi raggiungerò
stanotte alla piazzola del castello:
all’ora tra le undici e le dodici.

TUTTI - Il nostro ossequio a vostra signoria.

AMLETO - Il vostro affetto, come il mio a voi.

(Escono Orazio, Marcello e Bernardo)

Lo spirito del padre mio in armi!
Non può essere buon segno…
Ho il sospetto di qualche brutto gioco.
Come vorrei che fosse già la notte!…
Fino allora, sta’ cheta, anima mia!
Le azioni turpi verranno alla luce,
fosse la terra intera a ricoprirle!

(Esce)



SCENA III - Elsinore, stanza in casa di Polonio.

Entrano LAERTE e OFELIA


LAERTE - Il mio bagaglio è a bordo. Addio, sorella.
E quando il vento sarà favorevole,
e sia pronta una vela per salpare,
non dormire, ma dammi tue notizie.

OFELIA - Come puoi dubitarne?

LAERTE - Quanto ad Amleto ed alle frivolezze
di cui ti circuisce, fanne il conto
d’una moda, d’un gioco del suo sangue,
una viola di primaticcio sboccio,
precoce ma d’effimera esistenza,
dolce ma non durevole,
il profumo e lo svago di un momento.
Nient’altro più.

OFELIA - Nient’altro?…

LAERTE - Non pensarci.
L’uomo, nel suo sviluppo naturale,
non cresce solo di forza e statura,
ma a misura che il suo tempio s’espande,( )
s’accrescono anche in esso le funzioni
che vi celebra l’animo e la mente.
Forse ora egli t’ama, ed in quest’ora
nessuna macchia di riserva o calcolo
appanna l’onestà dei suoi propositi;
ma farai bene a star molto guardinga,
perché data l’altezza del suo rango,
egli non può disporre a suo talento
della sua volontà, perché egli stesso
è suddito dei suoi stessi natali,
non può foggiarsi a suo modo la vita,
come può un comune individuo;
e ciò perché dalle sue decisioni
può dipendere la salute e il bene
del regno; ogni sua scelta è sottoposta
ai desideri ed al consentimento
di quel corpo del quale egli è la testa.
S’egli ora dunque ti professa amore,
sarai saggia se gliene farai credito
nei limiti che a lui son consentiti,
dalla particolarità del rango,
di porre in atto quanto possa dire;
perché non potrà farlo oltre quel tanto
che possa consentirgli in generale
la pubblica opinione in Danimarca.
Rifletti dunque bene a quale perdita
potrebbe derivare all’onor tuo
se tu prestassi alle sue serenate
troppo credulo orecchio, a cuor perduto,
o se schiudessi il tuo casto tesoro
alla sfrenata sua insistenza. Attenta,
Ofelia, attenta, cara mia sorella!
Tieniti sempre nella retroguardia
della passione, fuor dalla portata
e dai pericoli del desiderio.
Fa già abbastanza dono di se stessa
la vergine più schiva che alla luna
discopre le sue vereconde grazie.
Mai la virtù è sfuggita alla calunnia.
A primavera il verme rode i fiori
avanti che si schiudano dai bocci,
così come la prima giovinezza,
come la rorida rugiada all’alba,
si trova molto spesso minacciata
da effluvi contagiosi. Dunque, attenta!
La migliore difesa è nel temere.
La gioventù è ribelle già a se stessa,
anche senza bisogno di alleati!( )

OFELIA - Custodirò, a guardiana del mio cuore,
la morale di questo tuo consiglio.
Ma tu, per parte tua, fratello caro,
non fare come certi indegni preti
che, mentre additano la via del cielo
erta e spinosa, vanno poi calcando
da tronfi e ben pasciuti libertini
i sentieri fioriti del piacere,
dimentichi dei lor buoni precetti.

LAERTE - Oh, per me non temere!…
Ma io m’attardo. Ecco ancora mio padre.

Entra POLONIO

Il caso arride ad un secondo addio.
Doppia benedizione, doppia grazia.

POLONIO - Ancora qui, Laerte?… A bordo, a bordo!
Il vento s’è già assiso da padrone
in cima alla tua vela, e là t’aspettano.
Va’, figlio, con la mia benedizione,
e imprimiti a caratteri di stampa
nella tua mente queste poche regole:( )
mai non prestare lingua ai tuoi pensieri,
mai prestar mano a pensieri avventati;
gli amici di provata fedeltà
aggràppateli saldamente al cuore
con uncini d’acciaio; ma sta’ attento
a non scaldarti il cavo delle mani
trattenendovi nuovi uccelli implumi
schiusi appena dal guscio.
Guàrdati dal mischiarti in tafferugli,
ma se t’accada d’esservi coinvolto,
agisci in modo che il tuo contendente
abbia a guardarsi bene dai tuoi colpi.
A tutti porgi orecchio, a pochi voce.
Accogli sempre l’opinione altrui,
ma pensa a modo tuo. Il tuo vestire,
per quanto può permetterti la borsa,
sia di buon prezzo, ma non stravagante;
ricercato, ma non troppo fastoso,
ché l’abito rivela spesso l’uomo,
e in Francia le persone di buon ceto
sono assai ricercate nel vestire
ed hanno classe, specialmente in questo.
Non chiedere né dar danaro in prestito:
col prestito si perde, molto spesso,
il danaro e l’amico, e il fare debiti
ottunde il senso della parsimonia.
Ma soprattutto tieni questo in mente:
sii sempre, e resta, fedele a te stesso;
ne seguirà, come la notte al giorno,
che non sarai sleale con nessuno.
Addio, figlio. La mia benedizione
trapianti e faccia maturare in te
questi pochi precetti di tuo padre.

LAERTE - Umilissimamente, padre mio,
prendo da voi licenza.

POLONIO - L’ora incalza.
Va’, i servi aspettano.

LAERTE - Addio, Ofelia!
E non dimenticar le mie parole.

OFELIA - Stanno ben chiuse nella mia memoria,
e tu porti via con te la chiave.

LAERTE - Addio.

(Esce Laerte)

POLONIO - Che cos’è che t’ha detto?

OFELIA - Se vi piaccia,
cosa a riguardo del principe Amleto.

POLONIO - A proposito! Mi vien riferito
che in questi ultimi tempi molto spesso
t’ha dedicato in segreto il suo tempo,
e che tu gli hai concesso buon ascolto
con alquanta larghezza e compiacenza.
Se questo è vero - come m’hanno detto,
non senza mettermi ben sull’avviso -
debbo dirti che non hai chiaro in mente
quel che s’addice a te come mia figlia
ed al tuo onore. Che c’è fra voi due?
Voglio da te tutta la verità.

OFELIA - Signore, egli m’ha fatto, ultimamente,
ripetute profferte del suo affetto.

POLONIO - Affetto!… Poh!… Tu parli da bimbetta
all’oscuro di simili pericoli.
Credi davvero a quelle “sue profferte”,
come le chiami tu?

OFELIA - Non so cosa pensarne, mio signore.

POLONIO - Ebbene, te lo insegno io, tuo padre:
pensa di te che sei una bamboccia
ad aver preso per oro zecchino
queste profferte, non di buona lega.
Offri te stessa a ben più alto prezzo,
o, per cantarla sulla stessa musica,
“offrirai” me come un bell’imbecille!( )

OFELIA - Mio signore, egli m’ha sollecitato
d’amore in modo del tutto onorevole.

POLONIO - Sì, modo… Chiamalo piuttosto “moda”…
Va’ va’…

OFELIA - … e ha confortato il suo parlare,
con quasi tutti i sacri giuramenti.

POLONIO - Sì, cappi buoni ad acchiappar beccacce!
Io so, quando a noi bolle dentro il sangue,
come l’animo nostro sia corrivo
a prestare alla lingua giuramenti.
Sono solo fiammate, figlia mia,
che producon più luce che calore,
e, appena accese, subito si estinguono,
e nell’una e nell’altro. D’ora in poi,
cerca di essergli piuttosto avara
della tua virginale compagnia;
metti ai colloqui tuoi più caro prezzo
che d’un semplice invito a conversare.
Quanto al principe Amleto,
devi pensar di lui non più di tanto:
che è giovane ed è libero di muoversi
entro il raggio d’un più lungo guinzaglio
che non sia quello consentito a te.
In breve, Ofelia, a queste sue profferte
tu non devi prestare fede alcuna:
non sono che mezzani travestiti,
semplici intermediari d’amorazzi,( )
che danno fiato a sacri e pii legami
per meglio accalappiare le fanciulle.
E questo valga per tutti e per sempre.
In termini più chiari, d’ora innanzi
non voglio che tu renda scandaloso
alcun istante del tuo tempo libero
con lo scambiar parola
e con l’intrattenerti in conversari
con il principe Amleto.
Bada che questo è un ordine. Ora va’.

OFELIA - Obbedirò a quest’ordine, signore.

(Escono da parti opposte)



SCENA IV - Elsinore, la piazzola del castello. Notte.

Entrano AMLETO, ORAZIO e MARCELLO


AMLETO - L’aria morde maligna. Fa assai freddo.

ORAZIO - Sì, un’ariaccia pungente.

AMLETO - Che ora è?

ORAZIO - La mezzanotte, credo.

MARCELLO - È già battuta.

ORAZIO - Ah, sì? Non l’ho sentita.
Allora siamo vicini al momento
in cui lo spirito usava passare.

(Da dentro, due squilli di tromba e due colpi di cannone)

Che significa questo, mio signore?

AMLETO - Che il re stanotte veglia e fa baldoria,
tracanna coppe e balla il saltinsù.( )
E mentre manda giù nel gargarozzo
le sue sorsate di vino del Reno,
timpano e tromba abbaiano così
alla pompa delle sue libagioni.

ORAZIO - È un’usanza?

AMLETO - Un’usanza, sì, purtroppo;
una di quelle usanze che, a mio genio,
con tutto ch’io sia nato in questa terra
e vi sia stato avvezzo dalla nascita,
sempre ho pensato fosse più decente
far cessare che praticare ancora.
Queste sfrenate, rozze gozzoviglie
fanno di noi la favola e il ludibrio
di tutti gli stranieri:
ci chiaman ubriaconi e porci,
e macchiano di brutti appellativi
il nostro nome; e, per la verità,
c’è di che sminuir le nostre imprese,
pur se condotte nel modo migliore,
ledendoci nel nerbo e nel midollo
della reputazione.
Ed è così che uomini di pregio,
a cagione di un vizio di natura,
che si sono portati dalla nascita
e del quale non hanno alcuna colpa,
poiché natura non fa distinzione
d’origine; o per l’eccessiva crescita
di qualche lor personale tendenza,
che abbatte quanti ostacoli e fortezze
possa loro frapporre la ragione;
o per certo lor abito di vita
che li porta ad esasperare al massimo
la forma di plausibili maniere,
è così, dico, che in questi individui,
segnati dell’impronta di un difetto
o da natura o da maligna stella,
tutte l’altre loro buone qualità,
per pure e limpide che possan essere
fino all’estremo della perfezione,
appaiono corrotte agli occhi altrui
per colpa di quell’unico difetto.
Insomma, basta un briciolo di male
ad infettare della sua bassezza
tutta la nobile essenza d’un dubbio.( )

Entra lo SPETTRO

ORAZIO - Oh, guardate, signore, eccolo, viene!

AMLETO - O angeli e ministri della grazia,
difendeteci voi!…
Spirito buono o diavolo dannato
che tu sia, o che porti tu con te
aure del cielo o lezzi dell’inferno,
sian buone o male le intenzione tue,
tu vieni in tale dubitosa forma,
ch’io ti voglio parlare… E mi rivolgerò
a te come ad Amleto re, mio padre,
re dei Danesi… Oh, dammi una risposta!
Non mi far consumar nell’ignoranza!
Di’ perché le tue ossa consacrate,
composte e seppellite nella morte,
hanno rotto la cera del sudario;
perché il sepolcro dove in santa quiete
t’abbiam visto giacere, ha spalancato
le sue possenti marmoree mascelle
per rigettarti nuovamente fuori.
Che vuol dire che tu, freddo cadavere,
di nuovo, tutto in completa armatura,
rivisiti i raggi della luna
e rendi sì sinistra a noi la notte?
E noi, come zimbelli di natura,
siamo scrollati, per il raccapriccio,
da pensieri che vanno oltre i confini
della mente? Perché questo? A qual fine?
Parla. Che cosa vuoi che noi facciamo?

(Lo spettro fa cenno ad Amleto di avvicinarsi a lui)

ORAZIO - Ecco, vi accenna d’andar con lui,
come a volervi parlare da solo.

MARCELLO - E guardate con che amorevol gesto
v’invita ad appartarvi insieme a lui!
Ma non ci andate.

ORAZIO - No, assolutamente.

AMLETO - Perché? Che cosa c’è da aver paura?
Io, di questa mia vita materiale,
non faccio maggior conto d’uno spillo,
e quanto alla mia anima,
che male mai può farle,
s’è come lui immortale?… Mi fa cenno.
Io vado.

ORAZIO - E se dovesse trascinarvi
verso i flutti del mare, mio signore,
oppure sull’orribile strapiombo
di quel picco sull’acque,( ) e poi, là giunto,
si tramutasse in qualche orribil forma
che può detronizzarvi la ragione
o sospingervi verso la follia?
Pensateci. Già il luogo, per se stesso,
se non ci fosse nessun’altra causa,
mette al cervello brividi d’orrore,
a guardare da quell’altezza il mare
e udir ruggire il flutto sottostante.

AMLETO - Insiste ad accennarmi di seguirlo.
(Allo spettro)
Va’ pure avanti, ti raggiungerò.

MARCELLO - (Cercando di trattenerlo)
No, monsignore, no!

AMLETO - (Svincolandosi)
Via quelle mani!

ORAZIO - Non lo seguite. Siate ragionevole.

AMLETO - Il mio destino mi grida d’andare,
e sento in me ogni fibra del corpo
farsi sempre più dura e più tenace
di quelle del leone di Nemea.( )

(Lo spettro fa un altro cenno con la mano)

Ecco, mi chiama ancora. Via, lasciatemi,
o, giuraddio, fo di chi mi tiene
un altro spettro!… Lasciatemi, dico!
(Allo spettro)
Va’ pure avanti, ch’io ti vengo dietro.

(Escono Amleto e lo spettro)

ORAZIO - La fantasia lo fa farneticare.

MARCELLO - Stiamogli dietro. Non siamo tenuti
davvero ad obbedirgli, in questo caso.

ORAZIO - Sì, seguiamolo. Come finirà?

MARCELLO - C’è qualcosa di marcio in Danimarca.

ORAZIO - Lo guidi il cielo.

MARCELLO - Sì, però seguiamolo.

(Escono)



SCENA V - Elsinore, i bastioni del castello.

Entrano LO SPETTRO e AMLETO


AMLETO - Dove vuoi trascinarmi? Dimmi, parla.
Io più oltre non vengo.

SPETTRO - Ascolta.

AMLETO - Ascolto.

SPETTRO - È quasi l’ora per me di tornare
al tormento delle sulfuree fiamme.

AMLETO - Ahimè, povero spettro!

SPETTRO - Non compiangermi,
ma ascolta bene quanto sto per dirti.

AMLETO - Son tutt’orecchi, parla.

SPETTRO - E sarai pure, Amleto, tutto voglia
di far di me vendetta,
dopo che avrai ascoltato.

AMLETO - Che cosa?

SPETTRO - Io lo spirito sono di tuo padre,
condannato ad errare nella notte
per alcun tempo, e il giorno a digiunare
nel fuoco, fin che siano arsi e purgati
i peccati( ) da me commessi in terra.
Se svelare i segreti del mio carcere
non mi fosse interdetto,
potrei fartene tale descrizione
ch’ogni parola d’essa, la più blanda,
ti ferirebbe il cuore come un dardo,
ti gelerebbe il sangue nelle vene
e ti farebbe schizzar via dall’orbite,
come stelle impazzite, le pupille,
e ti farebbe scompigliar sul capo
le ben composte ed annodate ciocche
facendoti drizzare ogni capello
come aculeo d’un istrice infuriato.
Ma il racconto di questo eterno modo( )
non si può fare a orecchi in carne e sangue.
Dunque ascoltami attento, Amleto. Ascolta!
Se mai tu amasti il tuo diletto padre…

AMLETO - Oh, Dio!…

SPETTRO - … tu devi vendicare, Amleto,
il turpe, innaturale( ) suo assassinio.

AMLETO - Assassinio?

SPETTRO - Turpissimo assassinio,
qual è in ogni caso anche il più giusto;
ma questo fu di tutti il più nefando,
il più mostruoso ed il più innaturale.

AMLETO - Ditemi tutto, presto, su, affrettatevi,
sì ch’io possa volare alla vendetta
con ali rapide come un’idea
o un pensiero d’amore.

SPETTRO - Ti trovo ben disposto; ma più fiacco
dell’erba grassa che ha pigre radici
sulle sponde del Lete tu saresti,
se questo non ti desse alcun sussulto.
Ascolta, Amleto: è voce generale
ch’io sia morto pel morso d’un serpente
mentre dormivo in terra nel giardino:
è così che gli orecchi dei Danesi
sono stati ingannati ignobilmente
da una falsa versione dell’evento.
Sappi, invece, mio generoso giovane,
che il serpente che morse l’esistenza
del padre tuo ne porta ora il diadema.

AMLETO - Mio zio!… Oh, presaga anima mia!

SPETTRO - Sì, quell’adultera, incestuosa bestia,
con la stregoneria della sua mente
e con fallaci doni - oh, maledetti
e mente e doni, che hanno tal potere
di seduzione! - ha vinto alle sue voglie
la volontà della regina mia,
a tutti apparsa sempre sì virtuosa.
Oh, Amleto, che caduta è stata quella!
Da un amore sì degno come il mio,
sempre andato la mano nella mano
col voto che le profferii sposandola,
alle braccia d’un essere spregevole
i cui doni dell’anima son zero
al confronto dei miei!…
Ma così come la virtù corrotta
non sarà mai, per quanto la libidine
la corteggi con modi celestiali,
la lascivia, per quanto accompagnata
a un angelo radioso,
si giacerà su un letto celestiale
a far la sua pastura di lordure.
Ma sento già il respiro del mattino.
Sarò breve. Dormivo nel giardino,
come m’era consueto al pomeriggio;
e in quel sonno pacifico e sicuro
mi sorprende tuo zio, con una fiala
piena d’infame succo di quisquiano,
e dentro il padiglione dell’orecchio
mi versa quella lebbra distillata
d’effetto sì nemico al sangue umano
da serpeggiare come argento vivo
per tutti i suoi canali, arterie e vene,( )
e far che con fulmineo vigore
il sangue fino e sano si rapprenda
e cagli, come in latte aceto a gocce.
Così fece del mio quella mistura:
in un istante, una schifosa scabbia
incortecciò tutto il mio liscio corpo
d’una schifosa crosta, come Lazzaro.( )
E fu così che tuo padre, nel sonno,
fu spogliato, per mano d’un fratello,
della vita, del trono e della sposa,
falciato proprio nel pieno rigoglio
dei suoi peccati: senza comunione,
impreparato, senza estrema unzione,
senza poter contrire la sua anima;
spedito a rendere il suo conto a Dio
col fardello di tutti i suoi peccati.
Orribile! Tremendamente orribile!
Se tu conservi in te natura d’uomo,
non devi tollerarlo. Non permettere
che il talamo del re di Danimarca
sia giaciglio d’incesto e di lussuria.
Però ricòrdati: qualunque piano
tu ordisca per raggiungere un tal fine,
attento a non macchiarti la coscienza:
non far che la tua anima
abbia a mai cospirar contro tua madre;
lascia al cielo e alle spine ch’ella ha in petto
di pungerla e trafiggerla.
Ed ora è forza ch’io ti lasci… Addio.
La lucciola m’ha dato già il segnale
che la luce dell’alba s’avvicina,
perché vedo smorzare a poco a poco
l’effimera sua fiamma. Addio, addio.
Ricordati, ricordati di me.

(Svanisce)

AMLETO - O voi, legioni del cielo! O tu, terra!
Che devo invocar più, anche l’inferno?
Ah, che schifo, che schifo!…
E tu, mio cuore, reggi! E voi, mie fibre,
non cedete un sol attimo. Tenetemi…
Ricordarmi di te, povero spirito!
Ma sì, finché avrà spazio la memoria,
su questa sfera di terra impazzita!
Ricordarmi di te!… Cancellerò
dalle pagine della mia memoria
tutti gli altri ricordi triti, frivoli,
le parole dei libri, le impressioni,
le forme che su essa hanno stampato
la giovinezza, l’esperienza, tutto!
E solo il tuo comando,
nello spazio vivrà del mio cervello,
non frammisto a più vile altra materia.
Sì, perniciosa femmina, perdio!
Sì, furfante, grandissimo furfante!
Sorridente furfante, ma dannato!
Dov’è il mio taccuino…
Questa voglio annotarmela: che un uomo
possa sempre sorridere, sorridere,
ed essere il peggiore dei ribaldi.
Almeno in Danimarca.
(Scrive qualcosa nel taccuino che ha cercato in tasca)
E così sei servito, caro zio.
D’ora innanzi la mia parola d’ordine
sia questa: “Addio, ricordati di me!”
L’ho giurato.

LE VOCI DI ORAZIO
E MARCELLO
DA DENTRO - Signore! Monsignore!
Principe Amleto!
Il cielo vi protegga!

AMLETO - E così sia.

Entrano ORAZIO e MARCELLO, ma nel buio non vedono
ancora Amleto

ORAZIO - (Fischiando)
Chiù-chiù,( ) oh, oh, signore!

AMLETO - (Rispondendo al fischio)
Chiù-chiù, ragazzo! Vieni, uccello, vieni.

(Si trovano)

MARCELLO - Com’è andata, mio nobile signore?

ORAZIO - Che notizie, signore?

AMLETO - Oh, meraviglie!

ORAZIO - Mettetecene a parte, monsignore.

AMLETO - No, lo andreste a ridire.

ORAZIO - Non io, lo giuro al cielo, monsignore.

MARCELLO - Né io, signore.

AMLETO - E sia, come volete;
ma chi avrebbe potuto immaginarlo?
Manterrete il segreto?

ORAZIO e MARCELLO - Certamente,
per il cielo giuriamo, monsignore!

AMLETO - Non c’è un pitocco in tutta Danimarca
che non sia una perla di furfante.

ORAZIO - Ah, non c’è proprio che uno spettro
uscisse dalla tomba, monsignore,
per dirci questo.

AMLETO - Già, tu hai ragione.
Adesso, senza farci altri discorsi,
credo sia conveniente per noi tutti
darci la mano, qui, e separarci;
voi, dove vi conducano ciascuno
le vostre occupazioni e desideri
- però che occupazioni e desideri
ogni uomo ne ha, quali essi siano;
e io, per parte mia - pensate un po’! -
andrò a pregare.

ORAZIO - Queste, mio signore,
sono solo parole in libertà,
senza costrutto.

AMLETO - Mi dispiace assai
se t’hanno offeso. Davvero, di cuore.

ORAZIO - Non c’è offesa, signore.

AMLETO - Eh, sì, c’è offesa,
per San Patrizio, Orazio, grande offesa!( )
Per quanto è di questa apparizione,
s’è trattato, lasciatemelo dire,
d’un onesto fantasma.
Abbandonate, perciò, il desiderio
di conoscere quello che c’è stato
fra me e lui. Ed ora, cari amici,
poiché amici mi siete tutti e due,
chi condiscepolo, chi camerata,( )
ch’io vi rivolga un’umile preghiera.

ORAZIO - Quale, signore? Noi l’accoglieremo.

AMLETO - Questa: di non parlare con nessuno
di ciò che avete visto qui stanotte.

ORAZIO/MARCELLO - Non lo faremo mai.

AMLETO - Sì, ma giuratelo solennemente.

ORAZIO - Parola mia, non lo farò, signore.

MARCELLO - Né io, parola mia.

AMLETO - Sulla mia spada.( )

MARCELLO - Vi abbiamo già giurato, monsignore.

AMLETO - Fatelo meglio, qui, sulla mia spada.

LA VOCE
DELLO SPETTRO - (Da dentro)
Giurate!…

AMLETO - Ah, ah, ragazzo, ancora lì?
Sei tu che parli, là, onesto amico?( )
Ecco, lo avete udito: il nostro amico
è in cantina. Accettate di giurare.

ORAZIO - Diteci voi la formula, signore.

AMLETO - Mai parlare di quel che avete visto.
Sulla mia spada giurate.

LA VOCE
DELLO SPETTRO - (Da dentro)
Giurate!

AMLETO - (Rispondendo allo spettro)
Hic et ubique?( ) Via, cambiamo posto.
Venite qua, stendete ancor la mano
sulla spada. Giurate su di essa
di mai parlar di ciò che avete udito.

LA VOCE
DELLO SPETTRO - (c.s.)
Sulla spada!

AMLETO - Ben detto vecchia talpa!
Ma come fai a scavarti la terra
così veloce?… Un minatore in gamba.
Via, signori, spostiamoci di nuovo.

ORAZIO - Oh, giorno e notte insieme,( )
quale straniera meraviglia è questa!

AMLETO - E come tale dalle il benvenuto!( )
Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio,
che non sogni la tua filosofia.
Ma sentite: qui, come mai innanzi,( )
voi due - così vi possa assistere la Grazia! -
per quanto stravagante e stralunato
possa apparirvi il mio comportamento
(e m’accadrà di stimare opportuno
di darmi un’aria stralunata e sfatta),
non dovete far mostra, innanzi ad altri,
di saperne di più di quel mio stato:
magari solo incrociando le braccia,
ecco, così, oppur scuotendo il capo,
o bofonchiando frasi sospensive,
come questa: “Eh, noi lo sapevamo…”,
o questa: “Se volessimo, potremmo…”,
o anche: “Se volessimo parlare…”
ed altre dello stesso ambiguo tono.
Ecco, giurate di non fare questo.
Così la grazia e la pietà del cielo
vi soccorrano in caso di bisogno.

LA VOCE
DELLO SPETTRO - (c.s.)
Giurate!

AMLETO - Pace, pace, inquieto spirito!

(Orazio e Marcello giurano imponendo le mani
sull’elsa della spada di Amleto)

E così, gentiluomini,
mi raccomando a voi con tutta l’anima.
Quello che un pover’uomo come me
potrà fare per dirvi l’amicizia
e l’affetto che nutre per entrambi,
non mancherà di farlo.
Adesso rientriamo tutti insieme;
ma, vi prego, col dito sulle labbra.
Il mondo è fuor dei cardini;
ed è un dannato scherzo della sorte
ch’io sia nato per riportarlo in sesto.
Ebbene, andiamo insieme.

(Escono)

ATTO SECONDO



SCENA I - Elsinore, stanza in casa di Polonio.

Entrano POLONIO e RINALDO


POLONIO - (Consegnando a Rinaldo un pacchetto)
Gli darai questi soldi e questi appunti.

RINALDO - Va bene, monsignore, sarà fatto.

POLONIO - E, buon Rinaldo, prima d’incontrarlo,
farai bene a cercare d’informarti
su come vive e come si comporta.

RINALDO - Ci avevo già pensato, mio signore.

POLONIO - Ottimamente. Allora siamo intesi,
attento: vammi prima ad indagare
quali Danesi vivono a Parigi,
chi sono, come conducon la vita,
e con che mezzi, che genti frequentano,
che luoghi. E se tu, grazie a questa indagine
e a qualche tua domanda intenzionale,( )
scoprissi che conoscono mio figlio,
t’accosterai pian piano all’argomento
con domandine vieppiù pertinenti,
comeché fossi tu, tanto per dire,
uno che lo conosca di persona,
ma non troppo, diciamo, un po’ alla larga.
Per esempio: “Conosco bene il padre,
gli amici e un po’, ma solo un po’, anche lui…”
Mi segui?

RINALDO - Oh, certo, signore, benissimo.

POLONIO - “… e solo un po’ anche lui”- puoi azzardare,
“ma non troppo; però se è quel giovane
“di cui stiamo parlando, posso dire
ch’è persona piuttosto scapestrata,
un tipo dedito a questo, a quest’altro…”;
e là gli attribuisci, a tuo capriccio,
ogni sorta di piccoli difetti,
nessuno, però - bada! - tanto spinto
da macchiarne l’onore: attento a questo!
Insomma, le consuete scappatelle,
un po’ sfrenate, un tantino lascive,
che son la risaputa compagnia
di gioventù sbrigliata in libertà.

RINALDO - Come ad esempio il gioco, monsignore.

POLONIO - Appunto; o come il bere, il duellare,
bestemmiare, rissare, andare a donne…
Puoi spingerti fin là…

RINALDO - Eh, monsignore,
questo potrà disonorarlo.

POLONIO - No,
in fede mia, se saprai temperarlo
nello stesso momento in cui lo insinui.
Cioè, nel dirlo incline alla bisboccia,
non devi caricarlo d’altre mende.
Non è questo che intendo: i suoi difetti
li devi sussurrare accortamente,
sì da farli apparire, tutt’al più,
come macchie della sua libertà,
vampate d’uno spirito bollente,
d’una selvatichezza ancora acerba,
non mansuefatta, propria dell’età.

RINALDO - Però, mio buon signore…

POLONIO - Ti capisco:
vuoi sapere perché ti chiedo tanto.

RINALDO - Infatti, è quello che vorrei sapere.

POLONIO - Allora qua, stammi bene a sentire.
La mia tattica è questa (e t’assicuro
ch’è garantita, non fallisce mai):
mentre tu spargi queste macchioline
sopra mio figlio, come un oggettino
che s’insudicia mentre si lavora,
ti vai studiando quello con cui parli
e che vuoi scandagliare su di lui:
se ti dice d’aver sorpreso il giovane
oggetto delle tue blande censure
in una o l’altra delle intemperanze
che sopra ho menzionato, sta’ sicuro
che alla fine s’accorderà con te,
chiamandoti, in perfetta confidenza,
“caro signore”, o simil altro titolo,
quando non anche “amico” o “cavaliere”,
a seconda del giro del discorso
e del rango dell’uomo, o del paese.( )

RINALDO - Molto bene, signore.

POLONIO - … E a questo punto,
a questo punto, allora, lui che fa?…
Che ti stavo dicendo, per la Messa?
Che ti dicevo? Dov’ero rimasto?

RINALDO - “Alla fine s’accorderà con te…”
“Amico… cavaliere…

POLONIO - Ah, sì, perbacco!
Dunque, alla fine, d’accordo con te,
magari ti dirà: “Sì, lo conosco,
l’ho visto appunto ieri, il giovanotto,
e l’altro ieri pure, e dopo, e prima,
in compagnia del tale e del tal altro,
che giocava, così come voi dite,
o, che so io, faceva gozzoviglia,
o si stava azzuffando con qualcuno
giocando al pallamaglio; oppure questo:
“L’ho visto entrare in una certa casa…
sì, con licenza, proprio un lupanare…”,
e così via. E guarda che succede:
che usando l’esca della falsità,
peschi la carpa della verità.
È così che noi, gente di giudizio,
si riesce a trovar, per vie traverse,
la direzione giusta. E così tu,
seguendo queste mie indicazioni,
dovrai far con mio figlio. Hai bene inteso?

RINALDO - Bene, signore.

POLONIO - E allora va con Dio.

RINALDO - Grazie, signore.

POLONIO - Ma mi raccomando,
osserva bene il suo comportamento,
personalmente.

RINALDO - Lo farò, signore.

POLONIO - E lascialo suonare la sua musica.

RINALDO - Bene, farò così.

POLONIO - Va’ pure, addio.

(Esce Rinaldo)

Entra, di corsa, OFELIA, come spaventata.

Ehi, Ofelia, che c’è?

OFELIA - Oh, padre mio,
che paura, signore! Che paura!

POLONIO - Di che, paura, nel nome di Dio?
Di che?

OFELIA - Signore, stavo tutta sola
a ricamare nel mio gabinetto,
quando il principe Amleto,
col giustacuore tutto sbottonato,
senza cappello, le calze slacciate,
ricadenti sui piedi come ceppi,
pallido in viso, come la camicia,
le ginocchia che battono tra loro,
e uno sguardo così compassionevole,
che pareva sortito dall’inferno
per venire a spiegarmene gli orrori,
mi viene innanzi…

POLONIO - Pazzo… per amore?

OFELIA - Non so, signore, ma lo temo proprio.

POLONIO - E che t’ha detto?

OFELIA - M’ha afferrato il polso,
e, stringendolo forte, s’è scostato
per tutta la lunghezza del mio braccio,
e, postasi una mano sulla fronte,
così…
(Fa il gesto di mettersi la mano a visiera)
s’è messo a scrutarmi la faccia
come uno che volesse disegnarla.
È stato a lungo in quella posizione,
poi, di colpo, mi scuote ancora il braccio
e, accennando col capo in su e in giù,
tre volte, emette un sì cupo sospiro,
sì pietoso, da dare l’impressione
che dovesse squassarlo
e porre fine lì stesso alla sua vita.
Poi mi lascia e s’avvia verso la porta,
con la testa girata sulle spalle,
quasi a trovar la strada senza gli occhi;
perché di fatto senza il loro aiuto
se n’è andato, tenendo fino all’ultimo,
rivolta indietro a me la loro luce,
finché ha trovato l’uscio ed è sparito.

POLONIO - Vieni con me, voglio parlarne al re.
Questa è la tipica follia d’amore,
la cui cieca irruenza, tante volte,
non solo può distruggere se stessa,
ma trascinare a gesti disperati
come ogni altro violento sentimento
che opprime l’uomo sotto questo cielo.
Mi dispiace… Non sarai stata tu,
a dirgli aspre parole, ultimamente?

OFELIA - Non io, mio buon signore;
ma, come voi m’avete comandato,
gli ho rimandato indietro le sue lettere
e mi sono negata ad ogni incontro.

POLONIO - Allora è questo che l’ha reso pazzo.
Mi debbo dispiacere con me stesso
per non aver saputo giudicare
con più discernimento la faccenda;
ma pensavo trattarsi d’un capriccio,
e ch’egli non avesse su di te
altro intento che indurti alla rovina.
Ma maledetto questo mio sospetto!
Purtroppo è proprio della nostra età
smarrirci per eccesso di cautela,
così com’è di quella giovanile
una certa mancanza di giudizio.
Ma vieni, andiamo subito dal re:
bisogna ch’egli ne sia messo a parte;
se tenuto segreto, questo affare,
può procurarci più guai a nasconderlo
che rancore a svelarlo. Vieni, andiamo.

(Escono)



SCENA II - Elsinore, stanza nel castello.

Squillo di tromba. Entrano il RE, la REGINA, ROSENCRANTZ,
GUILDENSTERN e seguito


RE - Benvenuti fra noi, miei cari giovani.
A parte il desiderio di vedervi,
fu il bisogno dei vostri buoni uffici
la causa vera del vostro richiamo,
ricercato da noi con tanta urgenza.
Avrete forse udito già qualcosa
circa la metamorfosi di Amleto:
e la chiamo così perché, credetemi,
tanto nel suo comportamento esterno
come nei modi interiori dell’animo
l’uomo non assomiglia più a se stesso.
Che cosa, oltre alla morte di suo padre,
abbia potuto estraniarlo da sé
fino a tal punto, non so immaginare.
Io vi supplico entrambi,
che gli siete cresciuti sempre insieme
e siete stati sempre sì vicini
alla sua giovinezza e alla sua indole,
di trattenervi qui alla nostra corte
per un po’; che la vostra compagnia
possa ridargli il gusto della vita,
e che possiate voi stessi scoprire,
per quel che vi sia dato d’indagare
con l’occasione, se vi sia qualcosa
a noi ignota ad affliggerlo tanto,
che, una volta scoperta,
sia in nostro potere di sanare.

REGINA - Egli ha molto parlato di voi due,
miei cortesi signori, e sono certa
che non vi sono due persone al mondo
cui sia più affezionato il nostro Amleto.
Se vi piaccia mostrarvi ben disposti
a trascorrere qui, presso di noi,
un po’ del vostro tempo,
a sostegno e possibile profitto
delle nostre speranze, questa visita
vi sarà ricambiata con un “grazie”
pari alla gratitudine d’un re.

ROSENCRANTZ - Le vostre maestà,
per la loro sovrana potestà
sovra di noi, sarebbero padrone
di formulare, più che in una supplica,
in un comando i loro desideri.

GUILDENSTERN - E noi due non possiamo che obbedire,
e dedicarvi, in tutta riverenza,
noi stessi e gli umili nostri servigi.

RE - Grazie, miei cari Rosencrantz e Guildenstern.

REGINA - E lasciate che vi ringrazi anch’io,
gentili miei signori,
e che vi preghi di recarvi subito
da questo mio tanto mutato figlio.
(A quelli del seguito)
Qualcuno vada con questi signori,
e li accompagni dal principe Amleto.

GUILDENSTERN - Che la nostra presenza e il nostro zelo,
voglia il cielo gli sian di giovamento,
e lo confortino.

REGINA - Lo voglia il cielo!

(Escono Rosencrantz e Guildenstern)

Entra POLONIO

POLONIO - Gli ambasciatori di vostra maestà
sono felicemente rientrati
dalla Norvegia.

RE - Tu sei sempre stato,
Polonio, padre di buone notizie.

POLONIO - Godo, signore, a sentirvelo dire.
Oh, può star certo, il mio grazioso re,
che i miei servigi appartengono a lui
come appartiene a Dio l’anima mia.
Ed io penso - o altrimenti il mio cervello
non segue più sicuro il proprio fiuto -,
d’aver scoperto la vera ragione
della pazzia d’Amleto.

RE - Oh, parlane, mi tarda d’ascoltarlo.

POLONIO - Ricevete gli ambasciatori prima:
la mia informazione
sarà la frutta del grande banchetto.

RE - Va’ tu stesso a incontrarli ed introducili.

(Esce Polonio)

Egli dice, Gertrude mia diletta,
d’aver scoperto origine e motivo
di tutto il turbamento di tuo figlio.

REGINA - Dubito non sia altro
che quel ch’è dato a tutti immaginare,( )
la morte di suo padre,
e le precipitose nostre nozze.

RE - È quel che cercheremo di appurare.

Rientra POLONIO con VOLTIMANDO e CORNELIO

Bentornati, miei buoni e bravi amici!
Quali notizie dal fratello nostro
di Norvegia?

VOLTIMANDO - Il ricambio più cordiale
di voti e buoni auspici a vostra altezza.
Subito al nostro primo abboccamento,
ha mandato a bloccar gli arruolamenti
in corso ad opera di suo nipote,
a lui sembrati, in prima, in verità,
preparativi contro il re polacco;
ma poi s’è accorto, guardandoci meglio,
ch’eran diretti contro vostra altezza;
ond’egli, assai turbato e dispiaciuto
che si abusasse sì dolosamente
e del suo male e della sua impotenza,
fece trarre in arresto Fortebraccio;
il quale, a farla breve, gli obbedisce,
accetta la rampogna dello zio,
e s’impegna, in solenne giuramento,
a rinunciar per sempre ad ogni mira
armata contro vostra maestà.
Al che il vecchio Norvegia,
non stando più nei panni dalla gioia,
decide di assegnargli un’annua retta
di tremila corone ed il comando
delle forze da lui prima assoldate
contro il Polonia; mentre chiede a voi,
col messaggio di cui siamo latori,
di concedergli il libero passaggio
su vostri territori, per l’impresa,
con le modalità e le guarentigie
quali son qui indicate nel dettaglio.
(Gli consegna il messaggio)

RE - Bene, le leggeremo a miglior agio,
e daremo al Norvegia la risposta
dopo aver riflettuto attentamente
su questo affare. Intanto vi ringrazio
per le vostre fatiche bene spese.
Concedetevi adesso un buon riposo:
questa sera banchetteremo insieme.
E ben tornati in patria!

(Escono Voltimando e Cornelio)

POLONIO - Ecco dunque un affare ben concluso.
Mio sovrano e signora,
a disquisir sulla sovranità,
sui suoi doveri, perché il giorno è giorno,
la notte è notte, perché il tempo è tempo,
non sarebbe che perdere la notte
ed il giorno ed il tempo.
Perciò se è vero che la brevità
è l’anima del senno,
e il parlar troppo un fronzolo esteriore,
il mio discorso sarà molto breve.
Il vostro nobile figliolo è pazzo:
e dico “pazzo”, perché definire
in che consista ogni vera pazzia
ch’altro sarebbe, se non esser pazzi?
Ma via, lasciamo andare.

REGINA - Meno forma, Polonio, e più sostanza.

POLONIO - Signora, v’assicuro, a giuramento,
ch’io non uso artifici di retorica:
ch’egli sia pazzo, è vero;
ed è vero che ciò è gran peccato;
e che un peccato sia, è anche vero.
Un bel concetto! Ma lasciamo andare,
ch’io non voglio far uso di retorica.
Concediamoci allora che sia pazzo:
ci rimane da ricercar la causa
di questo effetto, o di questo difetto,
a dir meglio, per via che da una causa
proviene questo effetto difettoso.
Tale esso resta, e tale resta il resto.
Vogliate ponderare. Io ho una figlia
- e dico “ho” perch’ella mi appartiene -
la quale in suo dovere d’obbedienza,
notate, poco fa m’ha dato questo:
udite e deducete.
(Legge)
“Al celestiale e di mia anima idolo,
“molto imbellita Ofelia…”
Brutta frase,
di basso conio… “Imbellita” è banale…
Ma state ancora a sentire. Ecco qui:
(Legge)
“Nel suo squisito bianco seno… eccetera…”

REGINA - Ed è Amleto che scrive a lei così?

POLONIO - Un momento. Vi leggo testualmente:
(Legge)
“Dubita che le stelle siano ardore,
“che il sole ruoti intorno alla sua sfera,
“dubita che la verità sia vera,
“ma dubbio non avere del mio amore.

“Mia cara Ofelia, io non so rimare,
“mi manca l’arte di dir verseggiando
“i miei sospiri; ma ch’io t’ami tanto,
“eccelsa, tu non devi dubitare.

“Addio, carissima, sempre più tuo,
“fino all’ultimo dì che sarà suo
“questo mortale suo congegno. AMLETO”

Questo me l’ha mostrato, in sua obbedienza,
mia figlia, confessandomi altresì
tutto sulle pressanti assiduità
di lui, e loro tempi e modi e luoghi.

RE - Ed ella che risponde a questo amore?

POLONIO - Che pensano di me le altezze vostre?

RE - Che sei persona fida ed onorata.

POLONIO - E tale ho l’ambizione di mostrarmi.
Ma che potreste voi pensar di me
se, còlto quasi a volo questo amore
(giacché me n’ero accorto - debbo dirlo -
già prima che mia figlia ne parlasse),
che potreste pensare voi, mio sire,
o la cara maestà della regina,
se avessi confinato la mia parte
a fare da scrittoio o da leggìo,
o se, strizzando l’occhiolino al cuore,
me ne fossi rimasto sordo e muto
o avessi riguardato questo amore
con occhio indifferente? E invece no.
Mi sono subito dato daffare,
ho parlato a mia figlia in questi termini:
“In quanto principe, il nobile Amleto,
è fuor dell’ambito della tua sfera,
e questo non dev’essere!”
E le ho prescritto di tenersi chiusa
dai luoghi ch’ei frequenta,
di non ricevere suoi messaggeri,
né accettar da lui doni. Fatto ciò,
ella del mio consiglio colse i frutti,
e lui, vedendosi così respinto,
in breve sprofondò nella tristezza,
donde digiuno, insonnia, prostrazione,
donde il delirio, e poi, per questa china,
la follia per la quale ora vaneggia,
per la luttuosa angustia di noi tutti.

RE - (Alla regina)
Pensi tu che sia questa la ragione?

REGINA - Può essere; è molto verosimile.

POLONIO - C’è mai stata una volta
- vorrei proprio sentirlo dir da voi -
ch’io abbia detto in modo positivo:
“Così è!”, e così non è stato?

RE - No, ch’io sappia.

POLONIO - (Facendo il gesto di staccarsi la testa dal tronco)
Staccate pure via
questa da questo, se così non fosse.
Io, se mi guidino le circostanze,
su questo scoprirò la verità
fosse nascosta al centro della terra.

RE - Come potremo poi verificarla?

POLONIO - Voi sapete che a volte
egli passeggia qui, in questa sala,
per ore ed ore.

REGINA - Così fa, difatti.

POLONIO - Ebbene, in quel momento,
io gli sguinzaglio libera mia figlia:
voi ed io staremo ad osservare
dietro un arazzo, attenti a quel che dicono:
s’egli non l’ama, e se non è per questo
ch’egli è caduto fuor di sua ragione,
ch’io non sia consigliere d’uno Stato,
ma vil bifolco o capo carrettiere.

RE - Bene, faremo allora questa prova.

Entra AMLETO, intento a leggere un libro.

REGINA - Ma guardatelo, con che triste cera
se ne viene leggendo, il poverino!

POLONIO - Via, vi scongiuro entrambi, allontanatevi!
Voglio abbordarlo prima io. Scusate.

(Escono il re e la regina)

Come sta il mio buon principe Amleto?

AMLETO - Bene, deograzia.

POLONIO - Mi riconoscete?

AMLETO - Perfettamente. Siete un pescivendolo.( )

POLONIO - No, signore.

AMLETO - Peccato.
Avrei voluto foste così onesto.

POLONIO - Onesto, monsignore?

AMLETO - Sì, signore;
perché come va il mondo al giorno d’oggi,
essere onesto, è come dir d’un uomo
ch’è stato estratto in mezzo a diecimila.

POLONIO - Verità sacrosanta, monsignore.

AMLETO - Perché se il sole fa nascere i vermi
nella carogna d’una cane, baciandola…
Voi avete una figlia?

POLONIO - Sì, signore.

AMLETO - Non la lasciate passeggiare al sole…
La concezione è una benedizione.
Ma siccome codesta vostra figlia
potrebbe concepire… attento, amico.

POLONIO - (A parte)
Che vuoi dire con questo?…
E dài che batte sempre su mia figlia!
Eppure ha detto di non riconoscermi…
m’aveva preso per un pescivendolo…
È svampito, svampito veramente!
Del resto, in gioventù, posso ben dirlo,
ho anch’io sofferto il tormento d’amore
da ridurmi all’incirca in quello stato…
Ma parliamogli ancora…( )
(Forte)
Monsignore,
posso sapere che state leggendo?

AMLETO - Parole, parole, parole.( )

POLONIO - Di che è questione, signore?

AMLETO - Questione?
Fra chi?

POLONIO - Volevo dire l’argomento,
l’argomento del libro che leggete.

AMLETO - Calunnie, signor mio.
Perché questa canaglia di satirico
scrive che i vecchi hanno la barba grigia,
la faccia scanalata dalle rughe
e gli occhi secernenti un certo umore
denso come la gomma di susino;
che abbondano di carestia di senno,
insieme a debolissimi garretti…
tutte cose di cui, signore mio,
per quanto possa io esser convinto
nella maniera più forte e potente,
non penso tuttavia che sia decenza
spiattellarle così; perché anche voi,
signore, avreste la mia stessa età,
se, simile ad un gambero,
poteste camminare a retromarcia.

POLONIO - (A parte)
Questa è follia, se pure c’è del nesso.
(Forte)
Non vorreste, signore, passeggiare
al riparo dall’aria?

AMLETO - Dove, nella mia tomba?

POLONIO - (Ridendo)
Oh, questo sì,
sarebbe un vero cambiamento d’aria
(A parte)
Come sono pregnanti qualche volta
le sue risposte! Battute felici
in cui sovente imbrocca la pazzia,
e che né mente sana né ragione
saprebbero altrettanto bene esprimere…
Ora lo lascio, e vado a predisporre
come farlo incontrare con mia figlia.
(Forte)
Mio signore, da voi prendo congedo.

AMLETO - Voi non sapreste prendermi, signore,
altra cosa da cui più volentieri
mi vorrei separare; tranne, è chiaro,
la mia vita, sì, tranne la mia vita.

POLONIO - Allora con licenza, mio signore…

(Mentre sta per uscire, sulla porta incontra ROSENCRANTZ
e GUILDENSTERN)

AMLETO - (A parte)
Questi noiosi vecchi incitrulliti!…

POLONIO - (Ai due)
Cercate il principe Amleto; egli è qui.

ROSENCRANTZ - (A Polonio)
Salute a voi, signore.

(Esce Polonio)

GIULDENSTERN - (Ad Amleto)
Mio onorato signore!

ROSENCRANTZ - Caro principe!

AMLETO - Salve, miei buoni ed eccellenti amici!
Come va, Guildenstern? Eh, Rosencrantz?
Come state, ragazzi, come state?

ROSENCRANTZ - Da comuni rampolli della terra.

GUILDENSTERN - Felici di non essere felici
oltre misura; non siamo il pennacchio
della berretta della dea Fortuna.

AMLETO - Né la suola di sotto ai suoi calzari?

ROSENCRANTZ - Nemmeno, monsignore.

AMLETO - Allora voi vivete alla sua cintola,
o in mezzo ai suoi favori.( )

GUILDENSTERN - Un poco addentro, sì, in fede mia.

AMLETO - Ah, proprio addentro alle segrete parti,
della Fortuna?( )… Eh, già, è una baldracca.
Che nuove in giro?

ROSENCRANTZ - Nessuna, signore,
se non che il mondo è diventato onesto.

AMLETO - Allora il giorno del Giudizio è prossimo.
Ma la notizia è falsa.
Piuttosto, ditemi, miei buoni amici,
che male avete fatto alla Fortuna,
che vi manda in prigione qui?

GUILDENSTERN - In prigione!

AMLETO - La Danimarca è tutta una prigione.

ROSENCRANTZ - Tutto il mondo n’è una, allora.

AMLETO - Infatti,
come si deve; in cui son molte celle,
molti posti di guardia, molti masti.
La Danimarca è fra le sue peggiori.

ROSENCRANTZ - A noi non pare affatto, monsignore.

AMLETO - Si vede allora che non lo è per voi:
niente è buono o cattivo
se non è tale nel nostro pensiero.
Per me è una prigione.

ROSENCRANTZ - È l’ambizione che ve la fa tale.
La Danimarca è troppo angusto spazio
per una mente come quella vostra.

AMLETO - Oh, Dio! Io potrei viver confinato
in un guscio di noce, e tuttavia
ritenermi signore d’uno spazio
sconfinato, non fossero i miei sogni.

GUILDENSTERN - E questi sono appunto l’ambizione,
perché nient’altro che l’ombra d’un sogno
è la sostanza dell’uomo ambizioso.

AMLETO - Il sogno già in se stesso è solo un’ombra.

ROSENCRANTZ - Infatti, ed io ritengo l’ambizione
qualità sì volatile e leggera,
da esser solo l’ombra di un’altr’ombra.

AMLETO - Allora i corpi sono i mendicanti,
e i re e i nostri celebrati eroi
l’ombre dei mendicanti.( )
Ma non vogliamo rientrare a corte?
Perché, in coscienza, non ragiono più.

I DUE - Siamo agli ordini vostri, monsignore.

AMLETO - Ordini… No, non ditelo.
Non vi voglio confondere davvero
col resto dei miei servi;
perché, a parlarvi franco, son servito
terribilmente bene. Però ditemi,
in via di sacratissima amicizia,
che ci fate a Elsinore?

ROSENCRANTZ - Siamo venuti a visitare voi,
monsignore; nessun altro motivo.

AMLETO - Mendicante qual sono,( )
sono povero di ringraziamenti;
e i miei ringraziamenti, cari amici,
sono sinceramente troppo cari
anche a pagarli un soldo.
Ma siete qui di vostra iniziativa?
Non chiamati? Una visita spontanea?
Siate sinceri, via, scopriamo il gioco.
Su, su, avanti, parlate.

GUILDENSTERN - Che vi dobbiamo dire, monsignore?

AMLETO - Qualunque cosa. Ma veniamo al punto:
siete stati chiamati; nei vostri occhi
c’è una sorta di muta confessione
che la vostra comune riluttanza
non è capace di tener nascosta.
V’han mandato a chiamare
- lo so - il buon re e la buona regina.

ROSENCRANTZ - A che scopo, signore?

AMLETO - Sta a voi di dirlo a me. Ma vi scongiuro
per la nostra amicizia, e per i vincoli
con cui ci lega il nostro antico affetto,
e nel nome di quanto di più caro
potrebbe chiedervi un postulante
più efficace di me, siate leali
e sinceri con me:
foste chiamati, a venir qui, o no?

ROSENCRANTZ - (A parte a Guildenstern)
Che gli dobbiamo dire?

AMLETO - (A parte)
Ho capito, dovrò tenervi d’occhio.
(Forte)
Se mi volete bene, non mentite.

GUILDENSTERN - Sì, mio signore, ci han fatto chiamare.

AMLETO - E vi dirò perché; così io stesso
anticipo la vostra confessione,
e così la promessa di segreto
fatta da voi al re e alla regina
non perderà una penna.
È un po’ di tempo che, non so perché,
ho perso tutto il mio brioso umore,
tralasciato ogni usata occupazione;
e ciò grava a tal punto sul mio spirito
che questa bella struttura, la terra,
mi sembra un promontorio senza vita,
questo stupendo baldacchino, il cielo,
questa splendida volta, il firmamento,
questo tetto maestoso,
ingemmato di fuochi d’oro… ebbene,
per me non è nient’altro che un odiato
pestilenziale ammasso di vapori.
Che sublime capolavoro è l’uomo!
Quanto nobile nella sua ragione!
Quanto infinito nelle sue risorse!
Quanto espressivo nelle sue movenze,
mirabile: un angelo negli atti,
un dio nell’intelletto!
La bellezza dell’universo mondo!
La perfezione del regno animale!
Eppure che cos’è agli occhi miei
questo conglomerato di terriccio?
L’uomo per me non ha alcuna attrattiva…
e nemmeno la donna, anche se voi
con quel vostro sarcastico sorriso
sembrate dire che non è così.

ROSENCRANTZ - Oh, signore, ero lungi da pensarlo.

AMLETO - Perché allora hai sorriso,
quando ho detto che l’uomo non m’attrae?

ROSENCRANTZ - Pensavo, mio signore,
che se niente dell’uomo vi diletta,
quale mai accoglienza da Quaresima( )
troverà qui la compagnia di attori
che abbiamo sorpassato per la strada,
e che vengono a offrirvi i lor servizi.

AMLETO - Ah, quanto a questo( )… Sia pur bene accolto
colui che recita del re la parte:
la sua maestà potrà levar tributi
da me; il cavaliere avventuroso
usi pure a suo agio e spada e scudo;
l’amoroso non sospirerà gratis;
al comico sarà sempre permesso
di terminare in pace la sua parte;
il buffone potrà far sbellicare
coloro i cui polmoni sono facili
alle risate e agli scatarramenti;
la prima donna dirà il suo pensiero
apertamente, senza che per questo
il verso sciolto debba zoppicare.
Che attori sono?

ROSENCRANTZ - Della compagnia
che voi ben amavate di ascoltare:
quella dei tragici della città.

AMLETO - E com’è che si sono messi in viaggio?
Starsene a recitare in sede stabile
era per loro assai più vantaggioso,
sia per il nome che per la cassetta.

ROSENCRANTZ - Glielo vietano, penso,
le riforme emanate di recente.( )

AMLETO - Godono sempre dello stesso credito
di quand’ero in città? Li segue il pubblico?

ROSENCRANTZ - No davvero.

AMLETO - Com’è? Son peggiorati?

ROSENCRANTZ - Tutt’altro. Cercan di tenersi al passo;
ma c’è, signore, tutta una nidiata
di giovinetti, falconcelli implumi,
che sanno solo recitare urlando
e riscuotono applausi strepitosi.
Sono loro che adesso van di moda;
e coprono di tanti e tali insulti
e di sberleffi i teatri comuni
(così essi li chiamano), che molti
che veston spada e tocco hanno paura
delle lor penne d’oca,( )
e se ne tengono bene alla larga.

AMLETO - Che! Davvero fanciulli?
Chi li mantiene? Come son pagati?
Potranno seguitare a recitare
quando, cogli anni, avran cambiato voce?
E più tardi nel tempo,
se diverranno attori come gli altri
- com’è molto probabile che sia,
se proprio non sapranno far di meglio -,
non se la prenderanno malamente
con gli autori dei testi ch’essi recitano,
con l’accusa di averli rovinati
mettendo loro in bocca tante ingiurie
contro quello che poi son diventati?

ROSENCRANTZ - In verità c’è stato un gran daffare
dall’una parte e dall’altra; e la gente
ritiene di far bene ad aizzarli
ed indurli a beccarsi l’un con l’altro.
C’è stato un tempo in cui trovar denaro
per un copione da mettere in scena,
era difficile, se nella trama
non ci fosse pretesto per riaccendere
la guerra tra autori e commedianti.( )

AMLETO - Possibile?

ROSENCRANTZ - Oh! s’era messo in moto
una grande carosello di cervelli.

AMLETO - E i fanciulli la vincono?

ROSENCRANTZ - Altroché!
Quelli, signore, si trascinan dietro
Ercole col suo globo sulle spalle.( )

AMLETO - Niente di così strano,
perché mio zio è re di Danimarca,
e tutti quelli che, vivo mio padre,
gli avrebbero ben fatto gli sberleffi,
ora dan venti, quaranta, cinquanta
cento ducati per avere, in piccolo,
un suo ritratto. E c’è qualcosa in questo,
sangue di Dio, che passa la natura,
se la filosofia può mai scoprirlo.

(Tromba di postiglione all’interno)

GUILDENSTERN - Questi sono gli attori.

AMLETO - Miei signori,
voi siete i benvenuti ad Elsinore;
qua la mano, venite.
I bei modi e un’amabile accoglienza
son doveri dell’ospitalità;
permettete ch’io usi anche con voi
questo garbo, altrimenti l’accoglienza
che sto per riservare a questi attori,
e che, vi anticipo, dovrà mostrarsi
in bellezza, non abbia ad apparire
più sentita che quella fatta a voi.
Voi siete benvenuti.
Ma mio zio-padre e mia zia-madre sbagliano.

GUILDENSTERN - In che, signore?

AMLETO - Nel credermi pazzo.
Io son pazzo col vento di maestro;
quando spira da sud, distinguo bene
un airone da un falco.

Entra POLONIO

POLONIO - Sia pace e bene a questi gentiluomini!

AMLETO - Sentite Guildenstern e Rosencrantz,
ve lo dico a ciascuno in un orecchio:( )
quel gran bamboccio che vedete là
non è ancora sgusciato dalle fasce.

ROSENCRANTZ - O forse c’è rientrato: quando è vecchio,
l’uomo, si dice, è due volte bamboccio.

AMLETO - Mi butto a indovinare: viene qui
ad annunciar l’arrivo degli attori…
state attenti.

(Fingendo di non aver visto Polonio e di parlare
a qualcuno)
Ah, sì, ora ricordo,
è stato allora, un lunedì mattina…

POLONIO - (Ad Amleto)
Ho notizie da darvi, monsignore.

AMLETO - (Rifacendogli il verso)
“Ho notizie da darvi, monsignore…”
Eh, quando a Roma recitava Roscio…( )

POLONIO - Gli attori sono giunti, monsignore.

AMLETO - Ma no!

POLONIO - Sul mio onore.

AMLETO - Allora sono giunti in groppa a un asino.( )

POLONIO - I migliori del mondo per tragedia,
commedia, storia, dramma pastorale,
comico-pastorale, tragistorico,
scena unica a verso e filastrocca.
Seneca non sa esser troppo grave,
né Plauto troppo leggero, per loro.
Per testi scritti od improvvisazioni,
sono davvero unici, signore.

AMLETO - O Gefte, qual tesoro avevi tu,
giudice d’Israele!( )

POLONIO - Quale tesoro aveva, monsignore?

AMLETO - “Sola una figlia aveva
“ch’egli oltremodo amava.”

POLONIO - (Tra sé)
E dàlli che ribatte su mia figlia!

AMLETO - Non ho forse ragione, vecchio Gefte?

POLONIO - Se mi chiamate Gefte, monsignore,
ho pur io una figlia, che amo tanto.

AMLETO - No, no, non seguita però così.

POLONIO - Come seguita allora, monsignore?( )

AMLETO - Così:
“… come per sorte, Iddio lo sa”.
Eppoi, attento:
“E allora ne seguì
“quel che doveva, ahimè, finir così”.

La prima strofa della pia ballata
vi dirà il seguito, perché, vedete,
ecco che arriva chi mi fa interrompere.

Entrano gli ATTORI

Benvenuti, maestri, benvenuti!
(A uno di loro)
Son lieto di vedervi in bella forma.
A tutti, benvenuti, cari amici!
(A un altro, alludendo alla barba)
Oh, vecchio mio, constato che il tuo volto
s’è ombreggiato, da che non t’ho più visto!
Vieni a far crescere anche a me la barba
in Danimarca? Oh, la prima donna,
la nostra giovane e bella amorosa?( )
Per la Vergine, vostra signoria
s’è avvicinata al cielo d’un cioppino( )
da quell’ultima volta che l’ho vista.
Voglio pregare Iddio
che la tua voce non si sia squadrata
al tondo come una moneta fessa.
Maestri, siate tutti benvenuti!
Faremo come i falconieri in Francia,
che avventano l’uccello
su tutto quel che viene loro a tiro.( )
Una scenetta, subito!
Dateci un saggio del vostro mestiere:
una tirata piena di passione.

PRIMO ATTORE - Che tirata volete, mio signore?

AMLETO - T’ho udito declamarne una, una volta,
che non fu più portata sulla scena,
o, se lo fu, non fu più d’una volta,
perché il dramma non piacque, mi ricordo,
ai più: era il caviale per il volgo.
Eppure si trattava, a parer mio
e d’altri più competenti di me,
d’un lavoro eccellente, ben costrutto,
drammatizzato senza troppi fronzoli,
ma con un buon mestiere.
Ci fu chi disse che non c’era nulla
nel verso delle abituali spezie
mescolate a condire la vicenda,
e nulla c’era nel suo periodare
che potesse accusar d’affettazione
il suo autore; ne lodò, al contrario,
la linearità della vicenda,
agile, senza sofisticazioni.
Un passo soprattutto mi colpì:
il racconto d’Enea fatto a Didone,
e specialmente là dove descrive
l’uccisione di Priamo.
Se l’avete a memoria, cominciate
da questo verso… vediamo, vediamo…
(Si sforza di ricordare)
“Come l’ircana belva,( ) il diro Pirro…( )
No, non così; cominciava con Pirro:
“Il diro Pirro, il cui brunito acciaio,
“nero come il suo cuore, somigliante
“lo faceva alla notte, allor che steso
“giaceva dentro il funesto cavallo,
“ora ha imbrattato questo suo colore
“pauroso e tetro con più cupa araldica:
“tutto vermiglio egli è da capo a piedi,
“atrocemente tinto con il sangue
“di padri e madri, di figli e di figlie,
“cotto e impastato su di lui dalle arse
“vie che una luce tirannica e trista
“prestano all’assassino di colui
“ch’era il loro signore. Abbrustolito
“dal fuoco e dal furore, ed incrostato
“di sangue raggrumato, gli occhi accesi
“come carbonchi, l’infernale Pirro
“il vecchio Priamo cerca…”
Continuate voi.

POLONIO - Affé di Dio,
mio signore, egregiamente detto,
con buon accento ed ottima scansione!

PRIMO ATTORE - (Recitando)
“… Subito lo rintraccia,
“che invano tenta di colpire i Greci;
“l’antico brando, al suo braccio ribelle,
“resta ove batte, restio al comando.
“Pirro su Priamo in impari certame
“s’avventa, nel furore stocca a vuoto,
“ma al solo sibilo dell’empio ferro
“cade l’esausto vecchio. In quel momento
“sembra avvertir l’inanimata Ilio
“il colpo e dalle sue ardenti altezze
“rovina in fiamme, e l’orribile crollo
“del diro Pirro fa prigion l’orecchio,
“e la sua spada, già levata in alto
“per abbattersi sulla bianca testa
“del venerando Priamo, resta in aria
“sospesa, e Pirro immobile nel gesto,
“simile ad un tiranno ritrattato,
“e indifferente alla sua volontà
“come alla realtà, non fa più nulla…
“Ma come spesso all’appressar d’un turbine
“è silenzio nei cieli, nere e immobili
“sono le nubi, senza voce i venti
“e muto, come morto, è l’orbe sotto,
“e di repente un tuono
“cupo latrando squassa l’atmosfera,
“così, dopo quell’attimo di pausa
“nuova vendetta sprona Pirro all’opra:
“e mai caddero i magli dei Ciclopi
“sulla ferrigna armatura di Marte
“per temprarla a durare eternamente,( )
“con tal violenza, come sopra Priamo
“cade di Pirro il sanguinoso ferro.
“Fuori, fuori, Fortuna meretrice!
“E voi, dèi tutti, in sìnodo riuniti,
“destituitela del suo potere,
“scardinate della sua ruota i raggi
“e il cerchio, e fate rotolare il mozzo
“per la più ripida china del cielo,
“giù fino ai diavoli.”

POLONIO - Uhm, è un po’ lungo.

AMLETO - Vedremo di mandarlo dal barbiere,
insieme con la vostra barba…
(All’attore)
Avanti,
prosegui, prego. A lui piace una farsa
o un pezzo da bordello, o s’addormenta.
Prosegui, vieni a Ecùba.( )

PRIMO ATTORE - (Recitando)
“Ma, oh!, chi avesse visto la regina
“correre imbacuccata, a piedi nudi…”

AMLETO - (Interrompendolo)
Dice proprio così: “imbacuccata”?

POLONIO - Eccellente! Va bene “imbacuccata”!

PRIMO ATTORE - “… affrontare con accecanti lacrime
“le fiamme, cinta il capo d’uno straccio,
“quel capo che conobbe il diadema,
“e per veste, a coprir gli scarni fianchi
“disfatti dalle molte gravidanze,
“un lino preso a caso nel terrore:
“chi avesse visto questo, condannato
“per tradimento avrebbe la Fortuna,
“con lingua stemperata nel veleno.
“Gli stessi dèi, se l’avessero vista
“quando ella scorse Pirro abbandonarsi
“al satanico spasso di tranciarle
“con la spada lo sposo membro a membro,
“se pur fossero essi indifferenti
“del tutto alle vicende dei mortali,
“l’urlo in cui ella subito proruppe
“avrebbe inumidito gl’infiammati
“occhi del cielo, e tutti intenerito!

POLONIO - Guardate se non s’è tutto sbiancato,
e ha gli occhi in lacrime… Basta, vi prego.

AMLETO - (Al primo attore)
Bene. Fra poco ti richiederò
di recitarmi il seguito.
(A Polonio)
Signore,
vogliate provvedere a che gli attori
siano trattati bene. Avete inteso?
Che s’abbia qui per loro ogni riguardo,
perch’essi sono il succo concentrato,
e le succinte cronache del tempo;
sarebbe per voi meglio, dopo morto,
aver un maldicevole epitaffio,
che da vivo le loro male lingue.

POLONIO - Mio signore, farò che sian trattati
secondo il loro merito.

AMLETO - Di più,
per il corpo di Cristo, assai di più!
A trattar gli uomini secondo il merito,
chi mai si salverà dalle frustate?
Trattateli conforme al vostro onore
e dignità: meno ne saran degni,
tanto più merito al vostro buon cuore.
Fateli entrare.

POLONIO - Venite, signori.

AMLETO - Cari amici, vogliate andar con lui.
Domani vi faremo recitare.

(Esce Polonio con gli attori, tranne il primo attore)

Ascolta, vecchio amico:
non avresti per caso in repertorio
quel dramma “L’assassinio del Gonzaga ”?

PRIMO ATTORE - Sì, l’abbiamo, signore.

AMLETO - Ottimamente.
Tienilo pronto per domani sera.
Potresti, al caso, mandare a memoria
una breve battuta,
non più di dodici, sedici righe,
scritte da me, da inserire nel testo?
È possibile?

PRIMO ATTORE - Certo, monsignore.

AMLETO - Benissimo. Ora segui quel signore,
e tieniti dal ridere di lui.

(Esce il primo attore)
Miei buoni amici, fino a questa sera
vi lascio. Benvenuti ad Elsinore!

ROSENCRANTZ - Mio buon signore…

AMLETO - (Come avendo fretta di licenziarli)
Andate, andate, addio.

(Escono Rosencrantz e Guildenstern)
Ora son solo… Oh, quale canaglia
e vil servo son io! Non è mostruoso
che un attore, soltanto per finzione,
nient’altro che in un sogno di passione,
possa piegare l’anima a un concetto,
così che, per effetto di quel sogno,
il volto gli si copra di pallore;
occhi in lacrime, aspetto stralunato,
voce rotta, e l’intero suo gestire
in perfetta aderenza a quel concetto?
E tutto ciò per nulla!… Per Ecuba!
Che cos’è Ecuba a lui, e lui a Ecuba,
perch’egli possa piangere così?
E che farebbe allora, questo attore,
se avesse quel che ho io
come motivo di straziarsi l’anima?
Inonderebbe la scena di lacrime,
intronerebbe le orecchie del pubblico
di roboanti orribili parole,
da sconvolgere fino alla pazzia
la mente di chi si sentisse in colpa;
da far impallidire gli innocenti;
da confonder gli ignari e sbigottire
vista e udito del pubblico?
Ed io, balordo impastato di fango,
inerte come un Zanni-tuttisogni, )
mi consumo così
nella sterilità della mia causa,
senza dir nulla a difesa di un re
cui dalla mano di un bieco assassino
furono tolti la vita e gli averi!
Son dunque un tal codardo?
E non c’è un cane che mi prenda a schiaffi,
mi chiami vile, mi fracassi il capo,
che mi strappi la barba,
e me la sbatta ontosamente in faccia,( )
e mi tiri pel naso,
e mi ricacci in gola la menzogna
giù giù fino ai polmoni… no? Nessuno?
Ah, ch’io mi prenderei tutto da tutti,
sangue di Cristo! Perché così è:
che ho il fegato d’una colomba,
senza il fiele che rende amaro il torto:
se no, di quanto avrei dovuto già
ingozzar gli avvoltoi della regione
con la carogna di questo ribaldo,
sanguinario ed immondo delinquente,
crudele, traditore, lussurioso,
ignobile, villano!… O mia vendetta!
che asino son io!… Che bel coraggio!…
Figlio d’un caro padre assassinato,
che cielo e inferno chiamano a vendetta
sono qui a gravarmi il cuore con le chiacchiere,
e bestemmiare come una sgualdrina
o un lavapiatti!… Infamia! Puàh! Vergogna!
Svegliati mio cervello!
Ho inteso che talora criminali,
stando a teatro, tanto impressionati
siano rimasti dalla realtà
a bella posta messa sulla scena,
da spiattellar là stesso i loro crimini.
Perché il delitto, se pur non ha lingua,
ha una sua voce, che sa di miracolo.
Devo far recitar da questi attori
qualcosa che, in presenza di mio zio,
richiami l’assassinio di mio padre.
Starò poi a spiar la sua reazione.
Lo voglio scandagliare fino in fondo.
Se appena accenna a un minimo sussulto,
so quel che fare. Il fantasma che ho visto
potrebb’essere un diavolo; e il diavolo
ha il potere di comparire agli uomini
in forme seducenti e ingannatorie;
e chissà che non voglia profittare
della mia debolezza
e del mio stato di malinconia
- due umori su cui ha gran potere -
per ingannarmi e indurmi a dannazione.
Voglio avere più positive prove.
E il dramma recitato sarà il mezzo
per catturar la coscienza del re.

(Esce)

ATTO TERZO



SCENA I - Elsinore, una stanza nel castello.

Entrano il RE, la REGINA, POLONIO, OFELIA,
ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN


RE - E non potreste voi,
con velate domande, fargli dire( )
qualche cosa di quel suo turbamento
che inasprisce la pace dei suoi giorni
in una torbida, insidiosa insania?

ROSENCRANTZ - Ammette di non esser più se stesso,
ma si rifiuta di dirne la causa.

GUILDENSTERN - Né lo troviamo aperto e ben disposto
a lasciarsi sondare da noi due.
Quanto appena tentiamo d’invogliarlo
a dir qualcosa sul suo vero stato,
svicola, con astuta stravaganza.

REGINA - V’ha bene accolto?

ROSENCRANTZ - Da gran gentiluomo.

GUILDENSTERN - Facendo però assai forza a se stesso.

ROSENCRANTZ - Avaro di domande,
ma alle nostre scioltissimo a rispondere.

REGINA - Non avete tentato d’invogliarlo
a darsi qualche distrazione?

ROSENCRANTZ - Infatti,
signora, si dà il caso che per via
ci sia occorso di lasciarci dietro
alcuni commedianti qui diretti.
Gliene abbiamo parlato,
e ci sembrò che avesse un certo gusto
a udirne. Quelli sono ora a corte,
in qualche luogo, e credo abbian già l’ordine
di recitare innanzi a lui stasera.

POLONIO - Proprio così; è stato anzi lui stesso
a dirmi di pregar le vostre altezze
di assistere anche loro allo spettacolo.

RE - Ma certo! Come no! Con tutto il cuore!
E non sapete quanto mi consola
apprendere ch’egli è sì ben disposto!
A voi, signori miei, di stimolarlo
ancora, indirizzandone lo spirito
a questo genere di distrazioni.

ROSENCRANTZ - Va bene, vostra altezza, lo faremo.

(Escono Rosencrantz e Guildenstern)

RE - Andate pure voi, dolce Gertrude.
Abbiamo fatto, in tutta discrezione,
che Amleto venga qui,
sì che possa incontrarsi con Ofelia,
come fosse per caso:
il di lei padre ed io ci disporremo
da legittime spie, in modo tale
che potremo, vedendo non veduti,
dedurre dall’incontro miglior causa
di conoscenza della sua condotta,
e sapere s’è per la sua passione
o no, ch’egli si strugge in questo modo.

REGINA - Farò come voi dite. In quanto a te,
Ofelia, m’auguro che le tue grazie
siano esse solo la felice causa
della stranezza che pervade Amleto,
sperando che le tue virtù squisite
lo rendano alle forme sue consuete,
per l’onore di entrambi.

OFELIA - Dio lo voglia.

(Esce la regina)

POLONIA - Ofelia, qui: comincia a passeggiare.
(Al re)
E noi, se non dispiace a vostra grazia,
andiamo intanto ad appostarci là.
(A Ofelia)
Mentre passeggi, leggi questo libro.
L’ostentazione d’un tale esercizio
può dar colore alla tua solitudine…
Troppo spesso noi siamo biasimati
in questo, ma è provato, arciprovato:
viso compunto e atteggiamento pio
riescono ad addolcire il diavolo.

RE - (A parte)
Troppo vero, ahimè!… Ma che frustata,
queste parole per la mia coscienza!
La guancia d’una avvizzita puttana
non è più brutta dell’immonda pàtina
che la copre, di quanto sia più sporco
dell’urbano e compunto mio parlare
il mio modo d’agire sotterraneo.

POLONIO - Eccolo, monsignore. Ritiriamoci.

(Escono il re e Polonio)

Entra AMLETO

AMLETO - Essere, o non essere…
questo è il nodo:( ) se sia più nobil animo
sopportar le fiondate e le frecciate
d’una sorte oltraggiosa,
o armarsi contro un mare di sciagure,
e contrastandole finir con esse.
Morire… addormentarsi: nulla più.
E con un sonno dirsi di por fine
alle doglie del cuore e ai mille mali
che da natura eredita la carne.
Questa è la conclusione
che dovremmo augurarci a mani giunte.
Morir… dormire, e poi sognare, forse…
Già, ma qui si dismaga l’intelletto:
perché dentro quel sonno della morte
quali sogni ci possono venire,
quando ci fossimo scrollati via
da questo nostro fastidioso involucro?
Ecco il pensiero che deve arrestarci.
Ecco il dubbio che fa così longevo
il nostro vivere in tal miseria.
Se no, chi s’indurrebbe a sopportare
le frustate e i malanni della vita,
le angherie dei tiranni,
il borioso linguaggio dei superbi,
le pene dell’amore disprezzato,
le remore nell’applicar le leggi,
l’arroganza dei pubblici poteri,
gli oltraggi fatti dagli immeritevoli
al merito paziente,
quand’uno, di sua mano, d’un solo colpo
potrebbe firmar subito alla vita
la quietanza, sul filo d’un pugnale?
E chi vorrebbe trascinarsi dietro
questi fardelli, e gemere e sudare
sotto il peso d’un’esistenza grama,
se il timore di un “che” dopo la morte
- quella regione oscura, inesplorata,
dai cui confini non v’è viaggiatore
che ritorni - non intrigasse tanto
la volontà, da indurci a sopportare
quei mali che già abbiamo,
piuttosto che a volar, nell’aldilà,
incontro ad altri mali sconosciuti?
Ed è così che la nostra coscienza
ci fa vili; è così che si scolora
al pallido riflesso del pensiero
il nativo colore del coraggio,
ed alte imprese e di grande momento,
a cagione di questo, si disviano
e perdono anche il nome dell’azione.
(Vede Ofelia)
Ma zitto, adesso!… La leggiadra Ofelia!
Ninfa, nelle tue preci
rammemoràti siano i miei peccati.

OFELIA - Mio buon signore, come s’è sentito
vostro onore, durante questi giorni?

AMLETO - Oh, bene, bene, bene, umili grazie!

OFELIA - Signore, ho qui con me vostri ricordi
che da tempo volevo ritornarvi.
Vi prego, riprendeteli.

AMLETO - Non io.
Non v’ho dato mai niente.

OFELIA - Vostro onore,
voi ben sapete di avermeli dati;
e accompagnati pure da parole
spiranti tal profumo di dolcezza
da renderli oltremodo più preziosi.
Quel profumo è svanito. Riprendeteli.
A cuor gentile anche i doni più ricchi
si fan povera cosa,
se chi li dona si mostra crudele.
Eccoli, mio signore.

(Gli porge un pacchetto)

AMLETO - (Ridendo)
Ah, ah! Voi siete onesta?

OFELIA - Monsignore?…

AMLETO - Siete bella?

OFELIA - Che intende vostra altezza?

AMLETO - Che essendo onesta e bella, come siete,
mai la vostra onestà dovrebbe ammettere
che si parli della bellezza vostra.

OFELIA - Con chi potrebbe meglio accompagnarsi
la bellezza, se non con l’onestà?

AMLETO - Oh, sì! Ma la bellezza ha tal potere
da far dell’onestà la sua ruffiana,
più di quanto non possa l’onestà
fare a sua somiglianza la bellezza.
Questo un tempo pareva un paradosso,
ma ora i tempi provano che è vero.
Una volta vi amavo.

OFELIA - Mio signore,
confesso, me l’avete dato credere.

AMLETO - Non m’avresti dovuto prestar fede;
ché non si può innestare la virtù
sul nostro vecchio tronco
e fargli perdere la sua natura.
Io non t’ho mai amata.

OFELIA - Tanto più mi considero ingannata.

AMLETO - Va’ in un convento. Perché ti vuoi fare
procreatrice di peccatori? Anch’io
son virtuoso abbastanza, e tuttavia
mi potrei incolpar di tali cose,
da pensar che sarebbe stato meglio
mia madre non m’avesse partorito.
Sono molto superbo,
vendicativo, pieno d’ambizione,
con più peccati pronti ad un mio cenno
che pensieri nei quali riversarli,
o fantasia con cui dar loro forma,
o tempo sufficiente a consumarli.
Che ci fa al mondo un essere così?
Sempre a strisciare qui, tra cielo e terra?
Siamo grandi canaglie, tutti quanti:
farai bene a non credere a nessuno.
Va’, va in convento… Tuo padre dov’è?

OFELIA - A casa, mio signore.

AMLETO - Bada che sian serrate a lui le porte,
ch’egli non esca a far lo scemo. Addio.

(Fa per andarsene, poi torna indietro)

OFELIA - (Tra sé)
O potenze celesti, soccorretelo!

AMLETO - Se ti mariti, voglio darti in dote
questo pestilenziale ammonimento:
puoi rimanere casta come ghiaccio,
candida e pura come fior di neve,
ma non potrai sfuggire alla calunnia.
Perciò ti dico: vattene in convento.
O, se proprio hai bisogno di sposarti,
prenditi un gonzo, perché quelli dritti
sanno fin troppo bene
quali mostri sapete far di loro.( )
Va’, chiuditi in convento. E presto. Addio.

(Fa ancora per andarsene, ed ancora torna indietro)

OFELIA - (Tra sé)
O potenze celesti, risanatelo!

AMLETO - Ho sentito che usi imbellettarti…
Dio t’ha dato una faccia, e tu ti mascheri.
Quando cammini vai ballonzolando,
sculetti, bamboleggi a destra e a manca,
chiamando coi nomignoli più strani
le creature di Dio…
e fai passare la tua sfrontatezza
per ignoranza… Va’, ce n’ho abbastanza.
È questo che m’ha fatto uscir di senno.
Sai che ti dico? Che è passato il tempo
dei matrimoni; quelli già sposati,
tranne uno,( ) proseguano a campare;
ma gli altri resteranno come sono.
Va’, vattene in convento.

(Esce)

OFELIA - Oh, qual nobile mente è qui sconvolta!
Occhio di cortigiano,
lingua di dotto, spada di soldato;
la speranza e la rosa del giardino
del nostro regno, specchio della moda,
modello d’eleganza,
ammirazione del genere umano,
tutto, e per tutto, in lui così svanito!…
Ed io, la più infelice e derelitta
delle donne, ch’ho assaporato il miele
degli armoniosi voti del suo cuore,
debbo mirare adesso, desolata,
questo sublime, nobile intelletto
risuonare d’un suono fesso, stridulo,
come una bella campana stonata;
l’ineguagliata sua forma, e l’aspetto
fiorente di bellezza giovanile
guaste da questa specie di delirio!…
Me misera, che ho visto quel che ho visto,
e vedo quel che seguito a vedere!

Entrano il RE e POLONIO. Ofelia resta in disparte.

RE - Amore, quello?… No, non è di là
che spira il vento.( ) Né quel suo parlare,
benché scucito, era un parlare pazzo.
C’è qualche cosa in lui
su cui la sua tristezza sta covando,
ed ho una gran paura
che la covata sia pericolosa.
Perciò, per precauzione, ho già disposto
di spedirlo senz’altro in Inghilterra
a reclamare il tributo arretrato.
Altri mari, altre terre,
con le lor varie e diverse atmosfere
può darsi che riescano a fugargli
quel qualcosa che gli sta fitto in mente,
su cui batte e ribatte il suo cervello,
estraniandolo tanto da se stesso.
Che ne pensate?

POLONIO - Che l’idea è buona;
ma io persisto a credere, signore,
che al fondo ed al principio del suo male,
a renderlo così angosciato e triste,
è questo amore non contraccambiato.
Ebbene, Ofelia, non è necessario
che tu ci dica quello che t’ha detto
il principe. Abbiamo udito tutto.

(Esce Ofelia)

Signore, agite come più vi aggrada.
Però, se non vi sembri inopportuno,
sarebbe bene che, dopo la recita,
la regina sua madre
s’intrattenga con lui, da solo a sola,
e gli chieda di dirle la sua ambascia:
e che sia un parlare ben deciso.
Io, se non vi dispiace,
andrò a piazzarmi in luogo ove origliare
potrò il lor colloquio.
Se poi nemmeno lei ne viene a capo,
inviatelo pure in Inghilterra,
o confinatelo dove parrà
alla vostra saggezza.

RE - Questo, questo!
Così sarà. Ché la pazzia dei grandi
non deve rimanere incustodita.

(Escono)



SCENA II - Elsinore, sala nel castello.

Entra AMLETO con tre ATTORI


AMLETO - (Al primo attore)
La tirata, ti prego, devi dirla
come l’ho pronunziata io a te,
sciolta, in punta di lingua. Se la urli,
come fan tanti nostri attori d’oggi,
sarebbe come affidare i miei versi
alla bocca del banditore pubblico.
Non trinciar troppo l’aria con la mano,
così, gesticola invece con garbo;
giacché pure nel mezzo della piena,
della tempesta, e potrei dir nel vortice
della passione devi mantenere
sempre quel tanto di moderazione
che le dia una certa compostezza.
Ah, mi ferisce fino in fondo all’anima
quando ascolto un robusto giovanotto
imparruccato che riduce a brani
un discorso d’amore, lacerandolo,
per rintronar gli orecchi alla platea,
che capisce soltanto, la più parte,
oscure pantomime e gran baccano.
Metterei alla frusta quel gaglioffo
che ti fa un forzato Termagante,( )
e un Erode più Erode del reale.( )
Evitalo, ti prego.

PRIMO ATTORE - Sì, vostro onore, ve lo garantisco.

AMLETO - Però non esser troppo in sottotono,
ma làsciati guidare dal mestiere
e dalla personale discrezione.
Il gesto sia accordato alla parola
e la parola al gesto, avendo cura
soprattutto di mai travalicare
i limiti della naturalezza;
ché l’esagerazione, in queste cose,
è contraria allo scopo del teatro;
il cui fine, da quando è nato ad oggi,
è di regger lo specchio alla natura,
di palesare alla virtù il suo volto,
al vizio la sua immagine,
ed al tempo e all’età la loro impronta.
Se tutto questo dall’azione scenica
riesce esagerato o impicciolito,
potrà far ridere l’incompetente,
ma non potrà che urtare il competente
il cui giudizio deve aver per voi,
che siete del mestiere, più importanza
di un’intera platea di tutti gli altri.
Ho visto e udito attori
(e udito anche lodarli e stralodarli,
per non dire di più, quantunque privi
d’accento e di movenze nel gestire
non dico da cristiani o da pagani
ma nemmeno da uomini comuni),
recitare gonfiandosi,
sbuffando e urlando in modo sì scomposto
da far pensare che madre natura
abbia commesso a fabbricare uomini
a qualche manovale da strapazzo,
che li abbia impastati malamente,
tal era la maniera abominevole
con la quale imitavano il reale.

PRIMO ATTORE - Spero che tutto questo in mezzo a noi
si sia corretto sufficientemente.

AMLETO - Giova però correggerlo del tutto,
sì che chi fa la parte del buffone
badi a non dire più di quel che è scritto;
perché ci son di quelli che sghignazzano
per tutto il tempo già per conto loro,
sol per suscitare le risate
d’un certo numero di spettatori
ignoranti, ed a volte proprio là
quando dovrebbe farsi risaltare
qualche passaggio essenziale del dramma.
Questa è davvero roba da villani,
che dimostra una misera ambizione
in quello stolto che vi fa ricorso.
Ed ora andate pure a prepararvi.

(Escono gli attori)

(A Polonio)

Ebbene, signor mio, si degna il re
di assistere alla rappresentazione?

POLONIO - Sì, mio signore, ed anche la regina.
Saranno qui tra poco.

AMLETO - Ottimamente.
Ordinate agli attori di affrettarsi.

(Esce Polonio)

(A Rosencrantz e Guildenstern)
Non vorreste anche voi sollecitarli?

I DUE - Va bene, monsignore.

(Escono)

Entra ORAZIO

AMLETO - Ehi, là, Orazio!

ORAZIO - Eccomi, monsignore, per servirvi.

AMLETO - Orazio, tu sei proprio l’uomo giusto
col quale mi sia occorso fino ad ora
di scambiare parola.

ORAZIO - Mio signore!…

AMLETO - Non creder ch’abbia voglia di adularti.
Che guadagno potrei sperar da te
che non hai, per mangiare e per vestire,
altra rendita fuori del tuo ingegno?
A che pro adulare uno che è povero?
Lecchi pure, la lingua tutto zucchero
l’assurda pompa, il ridicolo sfarzo;
e le rotelle dei pingui ginocchi
si pieghino là dove il vile ossequio
può ritrarne profitto. Tu m’intendi.
Da quando questa cara anima mia
fu padrona di fare le sue scelte
e fu in grado di scegliere tra gli uomini,
essa ha marcato te del suo sigillo;
però che tu sei uno
che, di tutto soffrendo, sei capace
di non soffrir di nulla; sei un uomo
che ha saputo ricever dalla sorte
gli schiaffi e le carezze,
con pari spirito di gradimento.
E fortunati quelli in cui l’istinto
è così ben commisto al raziocinio
da non esser per la Fortuna un piffero
ch’ella possa suonare a suo talento
diteggiandolo come più le piace.
Portatemi quell’uomo
che non sia schiavo delle sue passioni
e io me lo terrò stretto sul cuore,
come faccio con te. Ma di ciò basta.
Stasera qui si rappresenta un dramma
innanzi al re; una scena del lavoro
è molto simile alle circostanze
ch’ho avuto già occasione di accennarti
in riguardi alla morte di mio padre.
Ti prego d’osservare attentamente,
durante tutto il corso dell’azione,
l’aspetto di mio zio: se a un certo punto
il rimorso della sua colpa occulta
non vien fuori da solo dalla tana,
quella che abbiam veduto l’altra sera
è l’ombra d’uno spirito dannato,
e le mie sono solo fantasie
più annebbiate dell’antro di Vulcano.
Scrutalo attentamente; per mia parte,
io gli terrò piantati gli occhi in faccia.
Confronteremo poi i due giudizi
su quello ch’egli avrà fatto apparire
alla vista d’entrambi.

ORAZIO - D’accordo, mio signore. S’ei dovesse,
nel corso della rappresentazione,
tentar di trafugarci qualche cosa
e io non lo scoprissi,
sarò disposto a risarcire il furto.

Trombe. Marcia danese.
Entrano il RE, la REGINA, OFELIA, POLONIO.
ROSENCRANTZ, GUILDENSTERN, gentiluomini
di corte, guardie che recano torce.

AMLETO - Vengono per il dramma;
è il momento per me di fare il tonto.
Tu vatti a scegliere un posto a sedere.

(Orazio si allontana)

RE - Beh, come sta nostro nipote Amleto?( )

AMLETO - In maniera eccellente,
faccio la dieta del camaleonte;( )
mangio aria farcita di promesse,
nemmeno buona ad ingrassar capponi.

RE - Questa risposta tua non mi riguarda,
Amleto: son parole non per me.

AMLETO - E neppure per me.
(A Polonio)
Sicché, signore,
un tempo avete anche voi recitato
all’università. Non è così?

POLONIO - Infatti, monsignore,
ed ero reputato un buon attore.

AMLETO - E che parte faceste?

POLONIO - Giulio Cesare.( )
Venivo pugnalato in Campidoglio.
Era Bruto ad uccidermi.

AMLETO - E dev’essere stato un vero bruto
per uccidere un tale vitellone!

(Va a sedersi a fianco di Ofelia)

Sono pronti gli attori?

ROSENCRANTZ - Sì, signore,
aspettano soltanto un vostro cenno.

REGINA - Vieni, mio buon Amleto,
vieni a sederti qui, vicino a me.

AMLETO - Vogliate perdonarmi, buona madre:
ho qui una più attirante calamita.

POLONIO - (A parte al re)
Oh, oh, avete visto?

AMLETO - Posso giacermi in seno a voi, signora?( )

OFELIA - No, questo no, signore.

AMLETO - La testa, intendo, sopra al vostro grembo.

OFELIA - Oh, questo sì, signore, accomodatevi.

AMLETO - Pensavate che avessi per la mente
pensieri da villano?

OFELIA - Non ho pensato a nulla, mio signore.

AMLETO - È un pensiero gentile dopotutto
sdraiarsi tra le gambe di ragazze.

OFELIA - Che dite, monsignore?

AMLETO - Niente, niente.

OFELIA - Siete allegro, signore.

AMLETO - Allegro, io?

OFELIA - Così mi sembra, mio signore.

AMLETO - Oh Dio,
il vostro comico intrattenitore.( )
Perché non si dovrebbe stare allegri?
Guardate un po’ com’è allegra mia madre,
col marito ch’è morto da due ore.

OFELIA - Da due ore? Che dite, monsignore?
Son quattro mesi.

AMLETO - Ah, sì? Già tanto tempo?
Allora che si vesta a lutto il diavolo;
io mi voglio vestir di zibellino!( )
Santo cielo! Morir due mesi fa,
e non essere ancor dimenticato!
Allora c’è speranza, per un grande,
che il suo ricordo possa sopravvivergli
almeno per lo spazio di mezzo anno;
ma dev’essere uno, per la Vergine,
che in vita sua ha costruito chiese;
altrimenti si deve rassegnare
alla sorte toccata al cavalluccio
in petto ai danzatori di moresca,( )
l’epitaffio del quale porta scritto:
“Cucù, cucù, chi ti ricorda più?”

Trombe che annunciano l’inizio della pantomima.
Entrano due attori, uno vestito da re, l’altro da regina: lei s’inginocchia a lui, come a dimostrargli la sua devozione. Lui si pone a giacere su un’aiuola fiorita, e s’addormenta. Ella, vedendolo addormentato, s’allontana. Subito dopo entra un altro attore-uomo, toglie dal capo del re che dorme la corona, la bacia, versa da una fiala del liquido nell’orecchio del dormiente, e se ne va. Rientra la regina, vede il re morto, fa gesti di disperazione. L’avvelenatore, accompagnato da altri quattro, rientra, si avvicina alla regina, mostra di condividere il suo cordoglio. Il corpo del re morto è portato via dai quattro. L’avvelenatore corteggia la regina, porgendole doni. Ella sembra sul principio restia, ma poi accetta le profferte amorose di lui. Finita la pantomima, gli attori escono.

OFELIA - (Ad Amleto)
Che vuol dire, signore, tutto questo?

AMLETO - Maria Vergine, un maledetto intrigo;
vuol dire maleficio.

OFELIA - Forse la pantomima
riguarda l’argomento del lavoro?

Entra il PROLOGO

AMLETO - Ce lo dirà costui: i commedianti
non son capaci di tener segreti;
dicono tutto.

OFELIA - Ce lo dirà lui,
allora, il senso della pantomima?

AMLETO - Oh, sì, e anche di qualsiasi altra
che gli possiate sciorinar davanti.
Non abbiate vergogna a sciorinargliela,
lui non avrà vergogna a dirvi il senso.

OFELIA - Siete maligno voi, siete maligno.
Ma ora voglio stare attenta al dramma.

PROLOGO - “Chinati innanzi alla vostra clemenza,
“per noi, per la tragedia, con licenza,
“chiediam che ci ascoltiate con pazienza”.

(Esce)

AMLETO - È un prologo, o il motto di un anello?

OFELIA - È stato breve.

AMLETO - Come amor di donna.

Entrano gli attori RE e REGINA

RE - “Ben trenta volte già di Febo il cocchio
“ha compiuto il suo viaggio
“intorno ai salsi lidi di Nettuno
“ed al rotondo suolo della Terra;
“ben trenta volte già dodici lune
“hanno, coi lor riflessi presi in prestito,
“compiuto il loro giro intorno al mondo,
“da quando Amore ha unito i nostri cuori
“e in santissimi nodi ha stretto Imene
“le nostre mani.

REGINA - E possan sole e luna
“farci così contare tanti viaggi,
“prima che Amore ci possa disgiungere!
“Ma voi, da qualche tempo - me infelice! -
“siete malfermo, stanco, sì e mutato
“a tal punto da quello che eravate,
“che ho paura per voi. Ma, mio signore,
“malgrado i miei timori, non turbatevi,
“ché timore e amore nelle donne
“son di eguale misura: o sono niente,
“o tutto. Quanto sia l’amore mio,
“lo sapete per prova; e a sua misura
“sono le mie paure; e a grande amore
“i più lievi sospetti son paure;
“e là dove le piccole paure
“si fanno grandi, cresce anche l’amore”.

RE - “Io ti debbo lasciare, amore mio,
“e sarà presto; ché io sono al termine
“delle mie forze; e tu, dopo di me,
“dovrai vivere, amata ed onorata,
“nel dolce mondo, e forse un altro sposo
“potrai, non meno degno…”

REGINA - “Oh, mio signore,
“tutto il resto degli uomini in malora!
“Un nuovo amore dentro questo petto
“sarebbe tradimento. Me dannata,
“se mi togliessi un secondo marito!
“Non tolse mai il secondo
“se non la donna che uccise il suo primo.

AMLETO - (Tra sé)
Assenzio! Assenzio è questo!( )

REGINA - “Amor non è, ma basso mercimonio
“quel che ispira un secondo matrimonio.
“Ucciderei di nuovo il mio diletto
“se nuovi amplessi concedessi a letto.

RE - “Son certo che pensate quel che dite;
“ma troppo spesso furono tradite
“le promesse da prima stabilite:
“schiava della memoria è la promessa,
“violenta a nascere, ad agir dimessa;
“sul ramo resta il frutto finché è acerbo,
“maturo, cade, senz’uopo di nerbo.
“Scordiamo per natura troppo spesso
“quel che ciascuno di noi deve a se stesso.
“E ciò di cui nell’empito d’amore
“facciam promessa, morto quello, muore.
“Dolore e gioia, se non son discreti,
“distruggono a vicenda i lor decreti;
“dove gioia più ride, di repente
“il dolore più geme;
“gioia e dolore insieme
“si mutan l’un nell’altro per un niente.
“Il mondo non è immobile
“e non è strano che pur sia mutabile
“il nostro amor con la nostra fortuna.
“Però che il punto da provare è questo:
“se sia l’Amore a guidar la Fortuna,
“o la Fortuna a guidare l’Amore.
“Cade l’uomo potente,
“e fuggire vedrai da lui la gente
“sua favorita; sale il mendicante,
“si fa amici i nemici; e fino qui
“Amore fu che Fortuna seguì;
“perché chi non è stretto da indigenza
“amici ne avrà sempre in abbondanza;
“e chi vuole provare un falso amico
“nel bisogno, ne fa tosto un nemico.
“Ma per tornare a dove ho cominciato
“le nostre volontà e i nostri fati
“corron sì separati
“che ogni nostro disegno n’è frustrato.
“Nostri sono i pensieri,
“i loro fini sono a noi stranieri.
“Tu potrai pur pensare
“di non volere un secondo marito;
“un tal pensiero ti può abbandonare
“quando il tuo primo fosse dipartito.

REGINA - “Luce mi neghi il sole e pan la terra
“e sian chiusi al mio svago! E sempre in guerra
“col mio riposo sian le notti e i giorni!
“Ed in disperazione mi ritorni
“fede e speranza! Mia sola ambizione
“rimanga l’eremo d’una prigione.
“Sperda e distrugga tutte le mie voglie
“ogni contrario che la gioia toglie
“di raggiungerle; e vita tormentosa
“mi mandi Iddio se mi rifaccio sposa.”

AMLETO - (Tra sé)
S’ella adesso rompesse il giuramento!

RE - “È un forte giuramento.
“Diletta, lasciami qui per un poco;
“mi sento intorpidito, e vorrei tanto
“sedar nel sonno il tedio di quest’ora.

(S’addormenta sdraiato sull’aiuola fiorita)

REGINA - “Culli il sonno la tua mente, e sciagura
“mai tra noi veda la vita futura.”

AMLETO - (Alla regina)
Madre, come vi sembra questa recita?

REGINA - La dama si sbilancia, penso, troppo
a promettere.

AMLETO - Oh, ma manterrà!

REGINA - Conosci già la trama del lavoro?
Non c’è nulla che possa urtare alcuno?

AMLETO - No, no, costoro fan tutto per gioco;
avvelenano, sì, ma per ischerzo.
Non c’è davvero nulla di offensivo.

RE - Il titolo?

AMLETO - “La trappola per topi”…
Naturalmente in senso figurato.
Il dramma rappresenta un assassinio
avvenuto davvero in quel di Vienna.( )
Gonzago il duca, Battista la moglie
i loro nomi. Vedrete tra poco.
Un atto infame da capolavoro.
Ma a noi che fa? Le vostre maestà
ed io abbiamo la coscienza libera,
non ci tocca. Che scalci pur la rozza
ricoperta di piaghe purulente:
noi i garresi ce li abbiamo sani!

Entra un attore, come LUCIANO

Questo è Luciano, nipote del duca( ).

OFELIA - Come coro, signore, siete bravo.( )

AMLETO - Saprei cavarmela anche da interprete
fra voi e il vostro amante,
se potessi veder amoreggiare
le vostre marionette.( )

OFELIA - Siete pungente, signore, pungente.

AMLETO - Vi costerebbe un gemito
se mai cercaste smussarmi la punta.

OFELIA - Sempre di meglio in peggio!

AMLETO - Così voi donne ingannate i mariti.( )
(A Luciano)
Assassino, incomincia! Tocca a te!
Licenzia quelle tue dannate smorfie,
e attacca. Avanti! Il corvo crocidante
è qua che gracchia e domanda vendetta!

LUCIANO - “Foschi pensieri, mani pronte, droga
“ad effetto sicuro, ora propizia
“e complice, e nessuno che mi veda.
“A te, atra mistura
“d’erbacce raccattate a mezzanotte,
“da Ecate tre volte avvelenata,
“tre volte infetta: mostra il tuo potere,
“la tua virtù capace di usurpare
“d’un sol colpo una vita alla natura”.

(Versa il veleno nell’orecchio del duca che dorme)

AMLETO - (A Ofelia)
Lo avvelena in giardino, mentre dorme,
perché vuole carpirgli i suoi dominii.
Il suo nome è Gonzago. È storia vera,
e scritta in italiano, in bello stile.
Ora vedrete come l’assassino
si conquista l’amore della moglie
di quel Gonzago.

OFELIA - Il re s’è alzato in piedi.

AMLETO - Che! Spaventato da uno sparo a salve?

REGINA - (Al re)
Che avete, mio signore? State male?

POLONIO - S’interrompa la rappresentazione!

RE - (A Polonio)
Fatemi luce. Andiamo.

POLONIO - Luce! Luce!

(Escono tutti, meno Amleto e Orazio)

AMLETO - “Pianga il cervo ferito,
“ed il cervo scampato salti in tondo,
“perché c’è chi sta sveglio e chi assopito,
“e così gira il mondo.”
Che te ne pare, Orazio? Andasse al Turco
ogni altra mia fortuna nella vita,
non pensi che mi basterebbe questo( )
ed un ciuffo di piume sulla testa,
con paio di rose di Provenza
cucite sui calzari traforati
a ottenermi d’entrare in società
con una compagnia di commedianti?

ORAZIO - A mezza quota.( )

AMLETO - No, a quota intera.
(Recitando)
“Perché tu sai, Damone,
“questo regno in frantumi che cos’era:
“un Giove vi regnava, ed or v’impera
“un pavone”.( )

ORAZIO - M’aspettavo una rima più calzante.( )

AMLETO - Ah, buon Orazio, son pronto a puntare
mille sterline sulla verità
delle parole dello spettro. Hai visto?

ORAZIO - Benissimo, signore.

AMLETO - Quando l’attore parlò del veleno…

ORAZIO - Non m’è sfuggito nulla.

AMLETO - Ah, ah, ah!
Un po’ di musica!… Su dunque i flauti!
“Perché se al re la commedia non piace,
“beh, vuol dire, perdio, che gli dispiace!”
Su, su, un po’ di musica!

Entrano ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN.

GUILDENSTERN - Buon signor mio, vorrei, se m’è permesso,
scambiar con voi una parola.

AMLETO - Oh, certo,
un intero discorso!

GUILDENSTERN - Il re, signore…

AMLETO - Già, il re; che n’è di lui?

GUILDENSTERN - È di là, ritirato, assai indisposto.

AMLETO - Dal vino?

GUILDENSTERN - No, signore, dalla collera.

AMLETO - La tua saggezza si dimostrerebbe
più ricca se tu andassi ad informare
di questo il suo dottore:
dovessi io prescrivergli la purga,
probabilmente lo sprofonderei
in una collera anche peggiore.

GUILDENSTERN - Signore mio cortese,
cercate di connettere il discorso
senza sviarlo sì selvaggiamente
dall’argomento che mi mena qui.

AMLETO - Sono addomesticato.( ) Parla pure.

GUILDENSTERN - Mi manda vostra madre, la regina.
È in grandissima pena.

AMLETO - Benvenuto!

GUILDENSTERN - Eh, no, mio buon signore,
non è una cortesia di buona lega
la vostra. Se vorrete compiacervi
di favorirmi una risposta a modo,
sarò in grado di adempiere all’incarico
che m’ha commissionato vostra madre;
se no, con tante scuse,
la mia missione è chiusa, e me ne torno.

AMLETO - Non posso, amico.

ROSENCRANTZ - Che cosa, signore?

AMLETO - Darti una ragionevole risposta.
Il mio spirito è infermo.
Ma se ti può bastare una risposta
qual posso farti, essa è ai tuoi comandi;
o piuttosto, come mi dici tu,
a quelli della mia signora madre.
Non più di tanto. Ma veniamo al punto.
Mia madre, mi dicevi…

ROSENCRANTZ - Dice questo:
che la vostra condotta l’ha colpita
di profonda sorpresa e di stupore.

AMLETO - O portentoso figlio, che tua madre
sai stupire così! Ma quale strascico
c’è alle calcagna di questo stupore?
Sarei proprio curioso di saperlo.

ROSENCRANTZ - Ella desidera parlar con voi
da solo a solo nel suo gabinetto,
prima che andiate a letto.

AMLETO - Obbediremo,
foss’ella nostra madre dieci volte.
Hai nient’altro da dirmi?

ROSENCRANTZ - Mio signore,
un tempo voi mi volevate bene.

AMLETO - E te ne voglio ancora, te lo giuro,
su queste mani ladre e borsaiole.( )

ROSENCRANTZ - Buon signor mio, perché così smarrito?
Qual è la causa? Sbarrate voi stesso
la porta al vostro libero esternarvi,
nascondendo le pene ad un amico.

AMLETO - Non faccio più carriera, amico mio.

ROSENCRANTZ - Come potete dirlo, se il re stesso
v’indica come erede e successore
in Danimarca?

AMLETO - Sì, “campa cavallo…”( )
L’antico adagio è piuttosto ammuffito.

Entrano gli attori con flauti e zampogne

Oh, ecco i flauti. Datemene uno…

(Prende un piffero dalle mani di un attore)

(A Rosencrantz e Guildenstern)
Per finirla con voi: perché cercate
di venirmi di contro sopravvento,
come a volermi trarre nella rete?( )

GUILDENSTERN - Signore, se il mio zelo è troppo ardito,
è la mia devozione ch’è importuna.

AMLETO - Questa non l’ho capita bene, amico.
Non vorresti suonare questo piffero?

GUILDENSTERN - Non son capace.

AMLETO - Suonalo, ti prego.

GUILDENSTERN - Credetemi, non so…

AMLETO - Suvvia, ti supplico.

GUILDENSTERN - Non so dove toccarlo, monsignore.

AMLETO - È facilissimo. Come mentire.
Governi con le dita questi buchi,
quest’altro qui col pollice,
e poi qui, con la bocca, gli dài fiato:
ne sortirà una musica parlante.
Eccoli, guarda, questi sono i buchi.

GUILDENSTERN - Ma non saprei come trarne una musica;
non so la tecnica dello strumento.

AMLETO - Ebbene, vedi quanta poca stima
tu hai di me: pretendi di suonarmi,
pretendi di conoscere i miei tasti,
sradicarmi dal cuore il mio segreto,
vorresti farmi tutto risuonare
dalla nota più bassa fino al culmine
del mio registro… In questo strumentino
c’è tanta musica, suono eccellente,
eppure vedi, tu non sei capace
di trarlo fuori. Ma, sangue di Dio!,
credi ch’io sia più facile a suonare
d’una cannuccia? Tu mi potrai prendere
per qualunque strumento che vorrai,
tastarmi quanto vuoi: non puoi sonarmi.

Entra POLONIO

Che Dio vi benedica, monsignore!

POLONIO - Signore, la regina vostra madre
vuole parlarvi, al più presto possibile.

AMLETO - Vedete quella nuvola laggiù?( )
Non ha quasi la forma d’un cammello?

POLONIO - Càspita! Ci somiglia veramente!

AMLETO - O piuttosto, direi, ad un donnola.

POLONIO - Dal dorso, infatti, sì, sembra una donnola…

AMLETO - O una balena…

POLONIO - Proprio, una balena.

AMLETO - Allora vado da mia madre, subito.
(Tra sé)
Tendono l’arco della mia ragione
fino a spezzarlo!…
(Forte)
Sì, ci vado, subito.

POLONIO - Bene, signore. Vado ad annunziarglielo.

(Esce)

AMLETO - (Tra sé)
“Subito” è presto detto.
(Forte)
Amici, ora lasciatemi, vi prego.

(Escono tutti, Rosencrantz, Guildenstern e suonatori)

È l’ora più stregata della notte,
quando sbadigliano i cimiteri
ed esala l’inferno il suo contagio
sul mondo. Potrei bere caldo sangue,
ora, e compiere azioni così turpi
che a vederle si scrollerebbe il mondo.
Ma calma: ora vado da mia madre.
Cuore, non perdere la tua natura;
che mai non entri in questo saldo petto
l’anima di Nerone.( ) Che con lei
io sia crudele, ma non snaturato.
Con lei vorrò parlare di pugnali,
ma non usarne; in questa ipocrisia
s’alleino tra loro lingua e anima:
qualunque suoni nelle mie parole
rampogna atroce a lei, anima mia,
non voler dare ad essa alcun suggello.( )

(Esce)



SCENA III - Elsinore, una sala nel castello.

Entrano il RE, ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN


RE - Non mi piace, com’è.
Non c’è più sicurezza qui per noi,
a lasciar che la sua pazzia si sfreni.
Perciò restate pronti:
io faccio preparare immantinente
le credenziali per il vostro incarico,
ed egli partirà per l’Inghilterra
insieme a voi. Non può il nostro regno
rassegnarsi ad un rischio sì incombente
come quello che cresce d’ora in ora
nel suo cervello.

GUILDENSTERN - Ci terremo pronti.
È santo e sacrosanto il vostro scrupolo
di vigilare all’incolumità
dei tanti e tanti che in vostra maestà
trovan ragion di vita e di sostegno.
Ogni umano individuo, nel suo singolo,
deve cercare di evitar disgrazie
mettendo in opera tutta la forza
e la corazzatura del suo animo;
tanto più vi è tenuta quella mente
dal cui stato di sanità dipende
e riposa la vita di molti altri.
La maestà non muore mai da sola;
essa, cadendo, come un grande gorgo
risucchia tutto quello che ha dattorno;
è come una massiccia, enorme ruota
fissata in cima alla più alta vetta
nei cui giro di razzi sono appesi
diecimila altri pezzi più leggeri;
quando rovina, tutti quei frammenti
rovinano con lei, paurosamente,
travolti nel fragore del disastro.
Non c’è pianto di re
che non si muti in general lamento.

RE - Preparatevi dunque in tutta fretta,
vi prego, a questo viaggio;
vogliamo porre ceppi a una minaccia
che ora corre troppo a piede libero.

I DUE - Ci affretteremo al massimo, signore.
(Escono Rosencrantz e Guildenstern)

Entra POLONIO

POLONIO - Mio signore, sta andando da sua madre,
nello studio di lei;
ed io mi acquatterò dietro un arazzo
per udire il colloquio. Son sicuro
che gli darà una buona strigliata;
gioverà tuttavia, come voi dite,
e saggiamente, che qualche altro orecchio
oltre quello materno, per natura
troppo parziale, stia ad origliare
in luogo adatto quello che si dicono.
A presto, mio sovrano.
Tornerò prima che andiate a dormire
a riferirvi quel che avrò sentito.

RE - Grazie, mio buon signore.

(Esce Polonio)
Il mio delitto è putrido!
Fa sentire il suo lezzo fino al cielo!
E porta il segno dell’originaria
prima maledizione… il fratricidio!
Vorrei tanto pregare, ma non posso;
la mia colpa è più forte
della mia volontà, e la soverchia.
Son come uno che, a due opre intento,
è indeciso da dove cominciare,
e le abbandona entrambe.
E che, dunque, se pur questa mia mano
fosse tutta ingommata a doppio strato
del sangue d’un fratello,
non ha pioggia bastante il dolce cielo
a rendermela bianca come neve?
A che serve la grazia
se non ad affrontare faccia a faccia
il peccato? E che forza ha la preghiera
se non di trattenerci dal cadere,
e, se caduti, farci perdonare?
Posso dunque levare gli occhi in alto:
la mia colpa è passata.
Ma quale forma dare alla preghiera
nel mio stato: “Perdona il mio delitto?”…
Non può giovarmi; ché posseggo ancora
le cose per le quali ho assassinato:
il trono, la corona, la regina,
la mia ambizione così soddisfatta.
Si può ottener perdono
conservando gli effetti della colpa?
Nelle corrotte vie di questo mondo
la mano delittuosa, se dorata,
può scampare al rigore della legge;
e non di rado s’è vista la legge
farsi comprar dai frutti del delitto.
Ma lassù è diverso. Non si scappa.
Lassù l’azione si mostra com’è,
e noi là siamo posti faccia a faccia
con i nostri peccati, naso a naso,
chiamati a renderne il dovuto conto.
Allora che mi resta? Il pentimento?
Che non può il pentimento? Ma che può
per uno che non sa come pentirsi?
O sciagurata condizione! O cuore,
nero come la morte!
O tu, avviluppata anima mia,
che più t’affanni e lotti a liberarti,
più rimani intricata! Angeli, aiuto!
Accorrete a far impeto su me!
Piegatevi, proterve mie ginocchia!
E tu, cuore, la tua fibra d’acciaio
come nervo d’infante rendi molle.
Tutto può esser bene.

(Si allontana e s’inginocchia)

Entra AMLETO

AMLETO - (Vedendo lo zio in preghiera)
Sarebbe ora il momento, mentre prega…
ed ora lo farò… così va in cielo,( )
ed io son vendicato… Vendicato?…
Questo merita d’esser riflettuto.
Qui c’è un ribaldo che uccide mio padre;
ed io, unico figlio di quel padre,
spedisco quel ribaldo dritto in cielo?…
Questa non è vendetta, è dargli un premio,
una mercede per servizio reso!
Egli colse mio padre appena sazio
di cibo, impreparato innanzi a Dio,
in un momento in cui i suoi peccati
erano ancora in piena fioritura,
freschi al pari di un maggio; e chi lo sa
qual ne sia stato il conto innanzi al cielo?
Per quello che ci è dato di pensare,
considerati tempo e circostanze,
il carico doveva essere grave.
Eppoi, sarei io dunque vendicato
a colpirlo così, proprio nell’atto
in cui si purga dai peccati l’anima,
pronto e maturo al suo trapasso?… No,
ferma, mia spada, tu devi conoscere
per ciò ben più terribile momento:
quand’egli sarà ebbro addormentato,
o in preda alla sua rabbia, o tutto immerso
nel piacere incestuoso del suo letto,
o fra le sue bestemmie mentre gioca,
e insomma in qualche azione, qual che sia,
ma che non abbia sapor di salvezza:
è lì che devi dargli lo sgambetto,
sì che con le calcagna scalci il cielo
ed abbia l’anima dannata e nera
come l’inferno, dove dovrà andare!
Ma m’aspetta mia madre: questo farmaco
non farà che protrar la tua condanna.( )

(Esce)

RE - (Rialzandosi)
Le mie parole volano,
e i miei pensieri sempre in terra stanno;
ma senza questi, quelle in ciel non vanno.

(Esce)



SCENA IV - L’appartamento della regina

Entrano la REGINA e POLONIO


POLONIO - Sta arrivando. Toccatelo sul vivo.
Ditegli che con le sue stravaganze
è andato veramente oltre ogni limite
perché si possa ancora tollerarle;
che è stata vostra grazia ad interporsi
per proteggerlo da una grande collera.
Io starò qui in silenzio ad ascoltare.
Siate con lui risoluta, vi prego.

AMLETO - (Da dentro)
Madre! Madre!

REGINA - (Rispondendo a Polonio)
Potete star sicuro.
Ma ritiratevi. Sento che arriva.
(Si siede. Polonio va a nascondersi dietro il tendaggio)

Entra AMLETO

AMLETO - Ebbene, madre, che c’è?

REGINA - C’è, Amleto,
ch’hai molto offeso tuo padre.

AMLETO - Anche voi,
avete molto offeso il padre mio.

REGINA - Evvia, su, queste son risposte oziose.

AMLETO - E le vostre domande maliziose.

REGINA - Ehi, come parli Amleto?

AMLETO - Come parlo…

REGINA - Ti dimentichi forse chi son io?

AMLETO - No, per la Croce! Siete la regina,
moglie al fratello del vostro marito
nonché - così non fosse! - madre a me.

REGINA - Ah, è così? Ti troverò qualcuno
allora che saprà come parlarti.

(Fa per alzarsi)

AMLETO - Oh, no, sedetevi, non vi muovete
prima ch’io v’abbia messo avanti agli occhi
uno specchio nel quale rimirare
la parte più segreta di voi stessa.

REGINA - Che mai vorresti fare? Forse uccidermi?
Soccorso, gente!

POLONIO - (Da dietro il tendaggio)
Aiuto! Aiuto! Aiuto!

AMLETO - (Sguainando la spada)
Che c’è là dietro, un sorcio?…
(Affonda la spada nel tendaggio)
Morto!… Mezzo ducato che l’ho preso!

POLONIO - (c.s.)
Ohi, ohi, io sono ucciso!… Son finito!

(Stramazza dal tendaggio e muore)

REGINA - Ahimè, che hai fatto?

AMLETO - Non lo so. È il re?

REGINA - Oh, quale azione truce e sanguinosa
è mai questa!

AMLETO - Un’azione sanguinosa!
Quasi così cattiva, buona madre,
come quella di assassinare un re
e sposarne il fratello.

REGINA - Assassinare un re?

AMLETO - Così ho detto.

(Solleva il tendaggio e scopre il corpo di Polonio)

Addio, tu, miserabile balordo,
temerario e indiscreto ficcananso!
T’avevo preso per uno più alto.( )
Avrai imparato una volta per tutte
quant’è pericoloso il troppo zelo.
In ogni caso, hai quello che ti spetta.
(Alla madre)
E smettete di torcervi le mani!
Sedete e zitta, ch’io vi torca il cuore:
perché questo farò,
se è fatto di materia penetrabile,
e se l’uso dannato che ne fate
non ve l’ha reso duro come bronzo,
tanto da farlo diventar coriaceo
e refrattario ad ogni sentimento.

REGINA - Che ho fatto perché ardisca la tua lingua
dimenarsi con tanta villania
contro di me?

AMLETO - Un’azione
che sfigura la faccia della grazia
e che fa arrossir la verecondia,
un’azione che strappa via la rosa
dal volto dell’amore genuino
per deporvi un bubbone purulento;
un’azione che rende falsi e nulli
i voti delle nozze
come quelli d’un giocator di dadi;
Oh, un’azione tale
è come se strappasse via dal corpo
d’un contratto in comune stabilito
l’anima stessa, e fa d’un sacro rito
una vana accozzaglia di parole!
Il cielo stesso avvampa di rossore
nel volger la sua faccia
su questa massa solida e compatta,
come di fronte al Giudizio finale…
nauseato dall’atto.

REGINA - Ohimè, che atto
sarà mai questo che ruggisce e tuona
così, avanti d’esser nominato?( )

AMLETO - Guardate questo ritratto, e quest’altro:
sono le immagini di due fratelli.
Osservate la grazia ch’era assisa
su questo volto: ricci d’Iperione,( )
fronte degna di Giove, occhio di Marte
sempre pronto alla sfida ed al comando;
atteggiamento di Mercurio Araldo
nell’atto in cui si posa sopra un colle
che bacia il cielo: un’armonia di forme
nella quale sembrava che ogni dio
avesse impresso il suo proprio suggello
per dare al mondo la perfetta immagine
d’un uomo. Questo era il vostro sposo.
Attenta adesso a quel che viene dopo.
Questo è vostro marito:
una spiga infettata dalla ruggine,
ch’ha infettato e corrotto il seme sano
di suo fratello… Ma gli occhi, li avete?
Come avete potuto abbandonare
i pascoli di questo monte aprico
per grufolare in questo immondezzaio?
Avete occhi, dico?… Non mi dite,
per carità, che è stato per amore!
All’età vostra ogni bollor di sangue
s’addolcisce e s’accorda alla ragione;
ma qual ragione potrebbe decidere
di passare così, da questo a quello?
Discernimento, certo, voi ne avete,( )
ché non potreste avere volontà,
ma questo senso è in voi paralizzato
sicuramente, perché la follia
non peccherebbe; né il discernimento
fu mai tanto asservito al vaneggiare
da non sapere conservare in sé
un minimo di facoltà di scelta
di fronte ad un sì chiaro paragone.
Qual è stato il demonio
che v’ha presa così a mosca cieca?( )
Occhi che fossero privi del tatto,
tatto che fosse privo della vista,
orecchi senza mani e senza occhi;
odorato da solo, senza gli altri,
o anche solo una parte malata
d’un solo senso, non avrebbe agito
in un modo così sconsiderato.
O Vergogna, dov’è il tuo rossore!
Dannata ribellione della carne,
che puoi ancor destare la tua vampa
nel cuore d’una femmina matura!
Allora per l’ardente giovinezza
sia cera la virtù, e si liquefaccia
con l’ardore della sua stessa fiamma!
Né si gridi vergogna
se un impulsivo ardore ci assalisca,
ché pure il ghiaccio si fa fuoco vivo
se alla voglia è mezzana la ragione.

REGINA - Oh, basta, finalmente, Amleto! Basta!
Tu mi fai volger gli occhi in fondo all’anima,
e là io vedo sì macchie nere
e sì tenaci, che nessun lavacro
sarà capace più di cancellare.

AMLETO - No, certo, ma seguiteranno a vivere
nel fetore d’un talamo lardoso,
crogiuolandosi nella corruzione,
tra carezze ed amplessi, e a far l’amore
in un sudicio brago…

REGINA - Amleto, basta!
Le tue parole m’entran negli orecchi
come pugnali. Basta, dolce Amleto!

AMLETO - Un assassino ed un vile! Uno sguattero
che non vale il ventesimo d’un decimo
del vostro primo sposo, un re da ridere,
un ladrone del regno e del governo,
che ha trafugato il prezioso diadema
da uno scaffale, e se l’è messo in testa…

REGINA - Oh, basta!…

AMLETO - … un re di toppe e sovrattoppe!

Entra lo SPETTRO

(Allo spettro)

O angeli del cielo, miei custodi,
proteggetemi con le vostre ali!( )
Che chiede la tua nobile figura?

REGINA - O me infelice! È veramente pazzo!( )

AMLETO - Vieni forse a coprire di rampogne
la negligenza di questo tuo figlio
che, consunto dal tempo e dalla rabbia,
trascura di eseguire il tuo comando,
importante e terribile?… Su, parla.

SPETTRO - Non ti dimenticare. Questa visita
vuole solo aguzzare il tuo proposito
ormai quasi smussato. Ma tua madre
guarda, lo smarrimento sul suo volto.
Oh, mettiti fra lei e la sua anima
sì combattuta: in più debole corpo
più forte agisce l’immaginazione.
Parlale dunque, Amleto.

AMLETO - Che cos’è che vi turba, mia signora?

REGINA - Ahimè, dimmelo tu quel che ti turba,
che fissi gli occhi al vuoto,
e discorri con l’etere incorporeo.
Quasi ti schizza l’anima dagli occhi,
i tuoi lisci capelli stanno ritti
come soldati desti dall’allarme,
quasi animate escrescenze del capo.
Diletto figlio, spruzza qualche goccia
di serena pazienza sul bruciore
del tuo malessere… Ma dove guardi?

AMLETO - A lui! A lui! A lui!
Guardate come splende il suo pallore!
Se quella sua figura e la sua causa
parlassero alle pietre,
farebbero sensibili anche quelle!
(Allo spettro)
Non guardarmi così,
che tutta la pietà d’un tal tuo gesto
non muti la mia fredda decisione:
se quello che ho da fare si scolora,
saranno solo lacrime e non sangue.

REGINA - Ma a chi parli?

AMLETO - Laggiù, vedete nulla?

REGINA - Nulla; e pur vedo tutto ciò che è.

AMLETO - E non avete nulla udito?

REGINA - Nulla,
all’infuori di noi.

AMLETO - Guardate là.
Guardate come se ne fugge via…
Mio padre, nei suoi abiti da vivo.
Eccolo là, sta uscendo dalla porta.

(Esce lo spettro)

REGINA - Son tutte fantasie del tuo cervello.
Il delirio è maestro
nel crearsi queste incorporee forme.

AMLETO - Delirio!… Il polso mio pulsa normale,
un battito scandito, come il vostro,
una musica sana, come il vostro.
Non è follia quel che ho detto poc’anzi;
mettetemi alla prova:
lo ripeto parola per parola.
La follia se n’andrebbe divagando
a caracollo. Per amor di Dio,
madre, non vi spalmate adesso il cuore
col dolce balsamo dell’illusione
che a spingermi a parlarvi in questo modo
di queste cose sia la mia follia
e non la vostra colpa.
Sarebbe come stendere su un’ulcera,
per coprirla, una sorta di pellicola
quando la corruzione cancrenosa
va sotto sotto tutto imputridendo.
Confessatevi al cielo,
pentitevi di quel che avete fatto,
cercate di schivare il da venire,
e di non concimare la malerba
perché non cresca ancor più rigogliosa.
E perdonate a me la mia virtù,
giacché in tempi di grascia come questi,
in mezzo a tanto grasso, la virtù
è costretta a implorar perdono al vizio
e a chiedergli in ginocchio,
il permesso di procurargli bene.

REGINA - Amleto, m’hai spaccato il cuore in due.

AMLETO - Gettate via la parte d’esso guasta,
e vivete più pura con quell’altra…
E così, buonanotte…
Ma non tornate al letto di mio zio.
Assumete su voi una virtù
se proprio non l’avete: l’abitudine,
questo mostro che ci divora sensi,
diavolo delle usanze, in questo è un angelo
che all’esercizio d’atti onesti e puri
fornisce una divisa, una livrea
che ci si adatta addosso facilmente.
Fate astinenza, almeno questa notte;
questo vi renderà più tollerabile
la prossima, e ancor più le seguenti:
l’abitudine può quasi cambiare
l’impronta dataci dalla natura,
piegare il diavolo, o cacciarlo via
del tutto, con meravigliosa forza.
Ancora, buona notte.
E quando sentirete il desiderio
d’una benedizione,
sarò io ad implorar la vostra.

(Indicando il corpo di Polonio)

Quanto a questo messere, io mi pento.
Ma è piaciuto alla volontà del cielo
di punir me con lui, e lui con me,
facendo sì ch’io fossi suo flagello
e ministro.( ) Vedrò di sistemarlo
e son pronto a risponder di persona
della sua morte. Ancora buona notte.
Sono costretto ad essere crudele
per essere pietoso… Malo inizio,
e il peggio resta ancora da venire.
Buona signora, un’ultima parola.

REGINA - Che vuoi che faccia?

AMLETO - Nulla,
di quello che v’ho chiesto che faceste.
Che il tronfio re vi tenti nel suo letto,
dandovi pizzicotti sulle guance,
con scherzosa lascivia,
e chiamandovi “topolino mio”
tra un bacio e l’altro; e tastandovi il collo
con quelle dita che sanno di rancido,
vi spinga a dirgli tutta la faccenda:
cioè che non è vero ch’io son pazzo,
ma che lo son soltanto per astuzia.
Bello davvero, se glielo direte!
Perché chi altro se non la regina
che voi siete, leggiadra, sobria, saggia,
potrebbe mai tener celato a un rospo,
a un pipistrello, ad un gatto bastardo
un sì prezioso segreto? Chi altro?
No, sia pure a dispetto d’ogni logica,
d’ogni prudenza e d’ogni discrezione,
scoperchiate il paniere ch’è sul tetto,
fatene volar via tutti gli uccelli,
e poi, come la scimmia della favola,
saltate nel paniere,
per vedere anche voi quel che succede,
e giù, rompetevi il collo cadendo.( )

REGINA - Sta’ sicuro: se la parola è fiato
e il fiato è vita, io non ho più vita
per dare fiato a quanto tu m’hai detto.

AMLETO - Pare ch’io debba andare in Inghilterra.
Lo sapevate?

REGINA - Ahimè, m’era sfuggito.
È stato ufficialmente decretato.

AMLETO - Le credenziali sono già stilate
e sigillate; i miei bravi compagni
dei quali, in verità, mi fido tanto
quanto di due serpenti velenosi,
hanno già ricevuto il lor mandato.
Spetterà a loro spazzarmi il cammino
che mi deve menare al trabocchetto.
S’accomodino. Sarà un bello spasso
veder saltare in aria il bombarolo
per lo scoppio del suo stesso petardo;
e non mi sarà facile,
ma scaverò di sotto alle lor mine
tanto da farci scoppiare la mia
e da scaraventarli sulla luna.
Sapeste che delizia
quando due trame di senso contrario
vanno a scontrarsi sulla stessa pista!
(Cercando di rialzare il corpo di Polonio)
Questo signore mi fa far bagaglio.
Vedrò di trascinar questa trippaglia
nella stanza vicina. Buona notte.
Beh, madre, questo vostro consigliere
finalmente mi pare assai tranquillo,
composto, riservato, anche solenne.
E dire che da vivo era un gaglioffo,
non si sa se più stolto o chiacchierone.
Di nuovo buona notte, madre mia.

(Esce trascinandosi il corpo di Polonio)

ATTO QUARTO



SCENA I - Elsinore, stanza nel castello.

Entrano il RE, la REGINA, ROSENCRANTZ,
e GUILDENSTERN.


RE - (Alla regina)
Questi vostri sospiri,
questi vostri sussulti hanno un perché?
Voi dovete tradurli; è bene intenderli.
Vostro figlio dov’è?

REGINA - (A Rosencrantz e Guildenstern)
Per cortesia, lasciateci un momento.

(Escono i due)

Ah, mio signore, che ho visto stanotte!

RE - Che mai, Gertrude?… Amleto?

REGINA - Pazzo, furioso come il mare e il vento
quando lottan fra loro a chi è più forte!
In uno dei suoi scatti incontrollati,
nell’udire qualcosa in movimento
dietro l’arazzo, sfoderò la spada
gridando: “Un sorcio, un sorcio!”
e nel suo cieco turbamento ha ucciso,
senza vederlo, quel povero vecchio.

RE - Ah, questo è grave! Fossi stato io
a quel posto, per me era finita!
Ah, la sua libertà è una minaccia
per tutti… noi, voi, chiunque altro.
Ahimè, come rispondere
ora di un atto così sanguinoso?
Sarà dedotto certo a nostro carico
con l’accusa che fummo imprevidenti,
che non sapemmo tenere al guinzaglio
questo giovane pazzo,
relegandolo fuori d’ogni contatto.
Il nostro affetto non ci fe’ connettere
il da farsi; ed abbiam così lasciato,
come chi sia da sconcio morbo affetto,
che il male si nutrisse alimentandosi
del suo stesso midollo… Dov’è ora?

REGINA - A trar da parte il corpo dell’ucciso;
ché in ciò la sua follia
si mostra pura come vena d’oro
tra una miniera di metalli vili.
Piange per ciò che ha fatto.

RE - Ebbene, andiamo,
Gertrude. Il sole non avrà toccato
le montagne, che noi lo imbarcheremo.
Sarà questione adesso, per noi due,
di coprire e scusare in faccia a tutti,
con la nostra maestà e abilità,
questo vile misfatto.

(Chiamando)

Guildenstern!

Rientrano ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN

Amici, andate entrambi uniti ad altri
d’aiuto: Amleto nella sua pazzia
ha trucidato il povero Polonio,
e lui stesso l’ha trascinato via
fuori dal gabinetto di sua madre.
Cercatelo, ammansitelo,
e portate il cadavere in cappella.
Fate presto, vi prego, non c’è tempo!

(Escono Rosencrantz e Guildenstern)

Vieni, Gertrude, riuniamo subito
i più assennati nostri cortigiani
per informarli di quanto è successo
e di come intendiamo contenerci;
sperando di far sì che la calunnia,
il cui bisbiglio corre intorno al mondo
come un proiettile verso il bersaglio
caricato a veleno…
potrà forse mancare il nostro nome
andando a colpir l’aria invulnerabile.
Venite. Ho l’animo scombussolato,
traboccante d’angoscia e di stupore.

(Escono)



SCENA II - Elsinore, altra stanza nel castello.

Entra AMLETO


AMLETO - Sistemato al sicuro.

VOCI D’UOMO - (Da dentro)
Principe Amleto!

AMLETO - Sssst! Chi è che chiama?…
Chi chiama Amleto?… Oh, sono quei due!

Entrano ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN

ROSENCRANTZ - Che avete fatto del morto, signore?

AMLETO - Mescolato alla polvere,
un suo affine.

ROSENCRANTZ - Diteci dov’è;
lo dobbiamo portar nella cappella.

AMLETO - Non crediatelo.

ROSENCRANTZ - Credere? Che cosa?

AMLETO - Che il segreto io sappia mantenerlo
per voi e non per me. E per soverchio,
essere interrogato da una spugna…
Che può rispondergli un figlio di re?

ROSENCRANTZ - Mi date della spugna, monsignore?

AMLETO - Signorsì, una spugna, che del re
assorbisce i favori, le prebende,
le pappatoie. Ma, alla fin dei conti,
uomini come voi
servono meglio al re: vi tiene in serbo,
come la scimmia tiene la nocciola
in un angolo della sua mascella:( )
primi imboccati, ultimi ingoiati.
E quando avrà bisogno di sapere
quello che siete andati spigolando,
gli basterà strizzarvi e, come spugne,
ritornerete asciutti come prima.

ROSENCRANTZ - Non vi capisco proprio, monsignore.

AMLETO - Meglio così: discorso canagliesco
in stolto orecchio dorme.( )

ROSENCRANTZ - Mio signore,
diteci il luogo dove sta quel corpo,
e poi venite insieme a noi dal re.

AMLETO - Il corpo è con il re,
ma il re non è col corpo.( ) Il re è una cosa…

GUILDENSTERN - Una cosa, signore?…

AMLETO - Sì, da nulla.
Portatemi da lui.
(Tra sé)
Volpe, nasconditi,
ed avvenga che può.

(Escono)



SCENA III - La stessa

Entra il RE con alcuni cortigiani


RE - Ho mandato a cercarlo,
e a trovare il cadavere. Quest’uomo
è un pericolo, se lasciato libero!
E tuttavia dobbiamo stare attenti
a non gravar la mano su di lui:
è troppo amato dal volgo balordo
che segue, nelle sue predilezioni,
il suo occhio piuttosto che il suo senno,
e in casi come questo,
si dà peso al castigo del colpevole,
ma mai alla sua colpa.
Perché tutto si svolga dolce e piano,
questo improvviso suo allontanamento
deve sembrare a tutti il risultato
di una ben ponderata decisione.
A male estremo, estrema medicina.
Se no, meglio lasciarlo star così.

Entrano ROSENCRANTZ e altri

Ebbene, che è successo?

ROSENCRANTZ - Mio sovrano,
non c’è verso di fargli uscir di bocca
dove ha messo il cadavere.

RE - Dov’è?

ROSENCRANTZ - Fuori, signore, sotto buona guardia,
in attesa di vostre decisioni.

RE - Conducetelo qui.

ROSENCRANTZ - (Chiamando)
Ehi, Guildenstern!
Per favore, introduci monsignore.

Entra GUILDENSTERN con AMLETO

RE - Ebbene, Amleto, Polonio dov’è?

AMLETO - A cena.

RE - A cena, dove?

AMLETO - Non dove mangia, ma dove è mangiato;
ha tutta un’adunata intorno a sé
di politici vermi. Per la dieta
il verme è il nostro solo imperatore:
noi uomini mettiamo ad ingrassare
tutte l’altre creature della terra
per ingrassarci, e noi ingrassiamo i vermi.
Un grasso re ed un magro mendicante
non sono che due piatti,
due portate d’un unico banchetto.
Finisce tutto là.

RE - Ahimè! Ahimè!

AMLETO - Un uomo può pescare con un verme
che s’è mangiato un re, e mangiare il pesce
che ha mangiato quel verme.

RE - Che vuoi dire?

AMLETO - Null’altro che spiegarvi come un re
possa trovarsi ufficialmente in viaggio
nelle budella d’un povero diavolo.

RE - Beh, insomma, dove sta Polonio?

AMLETO - In cielo.
Mandate alcuno a rintracciarlo là.
E se il vostro inviato non lo trova,
cercatelo da voi nell’altro posto.
Se poi non lo trovate in capo a un mese,
ne potrete annusare la presenza
nel salire le scale della loggia.

RE - (Ad alcuni del seguito)
Cercatelo lassù.

AMLETO - Senza premura.
Tanto v’aspetta, non si muove più.

RE - Amleto, questa azione,
per la tua personale sicurezza
- che ci sta a cuore, pur se ci addolora
quello ch’hai fatto - esige che tu parta
da qui con la rapidità del fuoco.
Perciò prepàrati senza indugiare:
la nave è pronta, il vento è favorevole,
i tuoi compagni sono qui che aspettano,
tutto è disposto per levar le vele
per l’Inghilterra.

AMLETO - Ah, per l’Inghilterra?

RE - Sì, Amleto.

AMLETO - Bene, bene.

RE - Bene, sì,
se ben comprendi le nostre intenzioni.

AMLETO - Io vedo un cherubino che le vede.
Ma via! Andiamo pure in Inghilterra!
Addio, mia cara madre.

RE - Io son tuo padre,
Amleto, che ti vuole tanto bene.

AMLETO - Mia madre. Padre e madre son tutt’uno,
marito e moglie son tutt’una carne.
Perciò mia madre… Avanti, in Inghilterra!

(Esce)


RE - (A Rosencrantz e Guildenstern)
Stategli a fianco. Affrettate l’imbarco.
Voglio che già stanotte sia lontano.
Andate: tutto è sigillato e pronto
per questo affare. Vi prego, affrettatevi.

(Escono tutti meno il re)

E tu, Inghilterra, se del mio favore
fai alcun conto, come consigliare
ti dovrebbe la mia grande potenza,
dacché la tua ferita ancora sanguina
della spada danese,
e la libera tua sottomissione
ci rende il suo tributo,
non potrai rimanere indifferente
alla nostra sovrana decisione;
che ti chiede, con lettere pressanti,
di Amleto l’immediata morte. Fallo,
Inghilterra, perch’ei mi brucia il sangue
come la tisi, e tu devi guarirmi.
Fino a che non saprò che sarà fatto,
non spunterà per me nessuna gioia,
qualsiasi cosa mi possa accadere.

(Esce)



SCENA IV - Danimarca, un pianoro.

Entrano FORTEBRACCIO, un CAPITANO del suo esercito
e alcuni soldati


FORTEBRACCIO - Va’, capitano, porta al re danese
il mio saluto insieme con l’annuncio
che Fortebraccio, con il suo permesso,
chiede il passaggio in armi, già promesso,
attraverso le terre del suo regno.
Tu sai dove trovarmi al tuo ritorno.
Se sua maestà volesse altro da noi,
andremo a fargli omaggio di persona.
Che lo sappia.

CAPITANO - Va bene, mio signore.

FORTEBRACCIO - Soldati, in marcia. Avanti senza strepito.

(Escono tutti meno il capitano)

Entrano AMLETO, ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN

AMLETO - (Al capitano)
Signore, di chi sono quei soldati?

CAPITANO - Son del re di Norvegia, monsignore.

AMLETO - E dove vanno, signore, se è lecito?

CAPITANO - In Polonia, a combattere.

AMLETO - Chi li comanda?

CAPITANO - Il giovin Fortebraccio,
nipote del sovrano di Norvegia.

AMLETO - Per soggiogare l’intera Polonia,
o per qualche questione di confini?

CAPITANO - A dirla franca e senza troppi fronzoli,
a conquistare un pezzetto di terra
che d’importante non ha più che il nome.
A pagarlo cinque ducati, cinque
in affitto, nemmeno lo vorrei;
né credo possa render più di tanto
al Norvegia o al Polonia,
qualora fosse rivenduto in blocco.

AMLETO - C’è da credere allora che i Polacchi
manco si cureranno di difenderlo.

CAPITANO - Oh, sì, la zona è tutta presidiata.

AMLETO - Ma non vi basteran duemila anime
e ventimila ducati a sistemare
la pagliuzza di una questione simile!
Ecco il cancro prodotto negli Stati
dall’eccesso di pace e di benessere:
corrode dentro chi ce l’ha e l’uccide,
senza mostrare alcun segno all’esterno.
Vi ringrazio, signore.

CAPITANO - Iddio vi salvi.

(Esce)

ROSENCRANTZ - Signore, se vi piace di seguirci…

AMLETO - Andate avanti. Vi raggiungo subito.

(Escono tutti)

Come m’accusan tutte le occasioni
che spronano la mia tarda vendetta!
Che cos’è mai un uomo
se del suo tempo non sa far altr’uso
che per mangiare e dormire? Una bestia.
Colui che ci ha dotati di una mente
sì vasta da vedere il prima e il dopo,
non ci largì questa capacità,
ed il divino don della ragione,
perché ammuffisca senz’essere usata.
Sia letargo bestiale o vile scrupolo
a farci pensar troppo sulle cose
(un pensare che, se diviso in quattro,
è saggezza soltanto per un quarto
e bassa codardia per gli altri tre),
io mi chiedo perché passo la vita
a ripetermi: “Questo s’ha da fare”,
quando per farlo ho causa, volontà,
e forza e mezzi. Ed a spronarmi a tanto
ci sono esempi grandi come il mondo:
ne sia testimonianza questo esercito,
massiccio d’uomini e d’armamenti,
guidato da un gentil giovine principe
che tutto gonfio di sacra ambizione
fa le boccacce all’invisibil fato,
esponendo ciò ch’è mortale e incerto
a tutto quello che Fortuna e Morte
ardiscono arrischiar contro di lui.
E tutto questo per un guscio d’uovo!
Vera grandezza non fu mai combattere
senza grandi motivi;
ma è pur grande trovar causa di lite
in una paglia, s’è in gioco l’onore.
Ed io qui, con un padre assassinato
e una madre insozzata, che sto a fare?
A lasciar sprofondati nel letargo
questi impulsi del sangue e della mente
e, a mia vergogna, riguardar la morte
sulla testa di ventimila uomini
che per capriccio o ricerca di gloria,( )
vanno alla tomba come al loro letto,
per un palmo di terra, insufficiente
puranche a contenerli tutti sopra,
o a ricoprirli quando saran morti.
Ah, siano sol di sangue i miei pensieri
d’ora innanzi, o non sian pensieri degni!


(Esce)



SCENA V - Elsinore, stanza nel castello.

Entrano la REGINA, ORAZIO e un GENTILUOMO


REGINA - Non la voglio vedere.

GENTILUOMO - Ma ella insiste, è proprio fuor di sé.
È in uno stato assai compassionevole.

REGINA - Che vuole, dunque?

GENTILUOMO - Parla di suo padre,
continuamente, dicendo che il mondo
è tutto ciurmeria;
e sospira, e si va battendo il petto,
e pesta i piedi con rabbia per niente;
pronuncia frasi che hanno poco senso,
un parlare che non vuol dire nulla,
eppure muove chiunque l’ascolti
a raccoglierlo, ad associarne il senso,
a cucirne le frasi e le parole,
che accompagnate al suo batter le ciglia,
al tentennar del capo e agli altri gesti,
fanno pensare d’essere animate
da un pensiero, che se pur confuso,
è d’una sofferenza disperata.

ORAZIO - Sarebbe bene che voi le parlaste;
il suo stato potrebbe dare esca
a chi sa quali male congetture
nella mente dei malintenzionati.

REGINA - Fatela pur venire.

(Esce il gentiluomo)

Al mio spirito in colpa ogni sciocchezza
sembra preludio ad una gran disgrazia.
Tale è la vera essenza del peccato:
che la colpa è sì piena di sospetti,
che si scopre da sé,
per la paura d’essere scoperta.

Entra OFELIA, pazza

OFELIA - Dov’è sua graziosissima maestà
di Danimarca?

REGINA - Ofelia, come va?

OFELIA - (Cantando)
“Come farò fra tanti
“a distinguere il mio innamorato?
“dal bordone, dai sandali,
“o dal cappello di conchiglie ornato?”( )

REGINA - Ahimè, dolce fanciulla, che vuol dire
questa canzone?

OFELIA - Ah, dite così?
Sentite questa allora.

(Canta)
“È morto e se n’è andato,
“signora, egli è morto ed è partito,
“un sasso ai piedi ed il capo poggiato
“sopra una zolla di terren fiorito”.

REGINA - Ma via, Ofelia!

OFELIA - Di grazia, ascoltate.

(Canta)

“Bianco come la neve il suo lenzuolo…”

Entra il RE

REGINA - Ah, guardate, guardate, mio signore!

OFELIA - (Cantando)
“… di fior tutto ammantato,
“di lacrime d’amor non innaffiato”.

RE - Ti senti bene, vezzosa fanciulla?

OFELIA - Bene, Dio vi rimeriti, signore.
Il gufo - così dicono, signore -
era un giorno la figlia d’un fornaio.( )
Sappiamo quel che siamo,
ma non quel che possiamo diventare.
Dio sia alla vostra tavola!

RE - Ella farnetica intorno a suo padre.

OFELIA - Di questo non parliamo, ve ne prego;
ma quando vi dovessero richiedere
di che si tratta, ditegli così:
“Sarà domani San Valentino,
“ci leveremo di buon mattino,
“alla finestra tua busserò,
“la Valentina tua diventerò.

“Allora egli si alzò,
“delle sue robe tutto si vestì,
“la porta della camera le aprì,
“ed ella non più vergine ne uscì”.

RE - Graziosa Ofelia!

OFELIA - Ma voglio finirla;
sì, sì, finirla, e senza una bestemmia.
(Canta)
“Per Gesù, per la Santa Carità,
“ahimè, quanta vergogna ci verrà!
“I giovani lo fanno,
“incuranti del danno,
“e del biasmo che gliene verrà.( )
“Dice lei: “promettesti di sposarmi,
“prima di rovesciarmi.
“Dice lui: “Avrei fatto quel che ho detto,
“se non fossi venuta nel mio letto.”

RE - Da quanto tempo è ella in questo stato?

OFELIA - Spero che tutto andrà per il suo meglio.
Dobbiamo aver pazienza;
ma non posso che piangere a pensare
che l’hanno messo nella terra fredda.
Mio fratello dovrà ora saperlo…
Vi ringrazio del vostro buon consiglio…
Vieni, mio cocchio!… Dame, buonanotte!
Gentili dame, a tutte buonanotte!

(Esce)

RE - (A Orazio)
Stalle dietro, sorvegliala.

(Esce Orazio)

Questo è il veleno dell’acerba angoscia
che sgorga dalla morte di suo padre.
Ah, Gertrude, Gertrude,
le sciagure non vengon mai sole,
simili ad avanguardie solitarie,
ma ad intere legioni!
In prima l’uccisione di suo padre;
poi la partenza del vostro figliolo,
egli stesso cagione violentissima
del proprio giusto esilio;
il popolo in subbuglio, frastornato
da malsani pensieri e dalle voci
che corron sulla morte di Polonio
(e noi, in sovrappiù, sì scervellati
d’andarlo a sotterrare di nascosto!);
la poveretta Ofelia
divisa fra se stessa e il suo bel senno,
senza il quale noi siamo mere immagini
d’umana specie, o bestie addirittura;
ultima, ma più gravida d’angoscia
d’ogni altra, suo fratello che ritorna
dalla Francia in segreto,
e che si pasce della sua incertezza,
fra le nuvole, mentre intorno a lui
ronzan mosconi a infettargli l’orecchio
con pestifere velenose storie
sulla morte del padre: tutta gente
il cui cieco bisogno di ronzare
finirà per toccare fatalmente,
da orecchio a orecchio, le nostre persone.
Tutto questo m’infligge, o mia Gertrude,
tante ferite, come una mitraglia,( )
ciascuna sufficiente a darmi morte.

(Rumori di dentro)
Ma che frastuono è questo?
Dove sono i miei Svizzeri?( ) Le porte,
che guardino le porte!

Entra un SERVO

Che succede?

SERVO - Salvatevi maestà! Il grande oceano
che prorompe violento dai suoi argini
non inghiotte la terra con più furia
del giovane Laerte,
che in testa ad una turba sediziosa
travolge e sopraffà le vostre guardie.
La folla lo proclama suo signore,
e, come fosse oggi il primo giorno
del mondo, d’ogni usanza e tradizione
dimentica, sconoscendo ogni costume,
grida: “Laerte re! Abbiamo scelto!”
E al grido di “Laerte sarà re!”,
“Laerte re!”, sollevan fino al cielo
acclamando berretti, mani, voci.

REGINA - Come abbaiano allegri tutti quanti
sopra una falsa traccia!

(Altri rumori da dentro)

Cani danesi, siete fuori strada!

Irrompe LAERTE con altri

RE - Hanno rotto le porte!

LAERTE - Dov’è il re?…
(Alla folla che s’accalca sulla porta)
Signori, rimanete tutti fuori.

TUTTI - Vogliamo entrare.

LAERTE - Lasciatemi solo.

TUTTI - Va bene.

LAERTE - Grazie. State sulla porta.

(La folla si ritira)

Re scellerato, rendimi mio padre!

REGINA - Con calma, buon Laerte.

LAERTE - Quella goccia del mio sangue che calma
rimanesse, proclamerebbe me
un bastardo e cornuto il padre mio,
ed apporrebbe il marchio di baldracca
proprio qui, sulla fronte immacolata
della casta e fedele madre mia.

RE - Qual è la causa che alla tua rivolta
Laerte, dà sì grandi proporzioni?
(Alla regina che tenta di interporsi tra Laerte e il re)
Lasciatelo Gertrude.
Non temete per me: la maestà
avvolta è da tal sacra protezione,
che il tradimento può solo adocchiare
le proprie mire, mai tradurle in atto.
Laerte, che ti fa sì furibondo?
Lasciatelo, Gertrude. Parla, dunque.

LAERTE - Dov’è mio padre?

RE - Morto.

LAERTE - Non di sua mano.

RE - Lasciatelo dire,
e domandare tutto ciò che vuole.

LAERTE - Com’è morto? Non voglio esser giocato.
Al diavolo la fedeltà di suddito!
Al più nero demonio i giuramenti!
Coscienza e grazia al più profondo pozzo!
Sfido la dannazione!
Sono al punto che non m’importa più
di questo mondo come di quell’altro.
Succeda quel che può.
Voglio solo vendetta per mio padre,
vendetta piena.

RE - E chi vorrà impedirtelo?

LAERTE - Nessuno al mondo, tranne il mio volere.
Quanto ai mezzi, dei miei, per quanto scarsi,
farò tal uso da arrivar lontano.

RE - Buon Laerte, se vuoi la verità
sulla morte del tuo diletto padre,
sta forse scritto sulla tua vendetta
che tu debba spazzar via d’un sol colpo,
nemici e amici, come a piglia-tutto?( )
In un sol fascio il vincitore e il vinto?

LAERTE - No, solo i suoi nemici.

RE - E li conosci?

LAERTE - Agli amici spalancherò le braccia,
e, come il generoso pellicano
che muore per donare altrui la vita,( )
li nutrirò con il mio stesso sangue.

RE - Oh, se Dio vuole! Questi son discorsi
da bravo giovane e da gentiluomo!
Ch’io della morte del tuo genitore
sia del tutto innocente e molto afflitto,
è verità che andrà dritta ad infiggersi
contro il bersaglio della tua ragione,
come la luce del giorno ai tuoi occhi.

(Rumori di dentro)

VOCE DI DENTRO - Lasciatela passare!

LAERTE - Che succede?

Entra OFELIA

Oh, febbre, inaridiscimi il cervello!
Lacrime mie, sette volte salate,
bruciate dei miei occhi tutto il senso,
tutto il potere!… Questa tua pazzia,
per Dio!, sarà pagata a giusto peso,
fin che la nostra bilancia si schianti!
O tu, rosa di maggio!
Cara, buona sorella, dolce Ofelia!
Cielo, è dunque possibile
che il senno d’una giovane fanciulla
perisca come la vita d’un vecchio?
La natura s’affina nell’amore,
e invia di sé qualche preziosa parte
alla cosa ch’è oggetto del suo amore.

OFELIA - (Cantando)
“Nella bara a volto nudo
“l’han disteso, ninna oh…( )
“Sulla tomba sua caduto
“è assai pianto, ninna oh…”
Addio, mio piccioncino!

LAERTE - Se tu avessi quel senno ch’era tuo,
e potessi incitarmi alla vendetta,
non potresti commuovermi di più!

OFELIA - Voi dovete cantare: “In giù, in giù”,
come se lo chiamaste da sotterra.
Oh, come gira bene l’arcolaio!
È stato il maggiordomo, il traditore,
a rubare la figlia del padrone.

LAERTE - Questo nulla che dice è più che tutto.

OFELIA - Ecco del rosmarino; è per memoria.
Non ti scordare, amore;
e qui le viole, per i tuoi pensieri.

LAERTE - Una lezione, pur nella pazzia:
i pensieri e i ricordi bene uniti.

OFELIA - Ecco per te il finocchio, e le verbene,
e la ruta, ed un poco anche per me:
la possiamo chiamare l’erba grazia
della domenica; ma la tua ruta
devi portarla addosso in altro modo…
Ecco una margherita… E le violette
ti vorrei dare, ma appassiron tutte
quando morì mio padre.
M’hanno detto che ha fatto buona fine…
(Canta)
“Perché il mio dolce Robin
“è tutta la mia gioia…”

LAERTE - Pensiero ed afflizione, ambascia, inferno,
ella converte tutto nell’incanto
della sua leggiadria.

OFELIA - (Canta)
“Dunque non torna più?
“No, morto è il mio diletto,
“riposa nel suo letto,
“e più non tornerà…
“Bianca era la barba,
“bianca come la neve,
“e lino la sua testa.
“Se n’è andato, e quaggiù
“solo il pianto ci resta.
“Della sua anima, mio Dio, pietà!”
Per lui e tutte le anime cristiane
io prego Iddio. E che Dio sia con voi.

(Esce)

LAERTE - Dio, hai occhi per questo?

RE - Laerte, io debbo allearmi con te
in questo tuo dolore; è un mio diritto,
che tu non puoi negarmi. A parte tutto,
scegli quelli che vuoi tra i tuoi amici
che reputi più saggi ed assennati,
e fa’ ch’essi odano e siano giudici
fra me e te: se mai essi mi trovino
in qualche modo, diretto o indiretto,
responsabile, a tua soddisfazione
ti cederò il regno, la corona,
la vita e tutto ciò che chiamo mio.
Ma se così non è, non ti dispiaccia
di prestarmi la tua sopportazione,
perch’io possa adoprarmi, insieme a te,
per dare soddisfazione alla tua anima.

LAERTE - E sia. Le circostanze della morte,
la segretezza del suo funerale -
senza stendardo funebre, né spada,
né insegna alcuna sovra le sue ossa,
né nobil rito, né pompa ufficiale…
tutto ciò grida alto a cielo e terra
ch’è mio dovere chiederne ragione.

RE - Così farai. E là dov’è la colpa
piombi la grande scure. Vieni, seguimi.

(Escono)



SCENA VI - Elsinore, stanza nel castello.

Entrano ORAZIO e un SERVO


ORAZIO - Chi son questi che chiedon di parlarmi?

SERVO - Marinai. Hanno lettere per voi,
così dicono.

ORAZIO - Bene, falli entrare.

(Esce il servo)
Non so da quale angolo del mondo
mi si possa mandare a salutare
se non da parte del principe Amleto.

Entrano alcuni MARINAI

PRIMO MARINAIO - Dio vi salvi, signore.

ORAZIO - Così te.

PRIMO MARINAIO - Lo farà, monsignore, se gli piaccia.
Ho qui una lettera per voi, signore;
viene da parte dell’ambasciatore
ch’era in viaggio alla volta d’Inghilterra…
se Orazio è il vostro nome,
come m’è stato dato di sapere.

ORAZIO - (Legge)
“Orazio, quando avrai scorso questa mia,
“dà a questi uomini il modo di arrivare al re.
“Essi recano una lettera per lui.
“Eravamo in mare da appena due giorni,
“quando una nave corsara,
“in armamento di guerra, ci ha dato la caccia.
“Trovandoci troppo lenti di vela,
“ci siamo armati di coraggio
“e li abbiamo abbordati.
“Ma ero appena saltato sul ponte della loro nave,
“che essi si scostavano dalla nostra,
“ed io rimasi loro prigioniero.
“M’han trattato da buoni ladroni,
“ché ben sapevano quel che facevano:
“io ero per loro una preda preziosa.
“Fa’ che il re abbia la lettera che gli mando,
“e poi corri da me,
“più presto che se fuggissi la morte:
“ho da dirti all’orecchio parole
“che ti faran restare ammutolito,
“seppure ancora troppo inadeguate
“al calibro della questione.
“Questa brava gente
“ti condurrà al luogo ov’io mi trovo.
“Rosencrantz e Guildenstern proseguono
“la loro navigazione per l’Inghilterra.
“Di loro ho molto da dirti. A presto.
“Colui che sai essere sempre il tuo AMLETO”.

(Ai marinai)
Seguitemi, vi faccio strada al re,
perché possiate recargli la lettera;
ma in fretta, ché dovete poi condurmi
dalla persona che ve l’ha affidata.

(Escono)



SCENA VII - La stessa

Entrano il RE e LAERTE


RE - La tua coscienza ormai mi deve assolvere,
e tu devi ridarmi nel tuo cuore
il posto dell’amico,
ché hai udito, con cosciente orecchio
che chi ha ucciso il tuo nobile padre,
mirava alla mia vita.

LAERTE - Così sembra.
Ma ditemi, perché non procedeste
contro fatti sì delittuosi e gravi,
da attentare alla vostra stessa vita,
nel modo che la vostra sicurezza,
il vostro senno ed ogni altra ragione
avrebbero richiesto che faceste?

RE - Oh, per due buone e precise ragioni,
che possono sembrare poco solide
al tuo giudizio, ma son forti al mio.
La regina sua madre
non vive che per gli occhi di suo figlio,
e quanto a me - non so se per fortuna
o per disgrazia mia, o l’una e l’altra -,
ella è così legata alla mia vita
e alla mia anima, ch’io come un astro
che non si può staccar dalla sua orbita,
non posso che seguire il di lei moto.
L’altra ragione che mi fa esitante
a venire con lui pubblicamente
alla resa dei conti, è il grande amore
che gli dimostra il popolo;
che, pronto ad inzuppar nel proprio affetto
ogni sua colpa, come polla d’acqua
che riesce a mutare il legno in pietra,
muterebbe le sue catene in grazie;( )
e allora le mie frecce,
troppo leggere per quel forte vento,
respinte, tornerebbero al mio arco,
senza poter raggiungere il bersaglio.

LAERTE - Ed io così ho perduto un padre nobile,
e vedo indotta in stato disperato
una sorella che per le sue doti
- se val la lode a ciò che non c’è più -
s’ergeva alta, sfida all’età nostra.
Ma verrà l’ora della mia vendetta.

RE - Non devi perdere il sonno per questo.
Non crederci di stoffa così flaccida
e fiacca da lasciare che il pericolo
si prenda spasso a scuoterci la barba.
Fra non molto tu ne saprai di più.
Tuo padre m’era caro,
ed io son caro a me… e questa, spero,
è cosa che ti farà ben pensare…

Entra un SERVO con una lettera

Ehi, che notizie?

SERVO - Lettere, signore,
da Amleto: questa per vostra maestà,
questa per la regina.

RE - Da Amleto!… Chi può averle mai recate?

SERVO - Dei marinai, m’han detto, mio signore;
io non li ho visti; a me le ha date Claudio
che l’ha avute da chi le ha qui portate.

RE - Devi udirle, Laerte.
(Al servo)
Tu, va’ pure.

(Esce il servo)

(Legge)
“Alto e possente,
“sappiate che io, nudo,
“ho rimesso sul vostro regno piede.
“Domani vi domanderò licenza
“di rivedere i vostri occhi regali;
“dopodiché - ma non prima di averne ottenuto
“da voi il permesso - vi racconterò
“le ragioni del mio strano
“e inopinato ritorno. AMLETO”
Che vuol dir ciò? Son tornati anche gli altri?
O è solo un trucco, e non è vero niente?

LAERTE - Riconoscete la calligrafia?

RE - È proprio il suo carattere, di Amleto.
“Nudo”… ed in un poscritto aggiunge “solo”.
Che ne pensi?

LAERTE - Signore, io mi ci perdo.
Ma ben venga! Il mio cuore tribolato
si sente riscaldato al sol pensiero
di potergli gridare sotto i denti
“Sei stato tu!”.

RE - Quand’è così, Laerte
(e come potrebb’essere altrimenti?),
ti lascerai guidare poi da me?

LAERTE - Certo, sire, ma ad una condizione:
che non mi forzerete ad una pace.

RE - Alla tua pace, sì. S’egli è tornato
come a voler desistere dal viaggio
e con l’intento di non più riprenderlo,
io lo tirerò dentro ad un’impresa
che ho già ben maturata nella mente,
e tale che non potrà non soccombere
senza che spiri alcun vento di colpa
per la sua morte: perfino sua madre
assolverà il sagace stratagemma,
e lo dirà una semplice disgrazia.

LAERTE - Mi lascerò guidare, mio signore;
e tanto più se voi farete in modo
che sia io lo strumento dell’impresa.

RE - Appunto questo. S’è parlato assai
di te alla corte, in presenza di Amleto,
da quando sei partito per la Francia,
riguardo a certa tua specialità
nella quale si dice che tu brilli.
Tutte le doti tue, sommate insieme,
non suscitaron tanta invidia in lui
quanto quella che, pure, a parer mio,
è un tuo pregio minore.

LAERTE - Di che dote parlate, mio signore?

RE - Di niente più che un semplice nastrino
sul cappello della tua giovinezza;
ad esso necessario tuttavia;
perché tanto s’addice all’età giovane
la sua livrea di spensieratezza
quanto s’addicono all’età matura
il vestire di nero e le pellicce,
segni di contegnosa austerità.
Or son due mesi è stato qui da noi
un gentiluomo della Normandia.
Io stesso ho avuto modo di osservare,
durante i nostri scontri coi Francesi,
la loro maestria nel cavalcare;
ma questo cavaliere aveva in sé
un qualche cosa come una magia:
si faceva tutt’uno con la sella
e portava il cavallo a movimenti
così meravigliosi e strabilianti
da sembrare un sol corpo con la bestia
fino a farne una sua mezza natura;
e soverchiò di tanto il mio concetto,
che per quanto riesca ad inventare
figure e accorgimenti ed esercizi,
resto sempre inferiore a tal bravura.

LAERTE - Era un Normanno?

RE - Sì, proprio un Normanno.

LAERTE - Per la mia vita! Allora era Lamord!

RE - Proprio lui.

LAERTE - Eh, perbacco, lo conosco!
È il gioiello, la gemma della Francia.

RE - Infatti mi parlò di te elogiandoti
così altamente per la tua maestria
nell’arte e l’esercizio della scherma,
e specie nel maneggio dello stocco,
che gridò: “Che spettacolo sarebbe
se qualcuno potesse stargli a pari!”
Di fronte a un avversario come te
gli schermidori della sua nazione,
giurava, non avevano né guardia,
né affondo, né difesa sufficienti.
Ebbene, amico, queste sue parole
avvelenarono d’invidia Amleto
al punto ch’egli non faceva altro
che augurarsi e pregare il tuo ritorno
al più presto, per battersi con te.
Ora, da ciò…

LAERTE - Che cosa, mio signore?

RE - Laerte, ti fu caro il padre tuo?
O tu sei solo come una pittura
dell’afflizione, un volto senza cuore?

LAERTE - Perché me lo chiedete?

RE - Non ch’io pensi che non ti fosse caro
tuo padre, ma io so per esperienza,
come l’amore nasca con il tempo
e come, in molto casi, il tempo stesso
ne modifichi il fuoco e la scintilla.
Dentro la fiamma stessa dell’amore
vive un certo stoppino che pian piano
la smorzerà. Del resto, non v’è nulla
che conservi la stessa sua bontà;
ché la bontà, diventando soverchia,
finisce per morire del suo eccesso.
Quello che noi vogliamo
dobbiamo farlo all’atto del volerlo;
perché questo “vogliamo” è assai mutevole
ed è soggetto a tanti cali e indugi
quante son lingue, e mani, e circostanze.
E allora quel “dobbiamo” è un desiderio
che, simile a benevolo sospiro,
ci affligge e insieme ci reca sollievo.
Ma ritorniamo al vivo della piaga.
Amleto torna a corte.
Quale azione saresti pronto a fare
per dimostrarti figlio di tuo padre,
nei suoi riguardi, a fatti e non parole?

LAERTE - A tagliargli la gola in una chiesa.

RE - Nessuna chiesa, infatti, o luogo santo
dovrebbe offrire asilo all’assassinio:
nulla deve impedire la vendetta.
Però per ora è meglio, buon Laerte,
che tu te ne rimanga chiuso in camera.
Amleto avrà notizia, al suo ritorno,
che anche tu sei ritornato in patria;
e noi porremo gente intorno a lui
a far le lodi della tua maestria
nel duellare, e a far due volte lustra
la fama che t’ha dato quel Francese.
Combineremo quindi un vostro scontro
e faremo scommesse su chi vince.
Trascurato com’è, e generoso,
e sprovveduto d’ogni furberia,
Amleto non farà caso alle spade,
così che tu potrai agevolmente
e con facile mossa della mano
scegliere quella priva di bottone:
un colpo di destrezza messo a segno,
e avrai saldato il conto di tuo padre.

LAERTE - Farò così. E a maggior sicurezza
ungerò la mia spada: un ciarlatano
m’ha venduto un unguento sì mortale
ch’a intingervi la punta d’un coltello
nel punto dove questa cava sangue
non c’è infuso tra i più sofisticati
d’erbe raccolte al lume della luna
che riesca a salvare dalla morte
se appena sia scalfito.
Intingerò la punta della spada
in questo unguento: basterà uno sgraffio
e per lui sarà morte.

RE - Riflettiamoci ancora un altro poco.
Pesiamo bene i mezzi ed il momento
che più convengono al nostro scopo.
Ché se questo fallisse, e il nostro piano
si rivelasse senza accorgimento,
meglio varrebbe non tentare affatto.
Perciò bisogna dare a questa trama
l’appoggio di una trama di riserva
cui far ricorso se questa va all’aria
nel corso della sua esecuzione.
Vediamo un po’: potrei essere io
a scommettere sulle vostre teste…
Ecco, ce l’ho: nel corso dello scontro,
quando, nell’impeto dei vostri assalti,
avrete caldo e sete (a questo effetto
attaccherai con sempre più violenza)
lui certamente chiederà da bere;
allora io terrò pronta una coppa:
basterà che ne faccia una sorsata
e, se pur sia scampato alla stoccata
della tua spada intrisa di veleno,
il nostro scopo è ugualmente raggiunto.

(Clamori all’interno)

Ma, un momento… Che son questi clamori?

Entra la REGINA

REGINA - Una disgrazia incalza alle calcagna
un’altra, tanto presto si succedono.
Laerte, tua sorella s’è annegata.

LAERTE - Annegata! Ah, dove?

REGINA - C’è un salice che cresce di traverso
ad un ruscello e specchia le sue foglie
nella vitrea corrente;( ) qui ella venne,
il capo adorno di strane ghirlande
di ranuncoli, ortiche, margherite
e di quei lunghi fiori color porpora( )
che i licenziosi poeti bucolici
designano con più corrivo nome( )
ma che le nostre ritrose fanciulle
chiaman “dita di morto”; ella lassù,
mentre si arrampicava per appendere
l’erboree sue ghirlande ai rami penduli,
un ramo, invidioso, s’è spezzato
e gli erbosi trofei ed ella stessa
sono caduti nel piangente fiume.
Le sue vesti, gonfiandosi sull’acqua,
l’han sostenuta per un poco a galla,
nel mentre ch’ella, come una sirena,
cantava spunti d’antiche canzoni,
come incosciente della sua sciagura
o come una creatura d’altro regno
e familiare con quell’elemento.
Ma non per molto, perché le sue vesti
appesantite dall’acqua assorbita,
trascinaron la misera dal letto
del suo canto ad una fangosa morte.

LAERTE - Ohimè, dunque annegata?

REGINA - Sì, Laerte.

LAERTE - Tropp’acqua è su di te, povera Ofelia,
ed io perciò mi interdico le lacrime;
ma siam fatti così, e la natura
reclama i suoi diritti,
pure se la vergogna vi si opponga.
(Piange)
Quando saran passate queste lacrime
non avrò in me più nulla di femmineo.
Adieu, mio sire. Ho parole di fuoco
che vorrebbero tanto fiammeggiare,
ma questa folle sciagura le smorza.

(Esce)

RE - Seguiamolo, Gertrude. Quanto ha fatto
finora per calmare la sua rabbia!
Ma ho gran paura che quanto è accaduto
gliela scateni ancora.
Sarà meglio che lo teniamo d’occhio.

(Escono)

ATTO QUINTO



SCENA I - Un cimitero presso una chiesa

Entrano DUE BECCHINI


PRIMO BECCHINO - S’ha da dare cristiana sepoltura
ad una che ha voluto anticiparsi
l’ora della salvezza?

SECONDO BECCHINO - Sì, ti dico;
perciò prepara subito la fossa.
Il magistrato ha esaminato il caso
ed ha deciso che sia da concedersi
cristiana sepoltura.

PRIMO BECCHINO - Com’è possibile? Ammenoché
non si sia annegata per difendersi.

SECONDO BECCHINO - Infatti, è stato accertato così.

PRIMO BECCHINO - Già, dev’essere stato “se offendendo”,( )
non altrimenti. Perché il punto è questo:
se io annego di mia volontà,
questo è un atto, ed un atto ha tre momenti:
agire, fare, consumare; argal( )
lei s’è annegata di sua volontà.

SECONDO BECCHINO - Ma no, senti, mio bravo zappatore…

PRIMO BECCHINO - Permetti: qui c’è l’acqua, e qui c’è l’uomo.
Bene. Se ora l’uomo va nell’acqua
e, volente o nolente, ci si annega,
è stato lui ad andarci… sta’ attento;
se invece è l’acqua ad andare dall’uomo,
e lo annega, non è lui che s’annega.
Argal la propria vita non accorcia
chi della propria morte non ha colpa.

SECONDO BECCHINO - Così è la legge?

PRIMO BECCHINO - Sì, perdio, così;
così almeno l’ha interpretata il giudice.

SECONDO BECCHINO - Bah, devo dirti come me la sento?
Non fosse stata costei nobildonna
sarebbe stata seppellita fuori
da cristian cimitero.

PRIMO BECCHINO - Ah, l’hai capita?
È una grande ingiustizia
che a questo mondo le persone bene
abbiano più diritto di annegarsi
o d’impiccarsi che gli altri cristiani.
(Comincia a scavare)
Affonda, vanga! Non c’è nobiltà
a questo mondo di più antica data
dei giardinieri, degli affossatori
e dei becchini, la cui professione
continua quella che faceva Adamo.

SECONDO BECCHINO - Perché, Adamo era nobile?

PRIMO BECCHINO - È stato lui il primo a portar armi.

SECONDO BECCHINO - Ma va’! Se non ne aveva!

PRIMO BECCHINO - Che dici! Non sarai mica un eretico?
Come la interpreti tu la Scrittura?
Secondo la Scrittura, egli zappava;
poteva egli zappare senza l’arma
delle braccia?( ) Ti faccio altra domanda,
adesso, e se non mi rispondi giusto,
confèssati per un…

SECONDO BECCHINO - Dài, tira avanti!

PRIMO BECCHINO - Ecco: chi è che fabbrica più solido
del muratore, oppur del carpentiere,
oppur più del falegname.

SECONDO BECCHINO - Chi fa forche.
Perché fa qualche cosa
che vive più di mille suoi inquilini.

PRIMO BECCHINO - Azzeccata. Il tuo spirito mi piace.
Le forche vanno bene, ma per chi?
Per quelli che fan male;
e tu fai male a dire che una forca
è più solida d’una chiesa, àrgal,
la forca è cosa che va bene a te.
Avanti, prova ancora.

SECONDO BECCHINO - (Ripetendo la prima domanda del primo becchino)
“Chi è che costruisce più robusto
del muratore, oppur del carpentiere,
oppur del falegname?”

PRIMO BECCHINO - Dimmi questo, e poi basta.

SECONDO BECCHINO - Dunque, vediamo un po’… aspetta, aspetta…
Ce l’ho in punta di lingua…

PRIMO BECCHINO - Allora sputalo.

SECONDO BECCHINO - Macché, perdincibacco, non mi viene!

Entrano, dal fondo, AMLETO e ORAZIO

PRIMO BECCHINO - Beh, via, non lambiccarti più il cervello.
L’asino tardo non aggiusta il passo
sotto le bastonate. Un’altra volta,
se ti faranno la stessa domanda,
rispondi: “il beccamorto”; le sue case
durano fino al giorno del Giudizio.
Adesso, per favore, va’ da Yaughan( )
e fatti dare una pinta di birra.

(Esce il secondo becchino)

(Cantando mentre zappa)
“Da ragazzo far l’amore
“mi sembrava un dolce gioco
“per trascorrer le mie ore,
“ma n’ho ricavato poco…”

AMLETO - Non ha costui coscienza del mestiere,
se può cantare scavando una fossa?

ORAZIO - Lo rende indifferente l’abitudine.

AMLETO - Proprio così; man che poco lavora,
ha più sensibile il senso del tatto.( )

PRIMO BECCHINO - (Sempre cantando)
“Ma col passo suo felpato
“la vecchiaia mi ha ghermito,
“per sotterra m’ha avviato,
“come mai non fossi nato.”

(Getta fuori della fossa un teschio)

AMLETO - Quel teschio anch’esso un tempo ebbe una lingua,
e poteva cantare;
e vedi adesso come quel marrano
lo scaraventa a terra, manco fosse
l’osso della mascella di Caino,
che fu il primo assassino.( )
Questa, che quel villano ora maltratta,
potrebb’esser la zucca d’un politico,
capace d’ingannar perfino Dio,
non è così?

ORAZIO - Può essere, signore.

AMLETO - Oppur d’un cortigiano,
capace solo di dire: “Buongiorno,
dolce signore! Come sta stamane
il mio dolce signore?”
O potrebb’essere un messer Sempronio
uso a fare le lodi sperticate
del bel cavallo di monsignor Tizio,
con la speranza d’averlo in regalo…
Non può essere?

ORAZIO - Certo, mio signore.

AMLETO - Sì, veramente. Ed ora quella testa
è appartenenza di Madama Verme,
smascellata com’è, mentre un becchino
le picchia con la zappa sulla chierica.
Una bella rivoluzione, questa,
se ci dessimo il gusto di osservarla!
Costaron dunque sì poco a nutrirle
queste ossa, se dovevano servire
in fondo solo a giocarci alle bocce?
Se ci penso, mi fan male le mie!

PRIMO BECCHINO - (Cantando)
“Un piccone, una zappa ed un badile,
“e per sudario un candido lenzuolo;
“tanto basta per rendere gentile
“una dimora scavata nel suolo.”

(Butta fuori della fossa un altro teschio)

AMLETO - Eccone un altro. Perché questo cranio
non potrebb’essere d’un leguleio?
Dove sono finiti ora i suoi “quid”,
i suoi “quidlibet”, le carte, i cavilli,
le sue cause? Perché permette adesso
che quel vil zoticone gli sbatacchi
quel suo sudicio arnese sulla zucca,
senza poter condurlo innanzi al giudice
per percosse? Uhm, questo galantuomo
può ben essere stato, al tempo suo,
un grande compratore di terreni,
con le sue ipoteche, le sue multe,
le obbligazioni, le malleverie,
le caparre, le doppie garanzie,
i recuperi; ed ora trova qui
la sua multa per tutte le sue multe,
la caparra di tutte le caparre:
la zucca riempita di terriccio.( )
Non gli son forse meglio garantiti
gli acquisti, ed anche ad ipoteca doppia,
ora, che prima da un paio di stipule
su pergamene larghe e lunghe tanto?
Gli stessi titoli di proprietà
delle sue terre entrerebbero a stento
in questa scatola; e il loro proprietario
deve egli stesso aver più spazio, eh?

ORAZIO - Non un pollice in più, direi, signore.

AMLETO - La pergamena, Orazio,
non si fa con la pelle di montone?

ORAZIO - Sì, monsignore, e anche di vitello.

AMLETO - E montoni e vitelli son coloro
che in quella roba cercan sicurtà.
Vo’ parlare a costui.
(Al primo becchino)
Dimmi, brav’uomo,
di chi è questa fossa?

PRIMO BECCHINO - Mia, signore.
(Canta)
“Una fossa d’argilla così fatta
“ad un tal ospite è bene adatta”.

AMLETO - Credo ben che sia tua, se ci stai dentro.

PRIMO BECCHINO - Voi non ci state, perciò non è vostra.
In quanto a me, ci sto, ma non ci giaccio,
eppure è mia.

AMLETO - E dici una bugia,
nel dirla tua sol perché ci stai dentro;
essa è fatta pei morti, non pei vivi.
Tua è sol la bugia.

PRIMO BECCHINO - E così vispa,
che rimbalza, mi pare, tra me e voi.( )

AMLETO - Chi è l’uomo per cui scavi quella fossa?

PRIMO BECCHINO - Non è un uomo.

AMLETO - Una donna?

PRIMO BECCHINO - No, nemmeno.

AMLETO - Insomma, chi dev’esserci interrato?

PRIMO BECCHINO - Una che donna fu, ma non lo è più,
pace all’anima sua, visto che è morta.

AMLETO - (Ad Orazio)
È piuttosto pedante, il zoticone!
Si devon pesar bene le parole,( )
o al primo qui-pro-quo lui ti rimbecca!
Sangue di Cristo, Orazio,
- lo vado predicando da tre anni -,
il nostro tempo ha tanto progredito
che l’alluce dell’ultimo bifolco
s’è tanto avvicinato alle calcagna
del cortigiano, da fargli il solletico.
(Al becchino)
Da quanto tempo fai questo mestiere?

PRIMO BECCHINO - Fra tutti i giorni dell’anno, dal giorno
in cui il defunto nostro re, Amleto,
sconfisse Fortebraccio.

AMLETO - Ossia da quando?

PRIMO BECCHINO - Fate voi stesso il conto.
Ogni idiota ve lo può dire: il giorno
che nacque il giovane Amleto, il pazzo,
sapete, che han mandato in Inghilterra.

AMLETO - Già, sicuro, e perché
l’avrebbero mandato in Inghilterra?

PRIMO BECCHINO - Toh, ma perché era pazzo!
Laggiù potrà ricuperare il senno;
se no, a quelli là importa poco.

AMLETO - Perché?

PRIMO BECCHINO - Nessuno se ne accorgerà:
laggiù son tutti pazzi come lui.

AMLETO - E com’è ch’è impazzito?

PRIMO BECCHINO - In un modo assai strano, come dicono.

AMLETO - Strano, come?

PRIMO BECCHINO - Beh, uscendo di cervello.

AMLETO - E su che base?

PRIMO BECCHINO - Qui, in Danimarca.( )
Signore, qui ci ho fatto il sagrestano
da uomo e da ragazzo, per trent’anni.( )

AMLETO - Quanto tempo può stare sottoterra
un uomo, prima di diventar marcio?

PRIMO BECCHINO - Dipende. Se non è marcito prima
(e tutti di carogne putride ogni giorno
ne abbiamo veramente una caterva,
che si riesce appena a seppellirle),
ci vorranno, che so, otto-nove anni.
Un conciatore non meno di nove.

AMLETO - Perché lui più degli altri?

PRIMO BECCHINO - Eh, perbacco,
per via che la sua pelle, monsignore,
è così ben conciata dal mestiere
che tien lontana l’acqua per un pezzo.
E l’acqua è il più grande corruttore
di quello schifo ch’è il nostro cadavere.

PRIMO BECCHINO - (Tenendo nella mano un teschio)
Ecco un cranio che da ventitre anni
si trova sottoterra.

AMLETO - E di chi era?

PRIMO BECCHINO - Di chi pensate che fosse?

AMLETO - Non so…

PRIMO BECCHINO - D’un pazzo, grande figlio di puttana.
La peste a lui, furfante scellerato!
Una volta mi rovesciò sul capo
una caraffa di vino del Reno.
Questo cranio, signore, era di Yorick,
il buffone del re.

AMLETO - Questo?

PRIMO BECCHINO - Sì, questo.

AMLETO - Dammelo qua…
Prende in mano il teschio e lo guarda)
Ahimè, povero Yorick!…
Quest’uomo io l’ho conosciuto, Orazio,
un giovanotto d’arguzia infinita
e d’una fantasia impareggiabile.
Mi portò molte volte a cavalluccio…
Ed ora - quale orrore! - mi fa stomaco…
Ecco, vedi, qui erano le labbra
che gli ho baciato non so quante volte…
E dove sono adesso i tuoi sberleffi,
le burle, le capriole, le canzoni,
i folgoranti sprazzi d’allegria
che facevan scoppiare dalle risa
le tavolate?… Chi si fa più beffa
ora del tuo sogghigno, con questa tua smorfia?
Va’, va’ ora così,
va’ nella camera della mia dama( )
e dille che ha un bel mettersi sul viso
un dito di belletto: a questo aspetto
deve ridursi anch’ella, fatalmente.
Che se la prenda a ridere, comunque,
se ci riesce… Orazio, dimmi un po’…

ORAZIO - Che cosa, monsignore?

AMLETO - Pensi tu che Alessandro sottoterra
avesse questo aspetto?

ORAZIO - Non diverso.

AMLETO - E che puzzasse in questo modo?… Puah!…

(Mette da parte il teschio con disgusto)

ORAZIO - Certamente, signore.

AMLETO - A che vili usi siamo destinati,
Orazio! Pensa, con la fantasia
noi potremmo seguire tutto il corso
della polvere illustre di Alessandro
fino a trovarla a fungere da tappo
a un barile di birra. Non ti pare?

ORAZIO - Congettura un po’ strana, in verità.

AMLETO - Niente affatto. Si tratta di seguirla
camminando sul filo della logica.
Ecco: Alessandro, morto e seppellito,
ritorna polvere. Polvere è terra;
e con la terra che si fa? La creta.
E perché con la creta in che è ridotto
non possiamo turare un barilotto?
“L’imperial Giulio Cesare
“potrebbe ben servire
“a chiudere uno spiffero di vento.
“Quella creta che tenne il pugno duro
“sul mondo, messa a fare da rammendo
“alla crepa d’un muro,
“fa da riparo al soffio dell’inverno.”
Ma, fermi, oh!, facciamoci in disparte…

Entrano il RE, la REGINA, LAERTE, UN PRETE, cortigiani
al seguito del feretro di Ofelia

Qui viene il re, la regina, la corte…
Ma chi seguono, in sì dimesso rito?
Questo è segno che il morto
a cui fanno sì umile corteo
ha distrutto con mano disperata
la propria vita; ed era uno di rango.

(Si fa da parte con Orazio)

LAERTE - (Al prete)
Qual altra cerimonia c’è da assolvere?

AMLETO - (Piano, a Orazio)
Quello è Laerte, un giovane assai nobile.
Osservalo.

LAERTE - (c.s.)
Qual altra cerimonia?

PRETE - Abbiamo già fin troppo largheggiato
nelle esequie, per quanto ci era lecito.
La sua morte fu dubbia;
e se non fosse un ordine sovrano
intervenuto a bilanciar la regola,
ella avrebbe dovuto esser sepolta
in terra sconsacrata,
e restar là fino all’ultima tromba;( )
ed avremmo gettato sassi e cocci
e selci su di lei, e non pie preci.
Così le sono invece consentiti
la virginal corona,
i propri paramenti di fanciulla
e l’accompagnamento di campane
durante il funerale.

LAERTE - Non si può far di più?

PRETE - Non più di questo.
Profaneremmo il rito dei defunti
se ci mettessimo a intonarle un requiem,
e ad implorarle lo stesso riposo
dell’anime che se ne vanno in pace.

LAERTE - Deponetela allora sottoterra,
e dalla carne sua gentile e pura
possan spuntare le viole!
Io ti dico, bigotto sacerdote,
che questa mia sorella sarà in cielo
un angelo officiante, quanto tu
te ne starai a gemere giù in basso!

(Il feretro viene calato nella fossa)

AMLETO - (Tra sé)
Come!… La bella Ofelia?…

REGINA - (Spargendo fiori sulla fossa)
Dolci fiori alla tua dolcezza. Addio.
Ho sperato di far di te la sposa
del mio Amleto; ed ho tanto sognato
d’adornare di fiori il vostro talamo,
non di cospargerli su questa fossa.

LAERTE - Ah, dieci volte tre maledizioni
ricadano sul capo miserabile
della persona il cui perverso agire
ti privò dell’eletta tua ragione!
(Ai becchini)
Aspettate a coprirla con la terra,
ch’io possa stringerla tra le mie braccia
per un’ultima volta.
(Salta nella fossa)
La vostra polvere ora ammucchiate
sul vivo e sulla morta
finché di questo piano avrete fatto
una tale una montagna
che svetti in alto più del Pelio antico
o dell’azzurra fronte dell’Olimpo.

AMLETO - (Facendosi avanti)
Chi è colui che veste il suo dolore
di un’enfasi, le cui luttuose frasi
sembran volere scongiurare gli astri
nel lor cammino, ed arrestarli qui
che restino stupiti ad ascoltarle?
Eccomi, io sono Amleto il Danese.

(Salta anch’egli nella fossa, alle spalle di Laerte)

LAERTE - (Afferrando Amleto per la gola)
Il diavolo si porti la tua anima!

AMLETO - Non sai pregare! Togli via, ti prego,
le tue dita dalla mia gola; attento:
ché s’io non son bilioso né avventato,
pure ho quel tanto che la tua prudenza
può ben temere. Togli quella mano!

RE - Separateli entrambi.

REGINA - Amleto! Amleto!

TUTTI - (Facendosi intorno alla fossa)
Signori!

ORAZIO - (Ad Amleto)
State calmo, mio signore.

(Li separano. I due escono dalla fossa)

AMLETO - Perdio, su questo tema
sono pronto a misurarmi fino all’ultimo
con lui!( )

REGINA - Ohimè, che tema, figlio mio?

AMLETO - Questo: che Amavo Ofelia;
e ad eguagliare il conto del mio amore
quarantamila fratelli che insieme
potessero sommare quello loro
non basterebbero.
(A Laerte)
Che intendi fare?

RE - Egli è pazzo, Laerte!

REGINA - Non dargli spago, per l’amor di Dio!

AMLETO - Sangue di Cristo, dimmi che vuoi fare!
Vuoi piangere? Vuoi batterti in duello?
Vuoi digiunare? Vuoi ridurti in pezzi?
Vuoi bere aceto?( ) Divorare un’idra?
Lo farò anch’io. Vieni qui a piatire?
Per sfidarmi saltando nella fossa?
Fatti interrare vivo
insieme a lei, e così farò io;
e se vai blaterando di montagne,
di’ a costoro che ammucchino su noi
un milione di jugeri di terra,
e il tumulo s’elevi tanto in alto
da arrostirsi la cima contro il fuoco
del Tropico, sì che al confronto l’Ossa( )
non sembri che una semplice verruca.
Se vuoi solo berciare,
questo so farlo anch’io, meglio di te.

RE - È follia pura!… E in questo modo, a tratti,
l’accesso sembra aver di lui ragione;
dopo, paziente come una colomba
che vede schiudersi la sua covata
di pulcini dorati, si racqueta,
restando a lungo silenzioso e inerte.

AMLETO - Stammi a sentire. Qual è la ragione
che t’induce a trattarmi in questo modo?
T’ho sempre amato, io. Ma non importa.
“Ercole faccia quello che può fare;
“il gatto deve pure miagolare,
“ed il cane abbaiare.”( )

(Esce)

RE - Buon Orazio, ti prego, stagli dietro.

(Esce Orazio)

(A Laerte)
Cerca di rafforzar la tua pazienza;
pensa al nostro discorso di iersera.
Faremo in modo di venirne a capo.
(Alla regina)
Gertrude cara, fate che qualcuno
sorvegli vostro figlio.
(A Laerte)
Questa tomba
avrà presto un vivente monumento,( )
e noi conosceremo finalmente
un’ora di tranquillità. Pazienza,
perciò, fino ad allora, e andiamo avanti.

(Escono)



SCENA II - Elsinore, stanza nel castello.

Entrano AMLETO e ORAZIO


AMLETO - Non parliamone più. Veniamo al resto.
Ti ricordi in che stato mi trovavo?

ORAZIO - Se ricordo, signore!

AMLETO - Avevo in cuore
un conflitto che mi toglieva il sonno.
Stavo peggio d’un prigioniero in ceppi.
D’un tratto, con un gesto temerario
(e sia lode all’audacia, in questo caso:
l’avventatezza talvolta, diciamolo,
ci soccorre laddove ci falliscono
le nostre trame, le più meditate;
e ciò valga a insegnarci che c’è un Dio
che dà forma e sostanza ai nostri fini,
comunque li abbozziamo)…

ORAZIO - Oh, questo è certo.

AMLETO - Esco dalla cabina sulla tolda
col mantello di viaggio sulle spalle,
come una sciarpa. A tentoni, nel buio,
cerco e trovo alla fine quel che voglio:
rovisto, frugo dentro i lor bagagli,
poi mi ritraggo di nuovo in cabina
facendomi sì ardito (la paura
m’aveva fatto perdere ogni remora)
da strappare i sigilli al documento
che conteneva le mie credenziali
e là trovo - sovrana canagliata! -,
l’ordine perentorio, lardellato
da una lunga sequela di motivi
(“la salvezza del re di Danimarca,
e del re inglese”) e non ti dico più
di quali e quanti spettri e spauracchi,
all’idea ch’io restassi ancora vivo,
che, non appena letto quel messaggio,
subito, là, senza aspettar che il boia
potesse fare il filo alla mannaia,
mi si dovesse mozzare la testa.

ORAZIO - Possibile, signore?

AMLETO - Ecco il rescritto.
Leggilo a tuo talento.
Ma ora vuoi sapere come ho fatto?

ORAZIO - Ve ne supplico.

AMLETO - Preso nella rete
così di tante infamie… prima ancora
di dare un prologo al mio cervello,
esso dà inizio al dramma…
Mi siedo e ti redigo in bello stile
il testo d’una nuova credenziale.
Un tempo di mia vita ho ritenuto,
come succede agli uomini di Stato,
cosa vile lo scriver paludato,
e ho fatto molto per dimenticarlo.
Ora invece mi rese un gran servizio.( )
Vuoi che ti dica il senso dello scritto?

ORAZIO - Anzi, ve ne scongiuro, monsignore.

AMLETO - Una calda preghiera
del nostro re a quello d’Inghilterra
perché, qual suo fedele tributario,
ed affinché fiorisse tra di loro,
come una palma, amore ed amicizia,
e la pace, di spighe incoronata,
stesse sempre interposta tra i due regni
come una virgola…( ) e così via,
con simili altre frasi di gran peso,
com’egli avesse preso conoscenza
del tenore di quella credenziale,
mettesse a morte i due suoi portatori
senza lasciare lor nemmeno il tempo
di purgar le loro anime con Dio.

ORAZIO - E col sigillo, come vi arrangiaste?

AMLETO - Il cielo mi fu provvido anche in questo.
Io portavo con me, nella mia borsa,
l’anello di mio padre, col sigillo
copia di quello ufficiale danese:
piegai bene lo scritto, come l’altro,
e, firmato che l’ebbi, e sigillato,
lo rimisi al suo posto, come stava,
senza che alcuno notasse lo scambio.( )
L’indomani ci fu lo scontro in mare
coi pirati, di cui t’ho già parlato.

ORAZIO - E così Rosencrantz e Guildenstern
van difilato verso quel destino.

AMLETO - Quei due, mio caro, in questa lor missione
han troppo civettato alle mie spalle.
Non li ho sulla coscienza. La lor sorte
è il frutto della loro inframmettenza.
Chi è basso corre sempre gran pericolo
a mettersi tra i colpi e le stoccate
di avversari potenti ed accaniti.

ORAZIO - Dio mio, che re è mai questo!

AMLETO - Ora rifletti: non sta dunque a me,
con colui che m’ha trucidato il padre
e insozzato la madre, e s’è intromesso
fra me e la legittima mia attesa
di successore, e che ha gettato l’amo
alla mia stessa vita, e con tal frode…
non sta a me, dico, in perfetta coscienza,
saldare il conto con questo mio braccio?
E non è da dannati
lasciar che questo cancro di natura
seguiti a generare nuovi mali?

ORAZIO - Dovrà presto saper dall’Inghilterra
com’è andato a finire questo affare.

AMLETO - Presto, sì; l’intervallo intanto è mio.
L’esistenza di un uomo
non è che il tempo di contare “uno”.
Però quanto m’affligge, caro Orazio,
d’aver così ecceduto con Laerte!
Perché nella cagione che lo muove
io ci vedo riflessa la mia stessa.
Mi scuserò con lui. Vero è, però,
ch’è stata la jattanza del suo duolo
a trascinarmi in quella grande rabbia.

ORAZIO - Un momento! Chi viene?

Entra il giovane OSRICO

OSRICO - (Scappellandosi ad Amleto)
La vostra signoria è benvenuta
di nuovo in Danimarca.

AMLETO - Vi ringrazio umilmente, mio signore.
(Piano, a Orazio)
Conosci questa mosca di palude?

ORAZIO - No, signore.

AMLETO - Per tua grande fortuna:
conoscere costui è una disgrazia.
Egli possiede molte terre, e fertili.
Qui se una bestia possiede altre bestie,
la sua greppia è la mensa della reggia.
È un bifolco; ma, come ti dicevo,
spazioso possessore di letame.

OSRICO - Dolce signore, se vossignoria
fosse disposta, vorrei riportarle
qualche cosa da parte di sua altezza.

AMLETO - Ed io, signore, la riceverò
con ogni diligenza del mio spirito.
Ma mettete il cappello al posto suo:
è fatto per il capo.

OSRICO - Grazie, vossignoria. Fa molto caldo.

AMLETO - No, no, credete a me, fa molto freddo,
soffia la tramontana.

OSRICO - È vero, infatti.
Fa alquanto freddo.

AMLETO - Eppure sento un’afa…
un caldo, o sarò io forse che…

OSRICO - Sì,
è vero, mio signore, un caldo afoso,
come se fosse… beh, non saprei dire…
Signore, sua maestà m’ha incaricato
d’informarvi che ha fatto su di voi
una grossa scommessa… Ecco, si tratta…

AMLETO - Ma vi prego!

(Gli fa cenno di mettersi il cappello in testa, ma
Osrico esita)

OSRICO - No, no, mio buon signore,
così mi par di stare più a mio agio…
Signore, qui alla corte
è tornato Laerte; un gentiluomo,
credetemi, di rara perfezione:
pieno delle più alte qualità,
di buona compagnia, di gran figura,
insomma, a dir di lui come si merita,
è la rosa dei venti, il calendario
delle virtù richieste a un cavaliere;
ché in lui davvero c’è il contenitore( )
di tutto ciò che un vero gentiluomo
vorrebbe contenere.

AMLETO - Che bellezza!
La sua definitura, signor mio,
non soffre in voi di alcuna perdizione;
anche se son sicuro
che a farne un inventario minuzioso
è cosa che darebbe il capogiro
all’aritmetica della memoria,
e non sarebbe che uno scarrocciare
a fronte al suo spedito veleggiare.
Ma, per la verità dell’erezione,
lo stimo un’anima di grosso taglio,
ed il suo infuso è tal raritudine
che a farne proprio una definizione,
altro simil non ha fuor del suo specchio,
e chiunque volesse seguitarlo
sarebbe solo il suo adombramento.

OSRICO - Molto infallibilmente ne parlate,
signoria.

AMLETO - La concernenza,( ) amico.
Ma a che star noi ora a drappeggiare
il nostro gentiluomo
di questo nostro troppo rozzo fiato?

OSRICO - Signore?

ORAZIO - Ma non sarebbe possibile
comprendersi parlando altro linguaggio?
Son sicuro che ci riuscirete.( )

AMLETO - (A Osrico)
Che importanza può avere
la nomina( ) di questo gentiluomo?

OSRICO - Di Laerte?

AMLETO - (Piano a Orazio)
Il suo sacco è già vuotato,
le parole preziose tutte spese.
(Forte a Osrico)
Di lui, signore, sì.

OSRICO - Io stimo che non è in voi ignoranza…

AMLETO - Spero bene; quantunque, in fede mia,
stimarlo voi, non proverebbe nulla
a mio favore, amico. Ebbene, allora?

OSRICO - … che non è in voi ignoranza
di che eccellenza d’uomo sia Laerte.

AMLETO - Non oso confessarlo, nel timore
di gareggiar con lui per eccellenza;
solo se si conosce bene un uomo
si può dir di conoscere se stessi.

OSRICO - Intendo nella sua arma, signore;
perché secondo la valutazione
che fanno tutti, egli è ineguagliato
in questa sua specialità.

AMLETO - Che arma?

OSRICO - Spada e pugnale.

AMLETO - Queste son due armi.
Ma per me fa lo stesso.

OSRICO - Il re, signore, ha scommesso con lui
sei cavalli d’Arabia,
contro i quali, se non ho male inteso,
egli ha puntato, dalla parte sua,
sei fioretti di Francia e sei pugnali
con tutti gli accessorii: cinturone,
pendagli e tutto. Tre di questi affusti,
parola mia, son veramente rari:
molto docili al pugno, maneggevoli
all’elsa, di fattura delicata
e di assai liberale concezione.

AMLETO - “Affusti” hai detto?… Che parola è questa?

ORAZIO - (Piano ad Amleto)
Sapevo bene che avreste finito
a ricorrere alle “notazioni a margine”.( )

OSRICO - I pendagli, signore.

AMLETO - Questo termine
sarebbe più germano alla materia,
se noi potessimo portarci al fianco
un cannone;( ) ma fino a quel momento
chiamiamoli pendagli. Andiamo avanti:
sei cavalli d’Arabia
contro sei spade di Francia, complete
di tutti gli accessorii, e con tre “affusti”
di nuova liberale concezione:
questa sarebbe la posta francese
contro quella danese.
Su che cosa sarebbe stato “imposto”,
come voi dite, questo ben di Dio?

OSRICO - Mi spiego: il re ha scommesso, monsignore,
che su dodici assalti, fra voi due,
Laerte non saprà che prevalere
per più di tre stoccate: la scommessa
sarebbe dunque nove contro tre.
Si addiverrebbe alla prova anche subito,
se vostra signoria
si degnasse di darmi una risposta.

AMLETO - E se la mia risposta fosse “no”?

OSRICO - L’intenderei come l’opposizione
di vostra signoria a questa prova.

AMLETO - Signore, io resto a passeggiare qui,
in questa sala. A sua maestà piacendo,
è questo il mio respiro quotidiano.
Si rechino le spade.
Se il gentiluomo è d’accordo di battersi
e il re mantiene il suo divisamento,
io vincerò per lui, se m’è possibile;
se no, lo scorno sarà tutto mio
con in più le stoccate ricevute.

OSRICO - È questo quel che debbo riferire?

AMLETO - Esattamente. E vi potete aggiungere
tutti i fronzoli che vi piacerà.

OSRICO - Raccomando il mio omaggio a vostra altezza.

AMLETO - Alla vostra, alla vostra!

(Esce Osrico)

Si raccomanda da sé: buon per lui,
non c’è lingua che sia disposta a farlo.

ORAZIO - La pavoncella, col suo guscio in testa,
s’è allontanata.( )

AMLETO - E si complimentava
con la mammella prima di succhiarla;
come lui, della stessa sua covata,
ci son molti altri che questa età frivola
prende sul serio; ch’hanno assimilato
l’aria del tempo e l’abito esteriore
del conversare: un ammasso schiumoso
che li ravvolge tutti e li trasporta
attraverso le idee più lambiccate;
ma basta una soffiata
per metterli alla prova, e addio le bolle.

Entra un CORTIGIANO

CORTIGIANO - Signore, sua maestà s’è compiaciuta
d’inviarvi testé il giovane Osrico,
e questi al suo ritorno l’ha informata
che eravate in attesa in questa sala.
Mi manda appunto per saper da voi
se gradite di battervi ora subito,
o se desiderate prender tempo.

AMLETO - Io son fedele alle mie decisioni,
e ligio al beneplacito del re.
Se la sua convenienza dice sì,
la mia è pronta, adesso o quando sia,
purché sia ben disposto come adesso.

CORTIGIANO - Il re con la regina e tutti gli altri
stanno appunto scendendo.

AMLETO - Alla buon’ora!

CORTIGIANO - La regina desidera, signore,
che rivolgiate, prima dello scontro,
una parola gentile a Laerte.

AMLETO - È un buon consiglio. Farò di seguirlo.

(Esce il cortigiano)

ORAZIO - Riuscirete perdente, monsignore.

AMLETO - Non lo credo. Da che è partito in Francia,
mi sono mantenuto in esercizio.
Vincerò di misura… Non puoi credere,
Orazio, quanto male io senta qui,
vicino al cuore… Ma non ha importanza…

ORAZIO - L’ha, invece, monsignore.

AMLETO - È una sciocchezza,
solo una sorta di presentimento…
buono forse a commuovere una donna.

ORAZIO - Se il vostro cuore ha qualche repugnanza,
seguitelo, finché ne siete in tempo.
Io posso prevenire il loro arrivo,
e dir loro che non ve la sentite.

AMLETO - Orazio, no; noi sfidiamo i presagi.
Perfino nel veder cadere un passero
ce n’è uno: se adesso è la mia ora,
vuol dire che non è più da venire;
se non è da venire, sarà adesso;
se non è adesso, dovrà pur venire.
Tutt’è tenersi pronti.
Poiché nessuno sa quello che lascia,
che può importare lasciarlo anzitempo?
Lasciamo andare: vada pur così.

Entra il RE, la REGINA, LAERTE, cortigiani con fioretti e
guantoni. Alcuni servi recano una tavola e boccali di vino.

RE - (Prendendo per mano Laerte)
Amleto, vieni a stringer questa mano
ch’io qui ti porgo con la stessa mia.

(Pone la mano di Laerte in quella di Amleto, che la stringe
calorosamente)

AMLETO - Perdonami. T’ho offeso, e duramente.
Ma tu, da gentiluomo, fammi grazia.
Tutti quelli che sono qui presenti
sanno, e pur tu dovresti averne udito,
com’io sia preda d’una trista insania.
Quello che ho fatto, e che può bruscamente
aver svegliato in te la tua natura,
il tuo onore, il tuo risentimento,
io ti proclamo qui che fu pazzia.
Fu il vero Amleto a far torto a Laerte?
No, mai. Se Amleto non è più se stesso,
e in quello stato fa torto a Laerte,
non è Amleto, e Amleto lo rinnega.
Chi agì dunque in quel modo?
Amleto è dalla parte dell’offeso.
Solo la sua follia è il suo nemico.
Perciò, Laerte, innanzi a questa udienza,
ch’io sconfessi ogni offesa intenzionale,
e questo valga tanto a scagionarmi
nel tuo giudizio d’uomo generoso,
da persuaderti ch’io scoccai la freccia
oltre la casa, e ferii mio fratello.

LAERTE - Questo tuo dire dà soddisfazione
a quella parte della mia natura
che più dovrebbe spingermi a vendetta;
ma in termini d’onore non transigo,
e non intendo rappacificarmi
finché da anziani e reputati giudici
nelle questioni di cavalleria
non abbia ricevuto garanzia
che il mio nome ne esca senza macchia.
Fino allora l’affetto che tu m’offri
l’accetto come tale,
e t’assicuro non gli farò torto.

AMLETO - Ed io accolgo questo con franchezza;
e con franchezza voglio disputare
questa fraterna gara. Qua i fioretti!

LAERTE - Avanti, uno per me.

AMLETO - Al mio confronto brillerai, Laerte.( )
Appetto alla mia scarsa maestria,
la tua rifulgerà splendidamente
come stella nel buio della notte.

LAERTE - Mi prendi in giro?

AMLETO - No, per questa mano.

RE - Osrico, giovanotto,
vogliate porgere loro i fioretti.
Nipote Amleto, tu sai la scommessa.

AMLETO - Sì, mio sovrano, so che vostra grazia
ha messo la sua posta sul più debole.

RE - Non ho timore. Vi ho veduti entrambi;
anche s’egli ha compiuto dei progressi,
noi abbiamo il vantaggio di partenza.

LAERTE - (Prendendo il fioretto dalla mani di Osrico, e facendo il gesto
di soppesarlo)

Pesa troppo, mostratemene un altro.

AMLETO - Questo per me va bene. I due fioretti
son di pari lunghezza?

OSRICO - Sì, signore.

(Amleto e Orazio si preparano all’assalto)

RE - Posate sulla tavola i boccali.
Se Amleto al primo od al secondo assalto
toccherà, o che si rifaccia al terzo,
s’ordini che dai merli del castello
parta una salva delle artiglierie.
Il re berrà al miglior fiato di Amleto,
e getterà nella coppa una perla
la più ricca di quante nei lor serti
abbiano mai portato incastonate
gli ultimi quattro re di Danimarca.
Le coppe! E dica il tamburo alla tromba,
la tromba al cannoniere, là di fuori,
ed i cannoni al cielo, e, di rimbalzo,
dica il cielo alla terra: “Il re fa un brindisi
alla salute di Amleto!”. Attaccate!
E voi, giudici, occhio bene aperto!

(Getta una perla in una delle coppe. Tromba)

AMLETO - In guardia, monsignore.

LAERTE - In guardia sto.

(Cominciano a battersi)

AMLETO - E una!

LAERTE - No.

AMLETO - Che cosa dice il giudice?

OSRICO - Toccato, chiaramente.

LAERTE - Bene, avanti.

RE - Fermate. Datemi da bere. Amleto,
quella perla è per te. Alla tua salute!

(Gli indica la coppa in cui ha gettato la perla. Tamburi,
spari di artiglierie)

(A Osrico)
Porgetegli la coppa.

AMLETO - (Non prende la coppa)
Un altro assalto.
Tenetela da parte per un po’.

(Riprendono a battersi. Amleto mette a segno
un altro colpo)

Ecco: toccato ancora. Che ne dici?

LAERTE - Toccato, sì, toccato, lo confesso.

RE - (Alla regina)
Vincerà nostro figlio.

REGINA - Ha il fiato corto ed è tutto sudato.
Amleto, toh, prendi il mio fazzoletto,
asciugati la fronte… La regina,
Amleto, beve alla tua buona sorte.

(Afferra la coppa destinata ad Amleto)

AMLETO - Grazie, madre.

RE - (Trattenendo la regina)
Gertrude, no, non bere!

REGINA - Voglio bere, signore. Perdonate.

(Beve)

RE - La coppa col veleno!… Troppo tardi!

AMLETO - (Alla regina)
Per ora non vorrei bere. Più tardi.

REGINA - Lasciati almeno tergere la faccia.

LAERTE - (Al re, a parte)
Signore, ora lo pungo.

RE - Non ci credo.

LAERTE - (Tra sé)
Eppure mi ripugna alla coscienza…

AMLETO - Laerte, sotto per il terzo assalto.
Finora hai baloccato. Su, ti prego,
tira a fondo, con la tua miglior foga;
se no, ho paura che mi dài la baia.

LAERTE - Ah, così pensi? Allora fatti sotto.

(Riprendono a battersi)

OSRICO - Niente di fatto, da nessuna parte.

LAERTE - Toh, prendi questa, adesso.

(Laerte ferisce Amleto. I due lasciano cadere le spade e si azzuffano con le mani. Nel riprendere le spade, se le scambiano.
Continuano a battersi. Amleto ferisce Laerte. Come il re lo vede grida)

RE - Separateli! Sono scatenati!

AMLETO - Suvvia, sotto di nuovo!

(La regina cade a terra)

OSRICO - La regina, guardate, la regina!

ORAZIO - Perdono molto sangue, tutti e due.
(Ad Amleto)
Come state, signore?

OSRICO - Laerte, mio signore, come state?

LAERTE - Come… come può stare un beccaccino
imprigionato nella sua tagliola…
Io sono ucciso, Osrico… e giustamente…
a cagione del mio maligno inganno.

AMLETO - Che cos’ha la regina?

RE - Ha perso i sensi alla vista del sangue.

REGINA - (Riavendosi)
No, no… quella bevanda… la bevanda…
Oh, Amleto caro!… La coppa, la coppa…
Io sono avvelenata…

(Muore)

AMLETO - Ah, quale infamia! Chiudete le porte!
Tradimento! Cercate il traditore!

(Anche Laerte cade)

LAERTE - È qui, Amleto!… Amleto tu sei morto;
non c’è nessuna medicina al mondo
che ti possa salvare…
Non hai vita nemmeno per mezz’ora.
Ce l’hai in mano tu stesso lo strumento
del tradimento, avvelenato in punta;
e contro me s’è volta
l’infame astuzia… Eccomi ora a terra
per non più rialzarmi… Anche tua madre
è stata avvelenata… Io più non reggo…
Il re ne ha colpa, il re!

AMLETO - La punta avvelenata!… E allora avanti,
veleno, all’opra tua!

(Si scaglia contro il re e lo ferisce a morte)

TUTTI - Oh, tradimento!
Oh, infamia!

RE - Aiuto, amici, soccorretemi!
Sono solo ferito!

AMLETO - (Amleto prende la coppa dove ha bevuto la madre e la
porge al re)
Toh, assassino,
incestuoso, dannato re danese!
Bevila fino in fondo, questa coppa.
C’è dentro la tua perla?( )
Segui mia madre.

(Il re beve, e muore all’istante)

LAERTE - Ha quello che si merita.
È lui che ha preparato la pozione.
Nobile Amleto, scambia il tuo perdono
con il mio: che la morte di mio padre
né quelle mia ricadan su di te,
né su di me la tua.

AMLETO - Di quella mia te ne assolvano i cieli.
Io ti seguo. Io muoio, Orazio… Addio,
sventurata regina!…
O voi tutti che, pallidi e tremanti
assistete - comparse e spettatori -
a questa azione, se ne avessi il tempo
(ma la Morte, questo crudele sbirro,
è ligia al suo dovere), oh, vi direi…
Ma vada come vada… Orazio, muoio.
Tu vivi; e riferisci onestamente
della mia causa tutto quanto il giusto,
a chi vorrà saperlo.

ORAZIO - Non pensatelo.
Io sono, più che un Danese, un Romano,( )
e qui ci resta ancora del liquore.

AMLETO - No, dammi quella coppa!
Se sei uomo, dammela, perdio!
Mio buon Orazio, qual nome macchiato
vivrà di me, se questi avvenimenti
avessero a rimanere ignoti!
Se m’hai tenuto nel tuo cuore, Orazio,
tieniti ancor lontano, per un poco,
dalla gioia suprema del trapasso,
e seguita su questo duro mondo
a respirare ancora il tuo dolore
per raccontare ad altri la mia storia.

(Marcia militare e spari all’interno)

Che cos’è questo strepito di guerra?

OSRICO - È il giovin Fortebraccio di Norvegia.
Torna dalla Polonia vincitore,
e lancia queste salve a salutare
gli ambasciatori del re d’Inghilterra.

AMLETO - Io muoio, Orazio… Sento che il veleno
s’impadronisce di tutto il mio spirito.
Ormai più non mi resta tanta vita
da sentir le notizie d’Inghilterra;
ma profetizzo che su Fortebraccio
cadrà la scelta; a lui, in suo favore
va il mio voto morente. Digli questo,
insieme al più e il meno degli eventi
qui succedutisi… Il resto è silenzio.

(Muore)

ORAZIO - Spezzato un nobil cuore! Dolce principe,
benevola ti sia l’eterna notte,
e possa un volo d’angeli cantando
accompagnarti all’ultimo riposo!

(Tamburi da dentro)

Che viene a fare qui questo tamburo?

Entrano FORTEBRACCIO e gli AMBASCIATORI INGLESI,
con seguito di tamburi e vessilli

FORTEBRACCIO - Quella vista dov’è?

ORAZIO - Che cosa v’aspettate di vedere?
Se una scena terribile e pietosa,
non cercate oltre, è qui.

FORTEBRACCIO - Ma questa strage grida di carnaio!
Ah, orgogliosa Morte,
qual mai banchetto si sta preparando
nell’eterna tua grotta,
perché dovessi falciare d’un colpo
in un mare di sangue tanti principi?

UN AMBASCIATORE - Oh, spettacolo orrendo!…
Troppo tardi le nostre ambascerie
giungon dall’Inghilterra:
sono sorde per sempre
le orecchie che dovevano ascoltarle:
come fu data esecuzione all’ordine,
e come Rosencrantz e Guildenstern
hanno trovato morte in Inghilterra.
Ora da chi saremo ringraziati?

ORAZIO - (Indicando il corpo del re)
Dalla sua bocca, no, sicuramente,
quand’anche fosse vivo e lo potesse.
Non fu lui a ordinar la loro morte.
Ma dal momento che così balzati
siete su questa sanguinosa storia,
voi dalla guerra di Polonia, e voi
dall’Inghilterra, vogliate disporre
che queste spoglie umane siano esposte
su un tumulo alla vista della gente.
E lasciate ch’io dica al mondo ignaro
come sono accaduti questi eventi.
Potrete così udire
di carnali rapporti, e sanguinose
e innaturali azioni, e d’assassinii
casuali, e decisioni occasionali( )
di morti provocate o da perfidia
o da forza maggiore, e, in questo epilogo,
di tranelli falliti e ricaduti
sulla testa di chi li aveva orditi.
Su tutto posso dir la verità.

FORTEBRACCIO - E noi ci accingeremo ad ascoltarla,
qui, tutti insieme, coi nostri maggiori.
In quanto a me, abbraccio la mia sorte,
col dolore nel cuore;
ho dei diritti, mai dimenticati,
su questo trono, che l’ora presente
mi esorta a far valere.

ORAZIO - Anche di questo vi dovrò parlare,
ed a nome di chi, con il suo voto,
molti altri ne trarrà alla vostra parte.
Ma si proceda subito al da farsi,
mentre gli animi sono ancora scossi,
così che altri intrighi ed altri errori
non abbiano a recarci altre sventure.

FORTEBRACCIO - Quattro miei capitani
mettano il corpo d’Amleto su un palco,
così come s’addice ad un soldato:
perché se fosse stato lui sul trono,
si sarebbe mostrato un buon sovrano.
Diamo il nostro saluto al suo trapasso
con musiche e con riti militari.
Gli altri corpi toglieteli alla vista:
è una vista da campo di battaglia
e s’addice assai male a questo luogo.
E s’ordini alla truppa di sparare.



FINE